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Crollano gli investimenti petroliferi, ma non per lo shale

Pochi giorni fa l’IEA, agenzia internazionale dell’energia, ha pubblicato alcuni dati che mostrano come sia regredita l’attività tradizionale di esplorazione e scoperta di nuovi pozzi petroliferi a fronte di un notevole aumento delle produzioni alternative, shale oil in testa. Le compagnie, infatti, continuano a tagliare i costi di esplorazione con la conseguenza che i progetti convenzionali autorizzati per cercare il petrolio sono al più basso livello degli ultimi 70 anni (vedi grafico).

In particolare, le scoperte di petrolio sono diminuite a 2,4 miliardi di barili nel 2016, a fronte di una media di 9 miliardi l’anno lungo gli ultimi 15 anni. Al tempo stesso il volume di risorse estratto da progetti autorizzati per lo sviluppo è diminuito a 4,7 miliardi di barile, il 30% in meno rispetto al 2015, conseguenza del fatto che i progetti che si sono tramutati in decisioni di investimento sono calati al livello più basso dagli anni ‘40. Che sta succedendo?

Secondo l’IEA questo brusco ribasso nell’attività del settore tradizionale dell’estrazione è la conseguenza dell’altrettanto brusco taglio degli investimenti provocato, o quantomeno incoraggiato, dal calo dei prezzi petroliferi. E’ interessante osservare, tuttavia, che il crollo del settore tradizionale si associa a una notevole resilienza dell’industria statunitense dello shale, rimbalzata dopo l’accordo di Vienna del 30 novembre scorso, anche grazie al notevole ribasso dei costi – circa il 50% in meno dal 2014 – che ha reso i prezzi attuali più che convenienti per far ripartire la produzione. La media del prezzo di equilibrio del Permian basin texano quota adesso intorno ai 40-45 dollari al barile e si prevede che la produzione aumenti di 2,3 milioni barili al giorno entro il 2022 al prezzo corrente, e anche di più se i prezzi dovessero salire ancora. Al contrario il settore offshore, che pesa un terzo delle produzione di petrolio, è stato duramente colpito dalla crisi. Nel 2016 solo il 13% dei progetti approvati era offshore a fronte di più del 40% osservato fra il 2000 e il 2015. Nel Mare del Nord, ad esempio, gli investimenti globali sono arrivati a 25 miliardi di dollari nel 2016, circa la metà del livello del 2014.

Al momento il settore tradizionale pompa ogni giorno 69 milioni di barili che coprono in grandissima parte il fabbisogno quotidiano globale di 85 milioni, ma rimane il fatto che la produzione di shale ormai ha superato i sei milioni di barili al giorno e che buona parte arriva dagli Usa che perciò sono diventati strategicamente importanti nel mercato petrolifero. Tanto più in un contesto dove si prevede una crescita globale della domanda di petrolio di 1,2 milioni di barili al giorno l’anno nei prossimi cinque anni a fronte della quale il crollo degli investimenti potrebbe condurre a una notevole restrizione dell’offerta.

Ciò malgrado la spesa per investimenti è prevista ancora in calo quest’anno e il livello dei progetti di esplorazione approvati rimane depresso. “Ogni evidenza mostra un mercato del petrolio a due velocità – ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’IEA – con le nuove attività a un livello storicamente basso del settore tradizionale che contrasta con la notevole crescita del settore shale statunitense. La questione chiave del futuro del mercato del petrolio è per quanto tempo una crescita del settore shale può compensare il rallentamento del resto dei settori”. Questione che è economica, evidentemente, ma soprattutto strategica. Ammesso che lo shale riuscisse nel tempo a equilibrare l’offerta di petrolio, questo farebbe degli Usa una potenza energetica con potenziali effetti destabilizzanti sullo scenario globale. La dualità del mercato petrolifero rischia di essere molto più che un problema. Rischia di diventare un’opportunità. Per gli Usa.

Cronicario: Dal T-Blond al T-Bond: è il giorno dei miracoli

Oggi è di nuovo il giorno di mister T letteralmente onnipresente nel cronicario della rete, che però a differenza dell’originale

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ha un bellissimo ciuffo biondo e la carnagione capace di rassicurare i fedeli della white supremacy, ormai sfiancati da otto anni di presidente abbronzato.

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Oggi perciò, come ieri, è il giorno di Hillary Trump, ma in versione T-Blond, l’uomo fascinoso del momento, l’appuntamento col destino, il guaritore di scrofola. Passata la paura tutti di corsa a sperare nel nuovo Re Taumaturgo. Sicché la sintesi migliore di questa mezza giornata la trovo in questi due grafici, uno postato su Twitter da Jamie McGeever, della Reuters

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che mostra come il rendimento sul T-Bond Usa abbiano segnato il maggior aumento settimanale degli ultimi sette anni, al nono posto degli ultimi 30. L’altro grafico mostra invece l’andamento declinante dello yen verso il dollaro, al suo minimo da quattro mesi.

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Come leggere questi segnali? Come interpretarli? C’è la fila di auruspici là fuori, andateveli pure a cercare. Al Cronicario basta osservare che il clima è cambiato verso il nostro Mister T-Blond, ora poco ci manca divenga Creso. Ora piace, se lo allisciano.

Sentite Bloomberg: la vittoria di Trump fa salire le quotazioni delle banche europee. Il che somiglia davvero a un miracolo, come sa bene chi conosce le banche europee, assai più difficili della scrofola.

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I più ostinati, per consolarsi raccontano che l’anti Mr T-Blond sarebbe questo tizio.

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Mister T-Blond è riuscito a compiere davvero un miracolo: ha risuscitato Michael Moore. Ma che tristezza. Per dirla con le parole di un tizio

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Bah. Meglio lasciare il circo Usa, che tanto ne avrà di migliori da riservarci nelle prossime settimane, e passare ad argomenti se non più seri, almeno più interessanti. E il primo che trovo riguarda una di quelle cose che diamo sempre troppo per scontato (nel senso che costa poco di questi tempi): il petrolio.

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Ricordo a tutti che il prossimo 30 novembre a Vienna ci sarà la riunione dei ministri Opec che dovrebbe servire a congelare la produzione. Ma il succo l’ha spiegato poche ore fa l’IEA, ossia l’agenzia internazionale dell’energia. La domanda è prevista in calo e però i componenti Opec hanno pompato 33,8 milioni di barili in ottobre, persino oltre la soglia di 32,5-33 milioni fissata durante l’ultimo meeting di Algeri. Bisognerebbe capire perché, e poi tagliare, visto i chiari di luna.

Quanto al perché guardate qui

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Il rosso è la produzione dell’Iran, che dopo aver siglato la pace americana è tornato a pompare milioni di barili. O meglio, a venderli. L’offerta di petrolio dall’Iran è al suo massimo da 7 anni. Addirittura ad ottobre, mese boom (e per fortuna si erano visti ad Algeri), l’Iran è tornato al livello pre sanzioni di 3,72 milioni di barili. E chi sono i partner dell’Iran?

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Gli azzurrini siamo noi europei, nel caso non l’aveste notato. Ora mi chiedo cosa combinerà Mister T-Blond con l’Iran e tutto ciò che ne conseguirà per il petrolio, l’Europa, lo stretto di Hormuz e la compagnia cantante della globalizzazione senescente. Ma decido di non distrarmi e leggo questo:

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Il partito unico della Cina, sapete quel paese che l’Ue deve decidere se è un’economia di mercato (vedi foto), ha deciso che serve maggiore disciplina al proprio interno. Disciplina di partito, mica di mercato, che avete capito? Immagino sia anche questo un miracolo di Mister T Blond.

Ma oggi i miracoli abbondano. Eccone un’altra, di miracolata, che ora ci crede davvero

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Che c’avrà da guardare? Ho qualche sospetto, ma non sono il solo.

Intanto l’Economist gufa. Manco avesse visto i dati Istat sulla nostra produzione industriale di settembre, calata dello 0,8 rispetto ad agosto o i dati dell’economia in breve di Bankitalia. Pure a noi servirebbe un miracolo, altroché.

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Finisco in bellezza, dopo tante bruttezze. Merito di DB che ha rilasciato uno studio secondo il quale le Blockchain potrebbero cambiare le nostre vite assai prima di quanto si pensi. Mi tocca sperare nella blockchain per avere una vita migliore? Ora chiedo a Mister T.

A domani.