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Le banche italiane rischiano pure di rimanere a secco


Concludiamo questa rapida ricognizione sui rischi accumulati nei bilanci bancari a causa del caro spread trattando l’ultima questione, assai spinosa, che raramente emerge sulle cronache trattandosi di materia alquanto esotica. Si tratta infatti dei meccanismi che regolano i rapporti delle banche con la banca centrale, che nel caso delle banche italiane coincide con l‘Eurosistema. Questi rapporti sono alquanto complicati ma qui ci limitiamo a un aspetto piuttosto semplice anche se tecnicamente rilevante. Ossia la circostanza che le banche depositino dei collaterali, quindi titoli a garanzia, delle operazioni di rifinanziamento – in pratica prestiti – presso l’Eurosistema. Questi collaterali mettono la banca nella condizione di avere liquidità sufficiente ad affrontare la quotidianità. Le banche, infatti, agiscono manovrando la trasformazione e la durata dei propri attivi e dei propri passivi e possono trovarsi a secco di liquidità in alcuni momenti. Avere accesso ai rifinanziamenti della banca centrale diminuisce il rischio che questa liquidità venga a mancare e mantiene la banca solvibile. Questa liquidità viene misurata da un indice, che si chiama Liquidity coverage Ratio.

L’ultimo rapporto sulla stabilità di Bankitalia dedica un breve approfondimento all’andamento di questo indice per le banche italiane, che è peggiorato da quando è diminuito il valore dei titoli di stato a causa dell’aumento dello spread. Un’altra delle tante conseguenze negative che questo evento porta con sé che abbiamo provato a esplorare sinteticamente in questa miniserie dedicata alle banche (ma ci sono conseguenze negative anche per gli altri operatori economici, dalle famiglie in poi).

“Il calo del valore dei titoli non impegnati e stanziabili ai fini del rifinanziamento presso l’Eurosistema – scrive Bankitalia – ha contribuito a determinare una riduzione della posizione netta di liquidità, scesa tra maggio e luglio dal 14,2 al 12,5 per cento del totale delle attività per le banche significative e dal 17,1 al 15,4 per quelle meno significative”. La posizione netta di liquidità equivale alla differenza tra i flussi di cassa attesi nei prossimi 30 giorni e le riserve di attività non impegnate e stanziabili ai fini di rifinanziamento presso l’Eurosistema (counterbalancing capacity) in percentuale del totale delle attività. Detto in parole povere, sono tanto più capace di generare liquidità quanto più dispongo di riserve da mobilitare all’occorrenza, che posso depositare presso la Banca centrale e avere in cambio risorse fresche. Questo collaterale in gran parte è costituito da titoli di stato, e nel caso delle banche italiane che ne sono imbottite, di bond italiani. L’aumento dello spread, di conseguenza, ha diminuito queste riserve mobilitabili e quindi ridotto l’indice di liquidità delle banche. “Nel mese di giugno l’indice medio di copertura della liquidità (liquidity coverage ratio, LCR) era diminuito al 159 per cento, un livello comunque ampiamente superiore al minimo regolamentare del 100 per cento”.

Secondo una stima di Bankitalia un rialzo di 100 punti base sull’intera curva dei tassi ridurrebbe l’indice LCR a 133 in media. Per le banche significative addirittura al 120 da 145. Insomma, aumentano i rischi di rimanere a secco quando serve.

Non solo. Le banche italiane hanno depositato all’Eurosistema circa 240 miliardi per i loro rifinanziamenti. Ma “fra la fine di aprile e la fine di settembre le banche italiane hanno aumentato del 2 per cento le attività utilizzabili come garanzia nelle operazioni di rifinanziamento presso l’Eurosistema depositate presso la Banca d’Italia (collateral pool), a 316 miliardi”. Ciò in quanto “il calo dei corsi dei titoli di Stato ha determinato una riduzione del loro peso nel collateral pool”.

Anche nel deposito dei collaterali il rating sovrano ha il suo peso però. “Il calo dei corsi dei titoli di Stato ha determinato una riduzione del loro peso nel collateral pool (dal 35 al 30 per cento)”, spiega Bankitalia.

Se il rating italiano dovesse peggiorare ancora, spiega Bankitalia, le conseguenze per le banche possono essere molto gravi. Le agenzie riconosciute dall’Eurosistema sono Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch e DBRS. Quando le banche depositano il collaterale nel pool di Bankitalia, pagano un haircut che dipende dal rating dei titoli che depositano. Più il rating è basso più l’haircut è elevato, ossia il titolo viene quotato meno e quindi genera un importo finanziabile più basso. Le banche italiane pagano già il massimo di haircut sui titoli di stato italiani, proprio perché il nostro rating sovrano è basso. Ma cosa succederebbe se tutte le agenzie di rating lo facessero scendere sotto l’investment grade? “I titoli di stato potrebbero non essere più stanziabili”, spiega Bankitalia. Quindi non rimarremmo solo a secco. Finirebbero proprio i soldi. Il cappio sovrano avrebbe completato l’opera.

(3/fine)

Puntata precedente: Nel 2019 arriva il conto “europeo” per le banche italiane

I crediti “invisibili” della Banca centrale


Se i debiti di una banca centrale sono i crediti dell’economia reale, pubblica e privata, cosa sono i suoi crediti? La risposta più semplice, che in fondo non è così distante dalla realtà, è che i crediti di una banca centrale sono i debiti dell’economia reale. Questo innanzitutto per un principio di identità contabile, visto che il bilancio di una banca centrale non è diverso, almeno nella logica di costruzione, da quello di una qualsiasi azienda. Ma poi anche di sostanza. Se l’economia ha bisogno dei debiti della banca centrale (BC) per poter funzionare, almeno nello schema semplificato che abbiamo estratto da uno studio della BoE, al tempo stesso la BC ha bisogno dei debiti dell’economia reale per bilanciare i suoi. In sostanza, come un qualunque azienda, deve avere degli asset.

La differenza fra un BC e una qualunque azienda risiede nella peculiarità dei suoi asset (vedi schema). Converrà quindi esaminarli uno ad uno. Il primo, probabilmente noto a tutti, è l’oro, retaggio per le banche centrali più antiche, del vecchio gold standard, quando le riserve auree erano la base della circolazione delle banconote. L’oro è stato demonetizzato alla fin degli anni ’70 del secolo scorso, al termine di una lunga fase di instabilità innescata dalla fine del sistema di Bretton Woods decisa dagli Usa il 15 agosto 1971. Ma l’oro è rimasto, e in alcuni casi – tipo la Fed, ma anche la nostra Bankitalia – in quantità rilevanti.

Pure se non svolge alcuna funzione monetaria – nel senso che l’emissione di moneta non dipende più dalla quantità di riserve auree – l’oro rimane comunque un asset che deve essere in qualche modo contabilizzato. Il sistema contabile IFRS, cui diverse BC fano riferimento, sottolinea che l’oro deve essere considerato come una commodity e non come uno strumento finanziario. E in mancanza di determinazioni più precise, le BC hanno adottato diversi metodi per quantificarne il valore. A tal fine molte distinguono fra oro monetario, che ha un grado di purezza del 99,9% – che viene inserito fra le riserve monetarie, e oro non monetario. Alcune valutano l’oro monetario al costo, altre al prezzo di mercato. L’oro non monetario è più comunemente valutato al costo. Questa pratica di valutare l’oro al costo genera problemi di vario genere quando si decide di rivalutarlo. In particolare su come considerarne i profitti ai fini della distribuzione dell’utile.

La seconda voce importante, che insieme all’oro alimenta le riserve della BC sono le valute estere. Anche ai tempi del Gold standard c’erano le riserve in valuta, e ancor di più quando negli anni Venti del XX secolo si affermò il Gold exchange standard. Ancora oggi, molte BC inseriscono nel bilancio le loro riserve in valuta estera che, fra le altre cose, giovano ai loro scopi di politica monetaria – ad esempio quando intervengono sul mercato dei cambi – e quindi generano potenziali guadagni e perdite per i conti dell’istituto.

Anche per questi guadagni e perdite, funziona però la regola del sottosopra che, come abbiamo visto, caratterizza la BC. “Gli effetti di questi movimento possono essere controintuitivi”, scrive la BoE e un esempio chiarirà subito il perché. Se una BC è brava a fare il suo lavoro, e quindi magari impedisce all’inflazione di superare i target, è facile che la valuta nazionale rimanga stabile o tenda pure a rafforzarsi. Questo significa che la BC perde sulle proprie riserve estere, che si svalutano rispetto alla valuta nazionale. E’ ciò che la teoria chiama una “good loss”, visto che è un segnale di forza dell’economia. Al contrario, se la valuta nazionale si svaluta, la BC guadagna sulle riserve estere. In questo caso si parla di “bad profits”. Ciò rende alquanto complesso dare a queste perdite o guadagni il giusto senso contabile. Se una banca centrale guadagna sulle riserve estere – e quindi la moneta va male – l’applicazione dei principi IFRS vorrebbe che questi guadagni fossero inseriti nel calcolo degli utili da distribuire. Così facendo si rischia di diminuire gli asset reali della banca proprio quando l’economia reale ne avrebbe più bisogno. Anche qui le varie BC hanno adottato soluzioni diverse al problema. L’Eurosistema, ad esempio, non conta le perdite o guadagni sulle transazioni valutarie a meno che non cambi il valore dell’intera posizione valutaria.

La terza classe di asset che dobbiamo considerare sono gli strumenti finanziari che le BC accumulano nei loro bilanci sul lato dell’attivo quando acquistano titoli sul mercato aperto. Questa pratica, che con l’inizio massiccio dei vari QE ha fatto esplodere i bilanci delle BC (vedi grafico) diventa sempre più strategica ai fini delle valutazioni dei bilanci delle BC. Come una qualunque banca, ma per fini assai differenti, la BC compra strumenti finanziari che deve valutare al costo o al fair value, e poi ne accumula altri, ad esempio quando effettua dei repo con le controparti finanziarie. A differenza di una banca normale, però, una BC deve tenere conto di alcune criticità. Fra queste la circostanza che una BC, proprio in virtù del ruolo che gioca sui mercati, può influenzarli sensibilmente. Se il mercato si accorgesse che una BC sta vendendo un certo asset, questo potrebbe indebolirlo, magari realizzando l’obiettivo opposto rispetto a quello che la BC voleva raggiungere.

Questo ci riporta alla vera caratteristica saliente degli asset della BC: questi ultimi devono essere invisibili. Devono esserci – e funzionare – come fantasmi all’interno dei mercati perché il loro scopo è esattamente all’opposto di quello dei mercati. Questi ultimi mirano al profitto, le BC alla stabilità finanziaria, pure a costo del profitto.

Il corollario di questo teorema ci conduce all’ultimo asset di una BC, che poi è quello che conta veramente: la credibilità, ossia l’asset intangibile (e invisibile) per eccellenza. Come ogni istituzione finanziaria, a cominciare dalle banche, anche le BC basano la loro capacità di lavorare sulla credibilità. Con la differenza che se una banca commerciale perde credibilità rischia di fallire. Se una BC perde credibilità non fallisce – le BC non possono fallire -: fallisce la moneta. Il che è come dire che tutti i debiti che in questa moneta sono espressi, a cominciare dalle banconote, perdono il loro valore. Ecco perché i crediti della BC equivalgono sostanzialmente oltre che contabilmente ai debiti dell’economia reale. Se fallisce la moneta, fallisce l’economia.

Il Paese di conseguenza.

(3/segue)

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La Grecia è entrata prima dell’Italia nell’euro 3.0


A chi si stupisce dell’esito delle elezioni greche, dove l’unico vincitore è stato sostanzialmente l’astensionismo, giova ricordare che il 22 giugno, mentre Tsipras gigioneggiava a Bruxelles e il mondo si interrogava seriamente se Atene sarebbe rimasta nell’euro, la Central securities depositories della Banca di Grecia partecipava insieme a poche altre alla prima ondata di adesioni al sistema target S, ossia l’ulteriore evoluzione dell’integrazione finanziaria dell’Europa.

Ciò a dimostrazione dello spread, questo sì notevole, fra la superficie burrascosa e fatua del dibattere pubblico, e la calma fattiva degli abissi burocratici, dove ormai procede silente l’unificazione europea. Lo stanco rito democratico, che ancora si celebra, rivela perciò la sua sostanziale vacuità che l’intelligenza dei cittadini, sempre sottovalutata dai columnist, non manca di sanzionare con la disaffezione.

Ricordo ai non appassionati che la S che campeggia vicino a Target 2 sta per settlement, ossia regolamento, e si riferisce al fatto che tutte le transazioni di titoli, fra i paesi aderenti alla nuova piattaforma, vengono regolati centralmente con moneta di banca centrale. Un processo iniziato prima della crisi, nel 2007, e che si concluderà nel 2017 quando è prevista la terza onda di adesioni al nuovo sistema europeo di settlement. Un momento storico, che fa il paio con il completamento dell’unione del mercato europeo dei capitali prevista per il 2019 e che segue logicamente all’unione bancaria già operante.

Per allora l’eurozona, se non tutta l’Ue, sarà integrata in un sistema dove i flussi di capitale sono uniformati da una legislazione comune e vengono regolati centralmente da un meccanismo gestito al livello della Bce.

In tale contesto rischia di suonare alquanto anacronistico discorrere ancora di uscita dalla moneta unica. L’euro difatti è solo l’aspetto visibile di una integrazione che ormai si è evoluta fino ai livelli più profondi della struttura finanziaria europea.

Per comprenderlo occorre un sovrappiù di approfondimento.

Come premessa giova ricordare che il sistema Target 2 viene gestito dall’eurosistema, ossia dalle banche centrali nazionali che aderiscono all’euro, ed è assurto all’onore delle cronache dopo l’esplosione della crisi dei debiti sovrani, quando di fatto l’eurosistema ha funzionato come una camera di compensazione degli squilibri delle bilance dei pagamenti dei singoli stati dell’eurozona. Nella reportistica della Bce, gli squilibri Target sono stati utilizzati come misura degli squilibri interni dei singoli paesi, o, che è lo stesso, come un indice della frammentazione che tuttora affligge l’eurozona.

Per comprendere cosa comporta l’apertura della nuova piattaforma di settlement dobbiamo scendere nei bassifondi della finanza, dove lavorano entità che usualmente non campeggiano sulle pagine dei giornali.

Fra queste, le Central securities depositories (CDSs), che gestiscono appunto il settlement. O, detto con parole nostre, il regolamento delle transazioni che intervengono fra due controparti. Quando due parti si scambiano un’obbligazione lo fanno tramite un contratto. Le entità che si occupano del settlement hanno proprio il compito di regolare questo contratto in base alle condizioni in esso contenute. Quindi il regolamento può consistere nella consegna di titoli o di denaro liquido, in un determinato tempo e in un determinato luogo.

A volte il regolamento prevede l’interposizione di un’altra entità, di solito una banca, che assume il ruolo di custode, ossia conserva i titoli che dovranno essere scambiati al momento del settlement.

Al momento ogni paese europeo ha una sua CDSs o si affida a una precisa CDSs che agisce in regime di sostanziale monopolio, con le sue regole e i suoi costi. Tutto ciò genera ulteriore motivo di frammentazione finanziaria in una zona che già di suo ne soffre parecchio. Per questa ragione è stata studiata l’evoluzione di Target 2 in Target 2 S.

In Italia, ad esempio c’è il Monte Titoli che è stato l’ultimo in ordine di tempo ad aderire al Target 2 S lo scorso 31 agosto. Vale la pena notare che l’ingresso dell’Italia nel Target 2 S è stato successivo a quello della Bank of Greece Securities Settlement System (BOGS), del Depozitarul Central (Romania), del Malta Stock Exchange e del SIX SIS (Svizzera). Notate che la Svizzera non solo è fuori dall’eurozona, ma anche dell’Ue, eppure è stata fra le prime ad aderire al nuovo sistema, dimostrandosi con ciò che l’integrazione finanziaria, assai più di quella monetaria e bancaria, è ciò che va caratterizzando il processo di unificazione europea.

In sostanza si tratta di centralizzare in un’unica piattaforma, gestita dall’eurosistema, ossia dalle banche centrali che aderiscono alla Bce, tutte le operazione di settlement europee, che verranno quindi regolate con moneta di banca centrale proprio come avviene con i vecchi saldi Target 2.

In tal modo, come spiega la Bce, si otterranno benefici sul lato dei costi, dell’efficienza e persino alla stabilità finanziaria. E, aggiungo io, sarà anche più facile far fronte a eventuali scompensi emettendo moneta di banca centrale qualora se ne ravveda la necessità. Ciò che certo non dispiacerà agli scommettitori di professione.

Come si vede, qualunque sia il passaggio, gli argomenti a favore sono sempre gli stessi. Così come anche le conseguenze: cessione di prerogative nazionali a fronte di benefici sovranazionali.

C’è una differenza però. L’euro 3.0 vedrà la luce esclusivamente grazie alle CDSs. Ventitré di loro hanno già aderito e la Bce si aspetta che altre ne arriveranno, anche fuori dal circuito strettamente europeo. Come si può notare, più il processo si raffina, più si allontana dal comune sapere e dall’opinione pubblica che si è accorta solo dopo un decennio degli effetti dell’unificazione monetaria.

Concludo con un dato di cronaca. E’ già stato fissato da tempo il cronoprogramma del Target 2 S, che procede con assoluta precisione. La prossima “ondata” di adesioni è per il prossimo 28 marzo, quando aderiranno alla piattaforma Euroclear Belgium, Euroclear France, Euroclear Nederland, Interbolsa (Portugal), National Bank of Belgium Securities Settlement Systems (NBB-SSS). La terza ondata è prevista per il 12 settembre 2016, quando toccherà a Clearstream Banking (Germania), KELER (Ungheria), LuxCSD (Lussemburgo), Oesterreichische Kontrollbank (Austria), VP Lux (Lussembrugo) e VP Securities (Denmark).

L’ultima ondata di adesione è prevista per il 6 febbraio 2017, con le adesioni delle Cds di Spagna, Finlandia, i tre paesi baltici, la Slovacchia e la Slovenia. A quel punto, per citare Mario Draghi, l’Unione europea sarà un po’ “più perfetta”.

Ma quante sono le famiglie italiane vulnerabili?


Leggo perciò a un certo punto, scorrendo l’ultimo bollettino mensile della Bce, che le famiglie italiane indebitate vulnerabili sono parecchie. Anzi, nel confronto fra gli altri paesi dell’eurozona, sono fra persino più di quelle cipriote e greche. Più esposte delle nostre famiglie ai tormenti del debito, ci sono solo quelle slovacche.

Ovviamente non credo ai miei occhi. Ma poi mi ricordo che la statistica è quella meravigliosa disciplina in cui tutto è possibile, dipendendo ogni sua conclusione dalle premesse sulle quali è fondata. Così per comprendere l’analisi della Bce è opportuno partire proprio da queste.

L’analisi della Bce, che quota il 7,3% la percentuale di famiglie italiane indebitate vulnerabili, cozza peraltro con un’altra rilevazione, fatta stavolta dalla Banca d’Italia nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria, dove non solo tale percentuale viene stimata meno della metà, ma addirittura, nota Bankitalia, la situazione è pressoché stabile.

Chi ha ragione perciò?

Dipende appunto.

La Bce per svolgere la sua analisi parte dai dati della Household Finance and Consumption Survey (HFCS) che l’Eurosistema svolge su base triennale partendo da un campione dei bilanci di 62 mila famiglie nei 15 paesi dell’area. I dati, nonostante la Survey sia stata pubblicata ad aprile 2013,  sono aggiornati al 2010 (la prossima Survey è in lavorazione) quindi non sono aggiornati e perciò vanno interpretati con saggezza.

Questa base è stata interpolata con altri dati per arrivare a compilare dei veri e propri stress test sul bilanci familiari dell’eurozona articolati considerando alcuni shock, sia sul livello di occupazione – la perdita del lavoro è un evidente motivo di tensione finanziaria per una famiglia indebitata – sia sul livello dei tassi, visto che questo decide le sorti del servizio del debito.

Ma prima ancora di approfondire bisogna intendersi su cosa significhi vulnerabilità per la Bce. Nello studio tale condizione si verifica quando una famiglia ha un margine finanziario negativo. Ossia quando la differenza fra il reddito e la somma di imposte, servizio del debito e costo dei beni essenziali è negativo. E poi quando tale flusso negativo è superiore alle attività liquide della famiglie in un determinato arco di tempo.

In sostanza, se una famiglia va in rosso e la liquidità che ha a disposizione non basta a coprirlo più di tanto diventa automaticamente vulnerabile.

Gli stress test svolti dalla Bce ci dicono anche altre cose. L’Italia, che nello scenario base quota un 7,3% di famiglie ritenute vulnerabili (peggio fanno solo gli slovacchi con il 7,9%), vedrebbe aumentare la sua quota di famiglie vulnerabili al 7,5 in caso di shock sui tassi di interesse (incremento stimato di 300 punti base), e al 7,4% in caso di aumento della disoccupazione (+5% del tasso). Se si verificassero entrambe le condizioni, le famiglie vulnerabili diventerebbero il 7,7% del totale. Al livello del Portogallo.

Certo, ad altri andrebbe assai peggio. In Spagna, per dire, dove nello scenario base le famiglie vulnerabili sono il 6,7%, lo shock sui tassi le farebbe salire all’8,8%, quello dell’occupazione al 7,1, il combinato disposto al 9,1. In Grecia, 6,9% nello scenario base, un aumento dei tassi le porterebbe al 7,8% e della disoccupazione al 7,5%. Il combinato all’8,5%.

Se andiamo a vedere i paesi “sani”, vedremmo che in Germania, dove le famiglie vulnerabili sono il 4% nello scenario base, un aumento di tassi non avrebbe alcun effetto, mentre un aumento della disoccupazione un effetto marginale, portandole al 4,1%, che poi è la stessa percentuale nel caso si verifichi l’effetto combinato. In Francia, che parte da un 2,4%, l’effetto di un aumento dei tassi sarebbe nullo e della disoccupazione uguale a quello tedesco, portandosi il combinato al 2,5%.

Nel ricordarvi che tutto ciò è frutto di congetture, è interessante tuttavia osservare una circostanza: il canale finanziario, ossia l’aumento dei tassi di interesse, è assai più impattante sulla vulnerabilità rispetto all’aumento della disoccupazione per i PIIGS, mentre vale il contrario per i paesi meno fragili.

Vagamente inquieto, approfitto della pubblicazione dell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato da Bankitalia proprio nello stesso giorno del bollettino Bce per capire come la veda invece la nostra banca centrale. E mi accorgo che in effetti la questione è all’ordine del giorno, tanto che nel rapporto alla vulnerabilità delle famiglie indebitate viene dedicato un riquadro che si interroga sugli effetti della stagnazione del reddito su queste famiglie.

La prima cosa che salta all’occhio è la definizione di vulnerabilità, assai diversa da quella della Bce. Per Bankitalia, in particolare, “sono considerate vulnerabili le famiglie che hanno un rapporto fra rate da pagare (capitale e interessi) e reddito disponibile superiore al 30 per cento e un reddito disponibile inferiore al valore mediano (NB: non medio, ndr) della distribuzione”.

Quindi tale definizione è basata esclusivamente sulla percentuale del servizio del debito in relazione al reddito e non prende in considerazione il flusso finanziario globale dei soggetti. E questo spiega perché i risultati di Bankitalia siano così diversi da quelli della Bce e anche perché le percentuali di vulnerabilità assai più basse.

Bankitalia nota infatti che fra il 2008 e il 2010 la percentuale di famiglie vulnerabili si è ridotta dal 3% al 2,3%, passando la quota di debito delle famiglie vulnerabili dal 24,6% del debito totale delle famiglie al 16,4%. Tale miglioramento è dipeso dal fatto che il calo dei tassi ha più compensato la marcata riduzione di reddito.

Nel 2012 la percentuale dei vulnerabili è risalita al 2,9%, circa 750 mila famiglie, per un ammontare totale di debito pari al 20% dell’intero settore, che vale circa 140 miliardi. Tale peggioramento si è verificato a causa del calo del reddito disponibili e, soprattutto, al rialzo dei tassi dovuto all’esplodere della crisi del debito sovrano.

Bankitalia si è spinta oltre e ha effettuato alcune simulazione econometriche secondo le quale, stante l’attuale situazione della congiuntura, le famiglie vulnerabili aumenteranno al 3,2 nel 2014 per raggiungere il 3,4% nel 2015 nella scenario base. In caso di shock sul reddito nominale, ipotizzato in calo dello 0,5% nel 2014 e dell’1% nel 2015, la percentuale salirebbe al 3,7% nel 2015. Se invece salissero i tassi, con l’ipotesi di un un aumento dell’1% dell’euribor a tre mesi, si arriverebbe al 3,5%, sempre nel 2015.

La differenza marcata fra le due analisi spiega con chiarezza la divergenza fra le conclusioni. talché è persino impossibile rispondere con ragionevole certezza alla domanda su quante siano le famiglie italiane rese vulnerabili dai debiti. Osservo solo che l’analisi di Bankitalia è assai più rassicurante di quella della Bce. E questo significherà pure qualcosa.

Aldilà delle congetture, tuttavia, è assai più interessante osservare alcuni dati, che sempre Bankitalia pubblica nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria.

Mi riferisco in particolare ai dati sui prestiti alle famiglie consumatrici. Bankitalia li classifica in tre voci: prestiti per acquisti abitazioni, credito al consumo e altri prestiti, e confronta l’evoluzione degli aggregati fra dicembre 2013  e giugno 2014.

La prima circostanza da sottolineare è che il totale dei prestiti è leggermente diminuito, da 553,373 mld di euro a 550,828. Ma soprattutto che sono aumentati gli incagli (da 1,9% a 2,1, pari a 7,1 mld)  e le sofferenze (da 3,4% a 3,6%, pari a 12,2 mld) sui prestiti per abitazioni. Questa voce pesava a giugno scorso 338,5 miliardi, ossia il 61% del totale dei prestiti bancari alle famiglie.

Le sofferenze sono aumentate anche sui crediti al consumo, dal 6,2% al 6,4%, pari a 7,12 mld, e anche sugli altri prestiti, dal 17,3% al 17,7, pari a 17,7 mld.

Se sommiamo il totale delle sofferenze nelle tre voci di prestiti, osserviamo che le banche hanno crediti in sofferenza presso le famiglie per oltre 37 miliardi di euro.

La famiglie saranno vulnerabili saranno pure poche, in Italia, come dice Bankitalia.

Ma le banche no.

Super Target 2, ovvero euro 3.0


Mentre l’opinione pubblica europea si divide e si lacera dibattendo più o meno faziosamente di euro/sì-euro/no, nelle rarefatte alture della superburocrazia dell’eurosistema si piantano paletti geroglifici e sempre più solidi che, di fatto, rendono tale dibatitto un utile esercizio di stile politico, buono per le campagne elettorali insomma, ma ben lungi dalla realtà.

Nascoste fra le pagine più astruse della pubblicistica web, e paradossalmente in bella evidenza, si delineano gli scenari e gli obiettivi dei passi ormai prossimi a venire, che già quest’anno saranno compiuti per poter diventare operativi nel 2015, quando verranno ulteriormente raffinati e condotti a buon fine per il 2017, quando il nuovo sistema Target 2 S sarà ormai una solida realtà.

La S di Target 2 sta per settlement, ma per volgarizzare un po’ la questione, oltremodo noiosa, può essere utile considerarla come la S di super, visto che, di fatto, segnerà un evoluzione del sistema Target 2, ossia il sistema finora utilizzato per regolare la contabilità delle partite fra le banche dell’eurosistema in moneta di banca centrale.

Target 2 viene gestito dall’eurosistema, ossia dalle banche centrali nazionali che aderiscono all’euro, ed è assurto all’onore delle cronache dopo l’esplosione della crisi dei debiti sovrani, quando di fatto l’eurosistema ha funzionato come una camera di compensazione degli squilibri delle bilance dei pagamenti dei singoli stati dell’eurozona. Nella reportistica della Bce, gli squilibri Target sono stati utilizzati come misura degli squilibri interni dei singoli paesi, o, che è lo stesso, come un indice della frammentazione che tuttora affligge l’eurozona.

In pratica, così almeno la racconta la Bundesbank nel suo bollettino mensile di marzo 2011, man mano che la crisi degli spread faceva essiccare le fonti del finanziamento interbancario fra le banche dell’eurozona, le banche centrali nazionali compensavano emettendo proprie passività (quindi debiti) per saziare la sete di liquidità delle proprie banche commerciali. Tali passività corrispondevano a saldi negativi nella contabilità Target 2, a fronte dei quali si ergeva il potente attivo della banca centrale tedesca, conseguenza palese della circostanza che le banche commerciali tedesche avevano riportato i capitali a casa. Quindi non erano più le banche commerciali tedesche a prestare soldi alle banche commerciali del PIIGs, ma la Bundesbank, tramite l’eurosistema, alle banche centrali dei PIIGS, attingendo alla generosità della BCE che intanto apriva i rubinetti.

Man mano che la tensione dell’interbancario si rilassavano gli squilibri dei saldi Target 2 si riducevano.

Scusate la premessa, ma era necessaria per capire anche se per sommicapi cosa sia Target 2, sennò non si capisce cosa sarà Target 2 S.

Prima di arrivarci, però, serve un’altra sottolineatura. Sappiamo, perché ce l’hanno detto e ripetuto in tutte le lingue, che l’unione bancaria è l’evoluzione naturale dell’unione monetaria. Per questo l’ho chiamata euro 2.0. Ciò in quanto mette in comune la moneta bancaria disciplinando (o vorrebbe disciplinare) l’erogazione di crediti da parte delle banche più importanti dell’eurozona con l’obiettivo di spazzare il legame fra queste e gli stati nazionali. Parliamo delle famose 130 banche che verrano sottoposte ad asset quality review e più tardi a stress test.

Tutto ciò, viene detto, al fine di aumentare la fiducia sull’affidabilità delle banche europee, e quindi incoraggiare i prestiti. Che è sicuramente vero, ma non è tutta la verità. L’unione bancaria, come ho già detto, serve a creare un mercato creditizio comune, quindi sempre più integrato, dopo quello che faceva riferimento alla semplice moneta legale.

Cosa rimane, per completare l’integrazione dell’eurozona, dopo aver unificato la moneta legale e quella creditizia? Facile: la moneta finanziaria. L’espressione non è proprio una perla di precisione, ma credo renda bene l’idea.

Per capirlo dobbiamo scendere nei bassifondi della finanza.

Qui si agitano entità che nessuna persona normale incontrerà mai nella sua vita. Non direttamente almeno. Qualcuna abbiamo imparato a conoscerla, quando ci siamo trovati di fronte alle controparti centrali.

Ce ne sono altre che si chiamano Central securities depositories (CDSs). Queste entità si occupano di un passaggio molto importante nella vita della finanza: il settlement. O, detto con parole nostre, il regolamento del contratto.

Il settlement, infatti, consiste nel regolamento delle transazioni che intervengono fra due controparti. Quando due parti si scambiano un’obbligazione lo fanno tramite un contratto. Le entità che si occupano del settlement hanno proprio il compito di regolare questo contratto in base alle condizioni in esso contenute. Quindi il regolamento può consistere nella consegna di titoli o di denaro liquido, in un determinato tempo e in un determinato luogo.

A volte il regolamento prevede l’interposizione di un’altra entità, di solito una banca, che assume il ruolo di custode, ossia conserva i titoli che dovranno essere scambiati al momento del settlement.

Vengo al punto. Al momento ogni paese dell’euroarea ha la sua CDSs che agisce in regime di sostanziale monopolio, con le sue regole e i suoi costi. In Italia, ad esempio c’è (c’era almeno prima che la borsa si vendesse a quella di Londra) il Monte Titoli. Tutto ciò genera ulteriore motivo di frammentazione finanziaria in una zona che già di suo ne soffre parecchio. Per questa ragione è stata studiata l’evoluzione di Target 2 in Target 2 S.

In sostanza si tratta di unificare in un’unica piattaforma, gestita dall’eurosistema, ossia dalle banche centrali che aderiscono alla Bce, tutte le operazione di settlement dell’eurozona, che verranno quindi regolate con moneta di banca centrale proprio come avviene con i vecchi saldi Target 2. In tal modo, come nota la Bce nel suo ultimo aggiornamento sull’integrazione finanziaria, si otterranno benefici sul lato dei costi, dell’efficienza e persino alla stabilità finanziaria. E, aggiungo io, sarà anche più facile far fronte a eventuali scompensi emettendo moneta di banca centrale qualora se ne ravvedesse la necessità. Eventualità che certo non dispiacerà agli scommettitori di professione.

Come si vede, qualunque sia il passaggio (euro 1.0. euro 2.0, euro 3.0) gli argomenti a favore sono sempre gli stessi. Così come anche le conseguenze: cessione di prerogative nazionali a fronte di benefici sovranazionali. Creare un’unione sempre più perfetta, per citare Mario Draghi.

C’è una differenza però. Quando si trattò di entrare nell’euro 1.0 decisero gli stati. L’Unione bancaria (euro 2.0) è stata decisa dalla commissione Ue e approvata dal Parlamento europeo. L’euro 3.0, vedrà la luce (su base volontaria) esclusivamente grazie alle CDSs, 22 delle quali hanno già aderito. Come si può notare, più il processo si raffina, più si allontana dal comune sapere e dall’opinione pubblica che, come ho notato all’inizio, si è accorta solo dopo un decennio di cosa abbia significato l’euro 1.0.

Concludo con due dati di cronaca. Il primo è che fra gli aderenti del T2S c’è anche CDS della Bank of New York Mellon, una delle principali protagoniste del try party repo americano, che evidentemente ha i suoi buoni motivi per infilarsi nelle nostre beghe finanziarie.

Il secondo è che la data è stata fissata: il 22 giugno 2015 l’euro 3.0 vedrà la luce. Quel giorno inizierà la fase di go live, che darà inizio alla fase di transizione che terminerà nel 2017, quando il T2S sarà pienamento operativo.

Chissà che fine avrà fatto nel frattempo l’euro 1.0.