Quel rapporto difficile fra globalizzazione e sovranità monetaria

Per capire cosa sia accaduto nell’ultimo ventennio all’economia internazionale basta dare un’occhiata a un pregevole contributo pubblicato dalla Banca di Francia dove senza bisogno di troppe parole si illustra il notevole cambiamento intervenuto non solo nel commercio internazionale di beni, ma anche nei flussi finanziari. Ossia le due quantità che rappresentano icasticamente la globalizzazione di cui così tanto si discute. Globalizzazione che peraltro, al netto di certi alti e bassi, gode di ottima salute, visto che “le indipendenze fra i paesi sono aumentate”, come scrivono gli autori dell’approfondimento.

E non c’è da stupirsi. Nel bene come nel male – nei flussi commerciali come nella pandemia – stiamo vivendo ormai da tempo inseriti in una storia globale che solo certi nostalgici, chissà quanto in buona fede, si sforzano di ignorare a dispetto di ogni evidenza.

Questo non vuol dire che ognuno sia preda di eventi decisi chissà dove. Ma semplicemente che di tali influenze internazionali è saggio tenere conto e magari dotarsi il più possibile di strumenti capaci di gestirli al meglio. E’ questo il senso della conclusione alla quale arrivano gli autori dello studio.

Se guardiamo al problema dal lato dei flussi commerciali, si osserva che l’apertura internazionale dell’eurozona, al netto di qualche saliscendi, è aumentata notevolmente nell’ultimo quarto di secolo, persino più del resto del mondo.

Il grafico sopra ci comunica anche un’altra informazione. Ossia che la fase più intensa della globalizzazione, quella iniziata nei primi anni 2000, ha subito un rallentamento. E questo ha riguardato sia i flussi di beni che quelli di capitale, visibili dal grafico sotto.

Nei primi anni ’90 questi flussi di capitale erano il 2,5% del pil globale. Nel 2007 arrivarono al 20% prima di crollare dopo la crisi del 2008. Ma questo non vuol dire che siano scomparsi. Nel 2020 erano ancora l’8% del pil. Da qui la conclusione che ” la maggior parte delle economie è attualmente molto più integrata di quanto non fosse nel 2003: i segnali di un netto capovolgimento della globalizzazione sono limitati”.

Stando così le cose si pone il problema – cosa che la Bce ha fatto nel corso della revisione della sua politica monetaria – di come adeguare la cassetta degli attrezzi del central banking a questo mondo sempre più interconnesso. Per dirla diversamente: quali sono gli spazio di autonomia della politica monetaria in un mondo globalizzato?

“Le variabili economiche e finanziarie tra i paesi si muovono più strettamente in un mondo caratterizzato da legami commerciali e finanziari più forti”, scrivono gli autori. E soprattutto “l’inflazione nell’area dell’euro è diventata sempre più sincronizzata con quella di altre economie avanzate, soprattutto a causa del co-movimento delle parti più volatili del CPI”.

La Bce inoltre ha concluso la sua analisi osservando che la globalizzazione “ha contribuito a stimolare la crescita della produttività migliorando l’allocazione delle risorse verso paesi, settori e imprese più produttivi e fornendo incentivi per l’innovazione tecnologica”. Ma al tempo stesso, l’integrazione finanziaria sarebbe all’origine della caduta del tasso naturale di interesse (r*), aumentando l’offerta di risparmio globale e insieme la domanda di safe asset. Ipotesi alquanto controversa, come abbiamo avuto modo di osservare altrove.

Da qui sorge la domanda “se e come i meccanismi di trasmissione della politica monetaria siano influenzati dall’interconnessione internazionale”. La conclusione sembra non lasciare molti dubbi. “Sebbene si possa pensare che tale interconnessione possa ostacolare la sovranità della politica monetaria, la ricerca respinge tali affermazioni, fornendo la buona notizia che l’inflazione a medio termine nell’area dell’euro rimane sotto il controllo della BCE proprio come nei primi anni 2000”.

Traduzione: finora la sovranità monetaria (dell’Eurozona però) è salva. A patto però di poter disporre di “lavoro extra da parte del personale dell’Eurosistema per cogliere le complessità del mondo integrato e introdurle nei propri strumenti analitici”. Il dilemma non vuol dire sia risolto. Al più viene compreso meglio.

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