La lunga marcia cinese verso il Medio Oriente


Nella pressoché totale disattenzione della nostra stampa, il 10 luglio scorso a Pechino i cinesi hanno ospitato l’ottava edizione del Forum della cooperazione arabo cinese, al quale hanno partecipato i rappresentanti di 21 stati arabi.  Durante l’incontro il presidente cinese Xi ha detto che il suo paese investirà 23 miliardi di dollari nel mondo arabo, valutando anche la possibilità di instaurare accordi di libero scambio con ognuno dei paesi della Lega Araba. Tale offerta prevede prestiti per 20 miliardi e la creazione di un’associazione interbancaria fra Cina e mondo arabo che verrà dotata di tre miliardi dal Pechino con la missione di sviluppare progetti di cooperazione finanziaria.

L’offerta cinese, che si inquadra nella vasta strategia messa in campo sin dal 2013 dal governo di Pechino conosciuta come Belt and Road initiative, è soltanto l’ultimo tassello di un lunga e paziente opera di avvicinamento che i governanti cinesi hanno svolto nei confronto del mondo arabo, col quale peraltro la cina ha una consuetudine secolare, del tutto coerente con quella effettuata in Africa (esiste anche un Forum on China-Africa Cooperation, FOCAC) e nell’Asia centrale e che si è spinta fino all’estremo nord dell’Artico: usare i denaro e la sua influenza per creare relazioni con i paesi attraversati dalle rotte commerciali che assicurano la sicurezza economica ed energetica della Cina.

Gli argomenti usati dai leader cinesi sono assolutamente rassicuranti. La Cina propone e offre amicizia e collaborazione, sottolineando lo spirito assolutamente non colonialistico dei suoi intenti. Nel suo discorso ai rappresentanti dei paesi arabi, Xi si è spinto persino oltre. Ha parlato di un destino che accomuna la Cina ai paesi arabi. E se ricordiamo che la Cina è il primo consumatore di petrolio, oltre la metà del quale arriva dal Medio Oriente, e i paesi arabi i primi produttori riusciamo anche a intuire quale sia la filigrana di questo destino: il comune interesse.

Che tale interessi trovi oggi terreno fertile per far fiorire fruttuose collaborazioni è evidente. La Cina ha sempre più motivi a proporsi come interlocutore a chi vuole difendere il sistema multilaterale e l’internazionalizzazione del commercio dopo l’esclation neo protezionista dell’amministrazione Usa. Che la Cina sia credibile è un altro discorso. Ma la credibilità ci costruisce intanto con la parole e poi coi fatti. E i fatti per adesso mostrano una precisa e volenterosa strategia di penetrazione della politica cinese in una delle zona più sensibili e difficili del mondo. Fatto che non è certo sfuggito agli osservatori più interessati.

Pochi giorni dopo il vertice di Pechino, ad esempio, la russa Pravda ha pubblicato un articolo dai toni vagamente allarmati sulle influenze finanziarie cinesi che stanno lentamente sostituendo l’influenza americana e russa nel Medio Oriente. La Cina, oltre a garantire prestiti ai paesi maggiormente in difficoltà, si parla di 600 milioni complessivi per progetti umanitari per Palestina, Yemen, Iraq, Libano, Giordania e Siria, sta sviluppando progetti profondi di collaborazione anche con i paesi arabi ricchi, a cominciare dall’Arabia Saudita. Non è certo un caso che il giorno prima del vertice una delegazione ufficiale saudita sia stata ricevuta a Pechino. La Cina, d’altronde, è impegnata anche nella difficile partita del nucleare civile saudita e si sta qualificando sempre più anche come fornitore di sistemi di difesa, entrando in competizione con fornitori e abitudini consolidate.

Ma la parte del leone la fanno ovviamente le infrastrutture e il commercio. Le cronache, ad esempio, riportano che la Cina ha offerto la propria collaborazione per la costruzione di una ferrovia ad alta velocità fra l’Arabia Saudita e Israele. Non è la prima volta che i cinesi investono sulle ferrovie saudite. Già nel 2009 si parlava di un accordo per la costruzione di una linea fra le Mecca e Medina, come d’altronde non sono mancati i contatti anche col Marocco e Israele. Il capitale cinese è pervasivo e gradito da tutti. Non a caso è stato il denaro il grande protagonista dell’ottavo vertice sino-arabo. Il “Piano Marshall” cinese è lo strumento ideale per approfondire i legami finanziari e quindi interbancari fra le due regioni dei quali le nuove arterie di collegamento saranno la manifestazione visibile. Un disegno strategico di portata ampia che si propone evidentemente di collegare lo “zoccolo” dell’Eurasia (e l’Africa) all’Ue, passando ovviamente per l’Asia Centrale.

A questa prospettiva di lungo termine si affiancano le necessità del medio termine. Secondo alcune stime per il 2020 la Cina aumenterà la sua già notevole fame di petrolio e gas. E anche in questo campo, le decisioni Usa potrebbero finire col favorire la Cina. Si pensi alle sanzioni iraniane. Per la Cina sono un’occasione d’oro per approfondire il suo legame con la repubblica islamica e magari sostituire gli investitori esteri, che stanno sviluppando progetti in Iran qualora decidano di sfilarsi in omaggio al diktat Usa. Questa opera di lenta penetrazione è stata pazientemente costruita da un intenso lavorio diplomatico che prosegue ovviamente anche ai giorni nostri. Lo scorso 14 luglio il presidente Xi è andato in visita ufficiale negli Emirati Arabi, un paese col quale i cinesi hanno notevoli legami che curano da oltre trent’anni. Ma la Cina ha ottime relazioni anche col Qatar, malgrado quest’ultimo abbia pessimi rapporti con parte del mondo arabo. Tutto ciò illustra una chiara evidenza: le esigenze del commercio, ormai notevolissimo, fra la Cina e il mondo arabo, hanno lentamente costruito i ponti fra queste due culture che i progetti della Belt and Road initiative sono solo la cartina tornasole. La crescita dell’influenza cinese nel mondo arabo è l’ennesima novità del nostro tempo e rischia di far salire la tensione con le vecchie potenze. E fra i litiganti i terzi notoriamente godono.

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