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Per immaginare un futuro nuovo serve un nuovo Occidente


Sempre più spesso le vicende di politica internazionale aggiungono materiale narrativo all’ampia letteratura che da più di un secolo alimenta il mito del nostro declino. L’Occidente viene rappresentato in preda a crisi concomitanti: una crisi economica che diventa sociale; una politica, che minaccia di condurci verso modelli autoritari; una demografica, che disegna società senescenti “invase” da immigrati. Una ambientale, dulcis in fundo, per l’apocalisse finale. Questo materiale ansiogeno alimenta i populismi che agitano le nostre società, malate di quella nostalgia indagata da Edoardo Campanella e Marta Dassù. Forse tuttavia queste crisi ne raccontano solo una: quella del modo in cui si è organizzato l’ordine globale dopo quelle che Eric Hobsbawm chiamava le rivoluzioni borghesi: la rivoluzione politica francese e la rivoluzione economica britannica.

Un secolo lunghissimo. Queste rivoluzioni hanno generato le coordinate politiche ed economiche del nostro tempo: il nazionalismo e il capitalismo. Due facce della stessa medaglia. “Lo Stato-nazione (assieme all’economia di mercato) ci appare oggi come il primo luogo naturale in cui si realizza il liberalismo”, osserva Roberto Menotti. Hobsbawm aveva ragione quando parlava di un “Lungo XIX” secolo, riferendosi al periodo fra il 1789 e il 1914. Forse meno quando riteneva questo secolo concluso. Sembriamo piuttosto abitanti di un secolo lunghissimo che si trascina ormai da due. 

Una crisi istituzionale. La crisi perciò riguarda l’idea di un ordine globale basato su stati-nazioni che operano all’interno di un ordine economico capitalista. Poiché il capitalismo, nato storicamente con gli stati-nazione, è divenuto globale, la crisi ha assunto una dimensione istituzionale: la forma politica e la forma economica non corrispondono più. Per dirla con Kissinger, “l’organizzazione politica e quella economica del mondo sono in contrasto fra loro”.

Il paese egemone. Questa tensione istituzionale investe maggiormente il paese egemone della globalizzazione, su cui ricadono onori e oneri. Le frizioni fra le esigenze nazionali degli Stati Uniti e le necessità inerenti al loro ruolo internazionale sono sempre più evidenti. Il dollaro, moneta globale di fatto, è un esempio istruttivo: è ancora il “privilegio esorbitante”, lamentato da Valery Giscard d’Estaing, e incarna il dilemma analizzato da Robert Triffin. Gli Usa devono sopportare disavanzi costanti sulla bilancia dei pagamenti per assicurare al mondo tutta la liquidità di cui ha bisogno perché non ci sono monete di riserva altrettanto appetibili. Uno squilibrio all’origine di molte delle crisi censite dalla storia economica nell’ultimo mezzo secolo. 

La società di Toynbee. Arnold J. Toynbee, scrisse che “l’unità intelligibile dello studio storico è un certo raggruppamento di umanità che noi definiamo società”. Dell’ampio affresco di Toynbee è utile ricordare il pensiero che una società progredisce o regredisce a seconda della risposta alle sfide contestuali. Una risposta insoddisfacente origina la secessione di una quota crescente di persone che perde fiducia nella propria dirigenza. Quest’ultima, da minoranza creatrice, degenera in una minoranza tirannica e aggrava la secessione, generando un proletariato interno al quale può sovrapporsi un proletariato esterno che preme ai confini. La spinta contrapposta disgrega la società, come accadde ai romani, dissolti dal congiungersi del proletariato interno cristiano col proletariato esterno barbarico. Come può accadere all’Occidente, pressato dalla “secessione” interna del cosiddetto ceto medio, che ha nostalgia del passato, e dai migranti all’esterno, che sperano in un miglior futuro. Il presente risulta schiacciato tra nostalgie e speranze.

Ordine legale o Impero. Karl Jaspers illustrò perfettamente il dilemma del mondo, ormai consapevolmente globalizzato. “Il democratico e il tiranno: entrambi si rivolgono al popolo”, scrisse, sottolineando che “o siamo davanti a un destino tutto abbracciante di libertà di scelta o siamo davanti a un mondo totalmente pianificato dall’uomo, con la sua rovina spirituale ed umana”. Un ordine mondiale basato sulla libertà, “se sarà attuato, prenderà l’avvio dal federalismo degli stati già liberi e sarà coronato dal successo soltanto se il suo spirito eserciterà un’attrazione tale da indurre altri a seguirlo con convinzione”. Il mondo, in sostanza, deve scegliere se far prevalere una società fondata sull’ordine legale, imperfetta perché perfettibile, oppure sulla tirannide degli imperi, dove operano la violenza e la pianificazione centralizzata, dissimulate con la maschera cordiale della sicurezza. Quindi ognuno di noi deve scegliere “dove prendere posizione, per che cosa operare”.

Globalizzazione Usa vs globalizzazione asiatica. L’esortazione di Jaspers è quanto mai urgente oggi, quando alla globalizzazione Usa, basata sul dollaro, l’inglese, le rotte commerciali marittime e l’ordine politico liberaldemocratico, si oppone una globalizzazione emergente che trova nelle potenze asiatiche – Cina e Russia in testa – i promotori. Questi paesi stanno agendo per creare alternative, anche all’ordine politico. Il confronto emerge continuamente – si pensi agli sforzi cinesi in sede Onu per determinare il futuro di Internet – e rischia di radicalizzare due idee di società, la nostra e la loro, dove i gradi di libertà e di controllo sociale siano grandemente differenziati. Una guerra fredda 2.0.

Un case history. Nel Manifesto di Ventotene si auspicava “la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali” cui doveva seguire “una riorganizzazione federale”. Era una utopia, evidentemente, che tuttavia originò un’eutopia non appena un interesse comune atterrò dai manifesti sul terreno ruvido della necessità. All’inizio fu la Ceca, oggi il Recovery fund. L’Ue dimostra che è possibile, ma difficile, creare un federalismo funzionale che agisca secondo il principio di sussidiarietà. Questo principio si può esportare fuori dall’Europa. 

La “Società” occidentale. Un federalismo funzionale presuppone l’esistenza di una Società, nel senso che Toynbee ha dato a questa parola. Se guardiamo ai fondamentali politici ed economici, è evidente come ciò che unisce la “Società” occidentale sia più rilevante di ciò che la divide. Parliamo lingue diverse, ma facciamo discorsi simili. Di società siffatte ne incontriamo spesso nella storia europea. Quando l’Europa creò un nuovo ordine internazionale dopo le guerre napoleoniche, gli statisti dell’epoca, come notò fra gli altri Henry Kissinger, condividevano un’idea comune di società. Anche oggi come allora le nostre tradizioni sono differenti, ma abbiamo imparato a conoscerle e rispettarle. Questo uso comune ci unisce più di quanto ci dividano le nostre usanze. Soprattutto, l’Occidente, che ormai abita anche in Giappone o in Australia, è una società aperta che però ha smarrito la fiducia in se stessa. Come l’Europa del secondo dopoguerra, deve ricostruirsi perseguendo un’utopia e realizzando un’eutopia. Dalla radice nazionale, esaurita ma ancora fertile, deve germogliare una nuova vegetazione politica.

Un patto federativo per il G7. Il nucleo della “Società” occidentale oggi si riunisce nel G7, uno dei tanti organismi nati grazie alla consapevolezza dell’importanza crescente del coordinamento internazionale. Tema peraltro al centro di molti dibattiti. Nel marzo scorso Richard Haass e Charles A. Kupchan proposero “Un concerto di poteri per un ordine globale” proprio per superare i limiti del sistema globale. La proposta si rivolgeva ai paesi occidentali e alle potenze emergenti. Ma forse prima di confrontarci con altre società, dovremmo migliorare il coordinamento all’interno della nostra: siglare un patto federativo fra le nazioni del G7 per affidare la gestione di alcuni dossier a una struttura amministrativa costituita appositamente. Non un governo globale, ma il governo di alcune questioni globali. 

Fondi G7 per il clima. In cima all’agenda potrebbe trovare posto la transizione energetica. Richiede risorse che nessuno stato è in grado di originare da solo, ma che potrebbero essere raccolte sui mercati da una struttura federale. Un recovery fund climatico, ma su base G7. L’IEA ha calcolato che da qui al 2030 servirebbero altri 1,4 trilioni, il 70% dei quali a disposizione dei paesi più poveri, per condurre l’attuale scenario programmato verso l’obiettivo di emissioni zero. I paesi del G7 hanno credibilità e risorse sufficienti per raccogliere questi fondi e offrirli ai paesi che ne hanno necessità a condizione che li utilizzino per la transizione energetica. Sarebbe un gesto di grande respiro politico.

Dalla “Società delle Nazioni” alla “Società del G7”.  L’inerzia della tradizione è una zavorra potente. Quindi la prima resistenza all’idea di un patto federativo fra i paesi del G7 sarà di tipo culturale. E’ difficile guarire dalla nostalgia. Inoltre occorre convincere l’egemone, per il quale è certamente più facile conservare il suo ruolo trovando un accordo con i paesi emergenti. L’idea di Haass e Kupchan va proprio in questa direzione, proponendo un equilibrio di potenza sul modello del Congresso di Vienna. Ma soluzioni del genere non hanno mai risparmiato le crisi, né le guerre. Meglio perciò provare a superare l’inerzia spiegando i vantaggi che potremmo conseguire, come società, armonizzando la forma politica a quella economica. Spiegare alle popolazioni occidentali deluse che il problema non è il capitalismo, ma un capitalismo globale non regolato globalmente. E che l’economia all’interno di un sistema “federale” è molto diversa da quella che siamo abituati a conoscere. L’economia Ue è incomparabile con quella dell’Europa di un secolo fa. E gli Usa? Cosa sarebbero senza un governo federale? Gli Stati Uniti, peraltro, sono un ottimo esempio a cui ispirarsi, soprattutto per l’idealità che hanno espresso sin dai quattordici punti di Woodrow Wilson che diedero vita alla “Società delle Nazioni” da cui si originò l’Onu. La visione americana di un ordine legale internazionale basato sui valori di libertà e responsabilità ha ispirato tutti i presidenti Usa dell’ultimo secolo ed è stata, al netto di una certa ambivalenza, un potente lievito per il progresso dell’umanità. L’esperienza dell’Onu, tuttavia, dimostra che i margini di azione di un organismo che deve mediare fra troppe diversità sono strettissimi. Per allargarli bisogna restringere il campo di gioco: disegnare una “Società del G7” che raccolga i paesi che condividono una visione comune del mondo. Gli Usa, per vocazione, cultura e storia, sono ottimamente attrezzati per compiere questa scelta. Noi europei ci stiamo lavorando da tempo.

L’economia possibile. Il governatore di Bankitalia, Vincenzo Visco, ha suggerito la creazione di un fondo europeo a cui conferire quote di debito nazionale per sostenere una emissione di debito europeo utile fra le altre cose ad approfondire il mercato dell’euro. Un accordo fra i paesi del G7, seguendo lo stesso ragionamento, potrebbe liberare trilioni di spazio fiscale ai singoli paesi. Il G7 nel 2021 ha espresso oltre il 45% del pil mondiale, che supera il 50% se si considera complessivamente l’Unione europea. Non serve essere economisti per capire la quantità di risorse finanziarie che questa “Società internazionale” potrebbe raccogliere sui mercati. La raccolta dei fondi potrebbe avvenire tramite obbligazioni denominate in una valuta tipo gli SDR del Fondo monetario internazionale. Si creerebbe così uno straordinario safe asset sovranazionale, la perfetta valuta di riserva, che contribuirebbe alla stabilizzazione del sistema finanziario. Possiamo a stento immaginare, poi, che tipo di economia si svilupperebbe con la libera circolazione di merci, servizi e persone fra i paesi del G7. Un mercato comune di quasi un miliardo di persone darebbe all’Occidente una percezione assai più netta del proprio peso nell’economia e soprattutto nella politica. Avrebbe una potente capacità attrattiva verso i paesi che ambiscono al nostro stile di vita. E potrebbe agevolmente finanziare sistemi di welfare coerenti con le esigenze del secolo nuovo, dando finalmente soluzioni politiche ai problemi economici. Soprattutto, aumenterebbe la fiducia in noi stessi, regalandoci di nuovo la voglia del futuro.

Dall’utopia all’eutopia. La differenza fra un’utopia e un’eutopia è quella che corre fra un’impossibilità e una possibilità. Di eutopia parlava Keynes quando progettava una moneta internazionale a Bretton Wood. La sua era una “profezia razionale”, per dirla con Max Weber, ossia “l’unico mezzo in tutte le epoche per spezzare la magia e imporre una razionalizzazione della condotta di vita”. Magia, nella terminologia weberiana significava “stereotipizzazione della tecnica e dell’economia”. Esattamente quello che è accaduto a noi in politica ed economia: governiamo il mondo tramite nazioni, come un secolo fa, e discutiamo del capitalismo con gli argomenti di un secolo fa. Siamo incantati dal passato.Keynes che ancora oggi (non a caso) informa il dibattito economico, scriveva ai suoi tempi che “la difficoltà non sta nelle idee nuove, ma nell’evadere da quelle vecchie”. L’idea nuova di una “Società del G7” è una profezia razionale che tenta di evadere dalle idee vecchie del lunghissimo XIX secolo. Si ispira anche al pensiero di un altro storico: Ludwig Dehio. Al termine della sua lunga riflessione sui quattro secoli di storia europea fra la scoperta dell’America e la Grande Guerra, Dehio osservò che “la disunione fra gli stati d’Europa tenne a battesimo gli Stati Uniti d’America”. Oggi che l’Europa si unisce, dobbiamo chiederci cosa potrebbe accadere domani. E tentare una risposta.

Questo studio è stato pubblicato a fine dicembre sul numero 95 della rivista Aspenia. A questo link è possibile trovare il testo completo di note.

La Nazione Globale. Economia vs Politica


Uno dei lasciti più rilevanti del pensiero marxista, intimamente collegato all’emergere delle visione internazionalista, è il pensiero che i fenomeni economici siano alla base delle manifestazioni politiche, che in qualche modo sono da essi determinate. 

Questa convinzione, che nelle forme meno strutturate somiglia sempre più a una superstizione, è onnipresente nel dibattito pubblico. Valga come esempio la vulgata secondo la quale la globalizzazione – raccontata come fatto economico – ha eroso lo spazio dello stato nazionale – inteso come politico – a svantaggio delle categorie meno protette della società. 

Ciò viene addotto a spiegazione della rinascita del populismo nella forma di un rumoroso sovranismo. Tutti noi abbiamo sentito, letto, ripetuto o confutato questa storia chissà quante volte.

Se si volesse tentare una bibliografia delle opere che raccontano la storia come derivata prima della funzione economica verrebbe fuori un’enciclopedia. Questa narrazione persistente ha incistato questa idea così profondamente nelle nostre convinzioni che provare a confutarla è del tutto inutile. Troverete sempre qualcuno che riduce la Storia al complotto di un qualche plutocrate. 

Vale la pena provare a raccontarla diversamente. Non tanto sottolineando che chiedersi se venga prima la politica o l’economia somiglia al celebre dilemma fra l’uomo e la gallina, quanto piuttosto provando a contestualizzare l’analisi marxista non solo nel periodo in cui fu concepita, ma anche nei termini ai quali si riferisce.

Prima però concediamoci un breve excursus per comprendere come questa ennesima coppia dialettica abbia informato il dibattito pubblico. Prendiamo come esempio l’analisi di Zygmunt Bauman che con poche esemplari parole centra perfettamente il problema: “L’ingresso nella modernità significò innanzitutto “spazzare via gli ‘irrilevanti’, obblighi che ostacolavano un razionale calcolo dei risultati; come affermò Max Weber, liberare lo spirito d’iniziativa dalle pastoie dei doveri familiari e dal denso tessuto di obblighi etici (…) questa fatidica svolta spalancò la porta all’invasione della razionalità strumentale (com’ebbe a definirla Weber) o al ruolo determinante dell’economia (secondo l‘espressione di Karl Marx): a partire da questo momento la ‘base’ della vita sociale assegnò a tutti gli altri campi della vita lo status di ‘sovrastruttura’ vale a dire di un prodotto della ‘base’ (ossia del razionale calcolo dei risultati, ndr) la cui unica funzione era assicurarne un ininterrotto e tranquillo funzionamento”.

L’assimilazione del razionale calcolo dei risultati all’economico, e quindi al suo dispiegarsi quale fondamento dell’organizzazione sociale è il nocciolo dell’argomentazione di Bauman, e con lui di una moltitudine di economisti, sociologi, storici, politici e pubblicisti vari che, come abbiamo visto risalgono fino al pensiero marxista per giustificare le loro convinzioni, che spesso celano il pensiero inespresso – e tuttavia estremamente trasparente – che l’economico abbia nuociuto al politico e che il mondo andrebbe molto meglio se fosse il politico a determinare l’economico. 

Fatte le dovute differenze, e con il dovuto rispetto a una grande pensatore come Bauman, c’è un grande filo rosso che lega la polemica contro le due rivoluzioni borghesi del lunghissimo XIX secolo da parte dei loro coevi tradizionalisti a quella dei sovranisti contemporanei contro il “neo-turbo-liberismo” o come lo chiamano. 

Se guardiamo a questa dialettica in prospettiva ritroviamo quella che abbiamo già illustrato fra il principio del nazionalismo – basato sulla sovranità, considerata l’unica in grado di assicurare il rispetto del patto sociale che i filosofi dell’età classica e poi moderna metteranno a base dello stato – e quello dell’internazionalismo che erode questo potere sostituendolo con organismi giudicati elitari e non democratici. 

Ancora una volta, sembra storia di oggi, ma è di ieri. E ancora una volta troviamo il pensiero di Marx all’origine sia dell’idea internazionalista, sia della teoria che il principio economico determini le sovrastrutture politiche. E’ un caso?

Tentiamo una lettura. L’internazionalismo borghese prospera nell’economia, e quindi nella razionalità strumentale che è il suo attrezzo principale grazie al quale disarticola l’organizzazione sociale che l’ha preceduto. Poiché Marx non dubita della potenza di questo principio, ad esso non oppone – hobbesianamente – un rafforzarsi dei poteri dello stato, che in qualche modo risultava già superato dalla storia, ma la nascita dell’internazionale comunista. 

Ciò a conferma del fatto che solo un diverso ordinamento economico, basato sulla classe proletaria, avrebbe determinato una sovrastruttura politica corrispondente alla visione del mondo marxista. Che sarebbe stata – è bene sottolinearlo – internazionalista. Ciò che gli epigoni di Marx tendono a dimenticare.

Detto diversamente, nella vulgata chi contrappone l’economico al politico di fatto rifiuta l’internazionalismo opponendogli l’idea nazionalista. Ma in tal modo mostra di non comprendere Marx quando scrive che il capitalismo stava creando un “mondo ad immagine e somiglianza della borghesia”.

Ricapitoliamo. Nel pensiero comune derivato dall’analisi marxista l’economico è internazionalista così come il politico – in quanto costruito sull’idea secentesca della statualità – è nazionalista. 

Marx tuttavia non credeva che uno stato avrebbe potuto invertire le tendenze economiche internazionali. Solo l’economia, svolgendo il corso delle sue contraddizioni, avrebbe condotto il mondo verso un’internazionale comunista sulle onde della rivoluzione unitaria dei “proletari di tutto il mondo”. Usare l’analisi marxista per dire che l’economia determina la politica e quindi bisogna dare primato alla politica per mettere l’economia in condizione di non nuocere, come dicono i nazionalisti, serve solo a raccontare una favola per gli abitanti dei tempi moderni, che proprio come accadde nei tempi antichi, si trovano a disagio nei meccanismi dell’economia globalizzata.

Torniamo a Bauman. “La fusione dei solidi portò alla progressiva liberazione dell’economia dalle sue tradizionali pastoie politiche, etiche e culturali e alla sedimentazione di un nuovo ordine, definito principalmente in termini economici”. Un ordine evidentemente globale.

Facciamo un altro passo in avanti. L’economico genera l’internazionalismo, quindi il movimento globale – la globalizzazione – che si conduce seguendo il principio della razionalità strumentale, sempre prendendo a prestito da Weber. In questo suo globalizzarsi, l’internazionalismo favorisce, come abbiamo detto, il nomadismo e il meticciato. Al contrario il politico, come viene generalmente inteso, genera il nazionalismo quindi lo spirito curtense – la patria – che si conduce seguendo il principio della statualità, sempre prendendo a prestito da Hobbes. Quindi favorisce, come abbiamo detto, la stanzialità.

Leggiamo ancora Bauman: “Durante tutta la fase solida dell’era moderna i costumi nomadi furono malvisti. La nozione di cittadinanza andò di pari passo con quella di insediamento mentre essere apolidi implicò l’esclusione dalla comunità rispettosa della legge e da questa protetta”. 

Il sovrano difende i sudditi, per usare le parole di Hobbes. Chi non è suddito è fuorilegge. Non solo in senso positivo – non rispetta la legge – ma anche in senso negativo: a lui non si applicano le tutele previste dalla legge. Un fuorilegge può essere ucciso senza essere sanzionati.

Quanto agli esiti della modernità, l’epoca della globalizzazione economica che genera quella che Bauman chiama “società liquida” equivale di fatto a un tempo in cui “l’epoca dell’incondizionata superiorità della sedentarietà sul nomadismo e il dominio del sedentario sul nomade sta ormai giungendo rapidamente al termine”.

“Oggi stiamo assistendo alla vendetta del nomadismo sul principio della territorialità e dell’insediamento. Nello stadio fluido della modernità la maggioranza sedentaria è governata dall’elite nomade ed extraterritoriale”.

Persone meno sottili di Bauman parlerebbero di élite internazionali che grazie al neoliberismo governano il mondo, mentre invocano il ritorno dello stato padrone, innanzitutto di se stesso, e quindi il trionfo della politica sull’economia. 

Il succo, insomma, non cambia. E’ sempre la stessa vecchia storia che dura da quando è iniziato il lunghissimo XIX secolo.

Questo post fa parte del saggio La nazione globale. Verso un nuovo assolutismo in corso di redazione. Per agevolare la lettura non sono state pubblicate le note al testo con i riferimenti bibliografici, che saranno disponibili nella pubblicazione completa.