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Lo spirito tedesco dell’export italiano

Quando tutto sembra cadere a pezzi è buona prassi igienica volgere lo sguardo verso il buono che ancora c’è nel nostro Paese e che sembra miracolosamente resistere allo sfacelo della nostra vita pubblica.

Il fatto che tali riflessioni scaturiscano dall’ultimo staff report del Fmi sull’Italia, per nulla tenero nei nostri confronti, dovrebbe farci riflettere e convincerci di una semplice ed evidente circostanza: siamo ancora un grande Paese.

La stabilità italiana, per fortuna, resiste persino a questa classe politica e a una palese inadeguatezza di classe dirigente.

Il capitolo del rapporto che vale la lettura si intitola “The Italian Competitiveness Puzzle” e spiega bene, già dal titolo, quanto l’Italia sia un paese strano, capace di coniugare senza imbarazzi grandi punti di forza e altrettante debolezze. E pure se abbiamo una naturale predisposizione a lamentarci, possiamo pure contare su straordinarie (e sconosciute) riserve di ricchezza, finanziarie e produttive, che purtroppo di rado trovano spazio nelle cronache, malate di chiacchiericcio e piagnonismo.

Il puzzle della nostra competitività si compone di diversi pezzi, come è giusto che sia. Ma giova rappresentarne da subito il quadro d’insieme che credo sia più eloquente di qualsiasi analisi. Nella top ten dell’export dei paesi manufatturieri per valore aggiunto (dato ONU 2010), l’Italia conserva saldamente il sesto posto. Lo stesso che aveva nel 2000.

Non ci sarebbe nulla di strano se intanto non fosse cambiato il mondo.

Nel 2000 l’America era la prima della lista. Nel 2010 la prima è stata la Cina, con gli Usa in seconda posizione. Il Giappone, che era secondo, è diventato terzo. La Gran Bretagna, che era quinta, è diventata decima. La Francia, che era settima è scivolata all’ottavo.

Solo la Germania, come noi, ha conservato la sua posizione al quarto posto.

Conclusione: solo noi e i tedeschi abbiamo retto l’urto dell’arrivo delle economie emergenti iniziato agli albori del XXI secolo.

C’è molto dello spirito tedesco, nell’export italiano.

Per questo il Fondo apre il suo rapporto con una constatazione che sembra l’esatto contrario del mainstream economico del nostro tempo: in Italia c’è stata una perdita di competitività senza un collasso delle esportazioni.

E questa è la prima tessera del puzzle.

Negli ultimi vent’anni, scrive il Fondo, “un calo costante della crescita nel totale fattore di produttività (TFP) e il conseguente aumento del costo unitario del lavoro rispetto ai concorrenti europei hanno sollevato ripetute preoccupazioni circa la competitività degli esportatori italiani”. E tuttavia, “l’export italiano ha tenuto relativamente bene”.

“Più di recente – sottolinea – la vivacità delle esportazioni a fronte di una depressione globale della domanda evidenzia la continua capacità di adattamento e la resilienza delle Imprese commerciali italiane”.

Qualcosa di buono, quindi, c’è pure da noi.

in particolare, siamo leader nel tessile, nell’abbigliamento e nella pelletteria, e siamo secondi (dopo la Germania) per i macchinari non elettronici e la manifattura.

Per capire le ragioni di questo mezzo miracolo bisogna fare un ragionamento più generale. L’andamento italiano della produttività replica, pur amplificandolo il trend che ha iniziato a svilupparsi in Europa dalla metà degli anni ’90, quando l’inizio della rivoluzione dell’ICT ha arricchito il concetto stesso di competitività. Le imprese hanno iniziato a distinguersi e a distinguere fra competitività derivante dalla tecnologia, quindi dallo sviluppo di nuovi prodotti e caratterizzata da un alto contenuto di innovazione, e competitività derivante dai costi, associato all’aumento dell’efficienza e alla diminuzione dei costi del lavoro. Le imprese italiane, che dovevano fare i conti con la concorrenza delle economie emergenti, dovevano vedersela innanzitutto con questo tipo di competitività. E a quanto pare sono riuscite a resistere.

Tale successo si spiega analizzando le nostre imprese esportatrici.

Il Fondo distingue quattro tipi:

1) Industrie scienze-based, come la farmaceutica, l’elettronica o l’aviazione;

2) Industrie specializzate, dominate da piccole imprese che disegnano, sviluppano e producono prodotti di nicchia;

3) Industrie tradizionali, comeil tessile, l’alimentari, dove l’innovazone è meno rilevante

4) industrie intensive che sfruttano le economie di scala e che possono essere basate o su tecnologie pesanti, come l’industria degli autoveicoli, o sullo sfruttamento di materie prime, come la chimica o la raffinazione.

Questa tassonomia aiuta a capire l’evoluzione del nostri sistema industriale che, nota il Fondo, è un mix ben riuscito di prodotti tradizionali e industrie specializzate

Un grafico mostra tale andamento fra il 1995 e il 2011.

La prima cosa che salta all’occhio è il peso crescente delle industrie che fanno economia di scala che sfruttano le materie prime. La quota di export di queste aziende è cresciuta constantemente nel tempo e ora pesa circa il 35% nell’export totale italiano. Le industrie intensive che fanno tecnologie, invece, hanno ridotto nell’ultima metà del XXI secolo la quota di esportazioni. La somma delle due industrie, tuttavia, mostra un trend chiaramente in aumento.

Al contrario, quelle che hanno sofferto di più la globalizzazione sono le imprese tradizionali, che hanno visto diminuire di circa un terzo la loro quota di export. Sono rimasti distanti le industrie specializzate e quelle science-based.

Cosa ci dice questo grafico?

Che in pratica le imprese che hanno migliorato la competitività tecnologica, e sono riuscite a fare economie di scala, sono cresciute, e che quelle che fanno innovazione al loro interno, pure se sono piccoli produttori, hanno resistito. Nel confronto con altri paesi, scrive il Fondo, “queste industrie sembrano più simili a quelle delle Germania o degli Stati Uniti”.

Detto in altre parole, un incremento della capacità di sviluppare tecnologia e innovazione paga persino se peggiorano gli indici della competitività di costo.

Infatti il prezzo più alto l’hanno pagato le imprese tradizionali, che, non riuscendo a fare competitività tecnologica hanno subito l’andamento declinante della competitività di costo, anche a causa della “rivalutazione italiana cumulatasi sin dall’introduzione dell’euro”.

Ecco spiegato il miracolo dell’export italiano, che resiste alle innumerevoli riforme del lavoro, agli infiniti tavoli politico-sindacali e persina alla rivalutazione reale del cambio.

Vale la pena fare una piccola appendice sulla competitività di costo, perché il Fondo evidenzia alcuni dati interessanti.

Il primo è che, usando un indice riferito all’economia globale del costo unitario del lavoro (ULCs), quella italiana appare essersi deteriotata fino al 5% dal momento dell’introduzione dell’euro, mentre quella tedesca risulta essere migliorata di circa il 20% a causa dell’andamento declinante del costo del lavoro.

Secondo un altro indice il PPI-based, ossia sull’indice dei prezzi alla produzione, l’Italia risulta meno competitiva di quanto lo fosse nel 1999.

Ecco, sulla competitività di costo (leggi costi del lavoro) siamo i meno tedeschi di tutti.

Finora.

Il mattone minaccia la stabilità italiana

Uno sente la parola stabilità e pensa alla politica. Al governo e a quelle chiacchiere da telegiornale che ormai non ascolta più nessuno, tranne i diretti interessati e i loro sottopancia.  

Uno sente la parola stabilità e gli prende il nervoso.

Invece la stabilità è una cosa seria. Corrisponde al risultato di un equilibrio di forze. Quindi la stabilità è l’antitesi del caos.

Quando sentite dire che la stabilità è importante, perciò, non pensate all’ennesimo balletto dei governanti che fanno ammuina. Pensate invece al nostro paese come un sistema solare che vive in equilibrio grazie alla forza di gravità. In un sistema solare non importa che un pianeta sia dieci volte più grosso di un altro. Importa che la massa complessiva del sistema origini una spinta gravitazionale tale da non farlo collassare.

Tale logica si può applicare senza essere troppo semplicistici ai sistemi socioeconomici.

Checché se ne dica, il nostro Paese è ancora molto stabile, malgrado il governo. La miglior prova è che siamo qui a discuterne, malgrado il governo. E che ogni mattina si spengono i lampioni e si accendono i motori per andare (sempre meno) a lavorare, malgrado il governo.

Ma è fondamentale individuare i veri fattori di instabilità, quelli che mettono a rischio sul serio il Paese e che potrebbero farlo collassare.

Ovviamente sono diversi, più o meno correlati.

Ne ho scovato uno leggendo l’ultimo staff report del Fmi sull’Italia, un corposo approfondimento che dice più o meno quello che ci si aspettava: troppo debito pubblico, poco competitività, giustizia inefficiente, banche sofferenti. Ma di tutto questo parlerò un’altra volta.

Il fattore di instabilità, che poi mi ha fatto venire voglia di scrivere questo post, l’ho trovato a pagina 55:

il mattone.

Chi segue questo blog avrà notato che l’immobiliare è un mio pallino fisso. Il fatto è che il mattone è un aggeggio pericoloso per sua natura. Perché costa caro ed è poco liquido. Ciò significa che è capace di originare grandi debiti che può essere difficile ripagare. E perciò coinvolge chi questo debiti li eroga – le banche – e chi li se li carica addosso – famiglie e imprese.

In più, appunto perché muove grandi risorse, ha un impatto rilevante non soltanto sull’equilibrio del sistema finanziario, ma anche nella cosiddetta economia reale. Il settore delle costruzioni dà un contributo rilevante al prodotto interno lordo.

A dimostrazione del fatto che non sia una mia fisima, c’è la circostanza che il mattone sia uno dei grandi protagonisti della reportistica economica di tutte le banche centrali e delle istituzioni che sovrintendono alla stabilità finanziaria.

Ma se non avete voglia di leggere questa roba, vi basti ricordare che la Grande Crisi che stiamo vivendo è partita da lì: dal mattone cartolarizzato.

Mattone+finanza= bomba termonucleare innescata.

Figuratevi la mia sorpresa quando ho scoperto che una di queste bombe è piazzata a casa nostra.

A pagina 55 il Fondo scrive che “uno shock nel settore immobiliare, che è la forma predominante della ricchezza delle famiglie e dei collaterali dei prestiti, può incrementare le perdite delle banche“.

Prima di approfondire i perché e i percome, ecco un assaggio delle conclusioni del Fondo: “Un grande shock sui prezzi delle case (20%) potrebbe innescare vulnerabilità sui bilanci delle famiglie tanto che quelle a rischio debito potrebbero arrivare al 12%”.

La prima cosa che mi è saltata all’occhio è l’entità della correzione: appena il 20%. Quanto è probabile che i prezzi scendano così?

Se andiamo a vedere il grafico elaborato dal Fmi, che monitora l’andamento dei prezzi delle case dal 2000 ad oggi nei principali paesi europei, vediamo che l’Italia, fatto 100 l’indice dei prezzi nel 2000, quota tuttora circa 160, poco sopra la media dei paesi dell’euro area.

Questo livello è rimasto sostanzialmente stabile dal 2008 in poi, anche se adesso la curva è orientata al ribasso. Rispetto ad altri paesi (salvo la Germania), l’Italia è quella i prezzi sono saliti meno. La Spagna, che al picco della bolla quotava 240 di indice, adesso sta a circa 180. La Gran Bretagna è scesa dal picco intorno a 220 a poco meno di 200. La Francia è l’unico paese dove i prezzi continuano a salire, e ora quota circa 220. In Germania i prezzi sono in lieve crescita. L’indice sfiora quota 120.

Una diminuzione dei prezzi italiani del 20% significa che l’indice dovrebbe arrivate circa a quota 130. E’ così improbabile?

L’analisi dell’andamento delle transazioni fa sospettare di no.

Fatto 100 tale livello nel 2000, adesso l’indice punta deciso verso quota 60. L’attrazione verso il basso dei prezzi, insomma, sembra irresistibile. “L’outlook debole dell’economia – commenta il Fondo – è probabile porti pressioni al ribasso sui prezzi, in coerenza con i tempi medi di vendita (pù di otto mesi) e il considerevole sconto medio sui prezzi (il 16%)”.

Come dire: il ribasso è già nelle cifre.

E D’altronde perché stupirsi? La bolla italiana è assai più antica di quello che ci dice il Fondo, e incorpora il passaggio alla moneta unica.

Se è ragionevole attendersi un ribasso sostanzioso dei prezzi immobiliari, rimane da capire perché ciò può avere un effetto detonante sulla stabilità del sistema-Paese.

Anche qui, l’analisi del Fondo ci viene in aiuto.

Il rischio dei credito degli italiani, scrive, è attualmente mitigato “dalla loro ricchezza positiva netta”. La ricchezza degli italiani, proprio come nell’esempio del sistema solare, è un potente fattore stabilizzante dell’universo Italia, capace com’è di controbilanciare il rilevante debito pubblico e il debitor privato tutto abbastanza contenuto, se lo si paragona al resto del mondo.

Il Fondo calcola che tale ricchezza sia vicina all’800% del reddito disponibile, e risulta dalla somma degli asset finanziari e di quelli reali, ma con un peso determinanti di questi ultimi, che valgono circa due terzi del totale. In questi due terzi, insomma, c’è la casa.

Un calo di un quinto dei valori immobiliari, di conseguenza, avrebbe un effetto diretto sulla ricchezza netta degli italiani, già messa a dura prova dall’andamento declinante dei redditi, spinti al ribasso dalla disoccupazione, e dall’aumento dell’indebitamento, cresciuto senza sosta negli ultimi dieci anni.

A tal proposito, vale la pena fare un approfondimento.

“La ricchezza degli italiani – scrive il Fondo – è declinata durante la crisi, in particolare per le classi a basso reddito e le famiglie giovani”. Al momento solo il 22% delle famiglie sono indebitate e quelle giudicate “vulnerabili”, ossia quelle che hanno un servizio del debito pari al 30% del reddito, rappresentano il 10% delle famiglie indebitate e detengono il 24% del debito totale delle famiglie che rappresenta circa il 50% del Pil.

Quindi c’è un gruppo (finora) ristretto di famiglie fragili che ha sulle spalle una montagna di debiti, probabilmente contratti all’epoca del boom per comprare la casa.

A questa montagna di debito corrisponde, uguale e contraria, una montagna dei credito, che le banche hanno erogato a questi soggetti e che adesso è finito nel tritacarne della crisi.

Se i prezzi caleranno del 20%, i le famiglie a rischio aumenteranno significativamente e, di conseguenza, aumenterà la fragilità del sistema bancario, già sofferente. Banche che, è il caso di ricordarlo, si sono imbottite di debito pubblico per sostenere l’andamento declinante degli spread.

Ed ecco che il sistema italia (dal quale abbiamo tenuto fuori il debito delle imprese per non complicare troppo l’analisi) comincia a diventare instabile. Il calo del mattone fa scricchiolare le banche, che già hanno visto triplicare i propri NPLs (non performing loans), e mette sotto pressione il debito pubblico, in quanto diminuisce la ricchezza privata che era uno dei suoi principali fattori di riequilibrio.

Di questo dovremmo parlare quando parliamo di stabilità.

Non dei politici.

 

Vivere con un debito di guerra in tempo di pace

Dopo l’Ocse, anche il Fondo monetario internazionale si è accorto che il livello dei debiti sovrani nelle economie avanzate ha raggiunto un livello mai visto in tempo di pace.

Tale impennata del debito pubblico è uno dei tanti regali che ci ha fatto questa crisi. Prima il debito medio sul Pil era intorno al 45%. A fine 2012 era già schizzato intorno al 74% “un livello che non si vedeva dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale”. Adesso tale livello ha superato il 90% in alcune economie del G7 e in molte economie dell’eurozona. In alcune è previsto che il debito/pil superi di circa il 40% il livello pre-crisi.

Si capisce perciò perché mai il Fondo abbia deciso di dedicare al tema un quaderno d’analisi, icasticamente intitolato “Dealing with High Debt in an Era of Low Growth”, che vuole dire una cosa  molto semplice: dobbiamo abituarci a convivere con un debito di guerra in un tempo di guerra: la guerra della bassa crescita, che implica disoccupazione e recessione.

Le cause e le dimensioni del problema ormai sono note. La crisi, fra le altre cose, ha provocato il collasso delle entrate fiscali che, associato all’aumento della spesa pubblica, necessario per garantire la stabilità delle banche, e agli stabilizzatori automatici, ha fatto esplodere la montagna del debito degli stati. La crisi degli spread, all’interno dell’eurozona, ha dato un altro contributo. A conti fatti, scrive il Fondo, i saldi fiscali nelle economie avanzate sono peggiorati all’incirca del 4% del Pil, prima di iniziare a recuperare.

Questa montagna di debito, “può portare a più alti tassi d’interesse e a una crescita più bassa”, oltre a rendere “più vulnerabili le finanze pubbliche a futuri shock”, senza contare che può far crollare la fiducia conducendo a ulteriori disequilibri.

Ricordiamoci, prima di andare avanti, che il debito pubblico, a cui lo studio è dedicato, è solo una parte del problema. Altrettanto pericoloso è il debito del settore privato e, all’interno del debito lordo (privato+pubblico), la quota di debito estero.

Ma torniamo al nostro paper.

La prima questione che salta all’occhio è che a questo debito crescente siano associatoe alcune questioni socioeconomiche che caratterizzano fortemente le economie avanzate. Prima fra tutte la crescita della spesa sociale correlata all’invecchiamento delle popolazioni, quindi previdenza e sanità in testa, che è prevista aumenti di più di 3 punti di Pil entro i prossimo 30 anni.

Quidi debito alto e previsto in crescita.

Un fatto che non ha precedenti nella storia.

Come se non bastasse, questo debito crescente è associato a un outlook scoraggiante sul versante della crescita.

Gli studi concordano sulla circostanza che il miglior modo per uscire dai debiti sia aumentare la crescita, d’altro canto si parla sempre di rapporto debito/pil.

Ma anche qui le previsioni non sono incoraggianti. Il Fondo stima che la crescita media delle economie considerate, fra il 2013-18, sarà intorno al 2%, ben al di sotto del 3,3% del periodo 1980-2007. Quando, aggiungo io, la montagna del credito/debito ha iniziato a impennarsi. Non certo a caso.

La combinazione di crescita calante e debiti crescenti (e quindi pressione sui tassi) “è particolarmente sfidante per alcuni paesi”.

Vi fischiano le orecchie? Allora sappiate che nelle previsioni del Fondo, fra il 2013-18 in Italia dovremmo avere una media reale dei tassi del 3% a fronte di una crescita media dello 0,1%. Quindi il nostro indebitamento pubblico reale è destinato a crescere a questo tasso. Persino superiore a quello della Spagna (2,7), del Portogallo (2,5) e dell’Irlanda (0,4%).

Altro che Pigs.

Al contrario, nei paesi che stanno di fatto inflazionando il debito, il saldo fra crescita prevista e tassi reali è negativo: per lo 0,7% per il Giappone e addirittura del 2% per gli Usa, per la gioia dei compratori del debito americano, cinesi in testa.

Per capire come uscirne, è interessante vedere cosa ci dice la storia recente.

Fin dal 1980 (ossia da quando il debito lordo è cominciato a crescere senza sosta) ci sono stati 26 episodi di riduzione di debito pubblico che hanno interessato 20 paesi.

Anche stavolta primeggiamo.

Fra il 1994 e il 2003 l’Italia riuscì ad abbattere il proprio debito pubblico dal 122 al 104%., ma salta all’occhio anche il caso del Belgio, che fra il 1997 e il 2003 passò dal 134 all’84% o, fuori dall’eurozona, quello di Israele, che fra il 1989 e il 2000 è passato dal 147 all’84%. Notevole anche il risultato dell’Irlanda, che nei vent’anni fra il 1987 e il 2007 (quando poi è riesploso) ha portato il debito dal 109 al 25%.

Cosa hanno in comune questi casi? Che c’è voluto parecchio tempo e un contesto internazionale di crescita robusta, per diminuire il debito.

Quindi, se la storia insegna qualcosa, è che comunque servirà parecchio tempo prima di uscire da questa situazione. La media, calcolata dal Fondo, è di otto anni.

Se la crescita sarà lenta questa media è destinata ad allungarsi.

Rischiamo di invecchiare con questo debito sulle spalle. Che poi significa sotto l’ipoteca dei nostri creditori e col costante fardello della minaccia di un default.

Ma come si fa a sfuggire da questa prigione?

Anche qui la storia è maestra di contabilità.

Nei casi monitorati dal Fondo il grande protagonista di questo risanamento è l’avanzo primario, che gareggia con la crescita nel ruolo di fattore determinante per il calo del debito. Ma anche l’inflazione fa la sua parte. Nel caso di Israele, ad esempio, i tassi medi reali furono negativi per il 4% nel periodo.

Tuttavia il cavallo di battaglia è l’avanzo primario, che appare sia nei casi in cui ci sia stata forte crescita, sia in quelli contrari. Anzi, paradossalmente, scrive il Fondo “sembra che i paesi generino un più alto avanzo primario quando l’economia è debole, forse per compensare la bassa crescita”.

Avanzo primario, perciò, rima con consolidamento fiscale, anche se non sembra.

E questo è il primo indizio di quello che ci aspetta.

Un secondo indizio lo traiamo dall’analisi del Fondo sul caso Italiano.

La nostra riduzione di debito, nota il Fondo, si è consumata nonostante una crescita modesta dello 0,7% medio nei tre anni precedenti la riduzione e dell’1,5% durante la riduzione. “Ciò suggerisce che la riduzione del debito può verificarsi anche in un ambiente di bassa crescita”.

Ma come abbiamo fatto?

“Alcuni fattori – scrive il Fondo – hanno contribuito, in particolare la domanda estera e il calo dei tassi d’interesse”.

L’episodio italiano fu caratterizzato da una graduale svalutazione del tasso di cambio e da un crescente export tre anni prima che il debito iniziasse a scendere. Il tasso di cambio poi si stabilizzò, una volta che il debito scese, ma l’export continuò a tirare per altri due anni.

Quanto ai tassi, la riduzione del tasso a breve cominciò quattro anni prima della riduzione del debito e continuò, pur moderandosi, per tutto il periodo. “Le analisi del Fondo – sottolinea – hanno mostrato quanto sia determinante una politica accomodante per la riduzione dei debiti”.

C’è arrivata anche la Bce, infatti.

Ma è un altro il dato interessante: la riduzione del debito si è innescata con la partenza della crescita, seguita all’aumento della domanda estera e al calo dei tassi, che poi ha fatto partire anche la domanda interna.

Questo per quelli che dicono che la svalutazione fa male.

Nel caso italiano, poi, l’inflazione non ebbe alcun ruolo, “anzi diminuì in quel periodo”.

Rimane la domanda: che fare oggi?

Col consolidamento fiscale bisogna andarci piano, visti la quota raggiunta dalla montagna del debito, poiché si rischia di far più danno che bene. E tuttavia, dice il Fondo, bisogna metterlo in campo. Perché sennò c’è il rischio di generare sfiducia, costi crescenti per il debito e ulteriore crisi. Un contesto istituzionale robusto – nota – può aiutare. Perciò la spesa pubblica dovrà diminuire, in un modo o nell’altro.

Quindi dobbiamo aspettarci un robusto dimagrimento della spesa pubblica o un aumento delle tasse.

Sul lato monetario serve una politica accomodante, anzi di stimolo monetario, “specie nei paesi dove il gap della produzione rimane notevole”. Nel nostro caso, non potendo fare politica monetaria indipendente, dobbiamo sperare nel buon cuore della Bce.

Poi c’è il capitolo delle privatizzazioni. Ma anche il Fondo si deve essere accorto che ormai fa un po’ ridere quest’argomento. Perché, scrive “possono aiutare”, ma poi in realtà “bisogna considerarle con realismo e attenzione”, anche perché in un contesto di crescita debole possono generare incassi poco significativi.

Il Fondo prende in esame anche il caso inflazione. “Un’alta inflazione può aiutare a ridurre il debito pubblico erodendo il valore reale del debito”. Per non parlare di salari e pensioni. E tuttavia un’alta inflazione porta con sé diversi rischi, primo fra tutti quello di disancorare le prospettive di inflazione e far passare agi investitori la voglia di comprare debito destinato a inflazionarsi chissà quanto.

Dulcis in fundo, le riforme strutturali. Che però prima bisogna riuscire a farle, e poi aspettare che facciano effetto “nel lungo termine”, ossia quando saremo, keynesianamente parlando, tutti morti.

Chiaramente più un paese ha debiti, più dovrà vedersela con tutte queste opzioni. E poiché noi primeggiamo in Europa per debito pubblico, più degli altri dovremo farci i conti.

A questo punto dovrebbe esser chiaro a tutti come si vive con un debito di guerra in tempo di guerra. E d’altronde bastava chiederlo ai nostri nonni.

Si mangia poco e si dimagrisce.

Il Fondo monetario vuole più Europa

Solo una sana e consapevole unione fiscale salva l’euro dallo stress e dall’azione statale. E grazie alla crisi questo miracolo ormai è in vista.

Eccola qui la morale di un robusto studio presentato dal Fondo monetario internazionale che si intitola “Toward a fiscal union for the euro area”, che è un po’ un bignami di tutto quello che abbiamo letto e sentito in questi ultimi anni e anche un possente documento di analisi destinato di sicuro a trovare udienza benevola sui tavoli della politica europea, compresa la nostra, ammesso che trovi il tempo di occuparsi di qualcosa che abbia un senso.

Meglio perciò leggerlo, almeno sappiamo cosa ci aspetta.

“La crisi – scrive il Fondo – ha rivelato un gap critico nell’UEM: la capacità degli shock subiti da un singolo paese di propagarsi in tutta l’eurozona, mettendo in discussione anche la moneta unica”.

L’avreste mai detto?

Da qui la domanda: una più profonda integrazione fiscale può servire a correggere la debolezza dell’architettura europea?

Voi che dite?

Il Fondo osserva che sono già stati fatti alcuni passi in questa direzione. Ma, suggerisce, è il momento di fare qualcosa di più.

Prima di arrivare alla prognosi, tuttavia, è utile andare a vedere la diagnosi. Non tanto perché il Fondo dica qualcosa di nuovo, ma perché ribadisce concetti anche ancora oggi faticano ad affermarsi nel nostro dibattito economico. Quello politico sul tema, semplicemente, non è pervenuto.

“La crisi ha rilvelato che il debito sovrano può essere prezzato a un livello fuori mercato, e che gli stati possono persino perdere l’accesso a tali mercati, mentre il costo dei prestiti ai privati può variare notevolmente malgrado l’Unione monetaria. Inoltre ha mostrato come il contagio può diffondersi fra gli stati”.

In pratica la crisi ha dimostrato che l’unione monetaria, per come dovrebbe funzionare in teoria, semplicemente non esiste.

Ancora peggio, la crisi ha mostrato che quello che l’Uem avrebbe dovuto garantire, ossia la convergenza dei redditi dei paesi dell’area, non si è mai verificata. Al contrario, “la divergenza all’interno dell’eurozona non è declinata con l’introduzione dell’euro.

 Ma questo lo sapevamo già.

Così come sapevamo che l’unica forma di convergenza raggiunta grazie all’euro è stata quella sul ribasso dei salari per gran parte dell’area.

Quello che non sapevamo prima di leggere l’analisi del Fmi è che “mentre gli shock specifici al livello del singolo stato sono rimasti più prevalenti di quanto ci si aspettasse, l’alto livello di commercio e l’integrazione finanziaria ha creato il potenziale per sostanziali esternalità, aggravate da una governance fiscale debole e dall’assenza di un’effettiva disciplina di mercato”.

Traducendo vuol dire che l’Uem ha funzionato da amplificatore degli squilibri, anziché come fattore di riequilibrio.

Vi sembra strano?

Il motivo? “Rigidità del mercato del lavoro e dei prezzi”, visto che “a differenza di quanto ci si aspettava accadesse in un’area valutaria ottimale prezzi e salari hanno continuato a mostrare rigidità in molti paesi dell’area, e ciò ha provocato dei larghi squilibri interni nella zona che sono stati il cuore della crisi”.

Peraltro, la mobilità del lavoro “continua ad essere bassa a differenza di quanto accade in altre aree a valuta comune”, vuoi per motivi linguistici e culturali, vuoi perché, più prosaicamente, è impossibile portare con sé, quando si cambia paese all’interno dell’eurozona, il proprio bagaglio pensionistico o “i propri benefit di disoccupazione”. Tutta roba che, nel migliore dei mondi possibili, avrebbe dovuto essere affrontata prima dell’Unione, non dopo.

Quando la crisi è esplosa, si è visto che la frammentazione socio-economica-istituzionale dei paesi dell’area è diventata frammentazione finanziaria tout court. Sono arrivati gli spread, e con essi il rischio sovrano, prima, e quello della destabilizzazione finanziaria per via bancaria, dopo. La paura del contagio ha fatto il resto.

L’eurozona si è scoperta per quella che è: un gruppo di paesi dove tutto è diverso, tranne la moneta.

Uno straordinario bagno di realtà.

E anche costoso.

Il Fondo calcola che finora i paesi dell’euro hanno già speso 227 dei 390 miliardi previsti per i programmi di assistenza agli stati in difficoltà, quindi fra ESM, EFSF, EFSM e prestiti alla Grecia. Senza contare l’esposizione dell’Eurosistema per circa 1.200 miliardi tramite il bilancio della Bce e il sistema Target 2. L’Italia, per guardare a casa nostra, è esposta per circa 400 miliardi di debito nella pancia della Bce. La Spagna per altri 500.

Tale pratica, che ha avuto l’indubitabile vantaggio di far abbassare il costo del finanziamento per gli stati in difficoltà, ha generato quello che il Fondo chiama “trasferimenti impliciti” a favore di questi stati sostanzialmente a carico dei paesi creditori, stimati fra i 45 e i 76 miliardi l’anno per Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna.

Questo spiega perché gli stati del Nord Europa siano così nervosi.

Allo stesso tempo, questi trasferimenti impliciti mostrano con chiarezza che c’è già un meccanismo di socializzazione dei debiti.

Perché allora non andare oltre?

Infatti per riparare il giocattolo difettoso, l’Ue ha messo mano a una serie di strumenti che vale la pena riepilogare (sempre perché è utile sapere cosa ci aspetta).

A dicembre 2011 è stato approvato il Six pack, un pacchetto di norme votato al rafforzamento della governance fiscale nella zona, seguito, un anno dopo, dal Fiscal compact, già ratificato da 15 paesi dell’eurozona, e poi c’è il Two pack approvato dal parlamento europeo a marzo scorso che dovrebbe entrare in vigore nel 2014.

Una volta o l’altra andremo a vedere che c’è scritto in queste norme. Per adesso contentiamoci di sapere che servono, o dovrebbero servire, a dare una maggiore disciplina fiscale agli stati dell’euro.

Non finisce qui. La parte del leone, in questo momento, la sta facendo l’Unione bancaria, per la quale il Fondo tifa senza mezze misure, che abbiamo già visto essere il prodromo necessario per arrivare all’unione fiscale. Nell’arco dei prossimi 18 mesi, poi, il Fondo si aspetta che la Commissione Ue metta a punto il “Convergence and competitiveness instrument” per promuovere ex ante un maggior coordinamento fra gli stati e maggiori riforme strutturali.

Tutta questa roba, sottolinea il Fondo, si può fare i tempi ravvicinati e, soprattutto, senza modificare i trattati.

Nel medio termine, quindi fra la fine del 2014 e il 2017, dovrebbero raggiungersi risultati ben più ambiziosi, che però richiedono il cambiamento dei trattati.

In particolare, un “controllo più forte sui bilanci nazionali, compreso il diritto per il centro (l’Ue) di richiedere cambiamenti nelle decisioni fiscali nazionali; una capacità fiscale centrale, con risorse dedicate; la possibilità di prendere a prestito in solido, vale a dire creare un fondo di rimborso europeo per coordinare la riduzione del debito pubblico; emettere eurobills per favorire l’integrazione dei mercati finanziari”.

Quindi il monito: “Il contesto di governance deve essere implementato rigorosamente, con un forte rinforzo dei poteri del centro”.

Alla fine del documento, fra le note tecniche, il Fondo scrive un bellissimo paragrafo che si intitola “Lezioni per l’eurozona” che leggo con avido interesse.

Scopro che:

1) La condivisione del rischio fra i paesi deve essere accoppiata con una robusta governance del centro. Mettere i debiti in comune significa anche mettere in comune la capacità di gestire le finanze pubbliche. Che poi è il senso dell’Unione fiscale.

Quindi più Europa.

2) Bisogna migliorare il set istituzionale degli strumenti europei per risolvere eventuali crisi sovrane. Processo lungo che, almeno nella fase attuale, “deve essere imposto più direttamente dal centro”.

Quindi più Europa.

3) La transizione è uno dei risultati della crisi. La storia mostra che gli episodi di stress fiscale sono spesso il primo passo per un ribilanciamento dei poteri verso il centro (l’Ue). Le crisi hanno offerto l’occasione per una transizione verso meccanismi più stabili nelle aree a valuta unica. La crisi corrente offre all’eurozona una simile opportunità.

Quindi più Europa (grazie alla crisi).

La lezione è che dobbiamo sperare che la crisi ci conduca a un’Europa più forte e stabile.

Viva la Crisi.

Viva l’Europa.

L’eurozona fa scuola. In Africa

Gli euroscettici possono consolarsi: qualcuno ha fatto tesoro dell’eurodisastro.

L’esperienza della moneta unica europea è stata una lezione memorabile per tutto il mondo. Tanto è vero che adesso chiunque voglia pensare di creare un’unione monetaria guarda al nostro continente per non commettere gli errori che abbiamo commesso, a caro prezzo, noi.

Il fatto che gli unici a parlare di unione monetaria di questi tempi siano gli africani d’oriente, poi, è un ulteriore occasione di riflessione. Non tanto perché siano africani, ma perché si tratta di economie difficili, che agiscono in contesti politici instabili, che provano a trovare denominatori comuni minimi capaci di dare un senso economico unitario a un’intera area geografica.

L’esatto contrario che abbiamo fatto noi europei, che abbiamo costruito un’unione monetaria senza riflettere davvero su cosa stavamo mettendo insieme.

Questa storia si legge poco sui giornali, perché quando si parla di Africa la sensazione è quella di avere a che fare con paesi talmente periferici che non vale la pena occuparsene. L’ennesimo atto di snobismo intellettuale di noi occidentali.

E invece leggendo l’intervento di Emmanuel Tumusiime-Mutebile, governatore della Banca centrale dell’Uganda, scopriamo di avere a che fare con persone assai avvedute, che ci guardano da lontano e imparano da noi.

O meglio: dai nostri errori.

Cominciamo dalla premessa. Il progetto di Unione monetaria africana riguarda un piccolo gruppo di paesi della costa est, in particolare quelli aderenti alla East African Community (EAC), che raggruppa il Burundi, il Kenya, il Rwanda, la Tanzania e, appunto, l’Uganda. L’area è abitata da oltre 135 milioni di persone, con un Pil complessivo (a prezzi di mercato) di 84,7 miliardi di dollari, per una media procapite di 732 dollari.

Entro quest’anno, così almeno dice il nostro governatore, i paesi aderenti all’EAC dovrebbero firmare il protocollo per l’introduzione dell’EAMU, che sta per East African Monetary Union, iniziando un percorso che, nelle previsioni, dovrebbe durare almeno un decennio prima di condurre a un’effettiva unificazione attraverso riforme giuridiche, istituzionali ed economiche.

Un percorso complicato, e noi europei lo sappiamo bene, che però deve partire dalle giuste premesse per evitare che i paesi aderenti finiscano con l’essere danneggiati anziché beneficiati dall’Unione.

Le premesse sono chiare. “Affinché un’unione monetaria abbia successo – dice il banchiere – occorre che ogni stato partner sia preparato ad accettare la messa in comune della propria sovranità”.

Sembra scontato, ma il dibattito europeo mostra con chiarezza quanto sia difficile attuare in pratica questo principio teorico.

“La messa in comune della sovranità economica va aldilà della perdita dell’indipendenza della politica monetaria e del tasso di cambio, che sono inerenti in un’unione monetaria. Richiede che ogni partner accetti vincoli sulle politiche fiscali e implementi un mercato unico che includa non solo il libero commercio di beni e servizi, ma anche il libero movimento di capitali“. Una consapevolezza, quest’ultima, che solo di recente, con il dibattito sull’Unione bancaria, sta iniziando a fare breccia in Europa.

“Se non costruiremo tali requisiti – avverte – l’introduzione dell’unione monetaria potrebbe danneggiare le nostre economie”. E non è un caso che il nostro governatore citi i casi di Spagna, Portogallo e Grecia “che hanno perso competitività sui mercati internazionali e non possono neanche usare il tasso di cambio”, la qualcosa “è una salutare lezione per chiunque sia coinvolto in un piano per l’introduzione dell’EAMU”.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi quali benefici pensano di ottenere questi paesi da un’unione monetaria. La prima risposta, quella ovvia, è che dall’integrazione dovrebbero giovarsi il commercio interno, sgravato dal rischio di cambio e il settore produttivo, che potrebbe godere di maggiori economie di scala, capaci di trasformare le imprese coinvolte nel processo in competitors globali.

Fin qui siamo nel campo degli auspici.

Più interessante è la costatazione che una valuta regionale potrebbe mettere al riparo, in virtù del proprio peso specifico, dalle fluttuazioni del mercato dei cambi, specie quelle del dollaro. La volatilità delle valute, infatti, è uno dei problemi principali con il quale devono fare i conti questi paesi periferici, che spesso non riescono a sviluppare, di conseguenza, il flusso degli investimenti privati sui loro territori.

E poi c’è il famoso “dividendo”: “L’introduzione dell’EAMU sarebbe la prova dell’impegno degli stati partner a costruire un futuro comune”, e quindi un importante riconoscimento da parte della comunità internazionale, con tutto ciò che questo porta con sé, a cominciare dagli investimenti diretti nell’area.

Con la moneta unica, insomma, i paesi dell’EAC potrebbero entrare (o almeno aspirano ad entrare) nel club delle economie maggiori.

Senonché, spiega il nostro banchiere, per riuscire nell’impresa bisogna soddisfare innanzitutto alcuni pre-requisiti.

La costruzione del mercato comune, innanzitutto, con l’eliminazione delle barriere che ancora esistono fra i singoli stati per la libera circolazione di uomini, servizi e capitali. Ma, ancora più rilevante, è mettere i paesi aderenti all’Unione nella condizione di non soffrire “shock economici idiosintocratici”. Ossiai shock che che colpiscono l’economia di uno stato partner, ma non gli altri.

Ed è su questo tema che la lezione dell’eurozona per l’Africa, diventa una lezione africana per l’eurozona.

“Per un’economia con la sua moneta, la risposta ottimale a uno shock macroeconomico coinvolge usualmente la politica monetaria: un’economia può aggiustare il suo squilibrio esterno tramite la svalutazione del suo tasso reale di cambio. E’ evidente – sottolinea – che un membro di un’unione monetaria non può usare tali politiche e questo lo lascia più esposto alle conseguenze avverse di tali shock. Tuttavia l’integrazione regionale offre strumenti alternativi di aggiustamento. Se ad esempio un paese dell’Unione subisce un declino dei prezzi dei beni che esporta, e quindi arriva a soffrire una recessione, potrà superare lo shock se i suoi produttori domestici potranno indirizzare una maggiore quantità di prodotto verso i paesi partner”.

La famosa solidarietà.

Ciò significa, ad esempio nel caso dell’eurozona, che i paesi in deficiti dovrebbero esportare di più verso i paesi in surplus, che quindi vedrebbero aumentare il proprio consumo interno e diminuire il loro saldo commerciale.

Esattamente quello che non è avvenuto nell’eurozona.

“Quello che voglio dire – spiega – è che se introduciamo una valuta unica in un’area senza meccanismi di assorbimento degli shock, rischiamo di esporre ai paesi a grande volatività macroeconomica”.

Appunto.

“Il secondo pre-requisito per una unione monetaria di successo sono politiche fiscali comuni efficaci, come è chiaramente dimostrato dai problemi che affliggono alcuni membri dell’eurozona, in particolare la Grecia. La credibilità di una politica monetaria comune dipende dalla circostanza che la banca centrale non debba mai finanziare i deficiti degli stati membri. Sfortunatamente è difficile per una banca centrale farlo perché ci possono essere circostanze nelle quali provvedere al finanziamento di uno stato in deficit è il male minore rispetto a un default sovrano che potrebbe creare una crisi finanziaria nell’Unione”.

Anche qui, ha fatto scuola la Bce, “che si trova di fronte a questo dilemma da quando la crisi è emersa”. “Un default sovrano, ad esempio in Italia,  – sottolinea – non colpirebbe solo gli italiani, il danno sarebbe per tutta l’eurozona”.

“Per evitare tutto ciò è necessario che il debito pubblico dei singoli stati sia sostenibile e anche sia percepito come tale. L’eurozona ha meccanismi tesi ad assicurare la sostenibilità dei debiti pubblici, ma che però non sono stati adeguatamente rinforzati” al contrario di quanto si propone di fare l’EAMU.

Altro che poveri africani.

 

Dal Co.co.co al Co.co.ci: pure il bond diventa precario

Viviamo tempi precari, e questo ormai è chiaro a tutti.

Quello che ancora pochi sanno, invece, è che la precarietà ormai ha invaso anche il mondo degli strumenti finanziari. Quelli che, in teoria, dovrebbero esplicitare chiaramente rendimenti e rischi, sono finiti nella logica del “finché dura”, potendo cambiare il proprio stato giuridico, e quindi il loro livello di rischiosità, al mutare del contesto e delle “contingenze”.

Proprio come un povero co.co.co, che ha un lavoro finché dura, questi strumenti hanno lo stato di bond, sempre finché dura.

Questi aggeggi si chiamano contingent convertible capital instruments.

Dal co.co.co, al co.co.ci.

Non ci saremmo mai occupati di queste astruserie finanziarie, se la Bri, nel suo ultimo Quaterly report, non avesse dedicato loro un corposo articolo pieno di numeri e scenari, spiegando che i co.co.ci, che in gergo finanziario si chiamano cocos, sono le star prossime venture del debito subordinato delle banche.

Il debito subordinato, per chi non lo ricordasse, si compone di strumenti che prevedono la clausola di postergazione, in virtù della quale tale debito (e quindi il credito relativo) è previsto, in caso di liquidazione, venga rimborsato solo dopo quello non subordinato o senior. Da questo punto di vista, il debito subordinato viene in qualche modo equiparato ai mezzi propri della banca, quindi all’equity azionario che, in caso di guai, è l’ultimo ad essere restituito a chi l’ha versato nell’impresa bancaria.

Per capire perché i co.co.ci stiano riscuotendo tanto successo, è necessario ricordare qualche nozione di tecnica bancaria.

Lo so che è noioso. Però se superiamo l’ostacolo della tecnica, ossia del significato, gratta gratta scoviamo la politica, ossia il senso.

Le banche, per funzionare, quindi per fare prestiti, prendono a prestito a loro volta, sostanzialmente emettendo obbligazioni. Le obbligazioni normali hanno la caratteristica di essere titoli liquidi, quindi facilmente vendibili sui mercati secondari, e dotati di un buon livello di sicurezza, visto che si prevede che, in caso di problemi della banca, abbiano la priorità del rimborso rispetto alle azioni. Questo debito, quindi, a livello di garanzie offerte ai sottoscrittori, è sullo stesso livello dei depositi bancari, anche se questi ultimi, fino a un certo ammontare (103.000 euro in Italia) godono anche di una protezione assicurativa.

Il debito subordinato è una sorta di via di mezzo fra il debito senior, raappresentato fra le altre cose dalle obbligazioni senior, e le azioni, ordinarie o privilegiate che siano, che stanno nel fondo della scala dei rimborsi.

Non tutti i debiti subordinati, peraltro, sono uguali fra loro. Si distinguono a seconda del grado di subordinazione, e quindi della rischiosità in esso insito. Né sono uguali le condizioni alle quali vengono onorati tali debiti. Di recente, ad esempio, Mps ha deciso che non pagherà le cedole per una certa classe di titoli subordinati, perché, appunto, si sono verificate le condizioni (contengenze) che davano alla banca il diritto di farlo.

Ora dobbiamo farci due domande: perché le banche usano questi strumenti?

E poi: perché un investitore dovrebbe comprarli?

Rispondere alla prima domanda richiede un altro piccolo passo nel magico mondo delle banche.

Il Comitato di Basilea, nel 1988, scrisse le regole per fissare i requisiti di adeguatezza patrimoniale delle banche. Tali accordi, successivamente ribattezzati Basilea II, prevedono che il patrimonio bancario di vigilanza sia composto da patrimonio di base, Tier 1, che comprende le azioni ordinarie e le riserve di utili non distribuibili, e dal patrimonio supplementare, Tier 2, che comprende una pluralità di strumenti, fra i quali troviamo i nostri debiti subordinati. Per questi ultimi, solitamente non garantiti da asset, il pagamento è subordinato al pagamento prioritario delle obbligazioni senior. L’upgrade di Basilea II, Basilea III, prevede che alcuni Cocos, quelli più rischiosi, possano entrare nell’AT1 (Additional Tier) insieme alle azioni privilegiate.

Da questa definizione risulta chiaro che il vantaggio per le banche nell’emettere prestiti subordinati risieda nel fatto che tali strumenti possano essere computati nel patrimonio di vigilanza. Vi parrà bizzara l’idea che la solidità di una banca sia direttamente proporzionale ai debiti assunti, però è così che va il mondo. Più debiti hai, più stai bene.

Quindi quando leggete sui giornali che le banche hanno aumentato la loro patrimonializzazione, e tirate un sospiro di sollievo, dovreste anche sapere che uno dei modi per aumentare il patrimonio è l’emissione di debiti subordinati, che infatti è esplosa negli ultimi anni.

La Bri calcola che, rispetto ai dodici mesi conclusi metà 2012, le emissioni di debito subordinato sono quasi decuplicate negli Stati Uniti e sono aumentate di 3,5 volte in Europa.

Ma il fatto che sia migliorata la patrimonializzazione delle banche usando strumenti che sono molto più rischiosi per chi li sottoscrive dovrebbe servire a farci sentire meglio o peggio?

Prima di rispondere, ripensate all’altra domanda. Perché qualcuno dovrebbe comprare questa roba?

La risposta è facile: rendono di più.

Per “pagare” all’investitore il rischio della subordinazione la banca deve garantire un rendimento più alto di una normale obbligazione senior, sennò non li comprerebbe nessuno. Lo spread fra un’obbligazone senior e una subordinata può tranquillamente superare i 2-300 punti.

Insomma, finché va bene sono tutti contenti. Le banche rafforzano i loro requisiti patrimoniali, e gli investitori diversificano, dando libero sfogo al loro appetito per il rischio.

Il problema è quando le cose vanno male.

Ed ecco che entrano in campo i nostri co.co.ci.

Prima di spiegare cosa abbiamo di così particolare, diamo un numero: nell’analisi degli economisti della Bri viene calcolato che le emissioni di co.cos dal giugno 2009 al giugno 2013 sia arrivata a circa 70 miliardi di dollari. Poca roba, rispetto alla montagna di strumenti obbligazionari in giro per il mondo, ma dal futuro molto promettente.

Per capire di che cifre parliamo, basta ricordare che nello stesso periodo le banche hanno emesso 550 miliardi di obbligazioni subordinate, e ben 4,1 trilioni di obbligazioni senior non assicurate. Ma negli ultimi due anni le emissioni di co.co.ci si sono impennate. 

Per capire come mai, diamo un’occhiata alle date.

Lo strumento inizia a diffondersi dal giugno 2009, ma è entrato nel vivo nel 2011, quindi in pieno credit crunch. Chi ricorda quegli anni sa bene con quanto difficoltà le banche riscuotessero fiducia (e quindi credito).

Quando ecco d’improvviso arriva il cocos (io preferisco co.co.ci).

Guardacaso, grandi protagoniste di queste emissioni sono le banche europee, in particolare inglesi (20,7 miliardi di dollari), svizzere (15,2), Olandesi (5,7) e irlandesi (4,1).

La particolarità di questo strumento è che, in caso di crisi della banca, il cocos assorbe le perdite e fa diminuire i debiti.

Com’è possibile? Semplice: se scatta (trigger) un particolare campanello d’allarme, il co.co.ci può smettere di essere un’obbligazione e diventa equity, quindi capitale azionario. Di conseguenza la massa debitoria si abbatte (meno obbligazioni, Tier 2), mentre aumenta il capitale proprio (più equity, Tier 1). E in questo modo la banca migliora il proprio patrimonio e può rientrare nei requisiti della Basilea II e III.

Non è una bellissima magia?

Ecco perché ci viene utile la breve premessa tecnica che ho fatto prima. Se non sapessimo cosa si intende per capitale proprio e per requisito patrimoniale, sarebbe impossibile capire come sia possibile che un debito rischioso diventi capitale di una banca, per la gioia dei sottoscrittori, che si trovano invece dell’obbligazione che avevano comprato un pacchetto di azioni che, in caso di crisi, possono anche arrivare a valere zero.

Ma le modalità di “conversione” del co.co.ci sono innumerevoli. I meccanismi di assorbimento delle perdite funzionano allo stesso modo se, anziché convertire il bond in azioni, si svaluta il valore dell’obbligazione, visto che a tale svalutazione corrisponde un aumento del peso dell’equity sul patrimonio.

Un esempio? Il CoCo bond emesso dalla Rabobank nel 2010 potrebbe condurre i sottoscrittori a perdere il 75% del valore facciale dell’obbligazione  in cambio del 25% cash. Un bel risparmio per la banca e una bella perdita per i sottoscrittori.

Il co.co.ci è bello rischioso, per questo paga bene.

Lo studio della Bri mette in evidenza anche questo punto. “I rendimenti offerti dai CoCos tendono ad essere più alti di quelli di altri strumenti dello stesso emittente”. E osserva che finora i compratori sono per lo più investitori privati, mentre gli investitori istituzionali, fondi pensione ad esempio, se ne tengono ancora ben lontani.

Ma la prima ragione del successo di questa diavoleria “è la loro potenziale capacità di soddisfare i requisiti patrimoniali chiesti dai regolatori”.

“Guardando avanti – scrivono i tecnici della Bri – i cocos hanno il potenziale per rafforzare la resilienza del sistema bancario”.

Ma davvero?

Abbandoniamo per un attimo il significato tecnico e guardiamo al senso politico. La fame di rendimenti, che non è mai diminuita malgrado la crisi, spinge alcuni soggetti a comprare questa roba. Dal canto loro le banche sono spinte a  usarla perché così possono caricarsi di più mezzi, e quindi godere di maggiori profitti, senza fare arrabbiare i regolatori. Che poi sono gli stessi che danno alle banche il diritto di usarli, salvo poi lamentarsi che le banche non sono abbastanza capitalizzate e che corrono troppi rischi, che rendono precaria la stabilità del sistema finanziario, eccetera eccetera.

Questo straordinario (e schizofrenico) gioco della parti ci riporta al discorso iniziale.

Viviamo tempi precari.

Cipro ci prova

L’autunno di Cipro sarà un po’ meno triste della sua terribile primavera, ma altrettanto tormentato. La piccola isola sta facendo i conti, letteralmente, con il suo esercito di creditori al prezzo di una sostanziale devastazione dei suoi fondamentali economici.

Niente che non si potesse immaginare.

Seguirne le vicissitudini, tuttavia, riveste un interesse notevole, atteso che Cipro è stato il laboratorio sul quale si è sperimentato per la prima volta uno dei principi cardini della nascente Unione bancaria: quello del bail in. 

In pratica, l’onere del fallimento delle banche statali è stato scaricato sui correntisti e i detentori di obbligazioni, sia senior che subordinate.  Tutto ciò sull’altare di un principio che è diventato uno dei dogmi dell’attuale dibattito sull’Unione bancaria: i fallimenti delle banche non devono essere scaricati sugli stati, e quindi per via fiscale sui cittadini, ma su chi ha affidato i propri soldi alle banche fallite secondo una precisa gerarchia: gli azionisti, gli obbligazionisti e i correntisti, fatti salvi quelli che hanno depositi sotto la soglia assicurata (più o meno 100mila euro).

Il Fondo monetario, che a Cipro a prestato il necessario per tirare avanti in questi mesi, ha calcolato che il totale del bail in per la banche cipriote sia stato finora di 9,4 miliardi di euro, di cui 4,5 per la BoC e 4,9 per la Laiki. Di questi 9,4 miliardi, ben 7,8 miliardi sono arrivati dai depositi non assicurati.

Risultato: Cipro ci prova a rimettersi in piedi.

Ma non è detto che riesca.

Al contrario, nel frattempo, l’Ue è riuscita ad approvare il primo pilastro dell’Unione bancaria.

E poi dicono che le crisi non servono.

A proposito. Il Fondo monetario calcola un calo del pil cipriota, a giugno 2013 rispetto a giugno 2012, del 5,2%. Tale andamento è dovuto per lo più al collasso del consumo interno (quello pubblico era già crollato del 26% nel primo trimestre) e degli investimenti. Ciò malgrado il contributo offerto dalla domanda estera, che è stato positivo. Ma non tanto perché Cipro abbia esportato di più, ma perché ha importato circa il 20% in meno. Un altro caso di austerità che corregge il conto corrente.

Sul versante interno, si segnala l’impennata della disoccupazione, passata dall’11,7 del giugno 2012 al 17,3% registrato a giugno 2013 “il più altro incremento anno su anno registrato nell’eurozona”, nota il Fondo. La conseguenza è che la aziende “hanno iniziato gradualente ad abbassare i salari, declinati dello 0,6% in termini nominali dal marzo 2013”. Il Calo dei salari ha fatto diminuire anche l’inflazione passata dall’1,3% di marzo 2013 allo 0,7% di giugno. Tutto, come al solito, si tiene.

I ciprioti, tuttavia, potrano consolarsi pensando che il governo ha raggiunto e superato i target fiscali previsti dal piano del Fondo, facilitato dal roll over dei debiti bancari e dalle notevoli restrizioni dei capitali che hanno impedito che i denari fuggissero dalle banche. Adesso i controlli si sono attenuati, ma fino a poco tempo fa pure per fare un bonifico bisognava passare dalla banca centrale. Il prelievo di contanti, tuttavia, rimane fermo a 300 euro al giorno per le persone fisiche, che non posso ricevere o emettere bonifici per più di 15mila euro al mese (a marzo erano vietati).

L’uscita dall’emergenza, al prezzo che abbiamo visto, non è servita tuttavia a far tornare la fiducia, visto che prosegue l’emorragia di depositi bancari. Al 21 agosto i deflussi avevano raggiunta quota 8 miliardi di euro, il 12,6% della base di depositi esistenti a a fine marzo, al netto dei depositi convertiti in equity della banche oggetto di bail in. Il 60% di questi deflussi sono attribuiti a non residenti titolari di depositi non assicurati. I ricconi, a quanto pare, non si fidano ancora di Cipro e difficilmente torneranno a fidarsene di nuovo. In fondo i paradisi bancari non mancano, neanche nella stessa Europa.

Sicché la piccola isola dovrà imparare a farsi bastare e sue forze. Rimettere in piedi l’economia, dopo anni di abbuffate pagate dai capitali esteri (al prezzo che abbiamo visto) non sarà un’impresa facile.

Le banche, per dirne una, malgrado la cura di cavallo, si stanno riempendo di sofferenze. I Non performing loan (NPLs) sono arrivati al 30%  già a fine marzo e le banche hanno un salvagente per le perdite sui crediti pari solo al 30% dei prestiti concessi, ben al di sotto della media del 50% delle banche europee. Quindi la situazione del sistema finanziario è ancora molto instabile. Le banche hanno prospettive di redditività molto scadenti e la concessione di crediti alle imprese si è contratta del 9% a giugno 2013 rispetto a un anno prima. I crediti concessi per i mutui sono diminuiti del 3% e del 7% per il credito al consumo.

Come uscirne? Di sicuro ci vorrà un bel po’ di tempo (e di denaro) per ricapitalizzare le banche. Secondo il Fondo “bisogna continuare a seguire le politiche decise a marzo per restituire stabilità al settore finanziario per renderlo capace di supportare una crescita nel lungo periodo”.

Speriamo prima che i ciprioti siano tutti morti, direbbe Keynes.

Mentre coltivano la speranza, i ciprioti faranno bene a mettersi a dieta. Il Fondo calcola che il Pil si contrarrà del 9% alla fine del 2013 e di un altro 4% nel 2014, trainato al ribasso dal consumo interno e dal crollo del settore immobiliare “cresciuto in maniera insostenibile prima della crisi” (come al solito), mentre la disoccupazione dovrebbe toccare il 19,5% già l’anno prossimo.

Tutto questo con un debito pubblico previsto in rialzo fino al 126% delPil nel 2015, dopo esser stato rivisto al rialzo dal 109 al 114% nel 2013, per stabilizzarsi intorno al 105% nel 2020, ma sempre “altamente vulnerabile agli shock”, e con un debito estero, che per quanto diminuito del 10% del Pil, sta ancora saldamente intorno al 440% del Pil, mentre la posizone netta degli investimenti è negativa per il 123% del Pil, al livello del Portogallo. Circostanza che rende Cipro molto sensibile alle turbolenze derivanti da un incremento dei tassi.

Sul settore privato, si registra un debito pari al 280% del Pil, il livello più alto dell’eurozona (segue l’Irlanda) e il doppio della media europea, con le famiglie pesantemente indebitate per i mutui contratti all’epoca del boom. Per dare un’idea di quanto si sia gonfiata la bolla immobiliare, basti considerare che fatto 100 il livello dei prezzi nel 2002, al picco del boom l’indice aveva superato 210, ben al di sopra della Spagna, e che adesso quota intorno a 200 “significativamente intorno al livello pre-crisi”, nota il Fondo. Col risultato che è facile prevede un’ulteriore correzione dei valori immobiliari che non potrà non avere effetti sul sistema finanziario e sul portafoglio delle famiglie.

Conclusione: per Cipro “i rischi rimangono sostanziali e orientati al ribasso”.

Provaci ancora, Cipro.

I salari dell’eurozona convergono verso il basso

E poi dice che non c’è convergenza nell’eurozona. Invece scorrendo gli ultimi dati pubblicati dall’Ocse sull’andamento del costo del lavoro unitario nell’area sembra proprio che una convergenza si stia (faticosamente) realizzando: quella sui salari.

Gli amanti dei cavilli potranno notare che è al ribasso, ma suvvia: sono dettagli.

Il dato aggregato per l’intera area Ocse ci dice che il costo unitario del lavoro (ULCs) è diminuito dello 0,2% nel secondo trimestre del 2013. Ciò risulta dal confronto fra la crescita della produttività registrata (+0,4%) e l’aumento delle retribuzioni (+0,2).

Dobbiamo ricordarci perciò che l’ULCs, almeno come lo misura l’Ocse, misura sempre questo confronto. Ossia che l’aumento delle retribuzioni viene sempre rapportato all’aumento della produttività e il saldo misura lo squilibrio fra queste due grandezze. Se le retribuzioni salgono più della produttività c’è un aumento netto del costo unitario del lavoro, che significa che i lavoratori hanno guadagnato più di quanto hanno prodotto. Al contrario se le retribuzioni crescono meno.

Tenere a mente questa differenza è importante. Nel primo caso si è avuto uno spostamento di ricchezza dalla quota dei profitti a quella del lavoro. Nel secondo caso il contrario.

Detto in parole povere, se le retribuzioni crescono meno della produttività significa che i le imprese hanno guadagnato di più.

L’Ocse specifica che un aumento dei costo del lavoro “può creare una pressione sui prezzi alla produzione”. Quindi, per logica, una sua diminuizione può creare la pressione opposta: quella verso il calo dei prezzi, ossia una deflazione.

Tutto questo viene sottinteso nel dibattito o viene dato per scontato. Ma è un errore. Prima di parlare di numeri sarebbe utile capire di cosa stiamo parlando esattamente e le variabili sistemiche che portano con sé. Sennò come si fa a capire le scelte politiche che implicano?

Detto ciò guardiamo i dati.

E cominciamo da casa nostra. Per la prima volta dall’ultimo trimestre del 2011 il costo unitario del lavoro è diminuito nell’eurozona (-0,3%). Nel periodo considerato, infatti, si è avuto un incremento di produttività dello 0,4% e un aumento delle retribuzioni dello 0,1%, “significativamente più basso dello 0,9 del precedente trimestre”.

Tenete a mente le date: ultimo trimestre 2011. Da noi in quel periodo cambiava il governo, mentre la crisi nei Pigs (ora Gipsi) imbruttiva.

All’interno dell’aeuro area, scrive l’Ocse, “il costo unitario del lavoro ha continuato ad aggiustarsi in alcuni paesi”. In Italia è crollato dello 0,7% “per la prima volta in sei trimestri”. Questo a fronte di un zero tondo segnato sul versante dell’aumento di produttività.

Dall’altra parte del mondo, quindi in Germania, si è registrato un aumento della produttività dello 0,6% a fronte di un aumento delle retribuzioni dello 0,5, quindi il saldo è negativo per lo 0,1%. Se vediamo invece il dato del Portogallo vediamo che c’è stato una diminuizione del costo unitario dello 0,9% a fronte di un calo delle retribuzioni dell 0,6 e di un aumento della produttività dello 0,3. Il calo più robusto del costo unitario europeo, tuttavia, è stato registrato in Norvegia: -2,6%. Peggio (per i lavoratori) è andata solo in Corea del Sud (-2,8%).

Ma i dati trimestrali ci dicono poco.

Il discorso si fa più interessante se spostiamo lo sguardo sul trend, che l’Ocse fotografa a partire dal secondo trimestre del 2010.

Nell’eurozona presa nel suo complesso, l’indice (100 nel secondo trimestre 2010) ha segnato una crescita fino all’ultimo trimestre 2012, quando ha iniziato a deflettere.

Ma ovviamente le situazioni nei singoli paesi sono molto diverse.

In Belgio, ad esempio, il costo unitario del lavoro sta continuando a crescere da allora, e adesso quota quasi 110. Altrettanto in Austria, pure se più moderatamente (circa 105), più o meno al livello della Germania e dell’Olanda, che si trovano poco sopra il livello della Francia, mentre Finalndia e Lussemburgo svettano sopra 110.

Se andiamo a vedere i paesi perfierici, troviamo la Grecia, dove la rilevazione si ferma al secondo trimestre 2011, quando la curva, robustamente orientata al ribasso, era già scesa sotto 100. In Irlanda l’indice gravita intorno a 95, mentre in Italia la crescita del costo unitario si è interrotta a fine 2012 (quota 105) e da allora ha iniziato a sua flessione.

Fra i Pigs la Spagna è quella che ha subito la diminuzione più marcata del costo unitario, ormai stabilmente sotto 95, col Portogallo poco sopra. in Slovenia e Slovacchia il costo è fermo a quota 100.

Guardando le curve, si nota che l’aumento più corposo è stato quella della Norvegia, dove alla fine del primo trimestre 2013 l’indice quotava oltre 115, quindi il calo registrato nell’ultimo trimestre lo ha semplicemente riportato sotto 115.

Ma il grafico che dà la misura esatta di quello che sta succedendo è quello che illustra l’andamento del costo del lavoro nei principali paesi dell’euro a far data dal 1999.

Fatto 100 l’indice del primo trimestre 1999, notiamo che in Germania l’indice è sceso sotto quota 100 fra il primo trimestre 2006 e il 2008.

Il costo unitario si impenna fra l’inizio del 2008 e il 2009 e poi rimane stabile fino al 2012, quando riprende moderatamente a salire. Ora quota circa 110. Quindi in 14 anni l’indice del costo unitario del lavoro tedesco è cresciuto di un risicato 10%. Ciò dimostra con chiarezza che la Germania ha spostato ricchezza dai salari ai profitti nell’ultimo decennio.

Gli altri paesi considerati hanno fatto il contrario. La Francia, ad esempio, mostra un andamento crescente della curva, che ora quota quasi 130. Ma anche l’Italia, dove l’indice quota quasi 135, anche se adesso la curva mostra segnali di robusta inversione.

Ma è molto interessante vedere cosa sia successo nei Pigs.

L’Irlanda, che nel 2009 mostrava la crescita più alta dell’ULCs (quota 155), nel 2013 è crollata intorno a quota circa 125. Proprio come la Spagna, che nel 2009 era seconda per costi unitari (circa 140), e il Portogallo, che era allo stesso livello della Spagna nel 2009. In questi tre paesi la convergenza sui costi unitari del lavoro è stata piena.

Quelli che ancora devono converge sono l’Italia e la Francia. Ma i presupposti ci sono tutti. In Italia la crescita della disoccupazione è un ottimo viatico per raffreddare il costo del lavoro, e la Francia è alle prese con una riforma del lavoro problematica ma che potrebbe dare buoni risultati.

La domanda però è un’altra: a che livello si dovrebbe realizzare questa convergenza?

Se paragoniamo il livello della Germania (circa 110), con quello al momento più alto (Italia  a 135) notiamo quanto sia ampia la forbice fra i due paesi. In Germania la tendenza dei salari è alla crescita, a differenza di quanto accade negli altri paesi, quindi è ragionevole ipotizzare che l’incontro potrebbe trovarsi, in un contesto inerziale, al livello attuale dei Pigs, quindi fra 120 e 125. 

Quindi Francia e Italia sono i paesi che possono aspettarsi la correzione più robusto dell’ULCs.

A meno che, ovviamente, la disoccupazione, trainata al ribasso dalla crisi, non peggiori.

Nel qual caso il conto sarà più salato.

Per tutti.

La faglia di Parigi che fra tremare l’eurozona (e il mondo)

Gli attenti sismologi finanziari, le cui letture deliziano gli appassionati, ormai da tempo hanno individuato la linea di faglia che si è aperta nell’eurozona. E vi stupirà sapere che non è al di qua delle Alpi, checché ne scrivano i nostri giornali, ma aldilà.

Non è l’Italia il pericolo dell’eurozona, ma la civilissima Francia.

La spaccatura, finora silente, è talmente pericolosa che qualora le due masse di eurolandia (quella cosiddetta core e quella periferica) venissero a frizione,  l’energia distruttiva che ne verrebbe sprigionata potrebbe causare un pericoloso Armageddon capace di terremotare mezzo mondo.

Per capire quanto sia allarmante la situazione, basta scorrere un pregevole documento rilasciato dal Fondo monetario internazionale preparato in vista dell’incontro del G20 di qualche settimana fa e rilasciato di recente.

Il Fondo, che monitora con grande attenzione i rischi che agitano il mondo, ha compilato una lista di paesi i cui fattori interni generano e amplificano gli squilibri globali. E figuratevi quando ho scoperto che in questa lista l’Italia non c’è, a differenza della Francia.

Nell’eurozona, che nel suo complesso viene considerata un’area portatrice di squilibrio, la lista include la Germania (per motivi opposti alla Francia) e la Spagna. Fuori dalla zona euro ci sono la Gran Bretagna, un paio di Bric (India e Cina), il Giappone e ovviamente il Grande Squilibrato, ossia gli Stati Uniti.

Lasciando da parte gli altri pezzi grossi, la questione della Francia riveste un’importanza crescente. Il paese, infatti, si trova anche geograficamente sulla linea di confine fra la virtuosa Germania e i vituperati PIGS. Vive su un crinale pericoloso, spinta verso i Pigs dai suoi fondamentali economici, in costante peggioramento, e verso i paesi core dai suoi fondamentali politici. Il tanto celebrato asse franco-tedesco, frutto di un chiaro equivoco economico, si trova oggi di fronte al suo più autentico banco di prova.

Non è una novità. Francia e Germania avevano obiettivi diversi già all’epoca dell’inizio della costruzione europea. Ma tale nodo è rimasto celato nel corso dei decenni sull’onda dei fondamentali politici di cui parlavo prima. Francia e Germania hanno nascosto le profonde divergenze economiche puntando su una chiara convergenza politica rappresentata dall’Ue.

Solo che, prima o poi, tutti i nodi vengono al pettine. Specie in tempo di crisi.

Sarà per questo che nel rapporto del Fmi la Francia è la prima della lista dopo l’eurozona. “In Francia – scrive il Fondo – l’outlook per il debito pubblico è peggiorato e gli squilibri esterni si sono ridotti solo a causa della crescita debole”. Uno dei simpatici paradossi a cui ormai siamo abituati. “Un periodo protratto di crescita lenta – avvisa – potrebbe minare gli sforzi di consolidamento fiscale”. Perciò il Fondo invita la Francia a dare priorità alla riforme “per rinforzare la competitività e aumentare l’occupazione e la produzione”.

La ricetta, insomma, è sempre la solita. Quella che hanno già sperimentato con relativo successo in Spagna. Agire, quindi, innanzitutto sul costo del lavoro.

Un grafico elaborato dal Fmi mostra che tale ricetta sta già svolgendo i suoi effetti. Fatto 100 l’indice del costo unitario del lavoro basato sul tasso reale di cambio nel 2008, viene fuori che nell’ultimo quarto del 2012 tale indice quota 90 per la Spagna, il più basso del gruppo considerato. La Francia, malgrado l’indice sia sceso sotto quota 100 alla fine dell’anno scorso, è il paese col costo più alto, appena sopra la Germania e l’Italia. Quest’ultima, grazie probabilmente al crescente tasso di disoccupazione, sta al livello della Spagna a fine 2010. Quindi siamo ben avviati.

Ma il problema della Francia è che gli squilibri del paese sono insieme sul fronte esterno, quello fiscale e quello privato.

Per avere un’idea della situazione, basta attingere all’ultimo staff report del Fmi dedicato alla Francia e uscito ad agosto, quando tutti erano in ferie (ma di sicuro è un caso) che contiene i dati aggiornati della situazione francese.

Cominciamo dalla crescita, che il Fmi, con delicato eufemismo definisce “esitante”. Ma basta vedere il grafico dell’andamento del Pil reale per vedere che esitante rima con declinante. Fatto 100 l’indice del Pil nel primo quarto 2008, la curva francese è arrivata a 96 a metà 2009 per poi tornare in area 100 due anni dopo.

Da quel momento in poi la curva si è schiacciata senza mostrare alcun trend al rialzo, al contrario della Germania che ha guadagnato quota 102. L’Italia fa peggio della Spagna (94), trovandosi sotto quota 92. La media dell’eurozona è fra 96 e 98. Quindi la Francia sta sopra la media, ma solo perché la media è bassa.

Alla Francia, come a tutta l’eurozona, è mancata la spinta del consumo privato, gravato dal calo sofferto dai redditi, falcidiati dall’austerità, e degli investimenti. Il Pil si è salvato solo grazie al miglioramento dell’export e del consumo pubblico. La ricetta tedesca, insomma.

Senonché la ricetta rischia di essere indigesta. La correzione fiscale raggiunta dalla Francia nel 2012 non è servita a migliorare davvero il deficit “diminuito nel 2012 solo dello 0,5%, portandosi comunque al 4,8%, “lo 0,3% in più di quanto previsto dal Fmi nel precedente staff report”. Di conseguenza il debito/Pil è previsto in crescita, ben oltre il 90% del Pil. L’auspicio è che la correzione fiscale faccia effetto nel 2013. Dovrebbe pesare almeno l’1,8% del Pil per riportare il deficit sotto il 3%.

Questo in teoria. Perché in pratica, per riuscirci, il governo di Parigi dovrebbe seguire alcuni di quei consigli (riforma delle pensioni in testa) che la Commissione europea gli ha indirizzato durante l’ultimo assessment dedicato allo stato di salute dei paesi europei e che ha provocato l’acida reazione di Hollande che ha dichiarato, più o meno, che “nessuno può dire alla Francia quello che deve fare”.

Ecco il fondamentale politico che diverge dal fondamentale economico.

Se dal saldo fiscale guardiamo al saldo corrente, vediamo che è passato da un surplus del 2% nel 2000 a un deficit del 2,3% nel 2012, seguendo un andamento simile a quello della posizione netta degli investimenti, passati da un saldo attivo pari al 20% del Pil a un passivo del 20% del Pil. Tutto questo in un contesto declinante dell’export che “si riflette in una costante perdita di quote di mercato, sia a livello globale sia rispetto alla concorrenza”.

Ecco perché serve competitività.

Anche perché, a differenza della Germania, dove l’andamento del costo lavoro ha spostato quote di ricchezza dai salari ai profitti, in Francia “la crescita reale dei salari è stata sostenuta a spese della quota di ricchezza destinata ai profitti”.

Questa è la vera differenza “politica” fra i due paesi. Per quantificare: il costo orario del lavoro in Germania è di 30 euro, in Francia sopra i 35, in Italia poco sotto 30 e in Spagna poco sopra 20 euro, compresi i contributi.

In questa partita l’andamento dei saldi fiscali farà la differenza. Il governo francese si è impegnato a diminuire le tasse sul lavoro, il cosiddetto cuneo fiscale, (che per la cronaca è quasi il doppio di quello italiano) al fine di ridurre il costo del lavoro di circa il 3% entro il 2015. Ma tale politica rischia di fallire se la correzione del deficit fiscale non andrà come previsto a causa della crescita “esitante”.

Insomma,  il governo dovrà decidere dove trovare le risorse per finanziare gli sgravi contributivi, e dovrà farlo in un contesto di bilancio pubblico traballante con una spesa pubblica che si avvicina pericolosamente al 60% del Pil, un debito crescente e tasse insostenibili.

La faglia rischia di allargarsi parecchio.

Per questo il governo ha approvato, nel maggio scorso, una legge che va nella direzione di una maggiore flessibilità del mercato del lavoro. La norma però, nota il Fmi reca con sé alcuni dubbi, visto che “rimangono le incertezze circa l’effettiva implementazione per l’azione delle parti sociali e della magistratura”, visto che la legge deve essere attuata al livello aziendale e potrebbe esporre le aziende a contenziosi. Il problema che persiste, tuttavia, “è sul livello dei salari minimi” che rende difficile reclutare in maniera “competitiva” lavoratori poco qualificati e giovani.

Se dal settore reale (si fa per dire) passiamo a quello finanziario, leggiamo che “i rischi di stabilità sono stati abbattuti, ma la profittabilità delle banche è bassa e rimangono esposte per i finanziamenti all’ingrosso”.

Il miglioramento è avvenuto, almeno sul versante della liquidità, perché le banche francesi hanno diminuito la loro dipendenza dai finanziamenti a breve termine denominati in dollari e hanno iniziato a prendere i fondi in euro messi graziosamente a disposizione dalla Bce. Allo stesso tempo hanno messo in campo una corposa azione di deleveraging, accelerando la ritirata dai paesi a rischio per rimettere in carreggiata i propri coefficienti patrimoniali. E meno male. Perché le banche francesi, per dimensioni e interconnessioni, possono avere enormi effetti di contagio sul resto del mondo.

Il vantaggio dei tassi bassi (la Francia non soffre del mal di spread) ha condotto all’espansione del credito per mutui immobiliari e aziende, incentivando quindi la crescita del debito privato. Tale tendenza è stata sicuramente favorita dal livello di debito privato delle famiglie, che per quanto contenuto rispetto ad altri paesi europei, ha superato quota 90% del reddito disponibile, ma ha condotto a un abbassamento del tasso di risparmio, in calo nel 2013 e probabilmente nel 2014.

Senonché, tale facilità di credito porta con sé il rischio che abbiamo imparato a conoscere bene: quello della correzione dei valori immobiliari.

I prezzi francesi sono saliti parecchio negli ultimi anni. Se guardiamo il grafico dei prezzi reali, e fissiamo l’indice a 100 nel 1996, vediamo che nel 2012 l’indice vale circa 200, più o meno il doppio. Per far capire cosa significhi, serve un confronto con altri paesi. L’Italia al picco del boom non ha superato 150 e ora sta tornando di nuovo verso 100.  L’Irlanda, che al picco è arrivata a 300, ora quota un po’ sotto 200. La Svezia è ben oltre 200 ,la Gran Bretagna da quasi 300 nel 2008 è scesa sotto 200.

Quindi la Francia sta nella fascia alta dei prezzi europei. Di conseguenza la sua esposizione al rischio di un calo immobiliare è più elevata. Il che, come è noto, crea notevoli sconquassi nei bilanci bancari.

Insomma: l’instabilità finanziaria uscita dalla porta può facilmente rientrare dalla finestra.

Anche perché lo stato ancora persistente di “safe-haven” che la Francia conserva nel panorama internazionale è un’ottima calamita per gli investimenti esteri di portafoglio, che nel 2012 hanno raggiunto l’1,7% del Pil. “La Francia – spiega il Fondo – sta svolgendo un ruolo di intermediario fra l’euro area e il resto del mondo. Gli afflussi dai paesi non Ue contribuiscono al finanziamento dei paesi dell’euro in deficit e i risparmi francesi vengono trasferiti ai paesi in deficit tramite il mercato interbancario”. Ciò spiega perché il sistema bancario francese sia così esposto all’estero, da un parte, e abbia così rilevante peso sistemico, dall’altra.

La faglia, oltre ad essere sempre più larga, perciò è anche molto profonda.

E va peggiorando in un momento non facile per il popolo francese, esasperato dalle tasse alte e ferocemente critico verso il suo presidente, che peraltro dovrebbe farsi carico di politiche alquanto impopolari, a dar retta al Fondo (e a Bruxelles).

Resta da vedere quanto si allargherà lo spread fra i fondamentali economici e quelli politici.

Questo è l’unico spread che spaventa la Francia.

E il resto del mondo.

 

Il Lamento di Confindustria e la Sindrome di Bruxelles

Chissà perché mi è venuto in mente il Lamento di Portnoy di Philip Roth di fronte all’ennesimo campanello d’allarme suonato dalla Confindustria dal palco internazionale di Berlino. Forse perché il romanzo di Roth racconta con grande divertimento la nevrosi di un uomo che gode dell’astio che nutre per sue radici, un po’ come la nostra grande industria, ormai vocata all’internazionalizzazione, a differenza della piccola, e molto spesso critica nei confronti del proprio paese.

Mentre non mi ha stupito il plauso rivolto dal presidente di Confindustria Squinzi a Mario Draghi, “che ha salvato l’euro”, mi ha sorpreso l’endorsement dello stesso Squinzi per l’unione bancaria. Il leader degli industriali ha detto che bisogna assolutamente concludere il processo. Un’affermazione che prima di lui avevano fatto solo il ministro del Tesoro Saccomanni (ex banchiere centrale) e l’attuale governatore di Bankitalia Visco.

Il resto della classe politica italiana semplicemente non pervenuta.

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei, insegna la saggezza popolare.

Da tali circostanze ho dedotto che evidentemente i nostri confindustriali sono assolutamente convinti della necessità e dell’importanza strategica dell’attuale costruzione monetaria e (presto) bancaria.

E allora mi è sorta una domanda: perché?

A scuola mi hanno insegnato che gli imprenditori guadagnano vendendo i loro beni e servizi. Più riescono a vendere più guadagnano, sempre che riescano a produrre a un prezzo che superi il più possibile il costo di produzione.

Quindi, mi sono detto, evidentemente l’unione monetaria e (presto) bancaria è un ambiente favorevole per gli affari.

Allora mi sono andato a vedere gli ultimi dati Istat ed Eurostat sulla bilancia commerciale dell’Eurozona e del nostro Paese seguendo il filo di un semplice ragionamento: se i nostri confindustriali esportano più beni all’estero, vuol dire che effettivamente fanno bene a difendere lo status quo. In questa fase di debito estero crescente, meglio far arrivare più denari possibili da oltrefrontiera.

L’Istat, che ha rilasciato i dati sul commercio estero pochi giorni fa, dice che a luglio 2013 c’è stato un calo delle esportazione del 2,3% rispetto a giugno, con un forte calo per i beni di consumi durevoli (-6%) e strumentali (-4,4%).

Se andiamo aldilà del dato congiunturale e guardiamo al tendenziale, osserviamo che dal luglio 2011 a luglio 2013 la curva dell’export è sostanzialmente piatta, a differenza di quella dell’import, in netto ribasso. Con una precisazione: è piatta quella dell’export verso i paesi Ue e in lieve rialzo quella verso i paesi extra Ue, in particolare Cina, Russia e Giappone.

Quindi il nostro saldo commerciale  è migliorato perché abbiamo importato di meno, che poi significa consumato di meno. E meno consumi interni non dovrebbero essere una buona notizia per gli industriali, anche se confindustriali.

Se da Istat passiamo ad Eurostat, cambia poco. L’eurozona esibisce un surplus di 18,2 miliardi di euro a luglio 2013, in crescita rispetto ai 13,9 del luglio 2013.

Senonché se si vanno a vedere i dati di giugno 2013, scopriamo che è accaduto il contrario: rispetto a giugno 2012 il valore assoluto delle esportazioni dell’eurozona è diminuito del 3% (da 162 miliardi, nel giugno 2012 a 157,3 di giugno 2013). Il saldo, tuttavia, era già positivo per 12,8 miliardi, a giugno 2012, ed è arrivato a 16,5 a giugno 2013. Ma anche qui,la differenza l’han fatta le importazioni, crollate dai 149,2 miliardi di giugno 2012 a 140,8 del 2013.

Se guardiamo a un periodo più lungo, da gennaio a luglio, vediamo che fra il 2012 e il 2013 le esportazioni sono aumentate del 2% (da 1.086,4 miliardi a 1.104,9), mentre l’import è calato del 4% (da 1.051,3 a 1.014,1). Il saldo è passato da un surplus di 35,1 miliardi a 90,8.

Senonché l’eurozona, come dovremmo aver imparato tutti, è fortemente frammentata. Riferendoci sempre al periodo gennaio-luglio, vediamo che per l’Italia l’export totale è rimasto lo stesso, da 195,3 mld a 194,5 (la famosa curva piatta Istat) mentre l’import è crollato del 7%. Ma c’è di più: anche la super Germania è piatta: da 549,2 mld nel 2012 è addirittura in leggero calo a 547,1, mentre l’import è sceso del 2%. La Francia esibisce una contrazione dell’export dell’1% e dell’import del 3%, il Lussemburgo ha esportato addirittura il 16% in meno. Ma se i pezzi grossi hanno fatto flop, da dove è arrivato il surplus?

Nell’eurozona il meglio l’hanno fatto la Grecia (+5%), la Spagna (+6%), Cipro (+9%) il Portogallo (+3%). Come dire: più sono disgraziati (e quindi più competitivi) più esportano.

Vale la pena sottolineare che la Gran Bretagna ha fatto un +15% nel periodo considerato. Forse c’entra qualche cosa la politica monetaria della BoE?

Rimaniamo col dubbio e con la domanda di prima: perché i nostri confindustriali tifano euro+unione bancaria?

Se allunghiamo lo sguardo al conto merci dal 2008 al 2013, scopriamo (valori storici/Bankitalia) che i nostri crediti da export sono rimasti pressoché costanti. Erano 377 miliardi nei dodici mesi conclusi a luglio 2008, sono stati 387 a luglio 2013, dopo aver recuperato il crollo subito fra il 2009 e il 2010 (314 mld). In pratica un leggerissimo miglioramento.

Lato debiti/import siamo passati dai 374 mld dei dodici mesi finiti a luglio 2008 ai 355 mld di luglio 2013, dopo aver toccato un picco di import nel luglio 2010 a quota 390 mld.

Anche nel medio periodo, quindi, il miglioramento del saldo commerciale non dipende dal fatto che i nostri imprenditori hanno venduto di più. Semmai il contrario.

Poiché dalle merci non è arrivata una risposta convincente, sono andato a vedere tutto il conto corrente della bilancia dei pagamenti, non soltanto il conto commerciale.

Prendiamo la voce servizi e guardiamo i dati dal 2008 in poi (a valori storici/Bankitalia). I nostri crediti da servizi nei 12 mesi terminati a luglio 2008 erano pari a 82,1 mld,lo stesso valore di luglio 2013. Quindi neanche lato servizi il sistema Italia, imprese incluse, hanno fatto grandi progressi.

Rimane la voce dei redditi che, lo ricordiamo, conteggia come credito il rendimento degli investimenti all’estero dei nostri residenti e come debito il rendimento che i non residenti guadagnano dai loro investimenti in Italia. Nel luglio 2008 i crediti erano 67 miliardi e i debiti 94. Nel 2013 i crediti erano poco più di 49 miliardi e i debiti 61.

Ciò dipende da due cose. Lato crediti dal fatto che i residenti hanno disinvestito i propri asset esteri, sia di portafoglio che diretti. Lato debito che è rientrato molto debito estero, specie quello dello stato, per le note ragioni di credit crunch e che quindi ci abbiamo pagato meno interessi.

Lato imprenditori, l’unica voce “dedicata” che potrebbe dirci qualcosa è quella degli investimenti diretti all’estero. Nei dodici mesi finiti a luglio 2008 i cittadini italiani avevano oltre 48 mld di investimenti diretti all’estero. A luglio 2013 sono poco più di 10 miliardi. In pratica si sono ridotti di un quarto. Chi si è internazionalizzato ha fatto quello che doveva fare ma oggi gli italiani, imprenditori in primis, sembrano sempre più rinchiusi nel recinto delle proprie frontiere.

Insomma, da qualunque lato guardo la cosa, il lamento di Confindustria, con tanto di endorsement, non lo capisco proprio.

Ma sarà un mio limite.

Perciò sono andato a leggere il sole 24 Ore, il massimo organo di informazione economica italiano, per incidente di proprietà della Confindustria.

Se non me lo spiegano loro…

L’edizione del 17 settembre dedica ben due pagine alla “questione industriale”.

E meno male, penso.

Leggo tutto, anche le didascalie.

Una doviziosa cronaca dice che Draghi e Squinzi si sono trovati d’accordo sul fatto che la priorità dell’eurozona deve essere il rilancio della crescita e dell’occupazione. Un titolo spiega che Draghi esorta al completamento dell’Unione bancaria “con un forte meccanismo di risoluzione“. Un sommario avvisa che “La Bce non può sostituire i governi che devono riformare sistemi politici inefficienti”. Ma la parola d’ordine di Draghi è sempre la stessa: bisogna aumentare la competitività.

Mi sono immaginato Squinzi applaudire in quel preciso momento.

Dopodiché mi è caduto l’occhio su un robusto editoriale intitolato “L’industria europea alza la voce”. E questo vociare chiede “più Europa, più credibile, efficiente e competitiva”. Quindi riforme strutturali, lato lavoro innanzitutto. “Chi pare non aver capito sono i governi”, commenta l’articolista.

I soliti politici arruffoni e arraffoni.

Ma il pezzo forte è l’apertura della pagine dispari, quindi quelle più visibile nella grammatica dei giornali.

Un poderoso virgolettato di Squinzi avverte: “Il cuneo (fiscale, ndr) banco di prova del governo”. Perché non si dica che gli industriali vogliono salari più bassi, ma un costo del lavoro più basso. Quindi un taglio della contribuzione e degli oneri legati alla retribuzione.

Ma i soldi, dove li prende lo Stato? “Di rigore si può anche morire”, spiega Squinzi.

Poi c’è un altro eloquente titoletto: “Le confindustrie dei principali paesi europei chiedono politiche ambiziose per rafforzare l’euro”.

Ancora? Ma perché? “Perché l’euro è la nostra valuta e un importante strumento per lo sviluppo del mercato interno europeo”, spiega un sommarietto.

Alquanto apodittico, ne converrete.

Scoraggiato ha concluso la lettura con l’esortazione del presidente della confindustria tedesca, Dieter Hundt, che ha invitato i governi europei a fare i compiti a casa, ridurre il debito pubblico e fare le strabenedette riforme strutturali per rilanciare la competitività.

Parole che abbiamo sentito ripetere più volte da Draghi e dal presidente della Commissione Ue Barroso.

Allora ho capito.

Gli industriali sono vittime del più classico caso di sindrome di Stoccolma. Si sono innamorati del loro sequestratore.

Senonché Stoccolma è fuori dall’euro.

Potremmo chiamarla Sindrome di Bruxelles.