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Cartolina. L’altra globalizzazione

Gli osservatori ci dicono che la quota del commercio internazionale sul Pil mondiale ha probabilmente raggiunto il suo picco. Il quarantennio iniziato alla metà degli anni ’80, quando questo quota è quasi raddoppiata, ha trovato la sua resistenza dopo la crisi iniziata col nuovo secolo, quando insieme ai disordini finanziari sono cresciute le restrizioni dei governi che a vario titolo rendono gli scambi complicati. Gli stati hanno segato il ramo che sosteneva la loro prosperità con l’argomento che serviva a difenderla, con ciò confermando che purtroppo la storia è un’ottima maestra di vita che però nessuno ascolta. Il commercio ne ha risentito, e sarebbe strano il contrario. E anche oggi le prospettive non sono molto diverse. Il protezionismo rimane una seduzione irresistibile. E siamo arrivati al picco. La quota degli scambi globali sul pil diminuisce, dicono gli osservatori. E poiché questa viene considerata una misura della globalizzazione, ecco che vengono fuori le espressioni che abbiamo visto sui giornali: deglobalizzazione, reglobalizzazione, nearshoring ed altre amenità. In questo festival che scambia il dito con la direzione, si dimentica di osservare che non siamo mai stati così integrati. E’ sufficiente che accendiate il vostro smartphone per averne contezza. Il fatto che la globalizzazione del commercio stagni, non vuol dire che sia finita la globalizzazione. Vuol dire che ne è cominciata un’altra. Solo che ancora non la comprendiamo.

Cartolina. La cornucopia inaridita

Si fa presto a notare come i profitti delle banche centrali abbiano contribuito solo marginalmente ai ricavi dei governi, pure se gli oltre 1.200 miliardi di dollari che la Fed ha versato al Tesoro americano in vent’anni non sono certo bruscolini. Ma non è tanto questo il punto. La cosa interessante da osservare è che queste briciole, chiamiamole così, hanno contribuito ad alimentare il bilancio pubblico. E quindi che le banche centrali hanno restituito al governo ciò che del governo era, ossia risorse ricavate dalle tasse dei cittadini. Questo ci comunica un’informazione interessante su queste entità: proprio come cornucopie generano risorse che contribuiscono ad alimentare le politiche pubbliche, ne traggono profitti e li restituiscono alla collettività. Almeno fino a quando questi profitti venivano generati. Ormai, complice l’inflazione e il rialzo dei tassi, quell’epoca è tramontata. La cornucopia s’è inaridita.

Cartolina. La scorciatoia dei rincari

Una rilevazione svolta da Bankitalia conferma una cosa che potevamo immaginare da soli, purtroppo. Le aziende italiane, e non certo da sole, di fronte allo shock inflazionistico, hanno in gran parte reagito aumentando i loro prezzi di vendita nei primi nove mesi del 2022 e più della metà del campione imtervistato ha previsto di farlo dei sei mesi successivi. Il dato è meno significativo per le imprese non energivore, ovviamente. Mentre rimane scoraggiante il confronto con la strategia di adottare soluzioni di sistema per affrontare i rincari. Ad esempio investire su macchinari più efficienti, adottata appena da un dieci per cento delle imprese censite. Si dirà, e a ragione: l’investimento è un processo di lungo termine, non si può aspettare che i suoi effetti compensino nel breve periodo gli shock dei prezzi. Certo. Rimane il fatto che aumentare i prezzi è una scorciatoia. Spesso l’unica che si persegue. Anche questo è l’inflazione.

Cartolina. L’importante è partecipare

Sicché noi europei siamo diventati più volenterosi. O forse sono gli statunitensi a esser più svogliati. Rimane il fatto che dal tempo del Covid, che ormai si candida a diventare storia, la partecipazione al lavoro degli europei è aumentata superando stabilmente quella americana, che rimane ancora sotto il livello pre-pandemico. Il che fa fiorire leggende gradevoli come quella secondo la quale i nostri cugini americani avrebbero cominciato a dimettersi in massa dopo aver scoperto, grazie al virus, il senso della vita. Il tempo libero, perciò. Tralasciando certe narrazioni suggestive, rimane da osservare che l’aumento della partecipazione al lavoro porta con sé la fastidiosa controindicazione che se la domanda di lavoro non decolla, aumenta insieme la disoccupazione. Insomma, il fatto che ci siano più persone disposte a lavorare non vuole dire che poi riescano a farlo. E tuttavia questa buona volontà rimane una buona notizia. Forse perché, come diceva quel tale, l’importante è partecipare.

Cartolina. Qualcuno poi pagherà

Poiché si è riaperto il cantiere mai chiuso delle pensioni, vale la pena ricordare alcuni numeri messi in fila da un volenteroso centro di ricerca che ci comunicano la semplice informazione che i saldi previdenziali sono negativi almeno dal 1989. In sostanza, il cantiere eterno delle pensioni in questi trenta e passa anni ha prodotto essenzialmente due cose: pensionati e debiti. Bene per i primi, meno per i secondi. La novità che ci aspetta, quindi è che non ce ne sarà nessuna. Il cantiere promette di aumentare equamente gli uni e gli altri, perché a nessuno si nega il diritto di seguire i propri sogni dopo una vita (più o meno lunga) di lavoro. Anche quando arriveremo al 2050 e, lo ha ripetuto di recente il presidente dell’Inps, ci sarà un pensionato per un lavoratore. Pure allora, il cantiere continuerà ad operare perché aumentino i pensionati. Qualcuno poi pagherà.

Cartolina. La pacchia è (quasi) finita

C’è tutto un mondo che cambia, nell’approfondimento che la Bce ha dedicato nel suo ultimo bollettino alla politica fiscale europea. C’è la conferma che, al netto di una tensione espansiva alimentata dalla necessità di garantire supporto alle fasce più deboli per i rincari energetici, la fiscal stance, ossia l’atteggiamento dei governi sulla spesa pubblica, tende a diventare neutra. Detto diversamente, i governi, molto dopo le banche centrali, dovranno iniziare a stringere i cordoni della borsa. E se è vero che i sostegni energetici potranno arrivare, a livello di eurozona, al 2 per cento del pil dell’area, è vero altresì che ormai è chiaro quello che tutti osservano con lieve raccapriccio. I tempi dei soldi facili sono alle nostre spalle. La pacchia è finita. Quasi.

Cartolina. And winter came

E’ arrivato l’inverno tanto temuto e preannunciato dal nostro incurabile scontento. Non tanto perché oggi cade il solstizio, che è solo una pregevole coincidenza astronomica, ma perché la nostra contabilità pubblica segna una triste inversione del nostro saldo corrente, che in questi anni di scontento almeno rallegrava i più attenti, che sanno bene quanto sia importante essere creditori dell’estero, quando il tempo si fa brutto. E oggi, che l’inverno è arrivato sul serio, forse inizieranno a capirlo anche quelli che si lamentano di mestiere, convinti che aiuti a star meglio. Rimane poco da fare, quando il conto del nostro export di merci sprofonda così inesorabilmente, e per giunta con la prospettiva che, in barba a qualunque tetto su costi delle importazioni energetiche, sia destinato a peggiorare. Ci aspettano freddo e letargo. D’altronde è arrivato l’inverno.

Cartolina. Italia 80, Usa 0

Chi si lamenta delle restrizioni monetarie che la Bce sta imponendo ai mercati, dovrebbe anche ricordare quanto siamo esposti ai marosi dell’inflazione importata, che come un veleno si insinua nei gangli della nostra economia sfiancandola. Per noi italiani, la dipendenza delle importazioni dall’energia sfiora l’80 per cento, a fronte dello zero statunitense. E ciò malgrado la Fed è stata la prima ad alzare i tassi e anche con una certa decisione. Ciò per dire che a volte fare whatever it takes implica pagare un prezzo poco piacevole. E noi italiani faremmo bene ad esserne consapevoli. Specie quando i tempi sono più duri.

Cartolina. I mercanti di denaro

Sul mercato valutario internazionale si scambiano ormai valori per 7 trilioni e mezzo al giorno, un volume di scambi pari a circa 30 volte il pil mondiale di un giorno. Questo furioso turnover di contratti valutari, più quintuplicato in un quarto si secolo, si concentra sempre più nelle mani di pochi intermediari, con gli ultimi anni a segnare una netta inversione di un trend di vecchia data. I grandi operatori di mercato, insomma, gradualmente rosicchiano pezzi crescenti di mercato, che ormai quasi per la metà viene espresso dal segmento inter-dealer, quello dei mercanti di denaro che lavorano in gran parte over the counter. Che significa tutto questo? Che più il mercato s’ingrossa, più s’ingrossano i pesci che vi nuotano dentro. E si fa cosa fanno i pesci grossi.

Cartolina. Fonda pensione

In vent’anni il tesoro di asset custodito nei forzieri previdenziali di mezzo mondo, quello dove la previdenza pubblica ha un peso relativamente inferiore, è praticamente raddoppiato, se non di più. Chi lamenta l’aumento crescente dei debiti, mostrando così di trascurare il lato nascosto della luna, di questa grande trasformazione parla poco o nulla, con ciò mostrando di ignorarne il significato. Non solo economico, che è evidente, ma soprattutto sociale. Il fatto, puro e semplice, è che stiamo alimentando una classe di futuri rentier, che andranno ad esigere il loro giusto corrispettivo proprio mentre le economie che dovrebbero garantirlo saranno in ambasce, innanzitutto per questioni demografiche. I fondi sui quali di fonda la loro pensione futura saranno il cappio attorno al quale rischia di strozzarsi la società. Lo sappiamo perfettamente. E francamente, ce ne infischiamo.