Etichettato: Unione doganale

La pax americana muore di noia e di no deal


L’estate ormai alle nostre spalle ha reso chiaro, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che il destino più probabile verso il quale il mondo ha scelto di incamminarsi è quello del disaccordo. Svariati no-deal incombono sulle cronache e pure noi ne abbiamo patito le ansie durante la transizione dal governo del cambiamento al cambiamento di governo. E questo accadeva mentre altri rischi di no deal, assai più sistemici di quello del nostro condominio, continuano a covare dietro la sottile filigrana delle relazioni economiche internazionali.

Quello più vicino a noi è quello fra UK e UE, che entro il 31 ottobre dovranno chiudere la lunga (e stucchevole) vicenda della Brexit. L’ipotesi di no deal si fa di giorno in giorno più concreta, come ha ricordato a Jackson Hole il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney e come ormai sembra probabile dopo le ultime baruffe parlamentari. E che questo evento sia potenzialmente distruttivo è chiaro a tutti. Non solo per ragioni economiche. La questione irlandese rischia di riemergere dalla cenere della storia con tutto il suo potenziale esplosivo, sia che venga accettato il backstop proposto dall’UE, che comportarebbe il confine aperto fra le due Irlande e quindi la permanenza dell’UK nell’unione doganale europea a dispetto della Brexit, sia che la frontiera venga materialmente chiusa, come è facile possa accadere se non ci sarà un accordo. Chiunque sia cresciuto negli anni ’80 ricorderà bene la tragegia irlandese e certamente non si augura un revival. Ma a quanto pare la seduzione del disaccordo, che ha rapito i nostri spiriti in barba a qualunque raziocinio, sembra irresistibile.

Ne abbiamo chiara evidenza osservando quell’altro tavolo dal quale dipende gran parte della salute economica di questo inizio secolo: quello aperto fra Usa e Cina per cessare la lotta commerciale innescata proditoriamente dall’amministrazione Trump, che evidentemente subisce più di altri la seduzione del disaccordo malgrado dovrebbe esserle chiaro che gran parte del benessere degli Usa dipende da quello degli altri, Cina compresa. E tuttavia, ormai le relazioni fra Cina e Usa, aldilà delle ragioni che la alimentano, sembrano deteriorate abbastanza da sembrare difficilmente recuperabili. Un accordo commerciale potrebbe servire a svelenire il clima, ma non certo a restituire la fiducia. Mettere dazi è tanto facile quanto è difficile toglierli. E se è vero che nel 2020 gli Usa torneranno alle urne e forse eleggeranno un presidente meno facinoroso, è vero altresì che gli americani potrebbero rieleggere Trump. Nulla di cui stupirsi: il nostro tempo sembra premiare proprio costoro, gli alfieri del disaccordo. E forse non è un caso.

C’è molto di paradossale in quello che stiamo vivendo al punto che diventa naturale pensare che troppa pace e benessere abbiano generato il desiderio di fare la guerra. O, per dirla con le parole di un altro banchiere centrale, stavolta in forza alle Bce, Ewald Nowotny, “la fortuna di un periodo di pace che dura ormai 74 anni ha inevitabilmente portato a un enorme accumulo di ricchezza da un lato e di debito dall’altro”. Che poi è la declinazione economica del nostro paradossale tempo politico. “Nel passato – aggiunge – la guerra o un’alta inflazione hanno effettivamente risolto questo problema. Come risolverlo oggi senza questi due fattori è una questione che rimane aperta”.

Questo enorme paradosso, all’origine della seduzione del disaccordo, ne genera infiniti illustrati ogni giorno dalle cronache. Anche limitandoci ai soli fatti economici, c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Sempre Carney, nel suo intervento, nota come “il principale ostacolo economico sia rappresentato dalla debolezza degli investimenti delle imprese, che negli ultimi anni hanno ristagnato, nonostante la poca capacità produttiva disponibile, i bilanci solidi, le condizioni finanziarie supportative e un tasso di cambio altamente competitivo”. Potrebbero, insomma, ma non vogliono. Carney ipotizza che tale svogliatezza sia figlia dell’incertezza che aleggia sulla Brexit, la madre di tutte le incertezze britanniche a quanto pare, tanto più oggi che il rischio di no deal è cresciuto significativamente. Il che sembra sensato, ma forse non esaustivo.

Sempre Carney, peraltro, nota come nel mondo girino circa 16 trilioni di dollari di titoli scambiati a rendimenti negativi. Ma forse le lenti da banchiere centrale gli impediscono di notare che questa circostanza è perfettamente complementare con l’altra. Le condizioni finanziarie ideali, che però non incoraggiano gli investimenti, sono le stesse che hanno trasformato il denaro in un costo per i creditori. Come si fa a non pensare che questo non abbia sfinito gli animal spirits? Davvero può esistere un capitalismo finanziario a tassi negativi?

Ed ecco perché sul vertice di Jackson Hole, altro evento clou di questo scampolo di estate, meno gettonato degli anni scorsi vista la qualità delle defezioni (in primis il presidente della Bce), hanno aleggiato come ospiti indesiderati due singolari comprimari: il senso di inadeguatezza e il dollaro americano.

A molti parrà bizzarro, ma il succo del vertice è stato tutto qua. I banchieri centrali non si peritano ormai di ammettere che non sanno sostanzialmente quello che fanno. O, per meglio dire, sanno perfettamente che quello che fanno non serve (o serve poco) a risolvere i problemi che in qualche modo hanno contributo a generare. E al tempo stesso ammettono che non hanno granché idea di quello che dovrebbero fare. E questo in parte spiega perché nel mondo politico nascano suggeritori interessati del tipo: finanzia il miei deficit del tesoro e non ci pensare. E qui veniamo al secondo comprimario: il dollaro americano.

Carney, sempre lui, ha dedicato buona parte del suo intervento all’idea di una moneta digitale condivisa dalle banche centrali, che di fatto sostituisca il dollaro nel suo ruolo di moneta internazionale. La suggestione tecnica, che arriva nel momento in cui il ruolo stesso delle banche centrali viene questionato da idee come quella di Libra e dallo sviluppo del fintech, non basta a celare l’intento politico. La supremazia finanziaria del dollaro ormai, ma sin dai tempi del dilemma di Triffin (1960), viene agevolmente riconsciuta come una delle ragioni dell’instabilità finanziaria alla quale sembriamo condannati. E la soluzione più semplice da tempo sembra quella di sostituire tale supremazia con uno strumento tecnico di emissione internazionale. Nulla di nuovo: ci aveva già provato il Fmi con i Diritti speciali di prelievo. Come se davvero l’ordine monetario internazionale si possa contrattare a tavolino o, meglio ancora, se davvero gli Usa fossero disposti a cedere il loro “privilegio esorbitante”.

Fuori dalle complicazioni contemporanee, il punto evidente è che la pax americana, che tanti privilegi ha garantito e tanto benessere ha diffuso, sembra sia venuta a noia. Persino agli americani. O quantomeno se ne osservano contriti gli svantaggi, essendo ormai abituati ai vantaggi. Bisognerà capire se chi lotta contro l’ordine internazionale di marca Usa prevarrà su chi lotta per difenderlo. Ma in ogni caso, che siate per gli uni o per gli altri, la mattina alzatevi e lottate.

Buon inizio di stagione.

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La Ue trasloca da Bruxelles a Mosca


Distratti come siamo dagli affarucci di casa nostra, prestiamo poca attenzione a quello che succede fuori dai nostri confini.

Presi come siamo dalle beghe dei Palazzi non badiamo a uno dei traslochi più rilevanti per la geopolitica prossima ventura: quello della Cee da Bruxelles a Mosca.

Già. Il vecchio acronimo della Comunità economica europea, ha finito col diventare quello della Comunità economia euroasiatica. E non da oggi: da oltre dieci anni.

E siccome a est sono più veloci di noi a fare le cose, vuoi perché hanno una gestione più disinvolta delle procedure democratiche, vuoi perché hanno imparato molto dai nostri errori, finirà che da qui a un paio d’anni ci ruberanno anche un’altro acronimo: quello dell’Ue.

Ai primi del 2015, infatti, secondo le intenzioni russe, dovrebbe nascere l’Unione euroasiatica, che nel sogno egemonico russo dovrebbe rappresentare il vero motore di un’integrazione economica che vada da Vladivostok a Lisbona.

Un’altra Ue, nel caso non bastasse quella che già c’è.

Scherzi a parte, la questione è seria e merita un riepilogo.

Il 10 ottobre del 2000 Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizstan, Russia e Tagikistan firmano il trattato che istituisce la Comunità economica euroasiatica. Oggi la Cee dell’est include anche l’Uzbekistan e vede come “membri osservatori” Armenia, Ucraina e Moldova. Il trattato prevedeva la promozione “dell’integrazione regionale” e la “creazione e il rafforzamento dell’Unione doganale e dello Spazio economico unico tra i suoi membri”.

C’è voluto un decennio, ma finalmente nel 2010 l’Unione doganale è diventata una realtà.

Nel luglio 2011 i paesi core della Cee, ossia Russia, Bielorussia e Kazakhastan, misero in piedi la struttura chiamata a favorire i commerci della regione stabilendo una tariffa doganale unificata e un unico territorio doganale. E’ stata creata un’entità sovranazionale (la Commissione dell’Unione doganale) alla quale i governi-partecipanti hanno ceduto parte dei propri poteri in materia di tariffe doganali, di ordinamento non tariffario e tecnico, di politica commerciale con i paesi terzi e di amministrazione doganale.

A gennaio 2012, poi, gli stessi tre paesi hanno dato vita allo Spazio Economico unico. Queste entità sono i pilastri che dovrebbero condurre, da qui al 2015, alla fondazione dell’Unione euroasiatica che, come ebbe a scrivere Putin in un articolo del 2011, non è un clone della vecchia Unione sovietica, ma “un’unione sovranazionale” (come quella di Bruxelles) che vuole diventare il ponte di collegamento fra Ue (quella di Bruxelles) e Asia.

La futura Unione euroasiatica replica per grandi linee l’Unione europea.

Ha una sua commissione euroasiatica, ossia l’organo regolativo dell’unione dognale e dello spazio economico e un consiglio interstatale euroasiatico, che riunisce i capi di stato e di governo e adotta le delibere per consenso. Ovviamente il peso specifico della Russia le garantisce un’influenza determinante sulle scelte del consiglio. Quindi è stata creata anche una Corte di giustizia comunitaria, chiamata a risolvere le dispute fra gli stati membri. Come quella nostrana del Lussemburgo.

Insomma l’Unione euroasiatica è la gemella diversa dell’Unione europea.

Per dare un’idea di come stia procedendo il processo di integrazione, è utile andarsi a leggere gli atti di un convegno, che si è svolto un anno fa alla Camera dei Deputati dal titolo “L’Unione Eurasiatica – Sfida od opportunità per l’Europa?” organizzata dall IsAG, Istituto di alti studi in geopolitica e scienza ausiliarie, al quale hanno partecipato alcuni diplomatici dei paesi dell’Unione.

Il primo dato che salta all’occhio è quello fornito da Evgenij A. Šestakov, ambasciatore della Repubblica di Bielorussia, che parla apertamento di successo. “Il volume degli scambi commerciali tra la Bielorussia e la Russia nel 2011 si è attestato sui 38,6 miliardi di dollari USA, con un aumento del 37,7% rispetto al 2010. Il volume degli scambi con il Kazakistan nel 2011 è cresciuto di 768,2 milioni di dollari USA. Le nostre esportazioni sono state di 631,2 milioni di dollari e sono cresciute, rispetto al 2010, del 35,8%”.

D’altronde è notorio che favorire gli scambi fa aumentare il commercio. Tanto che adesso sono partiti i colloqui con tutti i paesi dell’Asean e persino con Egitto, Vietnam e Mongolia.

Ancora più esplicito Aleksandr Zezjulin, che ha parlato in rappresentanza dell’Ambasciata della Federazione Russa. “È evidente – dice – che la creazione di tale mercato comune che conta 170 milioni di consumatori non può che rappresentare una opportunità da non perdere per i nostri partner vicini, tra cui in primo luogo i Paesi europei”. E sottolinea di aspettarsi “dall’Unione Europea un atteggiamento altrettanto aperto e costruttivo”.

Ma non solo dall’Ue. Andrian K. Yelemessov, ambasciatore della Repubblica di Kazakistan, ha spiegato che “una delle condizioni fondamentali per lo sviluppo della capacità di innovazione dell’Unione Eurasiatica è quella di aumentare attivamente gli investimenti e la cooperazione tecnologica con gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la Cina e con la Cooperazione Economica Asia-Pacifica”.

Se tutto questo vi sembra astratto, vi suggerisco di dare un’occhiata a un planisfero. La nascente Unione euroasiatica è più che vicina geograficamente all’Unione europea. Il primo punto di contatto è in Finlandia, storicamente molto legata alla Russia, che aderisce insieme all’Unione europea e all’euro. Poi ci sono le tre repubbliche baltiche, orami saldamente nell’orbita di Bruxelles (la Lettonia aderirà all’euro l’anno prossimo, l’Estonia già dal 2011, ).

Immediatamente sotto le tre repubbliche, nella cerniere di collegamento fra le due Ue, troviamo l’Ucraina, che, al momento sembra indecisa fra l’Ue di Bruxelles e quella di Mosca. Gli ultimi sviluppi fanno ipotizzare che Kiev finirà col preferire quest’ultima, blandita costantemente da Mosca con promesse di aiuti e qualche pressione politica.

La più recente è arrivata un mese fa da dall’ambasciatore russo presso l’Unione europea Vladimir Chizhov in un’intervista a EurActiv.com. Il diplomatico ha spiegato che “nel caso di un accordo di libero scambio con l’Ue (di Bruxelles, ndr), l’economia dell’Ucraina soffrirebbe, poichè i suoi prodotti non rispettano gli standard europei”. Oltre al fatto che “qualora Kiev dovesse firmare un accordo di associazione con l’Unione europea nel corso del vertice di Vilnius del 28 e 29 novembre prossimi – è opinione di Chizhov – il prossimo parlamento ucraino potrebbe non ratificarlo”.

Ma in gioco c’è molto di più, ovviamente. Basti ricordare che attraverso l’Ucraina passa il gasso russo verso i paesi europei.

Senza avventurarci troppo nella geopolitica dovrebbe essere chiaro a tutti che  l’integrazione regionale dell’ex Unione sovietica, nella forma di un’unione sovranazionale di stampo europeo è uno dei momenti salienti del graduale processo di avvicinamento dell’intero blocco.

Lo spazio economico comune “da Lisbona a Vladivostok” auspicato da Putin, si comporrebbe di due regioni (ossia le due UE) trovando il proprio fondamento nei profondi rapporti commerciali che già esistono fra loro.

L’Unione euroasiatica potrebbe trovare nell’Unione europea, e segnatamente nell’eurozona, uno strumento monetario, ossia l’euro, che, in un contesto di intensificazione dei rapporti bilaterali, consentirebbe ai paesi orientali di avere una valuta di riserva davvero alternativa al dollaro, capace vale a dire di difendere il valore dei loro investimenti.

Anche per una semplice circostanza. Le due Unioni europea/asiatica hanno in comune qualcosa che le avvicina, se non per affinità culturale per mero interesse, alla Cina, alla quale infatti si rivolgono le affettuose attenzioni degli ambasciatori dell’Unione euroasiatica: i crediti che hanno con l’estero.

In un quadro di integrazione crescente, insomma, il dispotismo euro-asiatico troverebbe il terreno ideale su cui svilupparsi, con l’Ue “occidentale” che finisce col diventare una maschera dell’Ue “orientale”. Ossia la controparte presentabile dei vari processi internazionali.

Le prove generali sono già in corso.

Solo che nessuno le guarda.