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Il suicidio delle banche centrali
Anche la Banca centrale indiana ha tagliato i tassi di 25 punti, all’indomani della storica decisione della Bce di portarli al suo minimo storico. Lo scenario che avevamo intravisto all’inizio dell’anno, insomma, si sta attuando giorno dopo giorno. Le banche centrali, dalle più piccole alle più grandi, stanno inondando di liquidità il circuito finanziario perché tanto, dicono, l’inflazione è bassa a causa della crisi e quindi non ci sono pericoli di rialzo incontrollato dei prezzi.
Dicono, appunto. Perché fra la teoria – che vuole il livello dei prezzi direttamente correlato alla quantità di moneta – e la pratica ci corre tanto quanto fra il dire e il fare. E anche sulla teoria ci sarebbe tando da ridire, visto che l’altra metà del cielo (economico) pensa piuttosto che l’inflazione dipenda dal mecato del lavoro assai più che dalla base monetaria.
Ma questo ci interessa poco. Quello che è interessante osservare, invece, è il senso di frustazione esternato ieri da Mario Draghi quando ha ammesso che in effetti si è spezzato qualcosa nella catena che vuole collegati la quantità di moneta in circolazione con la concessione di credito all’economia. Come dire: possiamo pure portare i tassi a zero, o addirittura dare rendimenti negativi alle banche che depositano i soldi nella Bce, ma ciò non risolve il problema del credit crunch. O almeno finora non lo ha risolto.
Abbiamo già visto quanto dal 2008 in poi siano aumentati gli asset delle banche centrali, e la tendenza, a quanto pare, è quella di farli crescere ancora. La Fed, tanto per citare la capofila di queste politiche espansive, ha dichiarato nei giorni scorsi che potrebbe aumentare gli acquisti di bond e titoli basati su mutui, che già pesano 85 miliardi di dollari al mese, finché la disoccupazione non arriverà al 6,5%. E il Giappone ha annunciato che non sarà da meno.
In confronto la Bce sembra ancora moderata. Anche se l’annuncio di Draghi di star studiando un modo per fare arrivare credito alle imprense tramite asset back security (ABS), ossia quella categoria di titoli che permettono di ridurre il loro rischio implicito semplicemente distribuendolo a una pluralità di compratori. Gli stessi che hanno provocato la crisi del 2007, insomma. Però stavolta sarebbero più trasparenti, dicono.
Dicono, appunto. Un’altra volta. Mentre quello che dovrebbero dire è che le banche centrali ormai hanno le armi spuntate. Quello che è entrato in crisi, dal 2007 in poi, non è un semplice modo di gestire le variabili economiche, che si possa curare pompando moneta, che peraltro viene trattenuta dalle banche.
A entrare in crisi, come ha scritto molto efficamente qualcuno, è il concetto stesso della liquidità. Ossia quell’infinita riserva di valore creabile con un semplice schiocco di dita dalle banche centrali che, da sola, dovrebbe garantire crescita e benessere per tutti.
Le banche centrali hanno “inventato” questo modello e adesso, portandolo alle sue estreme conseguenze, stanno creando le condizioni per il loro suicidio. Una volta che i mercati consolideranno l’idea che malgrado le grandi iniezioni di denaro l’economia va male, cosa ne sarà di queste entità?
La parola entità non l’ho scelta a caso. Chi fosse interessato a conoscere la mistica che sorregge l’attività delle banche centrali, e ai risvolti politici e filosofici ad essa sottintesi, potrebbe leggere un interessante paper della Bis, la banca dei regolamenti internazionali, dal titolo “Central bank finances”, uscito pochi giorni fa che contiene alcune sorprendenti informazioni.
La prima è che lo sviluppo delle banche centrali è un fatto recente. Nati e cresciuti con loro, siamo portati a pensare che ci siano sempre state, ma non è così. All’inizio del XX secolo nel mondo c’erano solo 18 banche centrali, nate sull’esempio della Banca centrale inglese creata alla fine del XVII secolo. Alla fine del secolo scorso erano diventate 173.
La seconda è che le prime banche centrali furono costituite con capitali privati e poi gradualmente “pubblicizzate” intorno agli ’30, altra epoca di grande depressione. Le uniche che sono rimaste private sono la Fed, e le banche centrali di Belgio, Grecia, Italia, Giappone, sud Africa, Svizzera e Turchia.
La terza sono alcune caratteristiche ad esse peculiari. Tipo: “Le banche centrali esistono per scopi diversi rispetto alle banche commerciali, esse perseguono il benessere nazionale, non i profitti”, anzi, “i loro risultati finanziari non sono un buon indicatore del loro successo”. Oppure: “I guadagni e le perdite delle banche centrali appartengono alla società. I risultati finanziari possono essere importanti – anche se si può sempre creare denaro per sanari gli squilibri – ma una banca centrale non può essere dichiarata fallita da un tribunale”.
Insomma, queste entità sono esentate dal rispetto delle normali regole commerciali, perché sono “altro”. Ma cosa?
Detto in parole povere sono le custodi della fiducia. Il santuario della credibilità. La cornucopia dell’economia di mercato capitalistica. Non serve scomodare Walter Benjamin per notare quanto ci sia di religioso in questo atteggiamento.
Quello che invece è utile notare è che l’avvento delle banche centrali ha segnato l’inizio di un’epoca di grande crescita economica e arricchimento per larghi strati della società, come mai prima nella storia. La teorica inesauribilità delle risorse delle banche centrali ha funzionato da propellente per lo sviluppo dei mercati finanziari, incoraggiato di sicuro dalla straordinaria attività di liberalizzazione dei movimenti dei capitali deciso dai governi negli ultimi trent’anni.
Tutto ciò, però, ha avuto un prezzo: la divaricazione fra l’economia finanziaria e quella cosiddetta reale, che è aumentata al crescere della ” volontà di potenza” delle banche centrali.
Le cronache di questi anni e di queste settimane lo confermano. Le banche centrali aumentano il volume di fuoco, i mercati finanziari si rianimano. L’economia reale, al contrario, si contrae.
Sicché finisce che le banche centrali vengano insieme percepite come l’ultima spiaggia e la causa di tutti i problemi. Presto o tardi qualcuno chiederà loro il conto. Specie se mai si azzarderanno ad attivare quelle ventilate exti strategy che già in passato hanno causato sfracelli.
Il rischio, davvero sistemico, che le banche centrali corrono, con questa dissennata politica di rubinetti aperti, è di essere considerate inutili, prima ancora che dannose.
A quel punto la loro strategia suicida rischia di concretizzarsi con un’eutanasia.
Magari decisa da coloro che ci hanno guadagnato di più.
La forza dell’Italia è il suo debito pubblico
Se per una volta volessimo esser cinici, dovremmo scrivere una verità tanto elementare quanto indicibile: la forza del nostro paese è il suo debito pubblico. Quel mostro da 2.000 miliardi di euro, una quota rilevante del quale, più o meno 700 miliardi secondo le ultime stime Ocse, in mano all’estero.
Se per una volta la smettessimo di flagellarci o farci flagellare dal nostro senso di colpa, alimentato da un trentennio di rimproveri internazionali, potremmo capire che il nostro debito pubblico è una bomba nascosta sulla quale è seduto il sistema finanziario mondiale, della quale noi teniamo in mano l’innesco.
Se per una volta fossimo spregiudicati, dovremmo urlare alle varie troike che decidono le politiche economiche degli stati che non non siamo come la Grecia: siamo molto peggio.
Provate a farci fallire.
Invece, ancora una volta saremo riflessivi e perbene. Pagheremo i nostri debiti, come abbiamo sempre fatto, al semplice scopo di perpetuarli. Tanto più che adesso abbiamo anche un govero di larghe intese, che sarebbe più giusto chiamare di larghe spese, e gli spread scenderanno. Alla faccia dell’andamento crescente del nostro debito/Pil che l’Ocse, nel suo ultimo economic surveys dedicato proprio all’Italia, vede in crescita fino a toccare il 134% l’anno prossimo.
D’altronde, è l’unica cosa in cui primeggiamo, il debito pubblico. Per il resto siamo un mezzo disastro. La nostra produttività è arretrata nell’ultimo decennio, mentre il nostro costo del lavoro rispetto a dieci anni fa, è cresciuto del 10% rispetto alla media Ocse e addirittura del 25% rispetto alla Germania.
I nostri conti esteri sono scoraggianti. A fine 2011 avevano un deficit delle partite correnti sull’estero del 3,2% a fronte della media Ocse dello 0,7. La nostra posizione netta era negativa per il 22,3% del Pil. La nostra crescita degli ultimi cinque anni è stata negativa per lo 0,6% del Pil, e pure peggio se guardiamo i dati dal 2000. Abbiamo il primato della crescita media più bassa dell’intera area.
Se volessimo peggiorare la nostra eurodepressione, potremmo segnalare che la nostra spesa pensionistica rimarrà saldamente superiore al 15% del Pil, molto al di sopra della media Ocse, sebbene l’Italia abbia l’età di pensionamento più alta di tutti. La qualcosa, nota l’Ocse, se da un lato stabilizza la sostenibilità del sistema pensionistico, dall’altra è disastroso per il mercato del lavoro.
Già: la disoccupazione. Il problema, sembra di capire leggendo fra le righe del rapporto, non è tanto che sia aumentata, ma che non sia aumentata abbastanza.
Nel 2008 il tasso di disoccupazione era l’8,4%. A fine 2012 eravamo al 10,6%, a fine 2014 è previsto saremo all’11,8%. Tale aumento dovrebbe “diminuire la pressione sulla crescita dei salari”. La famosa medicina tedesca che anche noi dovremo sorbirci, visto che “il costo del lavoro per unità in Italia si è aggiustato di meno rispetto agli altri paesi in crisi, in cui una disoccupazione più elevata ha influenzato una correzione più marcata”. Con la conseguenza che ” si è deteriorata la competitività e quindi si sono ristretti i margini di profitto”.
Correggere la pericolosa tendenza a crescere del costo del lavoro italiano è una delle priorità che dovremmo darci, sempre in nome del nostro debito pubblico. A cominciare dal settore pubblico, dove i salari sono stati congelati, e a finire dal privato, dove “i salari sono calati in alcuni casi, ma non abbastanza da recuperare il gap con Francia e Germania”.
Se il calo dei salari è il driver principale del recupero di competitività, il resto deve venire, spiega l’Ocse, dal sistema paese, che ha dei bachi strutturali gravi sul versante della giustizia civile, che ha tempi doppi rispetto agli altri paesi di definizione di una controversia commerciale, e della trasparenza.
Di buono c’è che abbiamo fatto alcuni progressi. Abbiamo, ad esempio, recuperato l’avanzo primario del bilancio pubblico, grazie a un aumento delle tasse, solo che siccome la crescita degli interessi che paghiamo sul debito arriverà al 5% del Pil nel 2014, sarà sempre più difficile mantenerlo. E ancora di più avere quel 2% fisso di avanzo primario che dovrebbe condurci gradualmente, intorno al 2030 ad avere un debito/pil intorno al 60%.
Sempre se la crescita riparte.
Il debito pubblico italiano, insomma, è il grande protagonista di questo economic surveys dell’Ocse. Segno evidente della preoccupazione che genera nel resto del mondo. Per capire perché basta ricordare che abbiamo il primato europeo, nel 2013, per la quantità di debito da rinnovare. Ben 282 miliardi da febbraio 2013 a fine anno, che dovremo trovare sui mercati interni e, soprattutto esteri.
Le nostre banche e assicurazioni, infatti, ormai sono gonfie fino a scoppiare di titoli di stato. Ne avevano in pancia un po’ meno di 600 miliardi nel 2007 e ormai veleggiano intorno ai 1.000, dovendosi far carico della fuga delle famiglie e degli investitori esteri dal Btp. Ed è chiaro che non possono continuare ad accumularne, pena mettere a rischio i propri coefficienti patrimoniali.
Una simpatica simulazione, infatti, mostra che un ipotetico haircut del debito italiano del 25% avrebbe effetti devastanti sui conti delle principali banche italiane, che, scrive l’Ocse, giocano molto sul fatto che sono “troppo grandi per fallire”.
E se tale gioco riesce bene alle banche, perché non dovrebbe riuscire all’Italia?
Il saldo Target 2 italiano, ossia la posizione netta della nostra banca centrale rispetto la Bce, che era più o meno a zero fino all’estate 2011 è sprofondato a -290 miliardi nell’estate del 2012, il peggior risultato dopo la Spagna. Ciò è dovuto, spiega l’Ocse, al massiccio uso italiano del programma LTROs varato dalla banca centrale per dare liquidità al sistema, visto che dal nostro paese si calcola siano fuggiti circa 235 miliardi di euro di capitali nel periodo più acuto della crisi. In pratica questi debiti con chi ci prestava soldi – per lo più banche tedesche e francesi – è stato sostituito con debito nei confronti della Bce, finché le banche estere non hanno ricominciato a prestarci i soldi. Quali banche? Sempre le stesse: le francesi e tedesche, visto che i saldi Target 2 per entrambe risultano in calo nel 2012.
Cosa è cambiato? Che abbiamo fatto i compiti a casa. Fornito più garanzie. E sempre di più ce ne chiederanno. Il nostro debito pubblico ci costringerà a deglutire chissà quanti amari bocconi nei prossimi vent’anni. A meno che non impariamo a usarlo per quello che è: un’arma di distruzione di massa.
Facciamola semplice: se l’Italia smettesse di pagare i propri debiti fallirebbe, senza dubbio, ma metterebbe in guai assai gravi la Bce, la Francia e la Germania, e quindi tutta l’eurozona, per non parlare del resto del mondo.
Simul stabunt simul cadent, dicevano i latini. I nostri partner devono pregare che l’Italia stia sempre in salute e pregheranno sempre più intensamente al crescere del nostro debito pubblico che saranno costrette a comprarsi, in una forma o nell’altra, ogni anno da qui all’eternità.
Un debito, specie quando è eterno, allunga la vita.
La mina innescata del mattone francese
I cacciatori di pericoli nascosti e i seminatori d’ansia, genìa alquanto nutrita nel tempo dell’eurodepressione, dovrebbero perdere una mezz’ora del loro tempo e leggere il penultimo rapporto sulla stabilità finanziaria rilasciato dalla Banca d’Italia nel novembre scorso.
Vale la pena perché a pagina 19 c’è un grafo che racconta meglio di mille libri cosa sia successo nel mercato immobiliare europeo fra il 2000 e il 2012, e mostra con grande chiarezza il rapporto strettissimo che si è instaurato nell’eurozona fra la bolla del credito e quella del mattone. Tanto che ormai camminano a braccetto.
La bolla gemella che ha terremotato i bilanci sovrani, per di più, è tutt’altro che alla fine. Molti paesi sono ancora alle prese con quotazioni immobiliari cresciute enormemente nell’ultimo decennio, con tutto ciò che ne consegue sul versante sociale (inaccessibilità all’acquisto per ampie fette di popolazione e persino alla locazione) ed economico (credito bancario bloccato a causa della notevole esposizione al debito privato generato dai mutui concessi a suo tempo).
Per riferirsi al caso italiano, abbiamo già visto che le nostre banche soffrono di una pesante esposizione nei confronti dell’immobiliare: più o meno un terzo degli asset, infatti, sono investiti in mattone fisico o crediti sul mattone.
Ma il protagonista di questo post non è l’Italia, bensì la Francia.
I corsi immobiliari francesi, infatti, risultano i più alti dell’eurozona, e sono quelli scesi di meno rispetto al picco del 2007-8. Fatto 100 l’indice dei prezzi nel 2000, infatti, il mattone francese quota quasi 220. In pratica l’indice è più che raddoppiato.
Per dare un’idea delle dimensioni della bolla francese, basti considerare che lo stesso indice per Spagna, notoriamente accusata di aver gonfiato una bolla insostenibile, era arrivato a quotare 240 nel 2008. Solo 20 punti in più della Francia. Oggi la Spagna è crollata a 180, meno persino della Gran Bretagna, che dopo aver sfiorato i 240 nel 2008, ora veleggia intorno a 190. L’Italia, per tornare a noi ha superato quota 160 a fine 2008 e da lì si è mossa poco, negli ultimi anni. La curva è praticamente piatta dal 2009 in poi, anche se la Banca d’Italia registra con preoccupazione che i prezzi sono in calo.
Preoccupazione più che comprensibile. Se calano i prezzi del mattone, i primi a farci i conti sono i bilanci bancari, che rischiano di vedere erosi i propri coefficienti patrimoniali, i famosi Core Tier, con tutto quel che ne consegue, visto i noti obblighi di capitalizzazione.
Per concludere il confronto europeo, vale la pena osservare che in Germania l’indice dei prezzi del mattone è rimasto praticamente fermo a 100 fino al 2009, e che solo dal 2009 in poi ha iniziato una moderata crescita. Guardacaso contestualmente al ritiro dei capitali delle banche tedesche dal Piigs. Adesso quota circa 110.
Peggio (o meglio, dipende dai punti di vista) ha fatto solo il mattone irlandese, che dopo aver superato quota 200 nel 2008 e tornato a 100 nel 2012. In pratica l’Irlanda ha azzerato un decennio di crescita del mattone. E ciò spiega bene perché le banche irlandesi siano finite male.
Lo stesso copione potrebbe ripetersi per le banche francesi. Le banche francesi hanno visto crescere esponenzialmente i propri asset, triplicati dal 2000 in poi. Tale crescita è stata favorita in gran parte, come è accaduto in tutta l’eurozona (tranne che per la Germania) proprio dal boom del settore immobiliare. Quindi il calo di questi attivi – le prospettive per il mercato immobiliare francese sono peggiori di quelle italiane – avrà un effetto diretto sul sistema bancario transalpino.
Chi di mattone ferisce…
La Jihad contro i travet pubblici e il crollo dei salari
Si può pensare quello che si vuole dei posti di lavoro pubblici: che siano poco produttivi, che siano assistenziali, per non dire inventati, che siano uno spreco di denaro dei cittadini.
Si può dire ciò che si vuole dei dipendenti pubblici: che siano fannulloni, inamovibili, troppo sindacalizzati, scortesi, inutili. E ciò grazie anche alla categoria, che spesso ci ha messo del suo, riempiendo le pagine dei giornali di poco commendevoli episodi che hanno arricchito la galleria caricaturale del lavoro pubblico che si stratifica fin dalla notte dei tempi.
Si può dire di tutto e si può pensare di tutto e anche il contrario, visto che sarebbe fin troppo facile trovare per ogni travet pubblico imboscato uno che lavora per due o magari per tre.
Perciò per articolare un ragionamento sui lavoratori pubblici dobbiamo basarci sull’unica cosa oggettiva e riscontrabile. Ossia che sono un pessimo benchmark. E non tanto (o non solo) per come si comportano. Ma perché costano tanto, troppo rispetto ai lavoratori privati.
Questo, prima ancora della circostanza che siano tanti, è il problema.
Tale evidenza è palesata senza troppi imbarazzi in un paper della Banca d’Italia pubblicato pochi giorni fa, “Public-private wage differentials in euro area countries”. Una dissertazione econometrica alquanto astrusa che pero’ ha il pregio di rilevare con involontaria chiarezza quale sia la situazione.
“La configurazione salariale del settore pubblico – recita il testo – può avere un serio impatto serio sull’efficienza del mercato del lavoro e sui risultati macroeconomici. Se il governo premia i suoi impiegati pubblici con retribuzioni più alte rispetto al privato, i lavoratori potenziali possono aspettarsi di guadagnare tali retribuzioni spiazzando il settore privato fino a che le paghe del settore privato non aumentino. Inoltre tale politica (di stipendi pubblici) può provocare alti deficit pubblici, far aumentare le tasse e spostare risorse pubbliche da usi più produttivi”.
Proviamo a dire la stessa cosa partendo dalla fine: per utilizzare per fini produttivi le risorse e non avere deficit di bilancio bisogna evitare che la spesa pubblica per i dipendenti sia alta, anche perché così si evita che le retribuzioni del settore privato crescano troppo, avendo un riferimento migliore a cui tendere.
La prima parte della frase – per utilizzare per fini produttivi le risorse pubbliche e non avere deficit di bilancio bisogna evitare che la spesa pubblica per i dipendenti sia alta – l’avrete sentita ripetere mille volte. E’ il mantra che ci ripetono un giorno si e l’altro pure sulla spesa pubblica inefficiente e improduttiva, anche quando di fatto è un reddito.
La seconda parte è più interessante: si evita che le retribuzioni del settore privato crescano troppo, avendo un riferimento migliore a cui tendere. Fa effetto no? E’ come dire che il salario cattivo (quello più alto) scaccia quello buono (più basso).
Bene, vediamo i numeri. Il confronto fra i paesi dell’eurozona possiamo farlo sia sul numero dei dipendenti pubblici sul totale, sia sul livello delle retribuzioni privato/pubblico. I risultati sono estremamente interessanti e spiegano molto dello spirito del tempo.
Il Paese europeo che ha meno dipendenti pubblici in percentuale è la Germania (ennesimo primato Ue), con appena il 19,1%, seguito dall’Austria (21,1%), la Slovenia (22,7%), la Spagna (23,3%), il Portogallo (25%), l’Italia (26,9%), l’Irlanda (28,7%), la Francia (31%) e il Belgio (37,6%).
Gli scostamenti fra salari pubblici/privato più rilevanti, però, sono nei Piigs. Mentre Belgio, Austria, Francia e Germania registrano gap fra il 6 e il 16%, tale scostamento arriva intorno al 30% in Italia, Irlanda e Slovenia e addirittura circa il 35% in Grecia, Portogallo e Spagna.
Quindi i Piigs (più la Slovenia) hanno il doppio problema di avere tanti dipendenti pubblici che costano oltre un terzo in più del settore privato.
Sono una preoccupante fonte di infezione.
Per fortuna che c’è la crisi. “Le misure straordinarie di consolidamento dei conti pubblici – conclude lo studio – che includono congelamenti o tagli dei salari pubblici, prese in alcuni stati (indovinate quali, ndr) in risposta alle crescenti tensioni nei mercati finanziari può aver ridotto questi differenziali”.
Per chi non lo ricordasse, quest’anno la Grecia dovrà licenziare quattromila dipendenti pubblici e altri 11.000 l’anno prossimo, dopo l’accordo raggiunto con la troika, il Portogallo ha tagliato persino la tredicesima, mentre in Italia i salari pubblici sono congelati.
Quindi i salari (e i salariati) pubblici dei Piigs sono destinati a contrarsi, con grande beneficio del settore privato che avrà più lavoratori disposti (a causa della crisi) ad accettare salari più bassi non potendo più aspirare al bengodi del posto pubblico ben pagato. La famosa competitività.
Senonché accade spesso che il diavolo faccia le pentole, ma non i coperchi.
Un grafico, allegato allo studio, ci racconta il rapporto fra i redditi dei lavoratori del settore pubblico e quelli del privato dal 1999 in poi. E quello che si vede dalle curve è che dal 2008 in poi, nei paesi più colpiti dalla crisi, quindi Irlanda, Spagna e Grecia il gap fra retribuzioni pubbliche e private si è allargato, anziché restringersi. Forse perché i posti di lavoro privati reagiscono più elasticamente (ossia con ribassi) rispetto a quelli pubblici.
In queste condizioni tagliare il lavoro pubblico non può che incoraggiare la spinta al ribasso di tutti i salari, pressati anche dall’aumento della disoccupazione.
Ma forse è questa la ragione della Jihad contro i travet pubblici.
Giappone e Germania vincono la guerra dei trent’anni
Ci sono voluti trent’anni perché la guerra del credito, che ci ha condotto oggi agli albori di un’altra guerra – quella del debito – spiegasse i suoi effetti globali.
Si è trattata di una guerra mondiale, a tutti gli effetti, sorretta da un’ideologia dogmatica – la supremazia del mercato finanziario – e combattuta con armi micidiali, a cominciare dalle liberalizzazione dei movimenti di capitale e la disgregazione del potere dei vecchi stati nazionali.
Nella dogmatica rientrano altre teorie tuttora mainstream: l’indipendenza della banche centrali, la nocività dei deficit pubblici, la nozione stessa di crescita, teoricamente indefinita. Tutto l’armamentario che la dottrina economica etichetta come “monetarista”, anche se nella realtà le sfumature sono parecchie.
Bene. Dopo trent’anni possiamo tirare le somme. La prima conclusione è di sistema: la crisi iniziata nel 2007 e tuttora in corso, ha mutato la natura stessa della contesa: quella che prima era una ricorsa tesa all’allargamento indefinito del credito bancario, in nome di un arricchimento collettivo, è diventata una rincorsa altrettanto forsennata verso il rientro da tali crediti in nome della salvezza collettiva.
La guerra del debito.
Adesso gli stati, e quindi i popoli sono chiamati a restituire quei crediti ai quali si sono abbeverati per anni, dopo aver disimparato a fare senza. Una potenziale tragedia.
Ma che guerra sia stata, quella del credito, non c’è dubbio. Infatti ci sono vincitori e vinti.
Per identificarli ci siamo serviti di un paper diffuso nei giorni scorsi dalla Banca d’Italia, dove si analizza la ricchezza delle famiglie dei principali paesi Ocse dal 1980 ad oggi. Quale miglior criterio, in un conflitto per la ricchezza, che misurare quella raggiunta dalle popolazioni nel corso del tempo?
“Negli ultimi trent’anni – scrive Bankitalia – l’importanza degli asset finanziari è cresciuta in tutti i paesi Ocse”.
Il paper individua all’incirca sei cicli. Il primo, iniziato negli “tranquilli anni ’80”, quando, salvo il Giappone, negli altri paesi la crescita degli asset fu costante e senza scosse. Il secondo ciclo è quello del boom dei prezzi degli asset, a partire dalle seconda metà degli anni ’90, collegata alla bolla di internet. Quindi, ciclo numero tre, lo scoppio della bolla e la distruzione delle ricchezze che ne seguì. Poi il recupero – quarto ciclo – fra il 2003 e il 2007. Quindi di nuovo il crollo – quinto ciclo – culminato col collasso di Lehman Brothers, a cui è seguito il ciclo numero sei, “contraddistinto da vari trends”. Le scosse d’assestamento dopo il terremoto.
A partire da fine 2011, scrive ancora Bankitalia “gli asset finanziari delle famiglie di Francia, Germania e Giappone hanno recuperato il livello raggiunto nel 1999, mentre negli altri paesi sono sotto i picchi dell’era della bolla internet”.
Francia, Germania e Giappone, quindi. Ma mentre la Francia è impelagata in una crisi strutturale dagli esiti imprevedibili, Giappone e Germania sono gli unici che entrano nella guerra del debito con tutte la carte in regola. Sono loro i veri vincitori della guerra dei trent’anni.
Alcuni dati raccolti nello studio autorizzano questa conclusione. Nel trentennio considerato gli asset finanziari sono risultati sempre in crescita in Francia, Germania e Giappone. Quest’ultimo, pure se un soffio sotto gli Usa, ha visto cresce il valore dei propri asset fino a 3,2 volte il Pil, nel 2011, quando nel 1980 valevano poco più della metà. La crescita, negli Usa è stata molto meno. Nel 1980 gli asset finanziari americani valevano già quasi 2,5 volte il Pil e a fine 2011 erano arrivati a 3,3 volte.
Il dato del Giappone somiglia di più a quello della Francia, che nel 1980 aveva asset finanziari pari a una volta il Pil e che ha chiuso il trentennio con un valore doppio. Ma con una profonda differenza: mentre la Francia ha una posizione netta con l’estero negativa, più o meno il 14% del Pil, il Giappone ha una posizione netta con l’estero positiva che vale oltre il 50% del Pil.
Anche la Germania ha chiuso il trentennio col raddoppio del propri asset finanziari, passati da 0,9 volte il Pil a 1,8. Tutto questo con conti esteri floridi e basso indebitamento pubblico.
La Germania, inoltre, chiude il ciclo con un tasso di risparmio netto che è al top della classifica, praticamente lo stesso da oltre 17 anni, intorno al 12%, più o meno come la Francia.
Per l’Italia, dal punto di vista del risparmio, gli ultimi diciassette anni sono stati una tragedia. Partivamo da circa il 18% nel 1994 e siamo crollati sotto il l’8%, al livello della Spagna e delle “cicale” inglesi.
Chiude il cerchio l’analisi della ricchezza netta, ossia del saldo fra asset e debiti.
Nel 1980 le famiglie tedesche avevano debiti per poco più di 0,4 volte il Pil, quelle giapponesi per 0,6 volte.
Nel 2011, dopo aver raggiunto il picco di indebitamento nel 1999 (al top del ciclo rialzista degli asset che abbiamo visto) il debito delle famiglie tedesche ha iniziato a declinare costantemente fino ad avvicinarsi a quello del 1980.
Un andamento del tutto simile a quello delle famiglie giapponesi, che dopo aver toccato 0,8 il Pil a fine anni ’90, hanno visto il loro indebitamento declinare costantemente fino quasi al livello del 1980.
Sono gli unici due paesi del confronto considerato che si trovano in questi condizioni.
Per fare il confronto con quanto è successo in Italia, basti considerare che nel 1980 le famiglie italiane avevano debiti inferiori a o,1 volte il Pil.
Il primo incremento significativo si registra alla fine degli anni ’80, nel 1987, quando i debiti arrivano a 0,2, praticamente raddoppiano, in coincidenza guarda caso con uno dei nostri boom immobiliari. Da quel momento in poi i nostri debiti crescono senza sosta.
Nel 2011 le famiglie italiane raggiungono un livello di indebitamento sul Pil pari a quello tedesco. In pratica oltre 0,4 volte il Pil, il più basso fra i paesi considerati. Con la differenza che mentre il debito tedesco appare in calo, quello italiano è inclinato al rialzo.
Per tirare le somme usiamo il parametro della ricchezza netta, quindi senza i debiti.
Quella giapponese è in crescita costante dal 1980 e appare pressoché raddoppiata in rapporto al Pil. Lo stesso vale per quella tedesca. Quella Usa, sebbene abbia raggiunto livelli più elevati (ma nel 2011 è inferiore a quella giapponese) ha un andamento molto più erratico, probabilmente a causa della circostanza che gran parte della ricchezza finanziaria americana sia investita in azioni, quindi più soggette al ciclo economico, mentre quella giapponese è più concentrata sui depositi bancari.
Noi italiani abbiamo raggiunto il picco della ricchezza finanziaria netta nel 1999, come gli altri, e da allora abbiamo conosciuto solo un costante declino. Nel 1980, grazie anche al livello pressoché nullo di indebitamento, le famiglie italiane gareggiavano col Giappone e gli Usa per ricchezza netta. Oggi ci avviciniamo sempre più alla Spagna.
La nostra guerra, noi, l’abbiamo persa.
25 aprile 2013, aspettando la liberazione
Aldilà di come si giudichi il 25 aprile, dovremmo essere tutti contenti di contemplare nel nostro calendario civile una festività dedicata alla liberazione.
Credo che l’Italia sia l’unico Paese al mondo a festeggiare una cosa del genere. La liberazione: la fine di un’oppressione.
Strapparsi di dosso la camicia di forza della storia.
Tornare a credere che il futuro ce lo facciamo da soli.
Tornare ad essere protagonisti.
Detto ciò, per uno scherzo curioso del caso, nella nostra storia di date in aprile ce ne sono almeno due che ci dobbiamo ricordare.
La prima è il 21 aprile del 1943, quando alcuni uomini politici si presentarono al Re chiedendo la cacciata di Benito Mussolini. Iniziò, insomma, quel percorso che condusse alle dimissioni del 25 luglio ’43 che misero fine al ventennio fascita. Questa prima liberazione portò con sé un’occupazione, quella nazista, che spaccò in due l’Italia e diede il via a una sostanziale guerra civile. Si dovettero affrontare molti sacrifici per conquistare la libertà, ma il popolo era convinto di essere dalla parte giusta della storia. E la storia è cambiata.
La seconda è il 25 aprile, che festeggiamo oggi, quello del 1945, quando le truppe alleate finiscono di liberare, occupandole, le città italiane dalle truppe naziste. Lo stesso giorno la Germania venne letteralmente spaccata in due, dopo il congiungimento delle truppe americane e sovietiche sull’Elba. A un’altra liberazione seguì un’altra occupazione, stavolta della Germania. Anche qui si sacrificò molto all’idea di essere dalla parte giusta della storia e per tornare ad essere liberi. E anche stavolta, la storia è cambiata.
Forti di tali precedenti, l’unico augurio che possiamo regalarci in questa giornata di festa, è che arrivi presto un altro 25 aprile che cambierà la storia. Abbiamo un disperato bisogno di liberarci dall’oppressione. Un peso che non sappiamo neanche identificare, sebbene non manchino i nomi per definirlo.
L’ultimo nome che ha assunto questa oppressione è quello di Crisi Economica, declinazione del nostro stato ormai conclamato di debitori irredimibili. Il peso dei nostri debiti ci schiaccia, priva gli stati e gli individui della prospettiva di un futuro che non sia segnato dalla mancanza di libertà. Perché questo provocano i debiti, specie quando sembrano eterni.
Il caso vuole che questo 25 aprile coincida con gli albori di un nuovo governo. Potrebbe essere l’inizio di una liberazione (pure al costo di un’occupazione) oppure il semplice proseguimento dell’oppressione.
Ce lo dirà il tempo.
Oggi mi contenterei di sapere, visto i sacrifici che comunque dovremo affrontare, se stiamo o no dalla parte giusta della storia.
Buon 25 aprile
PS in occasione di questa festa ho deciso di inaugurare una nuova sezione, che si chiama Fabulae, dove non vi tedierò con numeri e grafici. Sarà un luogo di narrazione, in tutti i sensi. Un modo per continuare, seppure con linguaggi diversi, il discorso sul debito che ha originato questo blog.
Grazie a tutti per l’attenzione.
La minaccia nascosta nel calo dello spread
La buona notizia è che lo spread cala. Quindi pagheremo meno interessi sul debito pubblico e, a cascata, su tutto il resto, dal funding bancario fino ai mutui di casa.
La brutta notizia è che lo spread cala. Quindi significa che vendiamo sempre più titoli all’estero, allungando la corda che finirà con lo strangolarci.
Il fatto che il calo dello spread sia insieme una buona e una cattiva notizia dovrebbe farci riflettere sul senso e il significato di ciò che sta accadendo. Invece non succede. Viviamo nella condizione psicologica dei malati terminali, che si contentano di guadagnare un giorno in più di vita, ormai incapaci di immaginare un futuro.
Cominciamo dalle buone notizie allora. Molti analisti addebitano, non senza ragione, il calo degli spread su tutta l’eurozona alla rinnovata disponibilità liquida delle banche giapponesi, alluvionate dalla BoJ che, fra le altre cose, ha promesso il raddoppio della base monetaria entro il 2014.
Il conto è presto fatto. Prendo a prestito a costo zero dalla BoJ, e investo in Europa, dove posso spuntare un buon tasso decennale di almeno il 4% se investo su titoli di Italia o Spagna, contando sul fatto che sono troppo grandi per fallire e che quindi pagheranno i loro debiti, pure a costo di strozzare la loro popolazione. Un ragionamento che molti stanno facendo nel mondo. Le banche giapponesi hanno anche il vantaggio che la BoJ dovrà (o almeno tenterà) di portare l’inflazione al 2%, quindi il rendimento reale netto del loro investimento sarà persino maggiore.
Portiamo all’estremo la nostra buona notizia. Mettiamo per ipotesi che fra Giappone, nuovo governo italiano, stabilità politica eccetera eccetera il nostro spread arriverà a 100 punti. Anzi a 50. Ma pure a zero, tié: problema risolto. Non si parlerà più dello spread, come non se ne parlava fino a un paio di anni fa. Cosa succederà?
Niente che non sia già successo. Un paper della Banca d’Italia uscito proprio in questi giorni ricorda che fra il 1992 e il 1998 la media degli spread con i bond tedeschi a 10 anni declinò da 200 a 24 punti. Dal 1999 in poi, e grazie anche all’introduzione dell’euro, gli spread scesero ulteriormente fino ad arrivare a una media di 16 punti intorno al 2007.
In pratica erano a zero, ecco perché non ne avevate mai sentito parlare.
Poi la crisi di Lehman Brothers da un parte e il rientro dei capitali delle banche tedesche e francese dai bond sovrani dei Piigs fece arrivare gli spread a 100 e cominciò la storia che conoscete bene.
Ma la questione è un’altra: cosa è successo in Europa e in Italia quando lo spread era felicemente ignorato?
Facile: sono aumentati i debiti, in particolare quelli privati, mentre sul versante del debito pubblico sono peggiorate esponenzialmente le esposizioni verso l’estero dei paesi deboli, ossia le loro posizioni nette.
In pratica nell’epoca degli spread bassi si sono messe le basi per l’epoca degli spread impazziti.
Vi sembra un paradosso? Eppure è così.
Veniamo alle cattive notizie. Anche qui ci viene in aiuto l’ultima rilevazione della Banca d’Italia sull’economia italiana in breve diffusa pochi giorni fa. Nel 2009, quando la crisi iniziava a farsi sentire, la metà del nostro debito pubblico era detenuto all’estero. Poi la paura del contagio iniziò a provocare la crisi dello spread. L’estero vendeva debito italiano o lo comprava solo a caro prezzo. Con la conseguenza che nell’ultimo trimestre del 2011, all’apice della nostra crisi, l’esposizione dell’estero sui nostri titoli di stato era scesa sotto il 40%.
Tale situazione è proseguita fino a metà del 2012, quando, contestualmente al raffreddamento degli spread, l’estero è tornato ad acquistare il nostro debito. A fine 2012 non siamo ancora tornati al livello del 2009, ma ci siamo vicini.
Alla folla di coloro che sono contenti che gli investitori di mezzo mondo sono tornati a comprare i nostri titoli è utile ricordare che ciò non fa che peggiorare la nostra posizione netta. Quando un non residente compra un titolo di stato italiano, infatti, nella bilancia dei pagamenti viene segnato un afflusso finanziario, quindi un attivo, che però tecnicamente è un debito. Il pagamento degli interessi al prestatore finisce nelle partite correnti, che quindi registrano un deflusso. Quindi un prestito di capitale dall’estero non fa che peggiorare la nostra esposizione netta.
Se guardiamo i dati di Bankitalia, infatti, vediamo che la nostra posizione patrimoniale sull’estero migliora mano a mano che l’estero smette di prestarci i soldi, a fine 2011 la posizione netta arriva al 23% del Pil, ma peggiora drasticamente quando gli spread calano, arrivando quasi al 25% a fine 2012. Tutto si tiene, come si vede.
Per farla semplice: dipendiamo sempre più dai prestiti esteri per pagare gli stipendi e le pensioni. Con l’aggravante che i soldi delle nostre tasse, che vanno ai prestatori esteri sotto forma di interessi pagati sul debito, non svolgono alcun effetto macroeconomico in Italia.
Sono la vera spesa pubblica improduttiva.
Dovremmo essere contenti che i giapponesi e gli altri ci prestano i soldi?
Sì, perché sennò non possiamo letteralmente sopravvivere. No, perché cediamo, per ogni peggioramento della posizione netta, sovranità politica.
Questo dilemma è la vera minaccia celata nel calo spread.
L’ultima sfida del samurai giapponese
Aldilà dei numeri, che pure sono importanti, l’ultimo Economic surveys dell’Ocse sul Giappone uscito oggi fa sorgere il pensiero che si sia di fronte a qualcosa di più della solita enunciazione tecnico-contabile che interessa solo agli appassionati. Quasi che la terra dei samurai sia di fronte alla sfida terminale contro il mainstream economico del nostro tempo. Quello della crescita spinta dalla liquidità e dai tassi bassi, dalla sostenibilità fiscale accoppiata a una politica monetaria che annacqua i deficit del bilancio pubblico, della moneta-merce che sostiene il debito/credito privato e la turbofinanza degli ultimi trent’anni.
Il discorso sembra complesso, ma è molto semplice. Un grafico dell’Ocse lo racconta molto bene. Fatto 100 il livello dei prezzi delle azioni e del mattone giapponesi nel 1980, alla fine degli anni ’80 l’indice quotava 325 per le azioni e quasi 200 per il mattone. I prezzi erano letteralmente impazziti, pompati dalle grandi banche nipponiche che non sapevano, letteralmente, dove mettere i soldi.
Poi arrivò la crisi, una delle tante. Nei primi anni ’90 l’indice dei corsi azionari arrivò a 175, quello del mattone a 150. Il Giappone da allora iniziò a conoscere, unica economia avanzata al mondo, il Mostro che spaventa tutte le economie: la deflazione. In pratica il calo costante dei prezzi.
Nei vent’anni successivi, i prezzi non smisero di scendere. A fine 2010 i prezzi delle azioni quotavano un indice di poco superiore a 100, come nel 1980. Il mattone era avviato verso 50.
Ciò fece sperimentare ai giapponesi un’altra di quelle situazioni economiche che fino ad allora erano pura teoria: la trappola della liquidità.
Per farla semplice, questa trappola si verifica quando le persone o le aziende, pur avendo a disposizione sufficienti mezzi liquidi, evitano di spenderli perché si aspettano che i prezzi calino ancora e quindi rimandano l’acquisto. Venendo a mancare la domanda di spesa, il Pil ne risente, e quindi i prezzi calano ancora. Così all’infinito.
Quello che sembrava un paradosso economico, in Giappone si verifica da un ventennio.
La deflazione portà con sé la fastidiosa controindicazione che fa aumentare i tassi reali e quindi il deficit pubblico. Che infatti negli ultimi vent’anni è cresciuto costantemente in Giappone portando il debito alla cifra monstre del 210% del Pil nel 2011, con previsioni di crescita fino al 230% secondo gli ultimi dati del Fmi.
Perché il Giappone non sia ancora fallito lo spiegano due circostanze: il fatto che gran parte del debito pubblico sia in mano ai residenti, e poi il fatto che la posizione netta con l’estero giapponese si robustamente positiva: il 52,5% del Pil nel 2011, con un saldo di conto corrente del 2% del Pil.
Ciò dimostra, qualora fosse necessario, che sono i debiti esteri a distruggere un paese, non quelli interni.
Di fronte a questo quadro, che vede anche una popolazione sempre più anziana, una spesa sociale crescente, la persistenza della deflazione (che aumenta il valore reale del debito giapponese), il nuovo premier ha deciso di portare avanti la sua sfida finale: dare alla banca centrale l’obiettivo di raggiungere un target di inflazione del 2%.
Per riuscirci la BoJ ha varato un piano di quantitative/qualitative easing che prevede i soliti meccanismi monetaristici, ma adottati in maniera estrema.
Innanzitutto la Banca centrale dovrà aumentare i suoi asset più di quanto abbia già fatto, quindi comprare titoli di stato su tutta la curva delle scadenze per mantenere tutti i tassi bassi.
Vale la pena notare come, finora, la Banca centrale giapponese, malgrado i numerosi interventi, sia stata relativamente parca, in valori assoluti, se la confrontiamo, ad esempio con la Fed. Quest’ultima, che nel 1999 aveva un bilancio di 500 miliardi di dollari, dopo la crisi del 2008 ha iniziato a correre fino ad arrivare a quota 3.000 miliardi. E la Bce, che sembra moderata, ha fatto pure peggio, visto che fra il 2011 e il 2012 ha persino superato la Fed sfondando quota 3.000 miliardi, ma di euro.
Il discorso cambia se utilizziamo come indicatore la quota di asset della banca centrale sul Pil. La Bce, dopo la BoJ, è la banca centrale con la percentuale più alta, pari 31,9% a fine 2012, a fronte del 33,6% della BoJ. La Banca of England arriva al 26% e la Fed “appena” al 18%.
Questo serve a dare un’idea di quello che la Fed potrebbe fare in futuro, se ne avrà voglia.
Il secondo punto rilevante del nuovo programma della BoJ è il raddoppio della base monetaria. A fine 2012 tale strumento quotava 138 milioni di yen. A fine 2014, quindi entro un anno e mezzo, arriverà a 270 trilioni di yen.
Quale sarà l’effetto di tale manovra è tutto da scoprire. La trappola della liquidità dovrebbe avere insegnato ai giapponesi che il cavallo non beve, se non ne ha voglia, a prescindere da quanto sia abbondante l’acqua.
Certo è che qualche effetto macroeconomico si produrrà e su questo il governo conta quando formula le sue previsioni sul deficit nei prossimi due anni, stimato in calo, sul debito, che dovrebbe stabilizzarsi, “visto che non è sostenibile”, come avverte l’Ocse, e infine sulla maledetta deflazione, che finalmente dovrebbe finire.
Dovrebbe appunto.
Ma aldilà dei numeri, come dicevamo, è il senso implicito di questa decisione estrema a segnare il punto di svolta delle decisioni giapponesi.
Raddoppiare la base monetaria, infatti, implica da un punto di vista squisitamente concettuale puntare sul valore di scambio della moneta assai più che sul suo ruolo di riserva di valore infinitamente tesaurizzabile. Quella moneta-merce, tanto deprecata da Keynes, che è il cuore del problema, quando si parla di credit crunch, mercati del credito inceppati, trappola della liquidità. Se si trattiene moneta, potendo contare sul suo valore intrinseco, specie in un momento deflazionistico, non si fa un buon servizio all’economia, questo dovrebbe esser chiaro.
Se il diluvio di yen in arrivo sul capo dei giapponesi (e di mezzo mondo di conseguenza, basta vedere l’andamento degli spread sovrani nell’eurozona in questi giorni) servirà a far capire a loro e a noi tutti che la moneta serve (ha valore) solo se la usi, possibilmente non comprando altra moneta o carta, allora la spada del samurai avrà colpito il cuore del problema.
Fuori dalla “virtualità” del sistema finanziario, la moneta non potrà che ritrovare la strada di casa, quell’economia reale per la quale la moneta è stata pensata e costruita.
In caso contrario assisteremo ancora una volta, con tutte le complicazioni globali del nostro tempo, all’ennesimo prolungamento dell’agonia della crisi. Si formeranno altre bolle e sarà sempre più complicato gestirne le conseguenze, visto lo stato globale dei bilanci pubblici nei paesi avanzati.
In questo caso l’ultima sfida del samurai si risolverà in un seppuku.
Ecco perché comandano i tedeschi
In un mondo in cui l’unico valore riconosciuto è quello che si può misurare (e quindi monetizzare) non c’è da stupirsi che la Germania emerga come un gigante nell’Ue e si possa permettere di far risuonare forte e chiara la sua voce fra i suoi cosìddetti partner.
Tutti coloro che soffrono tale egemonia – ormai conclamata – e sono sempre di più, nel nostro Paese e fuori, dovrebbero farsi una semplice domanda: è colpa dei tedeschi se sono forti nel gioco dell’economia del nostro tempo, o è colpa delle regole del gioco economico del nostro tempo se i tedeschi sono forti?
A qualcuno tale domanda sembrerà oziosa. Ma chi non si limiti al dato economico, e sia alla ricerca di un senso più profondo nella crisi del nostro tempo, dovrà convenire che serve una riflessione più accurata per capire come uscirne.
Ne riparleremo.
Intanto limitiamoci ai numeri, che confermano ancora una volta la fisionomia germanica assunta ormai dall’eurozona.
Cominciamo con l’ultimo report sul saldo del conto corrente della bilancia dei pagamenti dell’Ue a 27, rilasciato pochi giorni fa da Eurostat, che registra un lusinghiero risultato.
Addirittura un saldo netto positivo di 31,4 miliardi di euro nell’ultimo quarto del 2012.
Il risultato è tanto più lusinghiero se si osserva la curva dell’andamento del saldo dal 2005 in poi. Questa curva dà due informazioni interessanti.
La prima è che la curva dell’Ue a 17 ha un andamento sempre migliore rispetto a quella dell’Ue a 27. Come dire: l’euro ha favorito la contabilità esterna dell’eurozona, mentre le valute nazionali hanno reagito peggio agli shock della crisi.
I numeri, infatti, ci dicono che a fronte del surplus di 31,4 miliardi dell’Ue a 27, l’Ue a 17 ha registrato un surplus di 59,6 miliardi nell’ultimo trimestre 2012.
Il secondo dato è quello più eloquente. A fronte del surplus di 59,6 miliardi che abbiamo visto, il surplus della Germania (compresivo di scambi intra-Ue ed extra-Ue) è arrivato a 53,5 miliardi.
In pratica l’attivo tedesco corrisponde all’87,9% del totale dell’attivo dell’eurozona.
Il resto, le briciole, se lo spartiscono l’Olanda, con un saldo positivo di 17,1 miliardi, la Spagna, 4,4 miliardi, l’Italia, con 3,8 miliardi, l’Irlanda, con 2,9. La Grecia perde due miliardi.
In pratica tutti i Piigs fanno un saldo attivo di 9 miliardi circa, più o meno il 15% del totale. L’equivalente, si potrebbe dire, del loro peso politico.
Tutti gli altri sono a saldo zero o registrano ampi deficit che finiscono col far scendere il saldo complessivo dell’eurozona. A cominciare dalla Francia, che chiude il quarto trimestre con un deficit del saldo corrente di 11,2 miliardi.
Difficile contrappuntare i “solisti” tedesche in queste condizioni.
Peggio fa solo la Gran Bretagna (che però sta fuori dall’eurozona) con un deficit di 14,3 miliardi.
Degno di nota che i migliori saldi, fuori dall’Ue, siano quelli con gli Usa (+23,2 miliardi), la Svizzera (+18 miliardi), il Brasile (+8,6 mld) e Honk Hong (+7,5 mld), mentre il saldo con la Cina rimane negativo per 29 miliardi.
Ultima osservazione utile, il grosso del surplus è stato realizzato sui servizi, che pesano circa 10 volte più del saldo ottenuto dal commercio di beni.
Questo tanto per capire quale sia l’autentica vocazione dell’Ue.
Sempre Eurostat ci fornisce altri dati che spiegano bene le ragioni dell’egemonia tedesca, riferiti stavolta alla contabilità pubblica.
Nel 2012 il deficit fiscale dell’eurozona si è fermato, in media, al 3,7%, mentre il debito, sempre in media è arrivato al 90,6%. Interessante notare come l’andamento del deficit, in calo dal -6,4% del 2009, sia inverso rispetto a quello del debito, che nel 2009 era all’80% del Pil.
Se usciamo dalle media e vediamo i singoli paesi, notiamo che, nel 2012, la Germania è andata in avanzo fiscale (che significa che il settore pubblico ha sottratto ricchezza al privato) per lo 0,2% del Pil, mentre noi italiani, che siamo considerati fra quelli che stanno meglio, siamo riusciti a non sforare il limite del 3% di deficit sul Pil.
I Pigs, al contrario, stanno sempre peggio. La Spagna chiude con un deficit del 10,6% sul Pil, la Grecia del 10%, l’Irlanda del 7,6%, il portogallo del 6,4. Poco meglio la Francia, che chiude l’anno con un deficit del 4,8% sul Pil.
Ricapitoliamo. La Germania ha chiuso il 2012 con un saldo netto di conto corrente pari quasi al totale del saldo netto dell’eurozona. E ha il miglior bilancio pubblico, con un surplus netto dello 0,2% e un debito di una decina di punti più basso della media dell’eurozona, l’81,9%, peraltro previsto in calo secondo i dati del Fmi. E vi risparmiamo i dati sulla posizione netta sull’estero (che sono ottimi).
Come se non bastasse i saldi esterni e quelli fiscali della Germania sono migliorati costantemente dall’inizio della crisi, al contrario di quanto è accaduto per i principali partner dell’eurozona, Pigs in testa. Caso pressoché unico fra i paesi core dell’euro.
Ecco perché comandano i tedeschi.
L’Europa dei finti poveri e dei falsi ricchi
Poiché ormai viviamo immersi in un alveare statistico, ci sono alcune cose che dovremmo ricordarci quando maneggiamo i dati.
La prima è una sentenza immortale di Mark Twain: “Le bugie si dividono in tre grandi gruppi: le piccole, le grandi e le statistiche”.
La seconda è che i tecnicismi della statistica nascondono tali e tante sfumature che sovente il senso ne esce capovolto a seconda dell’indicatore scelto. O, per dirla stavolta con Gregg Easterbrook, “se torturi i numeri abbastanza a lungo, confesseranno qualsiasi cosa”.
Tali riflessioni mi sono sorte dopo aver letto una ricerca della Banca centrale europea sulla ricchezza delle famiglie europee pubblicata alcuni giorni fa e alla quale avevamo già accennato (https://thewalkingdebt.wordpress.com/2013/04/10/la-distruzione-del-risparmio-italiano/).
Lavoro commendevole, senza dubbio, pur con le premesse che abbiamo fatto e con la sottolineatura che i dati a cui fa riferimento sono del 2010, quindi leggermente out of the money, come direbbero quelli bravi. Insomma: non tengono conto degli sfaceli degli ultimi due anni.
Ciò malgrado vale la pena leggerlo perché ci dice alcune cose e spiega molto del dibattito politico ormai incandescente sul futuro dell’eurozona.
Partiamo da un indicatore: la ricchezza netta. La Bce, per misurare il livello di ricchezza netta delle famiglie europee, definita come la differenza fra il totale degli attivi e quello dei passivi, usa due diversi strumenti statistici, la ricchezza netta media e la ricchezza netta mediana. Una sfumatura, appunto, che i non appassionati del genere tendono a confondere.
Invece è utile spenderci qualche parola. La media di una serie di numeri è la somma algebrica delle quantità divisa per il loro numero. Esempio: i numeri 2, 4, 6, 10, 15 esprimono un valore medio pari a 7,4. Il valore mediano, invece, è il numero centrale della serie considerata. Quindi nel nostro esempio vale 6.
Tale precisazione è importante per comprendere le tavole stampate dalla Bce. Qui leggiamo che i poveri tedeschi hanno la ricchezza netta mediana più bassa d’Europa, pari ad appena 51.400 euro, quasi la metà dei greci, 101.900 euro. In Italia tale mediana vale 173.500 euro, in Spagna 182.700, in Portogallo 75.200 e, udite udite, a Cipro ben 266.900, al secondo posto dopo il Lussemburgo, che quota 397.800 euro.
Fanno bene ad essere arrabbiati, i poveri tedeschi, con i Pigs.
Se andiamo a vedere il valore medio, però, le cose cambiano e parecchio. Sempre i poveri tedeschi schizzano a quota 195.200 euro a famiglia, i greci a 147.800, gli spagnoli a 291.400, i francesi a 233.400, gli italiani a 275.200, i portoghesi a 152.900 e i ciprioti addirittura a 670.900. Insomma nei paesi che stanno fallendo le famiglie sono più ricche che nei paesi che stanno in salute.
Che significa? Ci aiuta a capirlo un’analisi svolta dagli economisti Paul De Grauve e Yuemei Ji pubblicata su Vox.
Il confronto fra il valore medio e quello mediano della ricchezza, come si può anche arguire dall’esempio fatto sopra, dice molto su come tale ricchezza sia distribuita. Una grande differenza fra i due implica che c’è una grande diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza.
In Germania ad esempio la ricchezza media è 3,79 volte quella mediana: il valore più alto dell’eurozona. Ciò implica che la ricchezza in Germania sia concentrata su poche famiglie, molto più che nel resto dell’eurozona.
E d’altronde con le politiche seguite nel mercato del lavoro tedesco sarebbe stato strano il contrario.
I nostri due economisti hanno calcolato che il 20% più ricco dei tedeschi ha una ricchezza 149 maggiore del 20% più povero. Un primato, visto che la seconda classificata è la Francia, dove tale valore si ferma a 80, mentre noi italiani, e con noi gli altri Pigs, stiamo intorno a 10.
Quindi non è che le famiglie tedesche siano più povere di quelle del sudeuropa.
Semmai le loro famiglie risultano statisticamente più povere perché quelle benestanti hanno più ricchezza.
Per dirla in altro modo, a fronte dei finti poveri tedeschi, ci stanno i falsi ricchi dei Piigs.
Se poi andiamo a vedere i dati relativi non solo alle famiglie, ma all’intero sistema paese, quindi lo stato e le aziende, viene fuori che lo stock di capitale pro capite detenuto dai tedeschi è più basso solo di quello olandese, mentre Italia, Spagna, Irlanda, Grecia e Portogallo si collocano in coda.
Lo studio dei due economisti, insomma, restituisce un po’ di senso alla realtà statistica.
Ma c’è un’altra cosa che non dice e che si deduce leggendo il resto dello studio Bce. Nel computo della ricchezza netta, la Bce include anche i valori immobiliari che, ricordiamolo, in Germania sono fra i più bassi d’Europa, visto che il paese non è stato sfiorato dal boom dei primi anni del 2000.
Al netto di tali valori immobiliari, che pesano notevolmente nei Piigs (che infatti hanno avuto una rilevante crescita del mattone) le cifre cambiano e di molto.
Ve le risparmiamo.
Vi basti sapere che sarebbe meglio essere finti poveri tedeschi che falsi ricchi italiani.
