Etichettato: debito pubblico italia

Cronicario: Ci hanno promesso 2.302 miliardi


Proverbio del 15 maggio I piedi vanno dove va il cuore

Numero del giorno: 242.000 Avvocati residenti in Italia a fine 2017

Siccome ogni promessa è debito, svolgo una semplice equazione per dedurne che, avendo superato di recente la quota dei 2.300 miliardi di debito pubblico, ho la fortuna di vivere in un paese estremamente promettente, malgrado una legione di saputelli creda fermamente che non sia abbastanza. Non sono incontentabili, sono convinti che non ci sia cosa più bella che promettere il paradiso in terra e farsene carico spremendo il torchio.

Ora siccome i governanti italiani ci hanno già promesso a vario titolo 2.302 miliardi, secondo le ultime rilevazioni della Banca d’Italia, provo un sincero imbarazzo quando leggo che non è abbastanza come evidentemente pare leggendo ciò che gli occhiuti osservatori del tavolo da gioco del governo che non c’è ci raccontano. Pare che il Gatto e la Volpe si stiano sperticando, insieme a vari geni del pensiero contemporaneo, per capire come trovare soldi che non hanno per realizzare cose che hanno promesso e che, in quanto tali, implicano necessariamente debito in un mondo venale come il nostro.

E fosse solo venale. E’ anche bello incazzoso. Sentite questo: “Le regole del Patto di stabilità si applicano a tutti gli stati membri e non ho segnali che la Commissione concederà eccezioni a chiunque”. Costui sarebbe il vicepresidente della Commissione Ue Jyrki Katainen. Chissenefrega di uno col nome impronunciabile, diranno gli amanti del torchio. E allora sentite quest’altro. “Con una politica monetaria meno accomodante, i paesi altamente indebitati dell’area euro potrebbe incontrare difficolta’ a fare i conti con costi di finanziamento piu’ elevati in assenza di aggiustamenti e di riforme strutturali per migliorare la produttività”. Quest’altro è il Fmi. Chissenefrega ancora di più, dei poteri forti internazionalisti del turbocapitalismo diranno i soliti. Volete mettere il sol dell’avvenire che s’intravede dal tavolo del governo che non c’è?

Dicono pure che giovedì chiuderanno il tavolo. Manca giusto il presidente del consiglio e il ministro dell’economia. A proposito di ministro dell’economia, sentite quest’altro: “Noi non adoriamo alcun feticcio. L’Europa per noi è la questione nazionale più importante. Proprio dal momento che siamo il paese dal popolo più numeroso, con l’economia più forte e orientata all’export, proprio nel centro del continente, noi dipendiamo dal successo dell’Unione europea. Abbiamo bisogno di un’Europa che sia in grado di agire guardando negli occhi potenze economiche come Cina e Usa”. Vi do due indizi per indovinare chi è. E’ un ministro dell’economia. Non siede al tavolo. Non ancora almeno.

A domani.

Annunci

Viaggio in Italia: nella morsa degli opposti automatismi


E poi a un certo punto mi viene da ridere.

Stavo leggendo con raro masochismo l’ultimo Macroeconomic imbalances dedicato all’Italia della Commissione europea, di cui tutti hanno parlato ma chissà quanti hanno letto. I giornali se la sono cavata con i soliti titoli riciclati sulla bocciatura italiana e l’hanno subito buttata in politica: Saccomanni qua, Renzi là, e il solito balletto di frasi fatte e indignazioni.

Un vero peccato. Perché nelle 68 pagine del rapporto europeo ci stanno un sacco di informazioni che aiutano a capire bene lo straordinario cul de sac nel quale siamo finiti.

Una di quelle situazioni da romanzo nelle quali qualunque cosa fai sbagli.

Solo che non è un romanzo.

Perciò a un certo punto mi viene da ridere. Mi trovo a pagina 44 e leggo “che un calo nella domanda domestica in Italia colpisce negativamente i paesi dell’area euro”. E poco prima, sempre la commissione, aveva ammonito sulla delicatezza dei link finanziari fra banche italiane e del resto del mondo, europeo in particolare.

In pratica l’unione bancaria c’è già. Di fatto, se non di diritto.

Ma quando leggo di quanto sia rilevante la domanda interna italiana per l’eurozona, mi torna in mente tutta la lamentazione europea di venti o trenta pagine prima sulla politica fiscale, secondo la quale dovremmo avere un’avanzo primario di almeno il 5% del Pil per iniziare una traiettoria davvero declinante del debito. E per riuscirci possiamo solo continuare il consolidamento fiscale, che ovviamente ha un effetto assai drastico proprio sulla domanda domestica.

Epperò – che bello, mi dico – è tornata la fiducia sul debito italiano, che comunque è troppo alto, col rischio che il saldo di conto corrente, migliorato grazie al crollo delle importazioni, torni ad affossarsi a causa dei troppi afflussi di capitale dall’estero che infatti sono fondamentali, ma sono pericolosi, perché poi peggiora la posizione patrimoniale netta sull’estero e ci rendiamo vulnerabili ai deflussi, qualora la fiducia dovesse invertirsi. E poi fanno peggiorare il saldo dei redditi della parte corrente.

Ecco che succede: siamo vittime degli  opposti automatismi. La versione aggiornata degli opposti estremismi di quarant’anni fa.

Cerco di spiegarmi meglio. Se l’Italia aumenta la domanda interna, peggiora il conto corrente, perché l’Import torna a salire e l’export è stagnante. Se l’Italia diminuisce la domanda interna, come è successo nel 2012-13, migliora il saldo corrente, ma crolla il Pil e di conseguenza il debito diventa insostenibile. E per giunta facciamo danni pure ai nostri vicini.

Allora aumentiamo la domanda pubblica? Manco a parlarne. La commissione Ue dice che dovremmo fare un avanzo primario da quasi 80 miliardi l’anno per pareggiare totalmente la spesa per interessi sul debito senza fare deficit. Come fa la Germania, insomma. E dovremmo farlo almeno fino al 2020 per vedere il debito tornare verso una soglia più commestibile, che comunque è intorno al 120%. E stendiamo un velo pietoso sui vari fiscal compact.

Che rimane? Ah, sì: le esportazioni. La teoria (ormai pratica) degli opposti automatismi prevede che gli attivi di conto corrente compensino, lato Pil, il calo della domanda domestica, e contribuiscano a sostenere i deficit fiscali. Per dirlo in modo più comprensibile, con gli incassi che prendo dall’estero tengo in piedi l’economia nazionale.

Da noi ha funzionato a metà, e solo dal 2012. Il conto corrente è tornato in surplus dello 0,1% del Pil, ma solo perché le importazioni sono diminuite drasticamente. Ma non è che ci abbiamo fatto granché. O meglio, abbiamo acquisito un filo in più di credibilità, godendoci un robusto ribasso dello spread, che però ha finito con l’essere risucchiato dal deficit,rimasto inchiodato al 3% malgrado il calo del costo degli interessi sul debito. E infatti nel 2013 l’avanzo primario è diminuito e il Pil pure.

Peraltro, il calo dello spread ha finito col fare aumentare il deficit sul saldo dei redditi della parte corrente della Bilancia dei pagamenti. Ciò in quanto è aumentata la domanda di titoli di stato italiani dall’estero (a 711 miliardi nell’agosto 2013) e quindi è aumentata la quota di interessi sul debito trasferita all’estero. Ormai tale deficit ha superato stabilmente circa l’1% del Pil. La conseguenza è che il peggioramento del saldo sui redditi si mangia l’attivo sulla bilancia commerciale, che aveva raggiunto il 3% del Pil, prosciugando di fatto il saldo netto sul conto corrente.

Insomma: se va bene fuori va male dentro. Se stiamo bene dentro finisce che stiamo male fuori. E siccome viviamo – letteralmente – con i soldi degli altri (perché non vogliamo usare i nostri), se stiamo male fuori, finisce che prima o poi staremo male anche dentro.

Una barzelletta.

Mi sono fatto una risata. Ho chiuso il fascicolo europeo.

Meglio le comiche.

(1/segue)

Leggi la seconda puntata  Leggi la terza puntata  Leggi la quarta puntata  Leggi la quinta puntata