La fragile ripresa del dollaro


Sfoglio ormai esausto l’ultima rassegna trimestrale della Bis che tenta di dare risposta a una domanda da milioni di dollari. Se, vale a dire il dinamismo dei mercati nasconda fragilità. Parola scelta non a caso.

Perché scorrendo quest’ultima quaterly review è proprio la sensazione di fragilità quella che emerge prepotente dalle cronache astruse di questo trimestre, dove gli indicatori schizzano qua e là come falene rese pazze dalla luce accecante della liquidità, esibendosi in erratiche evoluzioni che pure i cervelli finissimi degli osservatori di Basilea faticano a comprendere.

Episodi di volatilità  che durano lo spazio di qualche decina di minuti, e poi, quasi a tirare il fiato, i mercati che tornano a credere e comprare non appena arriva la notizia che la BoJ aumenterà più di quanto non avesse già annunciato la sua base monetaria. E l’Europa che fa lo stesso, dipendendo ormai ogni nostro possibile buon umore a venire dagli acquisti di Abs della Bce, ormai candidatasi a replicare il bilancio della Fed, che intanto ha smesso di gonfiarsi, col risultato che il dollaro è divenuto d’improvviso la moneta forte, ma solo perché cela le debolezze delle altre.

Ed è proprio nella fragilità dell’economia, che trova la sua forza appoggiandosi alla valuta americana, epitome dell’impero, che si potrebbe esaurire l’intero ragionamento di questa rassegna trimestrale. La ripresa del dollaro è fragile almeno quanto la fragilità globale che l’ha generata. E al tempo stesso la ripresa del dollaro crea scompensi dagli esiti imprevedibili nelle economia emergenti che orma da diversi anni hanno aumentato le loro emissioni di debito estero, denominandolo proprio in valuta americana.

La forza del dollaro, che nasce dalla fragilità economica globale, causa così nuove e ulteriori fragilità, accoppiandosi peraltro all’andamento declinante delle materie prime, sulle quali molti paesi emergenti basano le loro economie. Il caso della Russia, dove i debiti esteri aumentano insieme col declinare dei conti commerciali e lo svalutarsi del rublo, ormai sotto di quasi il 25% rispetto al dollaro da settembre scorso, ne è esempio chiarissimo.

La Russia, stretta fra crisi delle materie prime e sanzioni economiche, ha alzato i tassi ufficiali di 150 punti il 31 ottobre scorso arrivando ieri a un increbile 17%, senza con ciò riuscire a fermare le pressioni al ribasso.

Ma la contraddanza ormai esplosa nel mercato valutario, dove si registrano enormi crescite di volumi, non risparmia praticamente nessuno. Fra le economia avanzate, ovviamente, la palma della svalutazione se la assegna lo yen, che dopo l’annuncio della BoJ di ulteriori allentamento monetari, ha perso 18 punti dell’indice che solo a settembre era a quota cento: un 12% di perdita di valore rispetto al dollaro.

Euro, sterlina e franco svizzero si muovo nell’orbita 94-96, ma solo perché il mercato ha trovato più comodo pensare ai giapponesi. Infatti è partito lancia in resta il mercato a pronti dollaro/yen, i cui scambi sono letteralmente esplosi, portando con sé tutto il mercato valutario.

L’esito finale dell’elettroshock monetario giapponese, insomma, è stata una pesante fibrillazione dei mercati valutari, senza che ciò si sia trasmesso, o almeno non ancora, alla cosiddetta economia reale, ormai assurta allo scomodo ruolo di leggenda.

I mercati dei capitali, infatti, se ne infischiano dell’economia reale. Ciò che chiedono (e ottengono) sono tassi a zero e infinita liquidità. E son talmente convinti che questa bonanza durerà per sempre che se ne infischiano di sapere quanto tale esuberanza sia costruita su fondamenta fragili e pericolose.

Un altro segnale, che arriva stavolta dal limaccioso mondo delle aspettative, mostra con evidenza che anche la star monetaria di questa fine anno, ossia il dollaro, edifica il suo successo su esili fondamenti.

La pietra angolare dell’edificio monetario sin qui edificato, ossia le previsioni sul tasso obiettivo sui Fed fund, è pericolosamente storta. Ciò che prevede il FOMC, ossia l’organo di gestione della Fed, è assai diverso da ciò che si aspettano i mercati.

Fra le previsioni della Fed sui futuri tassi a breve e quelle dei dealer primari, ossia coloro che dalla Fed attingono le proprie fortune, c’è un preoccupante spread. “Le previsioni dei dealer primari – nota la Bis – sono risultate costantemente e significativamente inferiori rispetto a quelle dei membri del FOMC. Un futuro allineamento delle aspettative potrebbe sollevare il rischio di brusche correzioni”.

Fuori dal birignano bancario il senso di quest’affermazione è molto semplice: i mercanti di denaro prevedono tassi più bassi di quelli previsti da chi il denaro, in teoria, lo prezza. La qualcosa in un mondo che campa di arbitraggi sui decimali è capace di fare una notevole differenza.

La “brusca correzione” di cui parla la Bis, vale a dire, di certo non risparmierà la fragile valuta americana.

Tutto il resto seguirà.

 

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  1. Jean-Charles

    L’8 maggio di quest’anno ci volevano 1.4000$ per 1€. L’8 dicembre ne bastavano 1.2250.

    L’€ s’é deprezzato in confronto al dollaro di 4000-2250=1750 dieci-millesimi. Chi con arguzia avesse preso l’opzione di vendere cento mila dollari (che non ha) coprendo l’opzione con 5000 dollari, al tasso di 1.4000 per poi comperarli a 1.2250 avrebbe guadagnato 17’500 dollari. Il triplo della copertura.

    Circa 10% dell’insieme del valore nozionale di tutti i prodotti derivati stimato a circa 800’000 miliardi di dollari (2012), è il nozionale ( i 100’000 dollari dell’esempio di sopra) realizzato sulle parità entro tutte le monete. Circa la metà ossia il 5% implicano il dollaro.

    Possiamo stimare che circa 40’000 miliardi di dollari, (1 miliardo di dollari virtuali posti su ogni chilometro dell’equatore terrestre), stanno sulla tavola del casino della finanza speculativa.

    Le 28 maggiori banche mondiali realizzano circa il 75% del nozionale ossia circa 600’000 miliardi di $. Senza traciabilità Over The Counter o OTC e senza controparte centrale indipendente che ne esiga la giusta copertura e costituzione di un fondo di riserva in caso d’incidente. AIG è stato nazionalizzato a spese del cittadino per coprire i CDS che garantivano il fallimento di Lehman Brothers in favore di Goldman Sachs, per esempio.

    https://thewalkingdebt.org/top-ten-post/httpthewalkingdebt-wordpress-com20130717quello-che-nessuno-dice-sui-derivati/

    Ecco lo sviluppo del capitale, non più legato alle attività economiche di scambio di merci e servizi portato a livello inverosimile e in mano a qualche banksters che hanno alterato i fondamentali come Libor per esempio.

    Siamo tutti appesi al dire di Draghi.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      c’è piaciuto costruire questo mondo, che assicurava benefici e beni inutili a tutti. non dovremmo piangerci addosso quando scopriamo che è un gigante dai piedi d’argilla e la testa incoronata d’oro.
      grazie per il commento e le informazioni

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