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Nel cuore dell’Eurasia: La variabile energetica dell’Asia centrale


Oggi come ieri l’Asia centrale gioca un ruolo fondamentale, per quanto sconosciuto ai più, nel vasto processo di globalizzazione che sta emergendo lentamente ma con decisione all’interno della piattaforma continentale dell’Eurasia, e con buona ragione. Se, come abbiamo visto, le rotte energetiche stanno divenendo la maglia della rete di relazione che avvinghia sempre più la geografia degli stati, i paesi del centro Asia sono assai ben dotati di ciò che serve per partecipare al nuovo Grande Gioco. Non solo perché sono “centrali” per la geografia – dallo Xinjian cinese alla Russia, l’Asia centrale è un passaggio obbligato – ma perché sono piene di petrolio e gas. Ossia la materia prima che più favorisce rapporti di buon vicinato.

Giocoforza che questi paesi siano finiti – proprio come ai tempi di Kipling – nel gioco delle grandi potenze di oggi. Che sono la Russia e la Cina, ovviamente, con la prima a rinverdire certe nostalgie sovietiche, per non dire zariste, e la seconda antichi espansionismi d’epoca imperiale. Ma ci sono, per ragioni e con capacità diverse, anche l’Iran e la Turchia, ma soprattutto gli Stati Uniti, che pur non essendo prossimi di geografia, godono del vantaggio storico della superpotenza, avendo peraltro annunciato da tempo di avere in mente qualcosa per questa porzione di mondo.

Diventa perciò assai utile provare a fare il punto, servendosi allo scopo di un bel paper pubblicato nel marzo scorso dalla Fondazione Enrico Mattei che consente di farci un’idea quantomeno aggiornata del coacervo di interessi che ruota attorno a queste terre sterminate e complesse, anche se limitatamente a Kazakhstan, Turkmenistan e Uzbekistan, ossia i principali beneficiari delle risorge energetiche della zona.

Risorse che per anni sono state sfruttate dalla Russia – importate a Mosca a costi politici e riesportate in Occidente a prezzi di mercato – e che adesso sono al centro di una tenzone che non risparmia neanche l’Ue, impegnata nell’ambizioso obiettivo di sfidare l’influenza russa nella zona accedendo direttamente alle risorse energetiche centro-asiatiche. Che significa, di conseguenza, avere meno dipendenza da quelle russe.

Non è certo un caso che il Kazakhstan, che dei tre paesi è quello che meglio ha saputo interpretare la transizione verso la modernità, abbia sviluppato progetti energetici con consorzi internazionali: Tengiz, Karachaganak e Kashagan. Sia l’Ue che gli Usa, fin dal 1990 – quindi all’indomani del crollo dell’URSS – hanno investito nel petrolio Kazakho, e tuttavia la Russia mantiene ancora un controllo sostanziale sull’export del paese grazie alla proprietà delle infrastrutture – la CPC pipeline – che collega la Russia al paese.

Diversamente, la Cina ha iniziato a interagire col paese utilizzando il suo potere economico, fornendo quindi prestiti, che le hanno fornito lo “spunto” necessario a superare l’India, quando si è trattato, nel 2005, di comprare il 50% della PetroKazakhstan e, nel 2013, l’8,33% della compagnia Kashagan. Non è certo un caso che le fornitura di gas kazakho ai cinesi siano cresciute notevolmente nel corso del tempo.

Ancora una volta si osserva lo schema che abbiamo ipotizzato altrove: la Cina opera come motore, la Russia come connettore e la Turchia, ancora in sordina, nel ruolo di stabilizzatore.

Ne possiamo trovare traccia anche nelle vicende occorse al Turkmenistan. Dopo una lunga fase di svendita delle proprie risorse ai russi, la crescita dei prezzi iniziata dopo il 2000 provocò dei dissapori fra i due paesi che condussero, nel 2006, all’accordo del Turkmenistan con la Cina per la costruzione del Central Asia-China gas pipeline, entrato in servizio nel 2009.

La Russia si è ritirata dal fronte turkmeno e la Cina è divenuta rapidamente l’unico compratore di gas del paese. I tentativi turkmeni di diversificare gli acquirenti, vendendo gas all’Iran, sono cessati all’inizio del 2017 – malgrado la costruzione di due gasdotti nel 1997 e il 2010 – a causa di un debito di 1,8 miliardi di dollari non pagato da Teheran. I paesi occidentali hanno provato a convogliare il gas turkmeno nella sottomarina Trans-caspian pipeline, ma senza successo, prima a causa delle interdizioni di Russia e Iran, col pretesto dello status del Caspio, e poi per i problemi economici e industriali connessi all’opera.

Non è certo un caso che proprio di recente l’Ue sia tornata a sottolineare l’importanza strategica di questa infrastruttura. Nel frattempo però i turkmeni si sono consolati con la TAPI pipeline, una ambiziosa infrastruttura che collega il paese con l’India, passando da Afghanistan e Pakistan.

Dei tre paesi considerati, l’Uzbekistan è quello che esporta meno, per la semplice ragione che consuma molta della sua produzione all’interno. Il paese è ancora bene inserito nell’orbita russa, con la Gazprom e la Lukoil saldamente insediate nel territorio per sviluppo e esplorazioni. Ciò può servire a spiegare come mai il paese appaia molto intenzionato a partecipare all’Unione euroasiatica a guida russa.

La Cina dal canto suo, verso la quale la Lukoil russa esporta il gas uzbeko, ha guadagnato influenza sul paese, che ha rapporti alquanto freddi con l’Occidente a causa delle politiche seguite dalla dirigenza uzbeka, giudicata poco attenta verso democrazia e diritti umani. Il cambio di regime, seguito alla morte del vecchio presidente nel 2016, potrebbe cambiare questo stato di cose, ma al momento il paese sembra ancora molto lontano da noi.

Ed in effetti lo è.

(1/segue)

Puntata successiva: Nel cuore dell’Eurasia: L’ombra della Turchia sull’Asia centrale

 

 

La Ue trasloca da Bruxelles a Mosca


Distratti come siamo dagli affarucci di casa nostra, prestiamo poca attenzione a quello che succede fuori dai nostri confini.

Presi come siamo dalle beghe dei Palazzi non badiamo a uno dei traslochi più rilevanti per la geopolitica prossima ventura: quello della Cee da Bruxelles a Mosca.

Già. Il vecchio acronimo della Comunità economica europea, ha finito col diventare quello della Comunità economia euroasiatica. E non da oggi: da oltre dieci anni.

E siccome a est sono più veloci di noi a fare le cose, vuoi perché hanno una gestione più disinvolta delle procedure democratiche, vuoi perché hanno imparato molto dai nostri errori, finirà che da qui a un paio d’anni ci ruberanno anche un’altro acronimo: quello dell’Ue.

Ai primi del 2015, infatti, secondo le intenzioni russe, dovrebbe nascere l’Unione euroasiatica, che nel sogno egemonico russo dovrebbe rappresentare il vero motore di un’integrazione economica che vada da Vladivostok a Lisbona.

Un’altra Ue, nel caso non bastasse quella che già c’è.

Scherzi a parte, la questione è seria e merita un riepilogo.

Il 10 ottobre del 2000 Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizstan, Russia e Tagikistan firmano il trattato che istituisce la Comunità economica euroasiatica. Oggi la Cee dell’est include anche l’Uzbekistan e vede come “membri osservatori” Armenia, Ucraina e Moldova. Il trattato prevedeva la promozione “dell’integrazione regionale” e la “creazione e il rafforzamento dell’Unione doganale e dello Spazio economico unico tra i suoi membri”.

C’è voluto un decennio, ma finalmente nel 2010 l’Unione doganale è diventata una realtà.

Nel luglio 2011 i paesi core della Cee, ossia Russia, Bielorussia e Kazakhastan, misero in piedi la struttura chiamata a favorire i commerci della regione stabilendo una tariffa doganale unificata e un unico territorio doganale. E’ stata creata un’entità sovranazionale (la Commissione dell’Unione doganale) alla quale i governi-partecipanti hanno ceduto parte dei propri poteri in materia di tariffe doganali, di ordinamento non tariffario e tecnico, di politica commerciale con i paesi terzi e di amministrazione doganale.

A gennaio 2012, poi, gli stessi tre paesi hanno dato vita allo Spazio Economico unico. Queste entità sono i pilastri che dovrebbero condurre, da qui al 2015, alla fondazione dell’Unione euroasiatica che, come ebbe a scrivere Putin in un articolo del 2011, non è un clone della vecchia Unione sovietica, ma “un’unione sovranazionale” (come quella di Bruxelles) che vuole diventare il ponte di collegamento fra Ue (quella di Bruxelles) e Asia.

La futura Unione euroasiatica replica per grandi linee l’Unione europea.

Ha una sua commissione euroasiatica, ossia l’organo regolativo dell’unione dognale e dello spazio economico e un consiglio interstatale euroasiatico, che riunisce i capi di stato e di governo e adotta le delibere per consenso. Ovviamente il peso specifico della Russia le garantisce un’influenza determinante sulle scelte del consiglio. Quindi è stata creata anche una Corte di giustizia comunitaria, chiamata a risolvere le dispute fra gli stati membri. Come quella nostrana del Lussemburgo.

Insomma l’Unione euroasiatica è la gemella diversa dell’Unione europea.

Per dare un’idea di come stia procedendo il processo di integrazione, è utile andarsi a leggere gli atti di un convegno, che si è svolto un anno fa alla Camera dei Deputati dal titolo “L’Unione Eurasiatica – Sfida od opportunità per l’Europa?” organizzata dall IsAG, Istituto di alti studi in geopolitica e scienza ausiliarie, al quale hanno partecipato alcuni diplomatici dei paesi dell’Unione.

Il primo dato che salta all’occhio è quello fornito da Evgenij A. Šestakov, ambasciatore della Repubblica di Bielorussia, che parla apertamento di successo. “Il volume degli scambi commerciali tra la Bielorussia e la Russia nel 2011 si è attestato sui 38,6 miliardi di dollari USA, con un aumento del 37,7% rispetto al 2010. Il volume degli scambi con il Kazakistan nel 2011 è cresciuto di 768,2 milioni di dollari USA. Le nostre esportazioni sono state di 631,2 milioni di dollari e sono cresciute, rispetto al 2010, del 35,8%”.

D’altronde è notorio che favorire gli scambi fa aumentare il commercio. Tanto che adesso sono partiti i colloqui con tutti i paesi dell’Asean e persino con Egitto, Vietnam e Mongolia.

Ancora più esplicito Aleksandr Zezjulin, che ha parlato in rappresentanza dell’Ambasciata della Federazione Russa. “È evidente – dice – che la creazione di tale mercato comune che conta 170 milioni di consumatori non può che rappresentare una opportunità da non perdere per i nostri partner vicini, tra cui in primo luogo i Paesi europei”. E sottolinea di aspettarsi “dall’Unione Europea un atteggiamento altrettanto aperto e costruttivo”.

Ma non solo dall’Ue. Andrian K. Yelemessov, ambasciatore della Repubblica di Kazakistan, ha spiegato che “una delle condizioni fondamentali per lo sviluppo della capacità di innovazione dell’Unione Eurasiatica è quella di aumentare attivamente gli investimenti e la cooperazione tecnologica con gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la Cina e con la Cooperazione Economica Asia-Pacifica”.

Se tutto questo vi sembra astratto, vi suggerisco di dare un’occhiata a un planisfero. La nascente Unione euroasiatica è più che vicina geograficamente all’Unione europea. Il primo punto di contatto è in Finlandia, storicamente molto legata alla Russia, che aderisce insieme all’Unione europea e all’euro. Poi ci sono le tre repubbliche baltiche, orami saldamente nell’orbita di Bruxelles (la Lettonia aderirà all’euro l’anno prossimo, l’Estonia già dal 2011, ).

Immediatamente sotto le tre repubbliche, nella cerniere di collegamento fra le due Ue, troviamo l’Ucraina, che, al momento sembra indecisa fra l’Ue di Bruxelles e quella di Mosca. Gli ultimi sviluppi fanno ipotizzare che Kiev finirà col preferire quest’ultima, blandita costantemente da Mosca con promesse di aiuti e qualche pressione politica.

La più recente è arrivata un mese fa da dall’ambasciatore russo presso l’Unione europea Vladimir Chizhov in un’intervista a EurActiv.com. Il diplomatico ha spiegato che “nel caso di un accordo di libero scambio con l’Ue (di Bruxelles, ndr), l’economia dell’Ucraina soffrirebbe, poichè i suoi prodotti non rispettano gli standard europei”. Oltre al fatto che “qualora Kiev dovesse firmare un accordo di associazione con l’Unione europea nel corso del vertice di Vilnius del 28 e 29 novembre prossimi – è opinione di Chizhov – il prossimo parlamento ucraino potrebbe non ratificarlo”.

Ma in gioco c’è molto di più, ovviamente. Basti ricordare che attraverso l’Ucraina passa il gasso russo verso i paesi europei.

Senza avventurarci troppo nella geopolitica dovrebbe essere chiaro a tutti che  l’integrazione regionale dell’ex Unione sovietica, nella forma di un’unione sovranazionale di stampo europeo è uno dei momenti salienti del graduale processo di avvicinamento dell’intero blocco.

Lo spazio economico comune “da Lisbona a Vladivostok” auspicato da Putin, si comporrebbe di due regioni (ossia le due UE) trovando il proprio fondamento nei profondi rapporti commerciali che già esistono fra loro.

L’Unione euroasiatica potrebbe trovare nell’Unione europea, e segnatamente nell’eurozona, uno strumento monetario, ossia l’euro, che, in un contesto di intensificazione dei rapporti bilaterali, consentirebbe ai paesi orientali di avere una valuta di riserva davvero alternativa al dollaro, capace vale a dire di difendere il valore dei loro investimenti.

Anche per una semplice circostanza. Le due Unioni europea/asiatica hanno in comune qualcosa che le avvicina, se non per affinità culturale per mero interesse, alla Cina, alla quale infatti si rivolgono le affettuose attenzioni degli ambasciatori dell’Unione euroasiatica: i crediti che hanno con l’estero.

In un quadro di integrazione crescente, insomma, il dispotismo euro-asiatico troverebbe il terreno ideale su cui svilupparsi, con l’Ue “occidentale” che finisce col diventare una maschera dell’Ue “orientale”. Ossia la controparte presentabile dei vari processi internazionali.

Le prove generali sono già in corso.

Solo che nessuno le guarda.