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Il Secolo asiatico. La “giapponesizzazione” della moneta


Le dichiarazioni rilasciate dalla presidente della Bce Lagarde sull’attenzione che la Banca sta dedicando all’evoluzione dei rendimenti nominali di lungo termine dei bond dell’eurozona (yield curve control) sembra fatta apposta per riaprire l’annoso dibattito sulla cassetta degli attrezzi del central banking, costretta ad arricchirsi in ragione diretta delle complicazioni dell’economia internazionale. Ma soprattutto conferma ancora una volta la sensazione di chi, fra gli osservatori, nota come le politiche monetarie europee o statunitensi seguano ormai, con qualche ritardo, le invenzioni del paese che prima di tutti le ha sperimentate nel tentativo (disperato?) di rianimare la propria economia: il Giappone.

I banchieri centrali giapponesi, peraltro, lo ripetono da anni nelle numerose allocuzioni che rilasciano in giro per il mondo: il Giappone è l’antesignano delle politiche monetarie che il resto del mondo scoprirà solo più tardi. E’ stato così per i tassi a zero, poi per il QE, e anche per l’overshooting inflazionistico, che ormai fa parte dell’armamentario della Fed.

Sarà così, con tutta probabilità anche per il “QQE with Yield Curve Control”, che il Giappone sperimenta ormai da un quinquennio. Dal che sorge comprensibile il timore che sarà così anche relativamente agli esiti che leggiamo nelle considerazioni di Wakatabe Masazumi, vice governatore della BoJ. Anzi, che rileggiamo. Proprio come le rivendicazione del primato dell’innovazione monetaria della Banca giapponese, anche il risultato finale – più o meno deludente – è una costante della narrazione giapponese.

Così anche il nostro vice-governatore: “L’obiettivo di stabilità dei prezzi del 2% non è stato ancora raggiunto”. E qui si potrebbe chiudere il pezzo.

Ma sarebbe ingeneroso. Perché la “giapponesizzazione” in corso della politica monetaria globale – l’ennesima declinazione del Secolo asiatico che si annuncia – merita qualche riga in più. Anche perché ormai questo esito – la Japanification, come la chiama Wakatabe – ormai appartiene anch’essa all’armamentario degli argomenti che i banchieri centrali giapponesi esibiscono in pubblico, chissà se con mestizia o con orgoglio.

A noi rimane il dubbio che dubitino anch’essi, aldilà delle dichiarazioni di prammatica, dell’efficacia di questo costante aumentare la disponibilità di moneta a basso costo. Ma leggendoli sembra proprio il contrario. Wakatabe ribadisce che le politiche stavano funzionando. Le aspettative di inflazione stavano migliorando, e anche l’output gap – una delle tante misure leggendarie del nostro central banking – stava diventando positivo, a dimostrazione di una crescente possibilità di aumento dei prezzi.

L’occupazione, inoltre, migliorava e si iniziavano a vedere gli effetti sulle paghe – come se la curva di Phillips si fosse improvvisamente risvegliata -: l’economia non sembrava più in deflazione.

 

Ma poi, di nuovo, l’esito: niente 2% di inflazione. Colpa del “mindset” deflazionistico del popolo – altro argomento ricorrente – e poi delle imprese, che hanno usato lo spazio di manovra regalato loro dalla banca centrale per recuperare produttività. E poi del Covid, ovviamente. Il virus è il pretesto ideale per fare tutto ciò che è necessario e anche di più.

E’ colpa del Covid se l’outup gap è sprofondato – e sarebbe difficile sostenere il contrario – e se le le aspettative di inflazione sono peggiorate. E soprattutto “ci vorrà un tempo considerevole per arrivare all’obiettivo del 2% di inflazione”. Nessun dubbio a tal proposito. Non solo in Giappone. Ovunque.