Etichettato: 86th Annual Report BIS

Lezioni indiane sulla cittadinanza (e la finanza) digitale


Poiché pochi dubitano della circostanza che il futuro del mondo passi da quello dell’Oriente, dovremmo prendere l’abitudine di scrutare le cronache che lentamente, ma con crescente assertività, stanno componendo il secolo asiatico che purtroppo spesso rimangono inosservate o frettolosamente archiviate da noi occidentali, ancora in fregola di supremazia, malgrado l’accidia e i capelli bianchi.

Il problema semmai è riuscire a individuare, in quel tanto che succede, le linee sottili che compongono la fisionomia di questo secolo orientale, che con molta probabilità finiranno col diventare il futuro anche per noi occidentali distratti dal futile al punto da aver smarrito il senso dell’utile.

E poiché il discorso qui inizia a farsi lungo, meglio prendere una scorciatoia e segnalare subito un bel paper della Bis che illustra molto bene la rivoluzione finanziaria in corso in India. Ed essendo la finanza un fatto squisitamente politico, parliamo anche di una rivoluzione sociale, che passa inevitabilmente dal Grande Driver di questi cambiamenti: la tecnologia. Tutto si tiene, ovviamente. E in Oriente ancora di più, per una serie di motivi che non serve riepilogare qui.

Meglio concentrarsi sui fatti. E il primo è che l’India fin dal 2009 è impegnata in un progetto di identità biometrica di massa – Aadhaar programme – che in un decennio ha contribuito parecchio a cambiare il panorama dei servizi, rappresentando uno dei pilastri dell’iniziativa delle autorità per aumentare – ad esempio – l’inclusione finanziaria. Che questo porti con sé un aumentato livello di controllo non deve stupire: fa parte della visione asiatica, che ormai si è estesa all’Occidente liberale (di una volta), l’idea di scambiare la propria libertà – concetto che poco ha di orientale – con una maggiore connessione al sistema per le più svariate ragioni. La sicurezza, ad esempio. Ma anche avere accesso a un sistema dei pagamenti digitali può essere un ottimo incentivo.

E questo probabilmente è il caso dell’India. Qui mezzo miliardo di adulti ha aperto un conto corrente fra il 2011 e il 2017, colmando quindi in parte quel gap che ancora rimane ampio fra i paesi dove avere un conto corrente rappresenta una normalità e quelli – segnatamente quelli più poveri – dove ancora non lo è. Abbiamo già visto altrove che assicurare una maggiore inclusività finanziaria è uno degli obiettivi del FinTech, non a caso molto diffuso in Africa.

Si calcola che nel mondo ci siano ancora 1,7 miliardi di persone senza conto corrente. Ciò, oltre ad essere segno di povertà economica, rappresenta anche un universo di consumatori potenziali che rimane fuori dall’economia globalizzata. Per dirla semplicemente: questi consumatori potenziali devono entrare nel sistema per contribuire a farlo funzionare bene.

Torniamo in India. Insieme al programma Aandhaar, il primo del suo genere al mondo, il paese ha infatti sviluppato “diverse piattaforme digitali innovative, costruite come beni pubblici”, spiega la Bis. “Ogni piattaforma risolve una singola esigenza come identità, pagamenti o condivisione dei dati. Messe insieme, queste piattaforme creano una potente pacchetto di applicazioni”. Il tutto – e questo è il punto “politico” – è stato fatto all’interno del sistema regolatorio vigente. Quindi sotto il controllo dei poteri pubblici, che includono non solo il governo, ma soprattutto la banca centrale.

Questo pacchetto di applicativi “rafforza l’innovazione privata nel settore fintech, supportando mercati aperti, liberi e contestabili nella finanza digitale”. In questo modo “il settore ufficiale ha creato un sistema di pagamenti caratterizzato innanzitutto dall’interoperabilità”. L’identità digitale, ad esempio “non solo ha notevolmente aumentato l’inclusione finanziaria, ma ha anche offerto procedure robuste contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo”.

Ricapitoliamo: un sistema governativo identifica il cittadino, per adesso su base volontaria, quindi lo “spinge” verso l’utilizzo di applicazioni di diversa natura alcune delle quali, sviluppate dal settore privato e disegnate sotto la sorveglianza delle autorità monetarie. Queste app aggiungono alla qualifica di cittadino digitale, quella di soggetto economico digitale, ossia capace di assumere obbligazioni ed esprimere domanda di consumo di beni o servizi. E alla fine tutti vivono felici e contenti. Se solo fosse una favola.

(1/segue)

Il mondo alle prese con la Triade del rischio


Uno e ormai trino, il rischio globale, che assedia le nostre economie, trova nella narrazione che ne ha fatto di recente la Bis nel suo rapporto annuale la migliore delle rappresentazioni possibili a uso di coloro che vogliano godersi il panorama da un’altura appena più elevata rispetto a quella che usualmente ospita gli osservatori. La banca di Basilea, d’altronde, è il luogo delle riflessioni ponderate, l’ideale punto di vista di chi voglia comprendere le ragioni profonde della nostra economia, provando persino a dar loro un senso intellegibile capace di ordinare il caos di notizie contraddittorie che anima la nostra attualità.

Così Brexit, nelle dichiarazioni introduttive del direttore generale Jaime Caruana, occupa appena poche righe, con ciò sostanziandosi la portata reale di quest’evento rispetto al movimento profondo dell’economia internazionale. Quest’ultima, che risulta persino in miglior salute di quanto si possa desumere, rimane comunque fragile, esposta alla temperie di un rischio che ormai si è talmente stratificato da divenire inerente alla costituzione stessa del tessuto economico. L’economia, sembra di capire, è cresciuta perché nel frattempo anche il rischio è aumentato, replicandosi nell’economia reale la regola non scritta della finanza che vuole un maggior rischio associato a un maggior rendimento. Volendo crescere, vale a dire, i policy maker hanno dovuto accettare rischi crescenti, che ormai si declinano lungo tre diverse angolature, fino a configurarsi in una Triade, alla quale più volte fanno riferimento gli economisti della banca.

La prima fonte di rischio, spiega Caruana, “è costituita dai crescenti livelli di indebitamento, sia privato, soprattutto nelle economie di mercato emergenti, sia pubblico nelle economie avanzate, dove i governi si sono sforzati di attutire le ricadute economiche della fase di bust”. Sommandosi queste due voci di debito hanno condotto il debito globale a livelli mai visti in tempi di pace. E questo vuol dire un continuo drenaggio di risorse che i debitori devono assicurare ai creditori per servire, pure ai tassi minimi di oggi, le loro obbligazioni.

La seconda fonte di rischio, invece, è la crescita della produttività, che continua a languire. “Il rallentamento della crescita della produttività è un processo complesso, con molti fattori in gioco. I cicli finanziari sono uno di essi: attraggono una quantità eccessiva di risorse in settori in espansione ma con bassa crescita di produttività quali le costruzioni; una volta che si concretizza la fase di bust ci vuole tempo prima che queste risorse allocate in maniera distorta tornino verso usi più produttivi. Le nostre
analisi indicano che questi effetti possono essere significativi e duraturi”. Questo rischio, che impatta sulla crescita, sommandosi al primo, genera l’effetto di una maggiore sofferenza nella capacità di sostenere la montagna di debito che intanto continua a cumularsi, conducendo alla terza fonte di rischio: l’assottigliarsi dei margini per le manovre di policy. “Ciò risulta evidente nelle contromisure asimmetriche e non equilibrate adottate dalle politiche, che non hanno contrastato, o non hanno contrastato a sufficienza, i boom del credito, adottando invece continue
misure di allentamento durante le fasi di bust”.

Questa Triade svolge i suoi effetti nella filigrana stessa del tessuto economico, esacerbandone l’instabilità quando si verificano episodi di tensione, come nella seconda metà del 2015 e all’inizio di quest’anno. A questa minaccia, latente e potenzialmente violenta – come lo stesso episodio di Brexit mostra con chiarezza – se ne aggiunge una seconda che ci riporta alla radice del problema: la persistenza di tassi di interesse bassi. “Tassi persistentemente bassi, o addirittura negativi, erodono i margini netti di interesse delle banche, creano più disallineamenti di rendimento delle compagnie assicurative e incrementano il valore delle passività dei fondi pensione. Nel tempo, tutto ciò può avere un impatto debilitante sull’economia reale. Oltre a ciò, i tassi negativi possono scuotere la fiducia delle famiglie e influenzare le attitudini al risparmio e all’investimento per vie ancora più difficili da prevedere”.

E così si arriva al punto fondamentale che tutti temono più di ogni cosa: la perdita di fiducia. Cosa succederebbe se gli operatori smettessero di credere nel potere delle banche centrali di influenzare l’inflazione, o in quello dei governi di fare ciò che serve per stabilizzare l’economia?

A questa domanda non c’è nessuno che abbia voglia di rispondere.