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Alle origini della globalizzazione. Boom creditizi e crisi finanziarie


L’ultimo tassello che ci aiuta a comprendere la fisionomia finanziaria del nostro mondo si compone combinando due grandi tendenze che si sono sviluppate insieme all’internazionalizzazione dei prestiti bancari: l’innovazione finanziaria e la competizione. Le due cose sono intimamente collegate e connesse alla ricerca del profitto, che da un lato innova le pratiche e dall’altro spinge le banche a competere fra loro. La conseguenza di queste due tendenze è evidente: da un lato l’aumento dei rischi – e quindi dei rendimenti – e dall’altro il favorire boom creditizi che spesso si risolvono in crisi.

Due strumenti di notevole importanza per l’innovazione finanziaria furono i prestiti sindacati e i derivati. I primi, sviluppati già all’inizio degli anni ’60, consentirono alle banche più piccole di partecipare ai prestiti internazionali e di sviluppare il trading di prestiti sul mercato secondario. A tempo stesso, aumentando la partecipazione dei prestatori, grazie a questa tecnologia è stato possibile aumentare le dimensioni delle somme concesse, attraendo nell’orbita anche gli stati.

I tassi di questi prestiti, a medio termine, di solito erano collegati a quelli di breve termine dei depositi bancari. Per questo il mercato di Londra, che godeva di una supremazia nei mercati offshore, poté primeggiare con il suo Libor (London Interbank offered rate), che divenne il tasso di riferimento per gli interessi sui syndacate loans.

L’arrivo dei derivati produsse un’ulteriore evoluzione nella fisionomia dei mercati finanziari. “Prima del 1980 – spiega la Bis – le banche gestivano il rischio aprendo posizioni nel mercato interbancario a differenti maturità e diverse valute”. Ciò gonfiava notevolmente i bilanci bancari di posizioni sull’interbancario, rivelandosi alla fine poco efficiente. L’introduzione dei derivati cambiò le carte in tavola, consentendo alle banche di togliere dai bilanci il risk management. La conseguenza fu che a livello globale gli asset in derivati passarono da circa un trilione di dollari, nei tardi anni ’90, agli 8 trilioni di fine 2020, con grandi oscillazioni collegate alle varie perturbazioni che affliggono i mercati.

Una volta che l’innovazione finanziaria si sposò con la pratica degli arbitraggi bastò la naturale competizione fra banche per trasformare l’attività di prestiti internazionali in un lucroso (e rischioso) business. Quando poi intervenne anche la liberalizzazione dei capitali a facilitare le cose, si generò un effetto di accelerazione che semplicemente allargò lo spettro di attività già ampiamente diffuse. Con interessanti evoluzioni dal punto di vista della geografia finanziaria.

Negli anni ’70, infatti, erano le banche statunitensi le grandi protagoniste di questa internazionalizzazione. Negli anni ’80 toccò invece alle banche giapponesi giocare da protagonisti. Almeno fino a quando l’economia giapponese non collassò alla fine degli anni ’80. Gli anni ’90 e i primi anni del 2000 hanno visto invece le banche europee guadagnare gradualmente quote di mercato, fino a quando la Grande crisi finanziaria del 2008 non le ha messe al tappeto.

Questi cambiamenti “geografici” non mutarono però la sostanza: ossia che il credito internazionale per tutti questi anni è cresciuto più del credito interno, favorendo quindi la costruzione di squilibri finanziari che di tanto intanto erompono in crisi di diversa gravità. “In effetti, – scrive la Bis – le crisi finanziarie sono diventate più frequenti dopo gli anni ’70, anche a causa degli eccessi di credito consentiti dalle banche internazionali. Tre picchi nella crescita dei crediti internazionali dopo il 1980 hanno coinciso con le crisi del dopoguerra: la crisi del debito latino-americano nel 1982, la crisi finanziaria asiatica nel 1997 e il GFC nel 2007-09”.

L’aspetto interessante è che “dalla fine degli anni ’60 la competizione fra le banche ha abbassato i margini sui prestiti internazionali alle economia avanzate. Cercando maggiori profitti, la banche hanno espanso la loro attività di prestiti ai paesi emergenti”. A partire dal 1973, poi, quando le crisi petrolifere gonfiarono di petrodollari i paesi produttori, questa attività di prestiti trovò ancor di più di che alimentarsi: la banche dei paesi avanzati prestavano i petrodollari ai paesi emergenti.

Fra il 1974 e il 1982 i crediti transfrontalieri verso l’America Latina passarono da 43 miliardi a 197. E questo aiuta a capire perché nel 1982 il Messico fece sapere al mondo che non avrebbe pagato le sue obbligazioni.

Un copione simile si osserverà in Asia dieci anni dopo. La banche dei paesi ricchi, stavolta giapponesi, prestarono massicciamente ai paesi poveri dell’Asia, fino a quando non ci fu la crisi. Il Giappone dovette vedersela con l’esplosione della bolla di fine anni ’80, ma intanto le sue banche avevano prestato all’Asia emergente 124 miliardi di dollari nel 1997, in pratica raddoppiati dai 60 miliardi del 1990. Anche le banche europee avevano fatto la loro parte. L’esposizione bancaria europea in Asia era passato dal 35 al 51% negli stessi anni.

Morale della favola: la globalizzazione finanziaria è cominciata molto prima di quanto ripeta ossessivamente la vulgata. Portata avanti dalle banche Usa, è stata gradualmente metabolizzata da quelle giapponesi ed europee, che hanno sfruttato diversi espedienti per aumentare i margini di guadagno. E quando i paesi avanzati ormai non ne garantivano più abbastanza, hanno allentato gli standard dei prestiti per prestare alle economia emergenti, anche approfittando delle risorse che alcune di loro avevano ricavato dalle varie crisi petrolifere.

I ricchi hanno prestato ai poveri. E così facendo, più o meno coscientemente, li hanno spediti nell’abisso dell’insolvenza, bruciandosi a loro volta le penne. La storia si ripete anche oggi, ma con una notevole differenza: adesso sono entrate nel gioco le banche centrali che anestetizzano le ansie dei prestatori con abbondanti dosi di liquidità a buon mercato. Ma fino a quando? Pensare di poter rispondere a questa domanda è già un problema.

(3/fine)

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Chi sono e cosa hanno vinto i campioni della globalizzazione


Lasciamo da parte per un attimo i discorsi, ormai notori, su come la globalizzazione abbia contribuito a diminuire la diseguaglianza mondiale al prezzo di un aumento di quella locale, e concentriamoci su un altro aspetto: quali paesi e quali attori economici hanno tratto maggior vantaggio dell’infittirsi delle relazioni commerciali e finanziarie dell’ultimo ventennio.

Per arrivare al punto serve una breve premessa. I processi di internalizzazione hanno provocato una sostanziale mutazione delle posizioni estere in alcuni paesi, talché è accaduto che le rendite estratte dagli investimenti esteri, conseguenze della delocalizzazione, ha compensato il calo degli attivi puramente commerciali. Usando il linguaggio della bilancia dei pagamenti si potrebbe dire che il conto dei redditi primari ha compensato il conto delle merci. Questo andamento è chiaramente visibile per alcuni paesi ad alta vocazione di internazionalizzazione,

ed è una conseguenza del fatto che negli ultimi vent’anni c’è stata una notevole accelerazione degli investimenti diretti dai paesi avanzati e dai centri finanziari, che generano i relativi rendimenti ai proprietari delle azioni.

In fondo l’andamento della globalizzazione si può misurare anche da questo punto di vista. Per dare l’idea di quanto questo processo sia stato pervasivo, basta considerare che, secondo l’analisi fatta dalla Bis nel suo ultimo quarterly report, fra la metà degli anni ’90 e l’inizio della crisi il totale di asset e debiti esteri sono passati da meno del 150% del pil globale nel 1995 a oltre il 400% nel 2007. Ciò che ha determinato una crescente importanza relativa del peso dei flussi (ossia i redditi) di questi stock rispetto a quelli delle merci e dei servizi nella bilancia dei pagamenti. “Questo trend – spiega la Bis – è stato molto più pronunciato per i centri finanziari dove il rapporto fra i redditi primari lordi e i flussi commerciali lordi sono più che quadruplicati, dal 14% nel 1995 al 65% nel 2007”. Ma soprattutto, “l’importanza relativa dei redditi primari è cresciuta considerevolmente anche per le economie avanzate non sede di centri finanziari, dal 12% al 23%”, nello stesso arco di tempo. Anche dopo la crisi, che ha stoppato il processo di internazionalizzazione, tali rapporti sono rimasti elevati.

E qui veniamo al punto: questi redditi, che entrano nella contabilità nazionale aumentando il reddito nazionale lordo, chi beneficiano? Risposta facile: agli azionisti. In fondo si tratta di profitti realizzati dalle aziende che hanno delocalizzato. Risposta più ragionata: dipende. E in particolare dipende dalla configurazione che ha preso la delocalizzazione.

Vediamo il caso più semplice: un’azienda che agisce dentro il suo paese. In questo caso i suoi profitti impattano sia sul prodotto interno lordo che sul reddito nazionale lordo, senza che però abbiano conseguenze sul conto corrente. In sostanza non c’è stata internazionalizzazione. Diversamente, se l’azienda di un paese A sposta la sede centrale nel paese B. In questo caso i profitti partecipano al reddito nazionale lordo ma non al prodotto interno lordo. Nella bilancia dei pagamenti vengono registrati come un credito da investimento diretto e fanno salire il saldo corrente. Poi c’è un terzo caso, ossia quello di un’azienda del paese B che realizza profitti nel paese A. In quest’ipotesi il paese A conteggia i profitti all’interno della sua ricchezza domestica ma i risultati positivi non fanno parte del reddito nazionale. Sulla bilancia dei pagamenti sono registrati come debito da investimento diretto e hanno un impatto negativo sul conto corrente. In sostanza gli investimenti diretti riducono il conto corrente dei paesi che l’hanno generato e aumentano quello dei paesi i cui residenti possiedono le aziende che operano laggiù. Gli azionisti quindi sono i grandi protagonisti. Ma non gli unici. Per un’asimmetria nel funzionamento dei flussi contabili sulla bilancia dei pagamenti, alla quale abbiamo già accennato, l’impatto positivo dei flussi di reddito in entrata viene suddiviso fra i paesi che ne sono destinatari in due gruppi, uno che riceve il frutto dei propri investimenti diretti e un altro che riceve il rendimento di quello che viene classificato come investimento di portafoglio e quindi genera flussi di reddito solo in determinati momenti mentre il resto viene classificato come profitto non distribuito, che viene addizionato alla liquidità corrente della multinazionale.

Questa pratica “contabile” genera effetti rilevanti, sia per i paesi, visti come entità economiche, che per le aziende. Quanto ai primi, ci sono paesi come la Svizzera, l’Olanda e il Regno Unito, che, essendo sede di multinazionali e “trattenendo” quote di investimenti diretti vedono gonfiarsi gli attivi di conto corrente. Poi ce ne sono altri, come Germania, Svezia e Danimarca, che si godono flussi analoghi, ma in qualità di investimenti di portafoglio. E poi ci sono quelli che vedono i loro conti correnti prosciugarsi, dovendo pagare i redditieri, come il Sud Africa, la Turchia e il Brasile.

Ma l’aspetto più interessante da osservare riguarda le imprese. L’aumento dei profitti globali non distribuiti ha manifestato i suoi effetti anche nel possesso di liquidità delle grandi multinazionali non finanziarie, che sono cresciuti notevolmente.

Notate che la linea rossa riguarda le prime 100 aziende globali: sono loro le vere vincitrici della globalizzazione. “Come risultato – scrive la Bis – le aziende sono diventate importanti prestatrici per un certo numero di settori importanti”. Una volta si diceva che le aziende agissero come prenditori dai mercati finanziari, accendendo prestiti. Ma la globalizzazione, che le ha riempite letteralmente di soldi, ha cambiato tutto ciò.  “Ad esempio – scrivono – forniscono credito agli stati e alle altre aziende attraverso l’acquisto di bond”. E non solo “le NFCs (non financial corporation) sono anche importanti fornitrici di fondi per le banche. Al punto che si è osservato un notevole aumento di depositi in dollari fuori dagli Usa che ha addirittura compensato la fuga dal mercato degli eurodollari osservata nel 2016”. Questa enorme riserva di liquidità sta mantenendo i mercati finanziari provvisti e quindi sta contribuendo al mantenimento delle politica accomodante delle banche centrali.

Ora a questo punto sarebbe troppo facile limitarsi a osservare che queste super multinazionali hanno semplicemente guadagnato molto, specie dopo la crisi. La cosa interessante è che sono diventate entità che prestano agli stati e “collaborano” più o meno intenzionalmente con le banche centrali e sovvenzionano quelle commerciali. Non hanno semplicemente guadagnato denaro. Hanno guadagnato potere.

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