Il blog va in vacanza. Ci rivediamo a settembre con la settima stagione: Disruption


Anche la sesta stagione di The Walking Debt è terminata e il blog per un po’ chiude i battenti per tirare il fiato e prepararsi alla prossima corsa. Fra settembre 2016 e oggi sono stati pubblicati centinaia di post, sono aumentati i lettori e si è esteso il nostro sguardo. I temi di geoeconomia e di geopolitica hanno iniziato a far capolino sempre più spesso trasformando lentamente il nostro discorso economico sul debito in una mappatura sempre più articolata della nostra contemporaneità, declinata lungo l’esame delle rotte, commerciali, energetiche e persino digitali, lungo le quali viaggia il nostro tempo. Sono sorte nuove collaborazioni – come quella con il sito Aspenia on line – e soprattutto molte altre domande che esploreremo dal prossimo settembre, quando il blog riaprirà. Ci siamo divertiti molto con il nostro Cronicario, ormai regolarmente ospitato sul giornale on line Linkiesta, e abbiamo osservato con sorpresa quanto sia piaciuta l’idea di far satira economica. Un’offerta ha creato una domanda che non c’era, direbbero i vecchi economisti.

Chiudere una stagione del blog serve anche a ricapitolare il pensiero che l’ha intitolata e che, nel caso della sesta stagione, era il rebuilding: la ricostruzione, mentre nella settima stagione che verrà è la disruption: la rottura. Questi due concetti sono paradossalmente l’uno conseguenza dell’altro. La ricostruzione economica si è in gran parte verificata – l’economia nel 2017 è stata molto positiva praticamente ovunque, persino da noi – ma ciò che ha generato, e che sarà il punto di osservazione della prossima stagione, è stata la rottura politica. I fenomeni politici iniziati nel 2016, dalla Brexit e Trump, proseguiti lungo il 2017, hanno creato un mondo dove crescono insieme il pil e i dazi. La buona economia ha prodotto una brutta politica economica. Il che è sicuramente paradossale, ma purtroppo coerente con una narrazione pubblica che oscura costantemente i successi a vantaggio dei fallimenti. Le opinioni pubbliche occidentali, che cumulano asset per trilioni di dollari e altrettanti debiti, hanno deciso in maniera più o meno cosciente di rompere il giocattolo che finora ha assicurato loro pace e benessere. Il conflitto fra sovranismo e globalismo è solo una convulsione di questa malattia, che è morale prima ancora che materiale, e il pangovernismo nazionalistico, che evoca tempi lontani e disgraziati, l’ennesimo sintomo della paura profonda di popolazioni sempre più vecchie e stanche che sognano l’arroccamento perché hanno una paura crescente di affrontare il mare aperto.

Noi italiani siamo in prima linea, come sempre. Le elezioni ci hanno consegnato a un governo che dice prima l’Italia e gli italiani e promette interventi del governo su ogni cosa, come se le risorse fossero infinite e fossimo soli al mondo. Questa deriva può avere conseguenze molto gravi o forse no, ma sicuramente è un chiaro segnale di rottura, innanzitutto all’interno dell’Europa, che dovrà essere osservato con molta attenzione e senza pregiudizi. Ma non è certo l’unico. Il più fragoroso è sicuramente la guerra commerciale fra Cina e Usa, ossia i giganti globali, che minaccia di stritolare l’Europa, nata e cresciuta sul presupposto del libero scambio, che quindi si trova attaccata sia dall’interno (dovrà affrontare una difficile elezione l’anno prossimo), che all’esterno. Il futuro dell’Unione Europea è sempre più incerto, diviso fra vecchie alleanze (Usa) in odore di tradimento e nuove seduzioni (Cina). E anche questo dovrà essere osservato con grande attenzione. Soprattutto rimane la questione del debito globale, che ha motivato la nascita di questo blog, che non solo non è diminuito ma è molto aumentato da quando abbiamo iniziato a scriverne e chiede in qualche modo di essere gestito in un momento in cui le politiche monetarie, con grande prudenza, vengono normalizzate. E questo è un altro notevole rischio di rottura, stavolta economico, che si aggiunge ai rischi di rottura politica. I recenti torbidi valutari turchi sono esemplari in tal senso.

La settima stagione del blog servirà a osservare tutto ciò, tentando insieme di individuare le linee di resistenza, o resilienza, come si dice oggi. Quindi la creazione di nuovi ponti fra regioni diverse, linee di collegamento, distensioni. Non è ancora chiaro se stiamo correndo per la guerra o per la pace. In ogni caso, che siate pacifisti o aspiranti guerrieri, ogni mattina alzatevi e correte.

Buone vacanze.

Ci rivediamo a settembre.

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