Le banche italiane rischiano pure di rimanere a secco


Concludiamo questa rapida ricognizione sui rischi accumulati nei bilanci bancari a causa del caro spread trattando l’ultima questione, assai spinosa, che raramente emerge sulle cronache trattandosi di materia alquanto esotica. Si tratta infatti dei meccanismi che regolano i rapporti delle banche con la banca centrale, che nel caso delle banche italiane coincide con l‘Eurosistema. Questi rapporti sono alquanto complicati ma qui ci limitiamo a un aspetto piuttosto semplice anche se tecnicamente rilevante. Ossia la circostanza che le banche depositino dei collaterali, quindi titoli a garanzia, delle operazioni di rifinanziamento – in pratica prestiti – presso l’Eurosistema. Questi collaterali mettono la banca nella condizione di avere liquidità sufficiente ad affrontare la quotidianità. Le banche, infatti, agiscono manovrando la trasformazione e la durata dei propri attivi e dei propri passivi e possono trovarsi a secco di liquidità in alcuni momenti. Avere accesso ai rifinanziamenti della banca centrale diminuisce il rischio che questa liquidità venga a mancare e mantiene la banca solvibile. Questa liquidità viene misurata da un indice, che si chiama Liquidity coverage Ratio.

L’ultimo rapporto sulla stabilità di Bankitalia dedica un breve approfondimento all’andamento di questo indice per le banche italiane, che è peggiorato da quando è diminuito il valore dei titoli di stato a causa dell’aumento dello spread. Un’altra delle tante conseguenze negative che questo evento porta con sé che abbiamo provato a esplorare sinteticamente in questa miniserie dedicata alle banche (ma ci sono conseguenze negative anche per gli altri operatori economici, dalle famiglie in poi).

“Il calo del valore dei titoli non impegnati e stanziabili ai fini del rifinanziamento presso l’Eurosistema – scrive Bankitalia – ha contribuito a determinare una riduzione della posizione netta di liquidità, scesa tra maggio e luglio dal 14,2 al 12,5 per cento del totale delle attività per le banche significative e dal 17,1 al 15,4 per quelle meno significative”. La posizione netta di liquidità equivale alla differenza tra i flussi di cassa attesi nei prossimi 30 giorni e le riserve di attività non impegnate e stanziabili ai fini di rifinanziamento presso l’Eurosistema (counterbalancing capacity) in percentuale del totale delle attività. Detto in parole povere, sono tanto più capace di generare liquidità quanto più dispongo di riserve da mobilitare all’occorrenza, che posso depositare presso la Banca centrale e avere in cambio risorse fresche. Questo collaterale in gran parte è costituito da titoli di stato, e nel caso delle banche italiane che ne sono imbottite, di bond italiani. L’aumento dello spread, di conseguenza, ha diminuito queste riserve mobilitabili e quindi ridotto l’indice di liquidità delle banche. “Nel mese di giugno l’indice medio di copertura della liquidità (liquidity coverage ratio, LCR) era diminuito al 159 per cento, un livello comunque ampiamente superiore al minimo regolamentare del 100 per cento”.

Secondo una stima di Bankitalia un rialzo di 100 punti base sull’intera curva dei tassi ridurrebbe l’indice LCR a 133 in media. Per le banche significative addirittura al 120 da 145. Insomma, aumentano i rischi di rimanere a secco quando serve.

Non solo. Le banche italiane hanno depositato all’Eurosistema circa 240 miliardi per i loro rifinanziamenti. Ma “fra la fine di aprile e la fine di settembre le banche italiane hanno aumentato del 2 per cento le attività utilizzabili come garanzia nelle operazioni di rifinanziamento presso l’Eurosistema depositate presso la Banca d’Italia (collateral pool), a 316 miliardi”. Ciò in quanto “il calo dei corsi dei titoli di Stato ha determinato una riduzione del loro peso nel collateral pool”.

Anche nel deposito dei collaterali il rating sovrano ha il suo peso però. “Il calo dei corsi dei titoli di Stato ha determinato una riduzione del loro peso nel collateral pool (dal 35 al 30 per cento)”, spiega Bankitalia.

Se il rating italiano dovesse peggiorare ancora, spiega Bankitalia, le conseguenze per le banche possono essere molto gravi. Le agenzie riconosciute dall’Eurosistema sono Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch e DBRS. Quando le banche depositano il collaterale nel pool di Bankitalia, pagano un haircut che dipende dal rating dei titoli che depositano. Più il rating è basso più l’haircut è elevato, ossia il titolo viene quotato meno e quindi genera un importo finanziabile più basso. Le banche italiane pagano già il massimo di haircut sui titoli di stato italiani, proprio perché il nostro rating sovrano è basso. Ma cosa succederebbe se tutte le agenzie di rating lo facessero scendere sotto l’investment grade? “I titoli di stato potrebbero non essere più stanziabili”, spiega Bankitalia. Quindi non rimarremmo solo a secco. Finirebbero proprio i soldi. Il cappio sovrano avrebbe completato l’opera.

(3/fine)

Puntata precedente: Nel 2019 arriva il conto “europeo” per le banche italiane

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