Il nuovo dilemma delle banche centrali

Ieri abbiamo osservato come l’inflazione degli anni 70, descritta in un bel paper di Bankitalia, abbia trovato di che alimentarsi nelle fragilità istituzionali che ancora regolavano il rapporto fra governo e banca centrale. Il concetto di indipendenza dell’istituto di emissione, che nel nostro paese condusse al tanto famoso divorzio fra Tesoro e Bankitalia dei primi anni ’80, non apparteneva ancora alla cassetta degli attrezzi del central banking e serviranno ancora diversi anni prima che questa tendenza divenga una dottrina e quindi una pratica.

Oggi nessuno si sogna più di mettere in discussione questo principio, pure se ogni tanto si sentono gli strepiti dei governi ai quali una banca centrale comprensiva fa sicuramente comodo. Ma abbiamo capito che è un boomerang. La volatilità del credito pubblico, proprio come l’inflazione, trova di che alimentarsi in una banca centrale che dà l’impressione di non tenere a bada il portafoglio.

La fiducia, in un contesto di moneta fiat, è il solo collaterale di cui non possiamo fare a meno. E il lavoro di una banca centrale riesce meglio se tutti credono – dal credere deriva il credito – che la banca centrale segue la sua agenda che non necessariamente coincide con quella del governo.

Fin qui, tutto chiaro. Sono cose che abbiamo ripetuto più volte e raccontato ampiamente anche nella Storia della ricchezza pubblicata da Diarkos.

Se oggi ne parliamo è perché il grafico che abbiamo messo in apertura di post ci racconta un’altra storia: ossia che abbiamo un problema. Notate che fino al 2014 le banche centrali tenevano una percentuale di debito del governo inferiore al 5 per cento del flottante. Adesso sfioriamo il 25 per cento, con esempi monstre, tipo il Giappone, che ha superato il 50 e la nostra Bce che supera il 40 per cento.

Perché lo hanno fatto? La pandemia ha solo fatto traboccare il vaso, portando il livello dal 15 al 25 per cento in un biennio. Ma la tendenza esplode visibilmente a partire dalla seconda metà degli anni Dieci, quando la pandemia non c’era. C’era la deflazione, in compenso. I prezzi, per dirla meglio, crescevano poco e sotto i target di banca centrale. Vi ricordo che i target di banca centrale sono un’altra invenzione “derivata” dalla lotta all’inflazione degli anni ’70.

Negli anni fra il 2015 e il 2022 fare il banchiere centrale era un lavoro facilissimo. Avrei potuto farlo persino io: bastava immettere denaro nel circuito finanziario. L’espediente scelto non fu l’acquisto sul mercato primario, ormai tabù da quando si è affermato il principio dell’indipendenza, ma usare le riserve della banche commerciali, che compongono il passivo del bilancio della banca centrale, per aumentare la liquidità acquistando titoli di stato che, in quanto attività, compensavano il passivo delle riserve bancarie nel bilancio della banca centrale. La regola di non finanziare la spesa del governo non fu violata. Ma le conseguenze furono le stesse. I governi trovarono volenterosi compratori delle loro obbligazioni.

I governi erano lieti di questa generosità, accompagnata da tassi portati a zero, o meno, e sembrava che nulla potesse fermare questa deriva. La nouvelle vague monetaria vagheggiava di un new normal, dove i tassi sarebbero rimasti stabilmente a zero. Sembrava di essere tornati a tempi dimenticati.

Quando l’improvvisa accelerazione dell’inflazione ha fatto suonare la campanella, il risveglio è stato doloroso. I banchieri centrali si sono ricordati che devono essere indipendenti, o che questo da loro si aspetta il mercato, che intanto non era più abituato ad assorbire debito pubblico come prima. E così via col rialzo dei tassi e soprattutto con lo sgonfiamento dei bilanci.

Come andrà a finire questa storia è tutto da vedere. Ma non è peregrino domandarsi come ne uscirà la credibilità delle banche centrali, ossia l’unica garanzia che abbiamo di avere una moneta stabile. Negli anni ’70, fra le altre cose, si era appena entrati nella zona grigia seguita al crollo del sistema di Bretton Woods. La moneta aveva definitivamente perduto la sua ancora aurea, che per quanto sbiadita alimentava ancora certe consuetudini. L’inflazione si alimentò anche di quell’incertezza.

Resta da capire se quella di oggi si stia alimentando grazie a un’altra forma di incertezza, che si arguisce dal difficile dilemma di fronte al quale si trovano oggi le banche centrali. Non c’è da preoccuparsi. Ma bisogna occuparsene. Bisognerebbe almeno.

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Alcuni insegnamenti dall’inflazione degli anni ’70

Poiché coltivo la convinzione che la storia, malgrado tutto, rimanga un’ottima maestra di vita, ho trovato molto utile leggere un recente studio pubblicato da Bankitalia che confronta l’inflazione esplosa all’epoca degli shock petroliferi con quella dei nostri giorni.

Non è la prima volta che gli studiosi si esercitano su questo tema, e non certo per caso. L’episodio inflazionistico di quegli anni fu tremendo, come d’altronde erano quegli anni, e duraturo e richiese una robusta rivoluzione istituzionale, oltre a tassi di interesse a doppia cifra, per essere superato, coinvolgendo tutti i grandi paesi del mondo. Rimane perciò l’unico precedente col quale possiamo confrontare l’episodio attuale, che è maturato però in un contesto assolutamente diverso.

In comune, i due episodi, hanno probabilmente l’innesco: lo shock dei prezzi energetici, all’epoca assai più brutale, e per giunta verificatosi in due diverse occasioni.

Ma per il resto, le condizioni, innanzitutto istituzionali, erano molto diverse. Si viveva, intanto, in un contesto di strisciante conflittualità che aveva il suo epicentro nei rapporti fra mondo del lavoro e mondo datoriale. La mediazione della politica fu trovata nel meccanismo dell’indicizzazione dei salari, che si rivelò poi essere un notevole acceleratore dell’incendio inflazionistico, che intervenne peraltro in un contesto di teoria monetaria che non contemplava ancora il concetto di indipendenza della banca centrale. A ciò si aggiunsero politiche fiscali espansive – e questa potrebbe essere un’altra somiglianza con l’attualità – che finirono con l’alimentare lo squilibrio dei prezzi.

Uscirne, lo abbiamo detto richiese tempo e parecchi sacrifici, che possiamo intuire osservando come la politica dei tassi di interesse, dalla quale più tardi emerse quella dell’indipendenza degli istituti centrali, si sia evoluta lungo quel terribile decennio.

All’epoca, ma in un certo senso anche oggi, fu la Fed ad aprire le danze, portando i tassi nominali a un livello mai osservato in quel periodo. I tassi reali, ovviamente, erano molto diversi.

AL tempo stesso si verificarono profondi cambiamenti nella struttura istituzionale dei paesi coinvolti, che possiamo osservare dal grafico sotto.

In sostanza: le banche centrali hanno conquistato una certa indipendenza e la gran parte dei paesi ha rinunciato all’indicizzazione dei salari. Due vantaggi di cui ancora oggi godiamo i frutti che si rivelano ottimi strumenti di contrasto al carovita.

E’ interessante osservare che le politiche di quel tempo non produssero ovunque gli stessi effetti. Ogni economia reagisce a suo modo ai traumi, e se confrontiamo la performance italiana con quella statunitense, ci accorgiamo che da noi le cose sono andate molto peggio.

La crescita italiana, come si può osservare, ha assunto quell’andamento declinante che per molto tempo ancora ha caratterizzato la nostra economia, contribuendo così a determinare quell’autentica patologia che ancora ci contraddistingue: un debito pubblico che fatichiamo costantemente a tenere sotto controllo, con tutte le conseguenze del caso.

La storia è maestra di vita, perciò. Ma non è un destino. Imparare dal passato dovrebbe suggerirci la cosa più importante, ossia che non si ripete. Perciò capire bene cosa sia accaduto non è soltanto un modo intelligente per evitare di commettere errori, ma anche il più efficace per progettare il futuro. Che non è scritto, come la storia, ma che dobbiamo scrivere noi. Vale anche per il futuro di questa inflazione.

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Il debito del governo è un credito volatile

Poiché viviamo tempi interessanti, e quindi rischiosi, nei quali l’ombra dell’incertezza si mostra particolarmente lunga, vale la pena ricordare su quali fondamenta si regge l’equilibrio dei nostri mercati e il ruolo rilevante che in questo equilibrio svolge il debito del governo, che potremmo anche definire come credito pubblico.

E’ uno sviluppo storico relativamente recente. Chi ha letto la mia Storia della ricchezza, edita da Diarkos ha trovato dentro una rapida illustrazione dello straordinario sviluppo del debito pubblico inglese, che così tante inquietudini generò a contemporanei e osservatori. Ne scrisse persino Kant.

Da allora ad oggi questo sviluppo si è esteso a tutti i paesi del mondo e questo per una semplice ragione che la Bis di Basilea ci ricorda nella sua ultima relazione annuale: la carta del governo è praticamente divenuta una “quasi-moneta”. Nel senso che si trova alla base – letteralmente – della finanza internazionale, come osservammo in un post di diversi anni fa dedicato all’analisi delle conseguenze di un ipotetico default dei titoli di stato statunitensi.

Lo scenario è rimasto sempre quello. I titoli di stato, per la quantità di credito che incorporano, ossia la fiducia dei cittadini-pagatori di tasse, incentivata dalla certezza del potere impositivo del governo, “gioca un ruolo chiave nel sistema finanziario”. Non solo quello statunitense, quindi.

Il debito pubblico “è tipicamente l’asset in valuta corrente con il più alto merito di credito” che viene utilizzato in un numero infinito di transazione anche come collaterale. Ad esempio nei repo, nelle operazioni di politica monetaria per settare il livello dei tassi di interesse, nel trading di derivati. Ecco perché compete con il denaro liquido, perché gli haircut sui collaterali governativi sono zero o quasi.

Questo mondo meraviglioso, nella quale la promessa di pagamento del governo diventa quasi denaro, è però assai meno idilliaco di quello che si potrebbe credere. Sennò non si spiegherebbero certi eventi rimasti storici, come il crash del mercato dei bond del 1994, innescato da alcuni debitori che avevano caricato troppo le proprie posizioni e di fronte a una stretta monetaria corsero a vendere i propri collaterali che erano, appunto, titoli di stato.

Più di recente i titoli di stato inglesi, quando il governo decise allegramente di fare una politica fiscale espansiva senza averne i mezzi, furono venduti di gran carriera, mettendo in difficoltà parecchio serie il sistema finanziario britannico. Al punto che cambiò il governo.

Ciò per dire che il debito pubblico è uno straordinario asset, che consente e ha consentito notevoli progressi all’economia, per il tramite del sistema finanziario. Ma bisogna ricordare che il credito pubblico che lo sostiene è assai volatile. Infatti, proprio come è accaduto nel Regno Unito di recente, quando questo credito viene meno tocca alla banca centrale intervenire, ossia l’ultimo bastione di un governo prima della crisi definitiva. E questo spiega perché sia così importante tutelare la credibilità della banca centrale. Chi sogna di poterne fare a meno, semplicemente, non sa come va il mondo nel XXI secolo.

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Cartolina. La deflazione del mattone

I redditi piangono, e neanche il mattone si sente troppo bene, in questa tormentata stagione inflazionistica. Le compravendite vacillano, depresse dal carodenaro, accompagnandosi col ribasso dei corsi immobiliari, mentre il carovita fa il resto con i prezzi reali, che alla fine del 2022 erano sprofondati sotto il livello del 2015, dove ancora si trovano, anche se in lieve ripresa, perché nel frattempo l’inflazione ha mitigato i suoi effetti. La deflazione del mattone, insieme a quella dei redditi reali e quindi anche della ricchezza finanziaria completa il quadro fosco della nostra economia, dove chi è proprietario vede erodersi il suo patrimonio, mentre chi va in affitto vede aumentare sempre più il costo della locazione. Quando sentite dire che l’inflazione non è poi questo gran problema, rileggete questo post.

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Cartolina. Casi turchi

La banca centrale turca sembra intenzionata a farla finita con la bizzarra idea di combattere l’inflazione abbassando i tassi di interesse che aveva animato la politica monetaria del paese, su gentile suggerimento del presidente, mentre l’inflazione veleggiava intorno al 90 per cento. Adesso, dopo la difficile tornata elettorale, sembra si faccia strada un’altra Turchia, anche se il presidente è sempre lo stesso. A giugno la Banca ha portato i tassi dall’8.5 al 15 per cento, e adesso al 17,5. In pratica ha più che raddoppiato i tassi in due mesi. Ma non basterà di certo. Nella sua analisi che preannuncia il rialzo, la Banca sottolinea che la componente di fondo è ancora parecchio influenzata dall’epoca del credito facile, e perciò è prevedibile un aumento dei tassi al 20 per cento molto presto, ossia dov’erano alla fine degli anni 10 di questo secolo. E poi chissà. Poco dopo il 2000 i tassi arrivarono al 60 per cento, e vi rimasero per un paio d’anni. Sono i casi della vita. Casi turchi.

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Cosa ci dice il confronto fra inflazione Ue e Usa

Inevitabilmente l’inflazione rimane la grande protagonista del dibattito economico internazionale, se non altro per la circostanza che, a parte gli effetti distruttivi sull’equilibrio sociale, è l’autentico fatto nuovo del nostro tempo.

Una interessante analisi pubblicata sul Bollettino economico di Bankitalia, a tal proposito, ci ricorda una evidenza che troppo spesso viene trascurata quando gli istituti di statistica rilasciano i propri indici: le inflazioni non sono tutte uguali e la loro fisionomia molto dipende non solo dalla conformazione economica di un paese – ad esempio sulla sua disponibilità di materie prime – ma soprattutto dal contesto istituzionale in cui mature l’evento inflazionistico e dalle risposte di policy che vengono a determinarsi.

Nulla di strano, ovviamente. Semmai è degna di attenzione la circostanza che situazioni tanto diverse debbano essere gestite con una cassetta degli attrezzi con dentro manovre di restrizioni della politica monetaria, di competenza della banche centrali, mentre assai più in ombra rimane il ruolo dei governi, che gestiscono l’altra metà della luna delle politiche pubbliche: quella fiscale. Questa “disattenzione” rischia di alimentare politiche strabiche o addirittura contraddittorie, che finiscono col rallentare la normalizzazione dei prezzi, che invece dovrebbe anticiparsi il più possibile per evitare che la tensione inflazionistica si trasferisca nel tessuto economico, cambiando le aspettative e mettendo sotto stress il sistema produttivo, sia lato azienda che lavoratori.

Queste considerazioni si possono ricavare dalla semplice analisi dell’andamento dell’inflazione complessiva negli Usa e nell’Ue guardando però non semplicemente all’indice dei prezzi, ma alla sua composizione.

La prima cosa che si osserva è che le due inflazioni hanno in comune un andamento declinante a partire dalla seconda metà del 2022, in sostanza da quando le restrizioni monetarie delle banche centrali hanno iniziato a trasmettere i propri effetti sull’economia. “L’inflazione negli Stati Uniti, misurata sulla base dell’indice dei prezzi al consumo, è scesa di circa 6 punti percentuali (dal 9,1 per cento di giugno 2022 al 3
in giugno 2023); l’andamento è stato simile nell’area dell’euro (dal 10,6 per cento di ottobre 2022 al 5,5 in giugno 2023), dove la dinamica dei prezzi ha seguito quella degli Stati Uniti con alcuni mesi di ritardo”, osserva Bankitalia.

Ma le somiglianze finiscono qui. L’Europa infatti ha visto crescere notevolmente il contributo della componente energetica sui prezzi – tra l’inizio del 2021 e l’estate del 2022 i prezzi del gas sono infatti cresciuti di circa 17 volte in Europa, e “solo” di quasi 4 negli Stati Uniti – mentre negli Usa la componente dei servizi è stata quella che più di altre ha contribuito non solo alla crescita dell’indice, ma anche alla persistenza dell’inflazione, ormai “contagiata” alla componente di fondo.

Un’altra caratteristica che distingue l’Europa dagli Usa è il contributo dei generi alimentari, molto alto in Europa, assai meno negli Usa. Una buona notizia a metà per l’Europa, visto che la componente alimentare pesa circa i due terzi dell’indice complessivo, ma non tocca la componente di fondo, che è quella che ispira le decisioni della Bce. Ovviamente rimane un problema: se il cibo costa caro la gente non si consola certo pensando che la componente di fondo dell’inflazione sta tornando sotto controllo. Però è giusto sottolinearlo.

Un’altra interessante considerazione la propone Bankitalia: “l’eccezionale ampiezza dei rincari energetici avrebbe indotto revisioni anche dei prezzi dei beni e dei servizi che rientrano nella componente di fondo
più frequenti nell’area dell’euro”. Significa che la struttura economica dell’Europa trasferisce più facilmente gli shock energetici nella componente di fondo rispetto a quella statunitense. Detto diversamente: l’Europa ha un problema con l’energia. Molto difficile da risolvere. I nostri prezzi di fondo sono assai più sensibili ai rincari energetici di altri paesi e questa è sicuramente una fragilità. La scomposizione dell’inflazione di fondo fra componenti energetiche e non energetiche lo mostra con chiarezza.

Questa fragilità, tuttavia, nasconde anche forza: il sistema economico europeo, al netto dell’energia, è più resiliente all’inflazione. Quindi se l’Europa trovasse il modo di superare i suoi deficit energetici, a scenari invariati, sarebbe assai meglio attrezzata degli Usa per affrontare l’insidia inflazionistica.

Si dirà che non è per niente facile superare la fragilità energetica Certo. Ma l’inflazione che stiamo vivendo è un ottimo promemoria. Ci ricorda che non esistono soluzioni facili. E per questo vale la pena perseguirle con tenacia.

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L’Italia torna creditrice estera, bolletta energetica permettendo

Il bollettino economico di Bankitalia osserva che l’Italia, dopo lo sprofondare del proprio conto corrente negli anni della pandemia – ricordo che il conto corrente della bilancia dei pagamenti misura gli andamenti degli scambi con l’estero – quest’anno è tornata ad essere creditrice netta, seppure in un contesto a dir poco complicato.

La bilancia dei beni, infatti, ha recuperato ma in larga parte grazie alla “normalizzazione” delle importazioni energetiche, che si sono ridotte in valore, più che in volume dopo il raffreddarsi dei prezzi delle materie prime.

L’export, infatti, non ha espresso un grande tonicità. Al contrario: le esportazioni sono diminuite dell’1,4 per cento, in ragione anche del raffreddarsi della domanda globale e le importazioni dell’1 per cento in volume ma ben del 5,2 per cento in valore. Al contrario continua a crescere l’import di servizi, in buona parte correlata alla maggior spesa dei turisti italiani all’estero.

Il miglioramento della bilancia energetica spiega larga parte del ritorno in attivo del conto corrente, ma soprattutto solleva molte domande sulla resilienza di questa ripresa in un contesto di mercati energetici ancora molto volatili.

A tal proposito Bankitalia quantifica nel 5,4 per cento del pil il deficit energetico italiano nel 2022, ossia la nostra bolletta energetica, che si confronta con il 4,1 della Francia, il 3,8 della Spagna e il 3,6 per cento della Germania. Siamo quelli messi peggio, insomma, fra i grandi paesi europei. E la situazione è pure migliorata, nel terzo trimestre del 2022 abbiamo raggiunto il picco del 7,1 per cento del pil di deficit, che per fortuna si è ridotto al 3,6 nel primo trimestre di quest’anno.

Le stime di Bankitalia per l’anno in corso ipotizzano che la bolletta energetica dovrebbe migliorare di 2,2 punti rispetto all’anno scorso, con benefici crescenti per l’avanzo corrente, che dovrebbe portarsi all’1,7 per cento del Pil a fronte dello 0,8 osservato nel primo trimestre. Anche nello scenario avverso, che ipotizza prezzi simili a quelli del 2022, l’avanzo dovrebbe comunque stabilizzarsi al livello del primo trimestre, consentendo al paese di rimanere creditore dell’estero. Una circostanza che può solo far bene a un paese con una finanza pubblica fragile.

Ovviamente questa previsione non tratta il caso che lo shock possa arrivare da altri mercati, diversi da quello energetico. Ma conferma quello che sapevamo già: la buona salute della nostra economia dipende dalla nostra capacità di esportare e di far fruttare i nostri risparmi, visto che i redditi primari sono una componente positiva del conto corrente.

Parsimonia e laboriosità, insomma, sono ciò che ci far star bene. Su quello che ci fa star male, c’è l’imbarazzo della scelta.

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L’inflazione da energia non c’è più: è rimasta solo l’inflazione

L’inflazione è un’entità misteriosa, che dietro l’evidenza essoterica dei suoi effetti – nulla è più autoevidente del carovita – nasconde l’esoterico svolgersi di molte alchimie. Un intero sistema economico cerca faticosamente di ristabilire l’equilibrio perduto, quello in cui i prezzi crescevano senza troppe sorprese, e in questo muoversi, che è tanto più frenetico quanto più si surriscaldano i prezzi, l’inflazione svela la sua fisionomia, sempre uguale – i rincari appunto – e sempre mutevole, quanto al suo originarsi.

Ogni inflazione, perciò, è diversa dalle altre. E questa differenza è impossibile coglierla dalla semplice lettura di un indice, qualunque esso sia. Bisogna imparare a guardarvi dentro.

Oggi, alla metà del 2023, dopo un biennio dal grande balzo inflazionistico che ha sconvolto il mondo, ci troviamo persino a pensare con nostalgia ai primi rincari, per lo più concentrati sui beni energetici, che avevano il pregio di essere comprensibili, e quindi rassicuranti.

Si leggevano come l’ovvia conseguenza dello stravolgimento provocato nei mercati globali dalla pandemia e poi dalla guerra russo-ucraina. Se i mercati di petrolio e gas vanno troppo su l’inflazione va alle stelle. Lo abbiamo visto accadere più volte.

Chi scriveva di inflazione nel 2021, perciò, si rassicurava pensando che l’ondata anomala dei rincari energetici sarebbe trascorsa col carovita e, alla fine, il mondo sarebbe tornato a girare come prima. Non è andata così. E adesso alle consolazioni dei primi tempi, che nascevano da una certezza che si è rivelata effimera, si è sostituito il pensiero che stiamo vivendo nell’ombra di un futuro sempre più incerto. Quest’ansia è, a sua volta, un ottimo nutrimento proprio per le tensioni inflazionistiche.

Nel suo ultimo bollettino economico, la BCE riconosce con comprensibile amarezza che “l’inflazione è in calo ma dovrebbe rimanere troppo elevata per un periodo di tempo troppo prolungato”. Il peggio però è che “gli indicatori delle pressioni di fondo sui prezzi rimangono elevati”. Con l’aggravante che sono state riviste al rialzo “le proiezioni per l’inflazione al netto della componente energetica e alimentare, in particolare per quest’anno e il prossimo, in ragione dei passati inattesi aumenti e delle implicazioni del vigoroso mercato del lavoro per il ritmo della disinflazione”.

Previsioni a parte, nella stima di maggio, Eurostat ha calcolato una crescita dei prezzi del 6,1%, in calo rispetto al 7% di aprile. I beni energetici sono a crescita negativa, contribuendo al raffreddamento dell’inflazione di fondo dal 5,6% al 5,3. In calo anche l’inflazione dei beni (da 6,2% a 5,8) e quella dei servizi (dal 5,2% al 5). Ancora elevata l’inflazione dei beni alimentari, diminuita ma ancora al 12,5%. La stima flash di giugno conferma la tendenza al raffreddamento dei prezzi, che dovrebbero scendere al 5,5 per l’interna area.

Ma questi dati, che sono riferiti all’Eurozona, nascondono profonde differenze fra i singoli Paesi. Se guardiamo alle rilevazioni diffuse da OCSE ai primi di luglio osserviamo due cose. La prima, che conferma l’analisi della BCE, è che il calo dell’inflazione core (senza energia e alimenti freschi) è molto più lento di quello dell’inflazione complessiva, pure se nell’insieme i prezzi nell’area si stanno raffreddando (il CPI, consumer price index, è diminuito dal 7,4% di aprile al 6,5 di maggio).

L’articolo è stato pubblicato sul sito di Aspenia on line e continua a questo link.

Cartolina. Il tempo della globalizzazione

Una ricerca molto istruttiva del NBER osserva gli effetti delle politiche di liberalizzazione nell’America Latina. Ciò che si ricava, da questa analisi, è che serve almeno un decennio, dal momento in cui si intraprendono, perché gli effetti positivi di queste politiche divengano evidenti per le variabili considerate: aumento del commercio internazionale, calo della diseguaglianza, della disoccupazione e dell’economia informale. E pure se i benefici si osservano per il decennio successivo, non è affatto detto che questo basti a consolidare queste politiche. Anzi l’esperienza ci dice il contrario. Sicché si osserva un curioso paradosso. Nei primi dieci anni, il consenso sulle nuove politiche è alto e la resa per la società basso. Nel secondo avviene il contrario: il consenso si abbassa malgrado aumentino i benefici. Il tempo della globalizzazione non è sincrono con quello della società. Perché la prima ha bisogno di tempo. La società ne ha bisogno di molto meno per cambiare idea.

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Cartolina. Meno di uno

Le donne sarde, che sfiorano il primo posto per età media del parto, conquistano il poco invidiabile primato di essere quelle che fanno meno figli in Italia. Meno di uno. Così almeno dice la statistica nel suo linguaggio crudo fino all’assurdo, che rivela però del profondo tormento di questa splendida terra abitata da bella gente, che però, evidentemente, non vuole più saperne di continuare a popolarla. Nel tempo in cui si scrivono libri ed articoli ugualmente insulsi sulla great resignation dal lavoro, come se fosse una cosa seria, nessuno osserva con la dovuta compunzione quella dalla vita delle donne e degli uomini sardi. Non quella dei sardi di oggi, ovviamente, che proseguirà comunque più o meno felicemente. Ma quella dai sardi di domani, che molto ci mancheranno.

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