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Ecco chi paga il conto della guerra commerciale fra Ue e Usa

La decisione dell’amministrazione Trump di concedere, dopo la scadenza del primo maggio, altri 30 giorni di esenzione all’Ue dai dazi su acciaio e alluminio lascia in vita la possibilità che alla fine la tanto temuta guerra commerciale fra gli europei e gli americani, ossia gli artefici della crescita economica degli ultimi settant’anni, non ci sarà. Ma si tratta di una speranza e peraltro tenue, come ci ricorda un’analisi recente proposta da S&P che esordisce ricordando una dichiarazione del presidente Usa secondo la quale il suo paese avrebbe “perduto 151 miliardi” nei confronti dell’Europa a causa del deficit commerciale. Nella sua dichiarazione Trump lamentava che per gli europei fosse facile vendere negli Usa le loro Mercedes e Bmw, mentre gli Usa non avevano la stessa facilità a vendere i loro prodotti. Ma si guarda al commercio come a una gara, dove vince chi esporta di più, allora la dichiarazione di Trump è già nei fatti una dichiarazione di guerra. E in tal senso i 30 giorni di proroga di esenzione dai dazi per gli europei somiglia più alla classica quiete prima delle tempesta che rischia di provocare un costo altissimo per le imprese europee, che traggono una parte considerevole dei loro utili dalla domanda Usa. Ma ciò non vuol dire che il danno non si trasmetterà anche agli Usa. L’Ue ha già stilato due elenchi di beni che saranno soggetti a tariffe, uno per circa 2,8 miliardi e un altro per altri 3,6 miliardi che scatterà trascorsi tre anni dalla bocciatura dei dazi Usa da parte del Wto se gli Usa non torneranno indietro sulla loro decisione.

La disputa commerciale fra Usa e Ue si spiega con la circostanza che se è vero che i deficit commerciale di 823 miliardi che gli Usa hanno cumulato nei dodici mesi terminati a febbraio 2018 dipende in buona parte dallo squilibrio con la Cina, è vero altresì che l’Ue è il secondo “paese” per attivi con oltre 150 miliardi.

Come si vede buona parte di questa eccedenza la produce la Germania (66 miliardi), ma anche l’Italia ha visto crescere la sua quota (33 miliardi), e persino la Franca (15 miliardi) mentre l’UK è deficitaria nei confronti degli Usa per circa 4 miliardi.

Il dato aggregato può essere utile per avere una visione d’insieme, ma si capisce poco delle relazioni commerciali fra Ue e Usa se non si guarda a come queste eccedenze si distribuiscano nei vari settori industriali.

Come si può osservare, il grosso delle eccedenze sta nel settore degli autoveicoli, ma anche il settore farmaceutico è rilevante, così come i macchinari, compresi quelli specialistici, e alcune categorie di alimenti, che sommati pesano quasi 100 miliardi delle eccedenze Ue verso gli Usa. E se guardiamo i due grafici insieme, ossia associando i paesi e i settori, la visione d’insieme che ci si offre è ancora più chiara.

In sostanza, la Germania domina il commercio estero dell’Ue, insomma, ma noi italiani siamo i secondi. Il fatto che Trump abbia parlato solo delle Bmw e delle Mercedes non dovrebbe rassicurarci troppo.

Per capire (parzialmente) le ragioni di Trump si può ricordare, con S&P, che “le auto statunitensi importate nell’UE sono soggette a tariffe del 10% contro il 2,5% nell’altra direzione”. Ma è altresì vero che “le importazioni di camion e pick-up negli Stati Uniti sono soggette a tariffe del 25%”. Rimane il fatto, evidente a tutti ma forse non troppo chiaro a chi deve decidere, che “una guerra commerciale conclamata tra l’UE e gli Stati Uniti sarebbe estremamente costosa per entrambe le parti”,. Quanto all’Europa, S&P stima che le vendite che coinvolgono gli Usa rappresentano il 23% degli incassi totali delle imprese non finanziarie europee con investment grade. Anche le imprese di grado Speculative traggono dagli Usa il 14% delle loro entrate.

Rimane poi il dubbio che anche daziando le auto europee Trump raggiunga l’obiettivo che si propone, ossia riequilibrare i sui conti commerciali con l’Ue. Ci sono questioni tecniche che rendono estremamente complesso agire sulle eccedenze utilizzando i dazi. E proprio il settore automobilistico è l’esempio migliore. “Un numero elevato di veicoli di società europee – spiega S&P – è stato effettivamente realizzato negli Stati Uniti. Le aziende tedesche hanno prodotto 804.000 automobili negli Usa nel 2017, a fronte di 494.000 automobili esportate dalla Germania verso gli Stati Uniti. Inoltre, di questa produzione basata negli Stati Uniti, oltre la metà viene a sua volta esportata – circa 430.000 unità l’anno scorso. Ciò significa che le auto prodotte dagli Stati Uniti con marca tedesca potrebbero finire nel fuoco incrociato delle imposizioni tariffarie e che dipendenti e fornitori statunitensi potrebbero subirne conseguenze negative”. Paradossalmente la Bmw, una delle marche citate da Trump nella sua invettiva contro i produttori automobilistici, ha una capacità di produzione significativa negli Usa, al contrario di Audi, Porsche, Jaguar e Land Rover. Inoltre è assai più complesso, da un punto di vista legale, trovare lo strumento adatto a daziare l’import di auto senza incorrere nel rischio di finire davanti al Wto.

Insomma, fare una dichiarazione per cattivarsi le simpatie degli elettori è senza dubbio più facile che far seguire dei fatti coerenti. Il rinvio di trenta giorni dell’applicazione dei dazi all’Ue è il segnale delle profonde difficoltà nelle quali si agita l’amministrazione Usa, evidentemente consapevole che l’Ue, dove il commercio tedesco interpreta un ruolo da leader, non si lascerà daziare senza reagire. E decidere qualcosa quando si è in difficoltà è il modo più semplice per fare scelte sbagliate.

Cronicario: I 200 anni da Marx a MarXi

Proverbio del 5 maggio Ei fu siccome immobile, dato il mortal sospiro…

Numero del giorno: 0,8 Inflazione in Italia a marzo

Ci sono mille motivi per celebrare il 5 maggio, a cominciare dalla partenza dei Mille di Garibaldi da Quarto a finire alla morte di Napoleone. Ma la celebrazione che più di tutte mi solleva quel non so che di ilare – e solo per questo ne parlo – è quella che il presidente cinese Xi ha fatto oggi per ricordare i 200 anni della nascita di Carletto Marx. Lo zio che tutti avremmo voluto avere: fumatore compulsivo, gran contastorie e soprattutto incazzato al punto da sembrare un rivoluzionario.

Uno spettacolo, quello di Xi. Sentite che roba: A distanza di due secoli, malgrado gli enormi e profondi cambiamenti della società, il nome di Karl Marx è ancora rispettato nel mondo e le sue teorie splendono con la brillante luce della verità essendo uno strumento per la Cina per “vincere il futuro”. Questo fraseggio è stato articolato dall’imperatore cinese prossimo venturo nel corso di una solennissima (e immagino barbutissima) solenne iniziativa tenutasi alla Grande Sala del Popolo a piazza Tiananmen luogo dove alligna la memoria della meravigliosa democrazia cinese.

Marx, ha aggiunto Xi nell’intervento di oltre un’ora trasmesso in diretta tv, è il “maestro della rivoluzione del proletariato e della classe lavoratrice nel mondo, il principale fondare del Marxismo, il creatore delle parti marxiste, il pioniere per il comunismo internazionale e il più grande pensatore dei tempi moderni”. Per un attimo penso che in fondo Xi parli di sé. Ma poi per fortuna prosegue. “Oggi – ha proseguito Xi – teniamo un’importante riunione con grande venerazione per ricordare il 200/mo anniversario della nascita, per ricordare la sua grande indole e le sue storiche azioni, per esaminare il nobile spirito e i pensieri brillanti”. Allora capisco che era Marx. Ma oggi è MarXi.

A lunedì.

Cartolina: Il mestiere degli armamenti

Il Sipri ha calcolato che nel 2017 sono stati impiegati oltre 1.700 miliardi di dollari per le armi, circa il 2,2% del pil globale, per una spesa pro capite di 230 dollari. Come se ognuno di noi si fosse deciso a dotarsi di una pistola, e forse in qualche modo è così. Questa ansia di armarsi ed evocare guerre, oggi quelle commerciali, domani chissà, è una delle costituenti dello spirito del nostro tempo, per non dire della storia. Si potrebbe chiuderla così, se non fosse che il tanto discusso mondo multipolare, che tanti evocano quale rimedio per i disequilibri del mondo, sveli la sua natura di panacea quando si osservi come esso si declini in sostanza in nient’altro che un costante svilupparsi di armamenti, atteso che nessuna potenza crede di poter prosperare senza un’adeguata scorta di cannoni. Sicché rimane pur vero che la potenza egemone in carica è ancora la prima grande spenditrice, ma la Cina non si risparmia e ormai è diventata la seconda. Per la terza ci stiamo attrezzando.

Cronicario: Com’è bella la vita sotto il tetto del 3%

Proverbio del 3 maggio La gloria ci viene dagli altri

Numero del giorno: 129,7 Debito pubblico italiano in % sul pil previsto nel 2019

Ora che finalmente stiamo tutti sotto il tetto del 3% vi sarete accorti che va tutto benissimo. Niente più ansie da fine mese. Lo spread è stato cancellato dal vocabolario. L’euro si ribassa persino. Aumenta l’occupazione, perbacco. Sotto il 3% la vita nell’eurozona, improvvisamente, è divenuta bellissima.

Come quale 3%? Maddai, non avete letto le previsioni di primavera della Commissione Ue? Caspita ma allora non sapete niente. Adesso ve lo dico io: siamo tutti sotto il 3% del deficit/pil. E’ la prima volta nella storia dell’eurozona. “Il 2018 si prevede che sia il primo anno dall’inizio dell’Unione economica e monetaria in cui tutti i governi gestiscono deficit di bilancio inferiori al 3% del pil, come indicato dai Trattati”. E occhio al si prevede, perché non si può mai sapere.

L’altra buona notizia è che l’economia sta rallentando. Saperlo farà bene allo spirito dei pigri e di quelli che non hanno fretta. Immagino sia un’altra meravigliosa conseguenza del cielo sotto il 3%.

Se poi vi interessano i casi nostri, sappiate che noi italiani rallenteremo pure, e sempre per fortuna: l’1,5% quest’anno, l’1,2% nel 2019, quando il nostro debito mostruosamente pubblico dovrebbe scendere nientemeno che sotto il 130% del pil. Per allora la disoccupazione scenderà al 10,6% e il nostro deficit/pil, per la gioia dei trepercentisti, nota setta mistica di stanza a Bruxelles, sarà stabilmente all’1,7%, pure se peggiorerà il saldo strutturale che vi spiegherei cos’è se l’avessi capito.

Mentre vi accecate cercando di interpretare il gergo esoterico dei trepercentisti, sappiate che grandi cose si preparano per noi tutti, che viviamo nella splendida casa comune dell’EZ. Ve ne dico una che rende l’idea. La Germania ha annunciato giusto ieri che non farà nuovi debiti nel 2018 e neanche quelli successivi perché è teutonicamente ferma nel suo proposito di far scendere il debito pubblico sotto il 60% come previsto dall’altra setta brussellese, quella dei sessanpercentisti, pure nelle sue varianti gnostiche derivata dalla contaminazione con l’eresia keynesiana. Sarà la prima volta dal 2002 che la Germania riuscirà a tornare sotto il 60% del pil. Ossia da quando l’euro è entrato nelle nostre vite.

In Germania la setta dei trepercentisti ha trionfato da tempo, al punto che ormai si è evoluta in quella degli avanzisti, che non sono i riciclatori di avanzi alimentari, ma ossia di coloro che promettono il paradiso in terra rendendo grazie all’avanzo fiscale del settore pubblico, ormai esagerato in Germaia. Possiamo dire che lentamente tutta l’EZ si sta accordando al suo profeta, e i risultati si vedono. Ora siamo tutti felici, sotto il tetto del 3%. E figuratevi quanto lo saremo sotto quello del 60%.

A domani.

La ragnatela cinese che avvolge gli oceani

Mentre la Cina immagina di realizzare nuove vie della seta che attraversino gli oceani, si fa opera di buona informazione ricordando che esistono già e sono molto affollate le rotte commerciali marittime che legano questo paese al resto del mondo. Rotte talmente importanti che il governo cinese ha iniziato con pazienza davvero orientale a tessere una ragnatela fitta di nodi – sostanzialmente porti – e vie di collegamento che comprendono anche territori finora inaccessibili, come la Ice silk road, il nome cinese della Northern Route che passa attraverso l’Oceano Artico.

Accanto al futuro immaginabile c’è un presente dove la rotta che passa dalle Molucche e il canale di Suez, attraversando l’Oceano Indiano, per arrivare in Europa è una delle più affollate al mondo, visto che solo nello Stretto delle Molucche passa il 25% del traffico commerciale globale. E quando leggete delle varie arterie di collegamento su terra, attraverso le quali si vuole unire l’Eurasia in una fitta rete di scambi commerciali, ricordatevi che il traffico di merci che passa per mare è tre volte superiore rispetto a quello trasportato con aereo o ferrovia. Il futuro della globalizzazione passerà sempre più dal mare. E forse anche per questo la State Oceanic Administration cinese (SOA) ha definito il 21esimo secolo come quello degli oceani.

Già nel 2016, d’altronde, le attività economiche in qualche modo legate al mare, da quelle tipicamente industriali a quelle legate al turismo, hanno rappresentato il 9,5% del pil cinese. “Se fosse stato un paese – nota l’European council on foreign relations, che ha dedicato un approfondimento alle strade marittime che collegano la Cina con l’Europa – la blue economy cinese sarebbe al 15esimo posto nel mondo con i suoi mille miliardi di valore”. E quando si scomodano cifre così importanti, non è più solo una questione che riguarda l’economia. “Le parole chiave per la futura blu economy cinese – scrivono gli analisti dell’Ecfr – sono innovazione tecnologica e leadership mondiale”. O per dirla in altro modo, “l’economia può essere il driver principale, ma la via della seta marittima riguarda anche il potere navale e l’influenza internazionale e fa parte della della più ampia strategia nazionale di Xi Jinping”, dove “la politica marittima gioca un ruolo importante di supporto a questa strategia”. E’ utile ricordare che al diciottesimo congresso del partito la Cina ha definito il diventare un paese marittimo più forte come un obiettivo nazionale per la prima volta. Al diciannovesimo congresso il presidente Xi ha ribadito che le politiche marittime fanno parte delle ambizioni globali della Cina, con la conseguenza che ormai sugli organi di informazione cinesi si moltiplicano le voci di accademici e militari che invitano a “un’espansione dello spazio strategico” nei mari, “un argomento che solo a fino anni fa non avrebbe avuto alcuna evidenza nei giornali ufficiali”.

E’ in questa temperie che matura la Maritime Silk Road Initiative (MSRI) cinese, presentata ufficialmente da Xi nel 2013, in Indonesia, nell’ambito del più vasto progetto della Belt and Road initiative, con la quale la Cina annunciò la sua intenzione di investire sul collegamento storico che unisce la Cina all’Europa. La rotta marinara dell’antica via della seta, ovviamente riveduta e corretta con l’attualità. La Cina ha investito parecchie risorse, innanzitutto diplomatiche, per convincere gli europei ad aderire alla sua iniziativa, ma finora con scarso successo. Troppe diffidenze e differenze, fra il modello socio-economico europeo e quello cinese, oltre che interessi convergenti e quindi in chiara competizione in alcune ricche aree di business – si pensi ai porti. Per fare un esempio, il porto di Salonicco, il cui acquisto avrebbe avuto senso nella visione cinese, è stato venduto per 1,1 miliardi di euro a un consorzio di compagnie francesi, tedesche e russo-greche.

Ma se l’Europa si è dimostrata poco sensibile alle seduzioni marittime cinesi, ciò non vuol dire che altri paesi non finiscano col supportare la visione di Xi, nella quale la MSRI è solo uno strumento per potenziare l’intero settore marittimo cinese, dall’industria dei cantieri ai servizi turistici, passando per gli inevitabili servizi finanziari. Una scelta sensata non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche dell’economia interna. Le province costiere della Cina, infatti, rappresentano il 14% del territorio complessivo ma sono abitate dal 40% dei cinesi. Pesano il 60% del pil e ricevono il 90% del commercio estero cinese e più del 70% dell’import di energia. Sono stati i territori che più di tutti hanno goduto del boom economico e quindi ha perfettamente senso continuare a investirci sopra. Per queste coste la blue economy è una straordinaria opportunità di crescita. Da questo punto di vista la visione geopolitica sembra quasi in secondo piano. L’espansionismo marittimo cinese ha come fine migliorare innanzitutto i commerci, dicono molti analisti cinesi, e quindi l’economia. La dimensione politica rimane più o meno volutamente sottotraccia. Ma forse anche questo low profile è solo un espediente. “Capire il quadro generale non è semplice”, avvertono gli analisti.

Nel dubbio i progetti cinesi da quel lontano 2013 hanno avuto notevole sviluppo. La Cina ha infittito le relazioni diplomatiche con molti paesi che gravitano attorno alla MSRI con esiti a volte contrastanti. Il traffico di container nei porti del Pireo è in pieno boom, mentre il progetto di acquisire una quota di maggioranza nel porto Kyauk Pyu in Myanmar è ancora da realizzare. Ma in generale la presenza di capitali cinesi nei porti internazionali è molto cresciuta negli ultimi anni e probabilmente lo sarà ancor più in futuro, quando i programmi cinesi, secondo le previsioni, conosceranno uno sviluppo assai più robusto.

Anche qui, alcuni numeri convinceranno dell’inevitabilità di questa evoluzione. Nel 2016 il 64% del volume di traffico di merci fra Cina ed Europa è stato trasportato per mare, a fronte di un 2,06% per ferrovia, di un altro 6,35% via strada e un altro 27,59% via aereo. Parliamo di merci per un valori di 315 miliardi. Queste percentuali sono rimaste stabili nel 2017: il trasporto per mare ha assorbito il 63,66% dei commerci fra Ue e Cina nei primi dieci mesi dell’anno. In sostanza appare del tutto illusorio pensare che il traffico ferroviario, presente o futuro, possa mai sostituire quello marittimo. A far la differenza è innanzitutto il costo. Ai primi di quest’anno spedire per mare un container da Shangai all’Europa costa 797 dollari se la destinazione è un porto del Mediterraneo, o 912 dollari se è un porto del Nord Europa. Spedire per ferrovia attraverso la Russia costa 1.000 dollari a container e solo perché il governo sussidia notevolmente questa modalità di trasporto che comunque viene utilizzata per specifiche nicchie di mercato. Il trasporto su ferro, infatti, ha il vantaggio di richiedere meno giorni di trasporto (16-20 giorni) rispetto a quello su nave (35-50) pure se soffre di problemi di congestione del traffico durante il transito nei confini orientali e occidentali con la Russia.

Di fronte a questo scenario, nel quale il trasporto marittimo sembra destinato a un lungo ruolo da protagonista, da un punto di vista prettamente economico il business dei porti comincia a giocare un ruolo notevole per le compagnie cinesi che possono contare sul ritorni costanti e probabilmente crescenti degli investimenti in queste infrastrutture. Non a caso Xu Lirong, che guida il Cosco shipping, acronimo della China Ocean Shipping Company, ha detto di aspettarsi investimenti crescenti nel settore dei porti, capace di garantire ritorni fino al 10%. Un buon affare, ma anche un notevole potere di influenza. Controllare un porto significa anche, negli scenari peggiori, avere voce in capitolo sui termini di scambio con chi vuole utilizzarli.

Per questo la Maritime Silk Road, nel pacchetto delle misure che vuole realizzare, mette anche investimenti in infrastrutture portuali, oltre all’acquisizione di compagnie che gestiscono container in Europa, la regione MENA e l’Africa orientale. Questo grafico serve a dare un’idea della visione cinese.

Realizzare questa visione richiede tempo, capitali e soggetti capaci di realizzarla. Alla Cina non manca nulla di tutto ciò. Quanto ai soggetti, la Cina dispone di cinque compagnie di operatori portuali che primeggiano nella classifica mondiale: Hutchison Ports (HPH), COSCO Ports, China Merchants Ports (CMP), Shanghai International Port Group (SIPG), and Qingdao Port International (QGGJ). E tutte queste compagnie sono presenti sono presenti con una qualche funzione, di solito in qualità di azionisti, nei porti principali lungo la Maritime Silk Road, con una marcata preferenza per i porti europei, quindi in Grecia, Italia, Francia, Spagna, Belgio e Olanda. Le compagnie cinesi sono presenti anche in Turchia, Israele, Egitto e Marocco. Una ragnatela di interessi tessuta lungo le rotte oceaniche malgrado solo il 25% delle merci del commercio cinese siano trasportate da compagnie cinesi. Il grosso di questo attivismo si è manifestato fra il 2016 e il 2017. Fra le attività più rilevanti si registrano le quattro acquisizioni effettuate da COSCO nel Noatum Ports in Spagna (che gestisce terminal container a Valencia e Bilbao), nel Rotterdam terminal container nei Paesi Bassi, nel Khalifa Port ad Abu Dhabi e nel porto di Vado Ligure in Italia.

Al momento sono cinque i progetti portuali che hanno stimolato l’attenzione degli osservatori, non solo per la grandezza, visto che implicano anche la costruzione di nuove infrastrutture, ma soprattutto per il significato politico che rappresentano: il Pireo in Grecia, Hambantota e Colombo Port City nello Sri Lanka, Gwadar in Pakistan e Gibuti. Ognuno di questi progetti ha una storia diversa ma entrambi condividono il fatto che sono capaci di creare nuove opportunità di mercato per i cinesi dove prima non c’erano. Oltre a rappresenta una straordinaria opportunità geopolitca per la Cina. Basti solo pensare al porto di Gibuti, che sta proprio alla fine del Mar Rosso e si affaccia sul Golfo di Aden, dove peraltro si prevede di instaurare zone di libero scambio.

Finora la struttura portuale che più di tutte ha dato soddisfazione alla COSCO è senza dubbio il Pireo, dove il traffico dei container è cresciuto del 14,4% nel 2016. Una crescita che ha convinto i cinesi che si possa davvero fare del Pireo il primo porto del Mediterraneo con 10 milioni di TEU di capacità annuali”.

Oltre a tutto questo gli osservatori sospettano che la Cina abbia in mentre ulteriori operazioni portuali. La China Merchants Group, secondo quanto viene riportato, avrebbe progetti sulle città che insistono lungo la rotta di navigazione artica (Kirkenes in Norvegia, Klaipeda in Lituania e porti in Islanda). Nella lista dei desideri cinesi ci starebbero anche il porto di Elefisna in Grecia, Trieste e Genova in Italia, Sines e Lisbona in Portogallo, e Anaklia in Georgia. Questo non vuol dire che alla fine tutti questi progetti arriveranno a buon fine. All’inizio del 2018, ad esempio, la China Communications Construction Group ha ritirato un’offerta per la costruzione di un porto di acque profonde sul Mar Baltico a Lykesil, in Svezia, dopo che 3.000 persone hanno firmato una petizione sollevando preoccupazioni ambientali e di sicurezza. Ma come si dice, è il pensiero che conta. E il ragno cinese ha una lunga storia di pensiero astratto alle spalle, molta pazienza, riserve finanziarie enormi e soprattutto la risorse più importante: il tempo.

(2/segue)

Puntata precedente  La marina cinese scava il solco di un’altra via della seta

Puntata successiva: La sfida cinese sulla cantieristica navale

 

Cronicario: Torna alla carica l’Italia dello Zerotré

Proverbio del 2 maggio Quello che devi fare oggi fallo subito

Numero del giorno: 52.200.000 IPhone venduti nel primo trimestre 2018

Va tutto bene, state sereni. Infischiatevene dei tormenti della politica, della direzione (in senso stretto) incerta del Pd, degli egotismi a cinque stelle e l’incarichite ormai pandemica nel centro destra. Quello che conta (sempre in senso stretto) ossia i numeri – ci rassicurano: è tornata l’Italia dello Zerotré.

Stiamo rallentando, ma pazienza. Andremo sani e chissà quanto lontano, ma intanto sappiate che pure se facessimo crescita zero per il resto dell’anno avremmo comunque un +0,8 nel 2018 e che il grosso della nostra buona salute (si fa per dire) dipende dalla domanda interna, visto che l’export netto non ha portato nulla sulla crescita nel trimestre il che non è certo un buon viatico per il futuro. Consolatevi pensando che siamo in crescita da 15 trimestri, anche se siamo sotto il livello del 2011. E poi pensando che stiamo entrando nel primo trimestre senza governo, che meriterebbe una contabilità analitica a parte.

L’Italia dello Zerotré va alla grande al punto che anche l’occupazione ne ha tratto giovamento.

La crescita dell’occupazione (+0,3 come il pil) è il segnale che tutto va meravigliosamente bene nel nostro mercato del lavoro dove, su base annua, la crescita dei posti di lavoro riguarda esclusivamente i contratti a termine, che funzionano talmente bene da far scendere persino gli inattivi, oltre ai disoccupati. Una tendenza europea, a quanto pare.

E per completare questa rassegna del buonumore, necessaria all’indomani di un ponte lungo come quello che abbiamo alle spalle, non poteva mancare una menzione a uno dei mercati più in salute del nostro tempo, di fronte al quale persino quello degli smartphone impallidisce: quello delle armi.

Il mercato globale ha superato i 1.700 miliardi a valore 2017, con un aumento dell’1,1% dal 2016, proseguendo un trend di crescita che dura da vent’anni. Tutte queste armi in giro per il mondo vi spaventano? Tranquilli, gli stati spendono per la nostra sicurezza.

A domani.

 

I consigli del Maître: L’Europa diseguale e la spesa pro capite per i farmaci

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

L’Europa diseguale. La diseguaglianza è aumentata in quasi tutti i paesi europei, dice Eurostat in una recente ricognizione che misura la differenza nei redditi fra il 20% più ricco della popolazione eil 20% più povero. Ma laddove è aumentata non è cresciuta per tutti con la stessa intensità.

Rispetto al 2008, la Lettonia ha registrato il più grande calo del rapporto disuguaglianze di reddito (da 7,3 nel 2008 a 6,3 nel 2017, un calo di 1), seguita dal Regno Unito (-0,5), Belgio e Polonia (entrambi -0,3). L’aumento maggiore è stato registrato in Bulgaria (da 6,5 nel 2008 a 8,2 nel 2017, o +1,7), Italia (+1,1), Spagna e Lituania (entrambe +1,0). In Italia, al netto delle inevitabili distorsioni generate dall’economia sommersa, risulta che il 20% più ricco della popolazione ha un reddito (la ricchezza è un’altra cosa) 6,3 maggiore del 20% più povero. Non siamo la Bulgaria, ma poco ci manca.

Il costo dei farmaci: gli Usa e noi. Negli Usa il dibattito è sempre più scatenato relativamente al costo dei farmaci che le statistiche mostrano essere ben superiore a quello di altri paesi.

Sbaglierebbe chi pensasse che l’elevato costo dei farmaci dipende dal fatto che il governo non contribuisce alla spesa sanitaria. Negli Usa, infatti la spesa per farmaci con obbligo di prescrizione è stata pari a circa 330 miliardi di dollari nel 2016, l’1,8% del PIL, e il governo ne ha pagato più del 40%. La spesa sanitaria è pari al 18% del PIL e l’assistenza sanitaria è il terzo settore di occupazione. Ciò malgrado molti cittadini sono costretti a scegliere fra mangiare e curarsi a causa dell’alto costo dei farmaci che non è soggetto ad alcuna regolazione.

Le banche giapponesi battono tutti. La Bis di recente ha diffuso le statistiche bancarie che mostrano come le banche giapponesi siano diventate le prime prestatrici al mondo per asset totali. Ormai siamo oltre i 4 trilioni di dollari, ben sopra la Gran Bretagna, le cui banche sono le second prestatrici al mondo. La lunga marcia delle banche giapponesi è cominciata all’indomani della crisi, complice anche il QQE varato dalla BoJ che ha aumentato notevolmente le riserve delle banche commerciali dotandole perciò di enormi risorse per prestiti potenziali.

Dal 2008 in poi le banche giapponesi hanno superato prima quelle francesi e poi quelle statunitensi e ormai sono stabilmente in testa alla classifica. Rimane la grande incognita delle banche cinesi, che ancora non dichiarano i propri attivi alla Bis, ma alcune studi osservano che il sistema bancario cinese è in grande crescita nella sua dimensione estera. Un altro segnale della supremazia incipiente dell’Oriente sull’Occidente. Anche per i prestiti.

Il boom dello shadow banking cinese. La Banca di Francia ha svolta una interessante ricognizione sull’andamento globale dello scado banking, ossia il proliferare di quelle entità che non sono banche ma che si comportano come banche perché prendono a prestito indebitandosi e danno a prestito a loro volta. Si tratta delle entità che hanno concorso alla grande crisi finanziaria del 2008, a causa delle loro pratica vagamente anarchiche, visto che, non essendo propriamente anarchiche, non sono soggette alla stessa regolazione. Il fenomeno più interessante è il caso cinese, dove le banche ombra, pressoché inesistenti fino a pochi anni fa hanno visto una crescita spettacolare.

Sappiamo già che la Cina è in cima alla lista per quantità di debito privato, ormai superiore al 200% del pil. Il proliferare delle non banche ha sicuramente incoraggiato questa crescita dell’indebitamento. E si capisce perché gli osservatori siano sempre più in quieti al riguardo. Ciò anche in conseguenza del fatto che le non banche sono legate a filo doppio alle banche tradizionali, che in larga misura accordano loro i prestiti necessari alla loro attività.

Proprio come accadeva nel 2008 nel settore dei mutui subprime.

La marina cinese scava il solco di un’altra via della seta

Aprile 2018 sarà ricordato nell’annalistica cinese come il mese in cui nell’affollato Mare Cinese  meridionale è apparsa la prima portaerei cinese nell’ambito di una straordinaria esibizione di forza marinara che ha coinvolto oltre 10 mila uomini, fra i quali, impettito e in divisa, anche il presidente Xi, 76 jet da combattimento e 48 fra navi e sottomarini. La più grande esercitazione navale nella storia cinese. Un colpo d’occhio notevolissimo in una zona pure usa ad essere teatro di esercitazioni cinesi. Una mobilitazione di forza armate così imponente, dicono alcuni osservatori, non si vedeva dalla fine degli anni ’40, e la circostanza che si sia conclusa con una esercitazione proprio nello stretto davanti a Taiwan la dice lunga sul senso politico di questa performance.

La Cina ha voluto mostrare al mondo non solo la straordinaria crescita della sua marina militare, la metà dei 48 vascelli utilizzati nella parata sono stati costruiti dopo il 2012, ossia dopo che Xi si è insediato al potere, ma anche confermare di essere disposto a usarla per tutelare le sue prerogative territoriali, fra le quali primeggiano, oltre a Taiwan, proprio il Mare cinese meridionale al centro di una disputa internazionale e fonte di tensione per tutta la regione. Pechino lo considera una sorta di mare nostrum cinese. Il tribunale dell’Aja, che si è pronunciato sulla questione nel 2016, lo considera come territorio internazionale. Gli Usa ogni tanto si fanno vedere nella zona con le loro portaerei in nome, dicono, del diritto alla libera circolazione nella acque internazionali, mentre i paesi che gravitano attorno al mare, quindi Vietnam, Malesia, Filippine, Brunei, tentano con poco successo di convincere il gigantesco e scomodo vicino cinese a concordare un codice di condotta per l’utilizzo del mare, che oltre ad essere un notevole serbatoio di risorse naturali, petrolio e gas, ma anche pesci, è uno dei luoghi centrali delle rotte commerciali marittime internazionali che collegano la Cina agli Stati Uniti lungo il Pacifico del Nord, e poi con l’Europa, attraverso lo stretto delle Molucche, dove passa gran parte del petrolio diretto in Cina, e poi l’Oceano Indiano e da lì verso Suez o attraverso l’Africa fino all’Atlantico.

La disputa sul Mare cinese meridionale si alimenta costantemente di momenti di tensione – pochi giorni fa l’Australia ha lamentato che alcune navi cinesi hanno fronteggiato alcuni loro vascelli che navigavano in zona – ma ciò non ha impedito ai cinesi di installare apparecchiature militari su alcune isolette, alcune poco più di scogli peraltro rivendicati da altri paesi, garantendosi un notevole vantaggio strategico. Questa pratica, secondo quanto raccontato dall’ammiraglio Philip Davidson al Senato Usa, è iniziata a dicembre 2013, quando ormai Xi era Presidente da oltre un anno, ed è cominciata nella Spratly Islands, un gruppo di piccole isole che ha la ventura di trovarsi proprio nel cuore del Mare cinese meridionale. Ciò ci permette di comprendere con quanta pervicacia la Cina persegua la sua intenzione di “riappropriarsi” di questa porzione di mare e al tempo stesso suggerisce di prendere molto sul serio quanto dichiarato a proposito del futuro delle forze armate cinesi, sempre dal Presidente Xi al congresso del partito comunista dell’ottobre scorso. Ossia la circostanza che entro il 2035 si sarebbe arrivati alla completa modernizzazione delle forze armate e che entro il 2050 sarebbero stati forze armate di livello globale. Tale miglioramento non può che passare dalla marina militare, non a caso destinataria di grandi quote di investimenti da parte del governo. La Cina deve recuperare il proprio deficit di tonnellaggio di navi militari, dicono gli esperti, mentre è ampiamente in cima alla catena alimentare quando si tratta della marina mercantile. E tuttavia buona parte del gap più rilevante con la marina militare Usa, quello legato alla tecnologia e alla capacità di operare, è stata in buona parte colmato.

La Cina insomma ha reso chiaro al mondo, partendo proprio da un disputa insieme territoriale e strategica – quella sul Mare cinese meridionale – che ha intenzione di assumere un ruolo di portata globale lungo le rotte commerciali oceaniche, che sono nientemeno che vitali per un paese che basa buona parte della sua economia sul commercio e che ambisce a giocare un ruolo di player globale. Non a caso, evidentemente, la State Oceanic Administration cinese ha definito il XXI secolo come “il secolo degli oceani”. Per interpretare questo ruolo al meglio è necessaria una marina militare che scavi il solco dove far viaggiare senza troppe perturbazioni le navi mercantili. Questo scenario ha impatti molto rilevanti per l’Europa, come viene molto opportunamente messo in evidenza in un policy brief pubblicato di recente dall’European Council on foreign relations, dove si osservano le notevoli implicazioni che possono derivare da una crescita ulteriore dell’economia cinese legata all’utilizzo degli oceani che, secondo alcune stime che risalgono al 2014, valeva già quasi 240 miliardi di pil e impiegava nove milioni di persone. Già nel dodicesimo piano quinquennale la Cina aveva fissato come obiettivo di sviluppare l’economia degli oceani, che fa il paio con l’impegno più volte ribadito di far crescere la cosiddetta blue economy, ossia un’economia legata a uno sfruttamento sostenibile delle acque.

Nella sua analisi l’Ecfr stima che oggi la blue economy cinese valga già il 10% del pil e osserva come l’intenzione della Cina di investire sulle “vie della seta marittime” è il segno di una chiara volontà di contare nei consessi internazionali, con l’Europa a dover fare i conti con una evoluzione dello scenario che sarà sfidante non solo per gli equilibri di politici, ma anche per quelli economici. Il cammino cinese per diventare una nuova superpotenza marinara impatterà sul commercio marittimo, ma anche nel settore della costruzione degli scavi e nelle varie nicchie produttive che si stanno formando nella blue economy globale. E soprattutto apre diverse incognite sulle conseguenze che ciò potrà determinare sugli equilibri globali. Come sarà un mondo sempre più popolato da navi che battono vessillo cinese? Probabilmente più complicato.

(1/segue)

Puntata successiva: La ragnatela cinese che avvolge gli oceani

 

Cronicario: Noi Italia: braccia rubate che tornano all’agricoltura

Proverbio del 27 aprile Chi vede le piccole cose ha una vista limpida

Numero del giorno: 0,1 Crescita % pil UK nel primo trimestre 2018

Se proprio non avete nulla di meglio da fare per quest’ennesimo infinito, defatigante ponte di metà primavera vi suggerisco di sfogliare l’ultima fatica dell’Istat che si chiama Noi Italia e propone un centinaio di statistiche alcune delle quali sono edificanti e di sicuro sostegno per il buonumore nazionale. Ne ho scelte due a caso perché non voglio approfittare della vostra pazienza. La prima la dedico all’istruzione che chissà perché mi ostino a credere che faccia la differenza, oggi come ieri, e soprattutto come domani, fra la vita e la morte sociale di una persona.

E adesso che vi siete depressi, osservando quante braccia rubate all’agricoltura, come si diceva una volta, campeggino nel nostro paese, consolatevi con quest’altra statistica.

Se avete la sensazione che alcune di questa braccia rubate stiano tornando alla terra avete perfettamente ragione. Il problema è, semmai, che sono troppo poche. Le braccia intendo. Per una di quelle cose che succedono, proprio oggi la Coldiretti ha diffuso alcuni numeri parlando addirittura di “Ritorno alla terra”.

Pare che circa trentamila dei nostri giovani “con un ritorno epocale che non avveniva dalla rivoluzione industriale” abbiano presentato domanda per l’insediamento in agricoltura dei piani di sviluppo rurale dell’Ue. “Il mestiere della terra non è più considerato l’ultima spiaggia di chi non ha un’istruzione e ha paura di aprirsi al mondo, ma è la nuova strada del futuro per giovani generazioni istruite e con voglia di fare tanto”, giura il presidente Roberto Moncalvo.

Ma c’è sempre un ma. Per fare i contadini serve la terra purtroppo. E in Italia la terra coltivabile costa una quaresima. Sempre Coldiretti dice che “quella arabile in Italia è la più cara d’Europa con un prezzo medio di 40.153 euro all’ettaro: si va dai 17.571 euro della Sardegna ai 30.830 euro della Puglia, dai 40.570 euro del Lazio ai 42.656 della Toscana, dai 65.759 della Lombardia ai 68.369 del Veneto fino al record europeo della Liguria con 108mila euro all’ettaro. Terreni agricoli per un valore di 9,9 miliardi in Italia sono in mano alle amministrazioni pubbliche che hanno addirittura incrementato il valore di queste attività del 31% negli ultimi quindici anni secondo l’analisi della Coldiretti su dati Istat”.

Poiché la Coldiretti è un’associazione chiaramente di cultura liberale, la proposta è che lo stato si disfi di questi terreni affidandoli ai giovani, meglio se iscritti alla Coldiretti immagino, “per i quali la mancanza di disponibilità di terreni da coltivare rappresenta il principale ostacolo all’accesso al settore. Infatti, se si considera che la dimensione media di un’impresa agricola italiana è di circa otto ettari – sottolinea la Coldiretti – è chiaro che il “prezzo d’ingresso” per un giovane rischia di diventare proibitivo”.

Ora è verissimo che le amministrazioni pubbliche hanno terre per un valore di 9,9 miliardi, ma è vero altresì che questa cifra rappresenta il 4% dei 246 miliardi di valore dei terreni agricoli italiani (anno 2016), 218 dei quali sono in mano alle famiglie. L’aumento di valore dei terreni in mano alle amministrazioni pubbliche, inoltre, dal 2001 al 2016 è stato di poco inferiore al 30% (da 7.670 a 9.907) mentre per i terreni delle famiglie è stato di poco superiore al 2%. Rimane un mistero gioioso la ragione per la quale le terre del governo siano cresciute così tanto in valore e quelle dei privati così poco. Ma se i prezzi sono così alti, la colpa non è certo dello stato, che pesa il 4% del mercato. Per tornare all’agricoltura queste braccia, più che bussare alla porta dello stato, dovrebbero bussare a quella di mamma e papà.

Ci rivediamo dopo il ponte.

Cronicario:Approvato il Def (la f sta per forse)

Proverbio del 26 aprile E’ il povero che fa l’elemosina al povero

Numero del giorno: 433.000.000 Numero di voucher/lavoro venduti fra il 2008-17 in Italia

Il governo che non c’è più e tuttavia governa oggi ha approvato il miglior Def della storia recente, ossia un documento a politiche invariate, come dicono quelli istruiti. Che in pratica vuol dire che si lascia tutto il mondo com’è e si naviga seguendo la corrente.

Questo magnifico documento economico, dove la f non sta più per finanziario ma per forse, tralascia completamente l’aspetto “riformistico”, lasciandolo in appannaggio al governo che non c’è ancora ma dovrebbe esserci ammesso che mai ci sarà. Non state a preoccuparvi, vuol dire solo che per un po’ non sentiremo parlare di riforme o grandi progetti per salvare l’Italia, che in pratica significa che risparmiamo qualche euro di spesa pubblica. In compenso il quadro tendenziale è buono e il pil viene confermato all’1.5%, mentre il debito scende nientepopòdimenoche di un punto.

Dalle auguste dichiarazioni degli esponenti del governo che non c’è più apprendiamo inoltre che il deficit è arrivato al 2,3% nel 2017 anziché al previsto 1,9% perché ha dovuto incorporare gli aiutini alle banche di cui mai avremmo dovuto avere bisogno secondo i vari governi che non ci sono più. Ma comunque il deficit tendenziale scenderà all’1,6% quest’anno sempre che il governo che non c’è ancora non decida di metterci lo zampino, qualora dovesse davvero esserci, prima o poi. Ci dicono persino che l’Italia è finalmente uscita dalla crisi “più difficile dal dopoguerra” e che abbiamo “recuperato un milioni di posti di lavoro”.

E non manca neanche un passaggio sul gettonatissimo tema della diseguaglianza, che è aumentata. Guarda caso proprio oggi Eurostat ha pubblicato alcuni dati che mostrano che in Italia il reddito del 20% più ricco della popolazione è oltre sei volte quello del 20% più povero, con la sottolineatura che questo rapporto è peggiorato di un 1,1 dall’inizio della crisi.

Ma rassicuratevi: possiamo solo migliorare. L’Italia dice il ministro dell’economia che non c’è più ha il potenziale per arrivare addirittura al 2% di crescita, se il ministro dell’economia che non c’è ancora riuscirà a diventarlo. E ovviamente ricordando che le clausole di salvaguardia che prevedono l’aumento Iva, sono rimaste nel DeF del governo che non c’è più come una tagliola che scatterà se ministro dell’economia che ci sarà non si ricorderà di toglierle. Ma state tranquilli: il prossimo Def traccerà la via. Sempre con la f di forse.

A domani.