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L’illusione del denaro facile non curerà il malessere dei benestanti


L’estate del nostro scontento, per parafrasare il poeta, la si potrebbe raccontare con le parole di Ewald Nowotny, banchiere centrale in forza alla Bce, che qualche tempo fa, in una lunga intervista a Bloomberg, ha ricordato “la fortuna di un periodo di pace che dura ormai da 74 anni” che “ha inevitabilmente portato a un enorme accumulo di ricchezza, da un lato, e di debito, dall’altro”. Debito e ricchezza, insomma. Binomio inscindibile, nonché grande successo storico. Che però è anche un problema. “In passato la guerra o l’inflazione” finivano col risolvere il problema del debito. “Come risolverlo oggi senza questi due fattori è una questione che rimane aperta”, conclude.

Potremmo dire ricordando un celebre libro di Keynes, l’economista defunto che più di tutti vive nella testa dei politici, che le conseguenze economiche della pace sono la crescita della ricchezza e l’aumento dei debiti. La prima genera costante conflitti sulla sua distribuzione. I secondi gravano sulla stabilità finanziaria e spengono gli spiriti animali dei capitalisti, che tendono a trasformarsi in redditieri. Il combinato disposto genera quella costante insoddisfazione che anima oggi anima il populismo a un livello che non si vedeva più dagli anni Trenta del secolo scorso. Ma con una sostanziale differenza. All’epoca c’erano milioni di disoccupati in miseria. Oggi in alcuni paesi dove cuoce il malcontento si rasenta la piena occupazione.

Non è solo la povertà ad animare il populismo, evidentemente, e per molte ragioni. Una è che l’economia del secondo dopoguerra nasce come promessa di infinita crescita economica e piena occupazione, che col tempo ha generato insofferenze parossistiche non solo verso le crisi, ma persino nei confronti dei rallentamenti. Se la Cina annuncia che potrebbe crescere sotto il 6% quest’anno o il prossimo, qualcuno inizia a correre ai ripari. Non si può che crescere, e molto, pena il disastro sociale, prima ancora che economico.

Ciò implica l’aumento del debito, come illustra un paper molto istruttivo prodotto all’ultimo vertice di banchieri centrali a Jackson Hole, che ha riesumato il vecchio dilemma di Triffin – quello fra la convertibilità aurea del dollaro e la crescita dell’economia internazionale – per notare come ormai il debito denominato in dollari, che si nutre di se stesso, sia diventato la benzina della crescita economica. I fatti lo confermano. Nell’ultimo decennio, durante il quale la ricchezza è tornata a crescere anche se meno intensamente rispetto a prima del 2008, il debito globale è aumentato, con ciò nutrendo il magnifico paradosso per cui al massimo benessere si accompagna la massima insoddisfazione, declinata nei vari populismi. E i tecnici, come ha ammesso con ammirevole sincerità Nowotny non sanno più esattamente cosa fare. Salvo tirare fuori le idee di vecchi economisti defunti, appunto. Come quando si esortano gli stati che se lo possono permettere a fare politiche fiscali espansive. Sempre come negli anni Trenta.

Ma siccome non tutti gli stati se lo possono permettere, ecco che fioccano le suggestioni. Sempre a Jackson Hole ha suscitato una certa ammirazione un’idea del governatore della BoE Mark Carney, che ha proposto una sorta di Libra in stile Facebook, ma emessa dalle banche centrali, per togliere dal tappeto la supremazia del dollaro, ormai acclarata fonte di squilibrio finanziario, come se davvero l’ordine monetario internazionale abbia a che fare con la ragione economica e non con quella politica. Il fatto che il dollaro sia ancora un nostro problema, come ebbe a dire il segretario del Tesoro Usa ai tempi di Nixon non sposta di una virgola il fatto che così continuerà ad essere finché rimarrà in piedi questo ordine internazionale, peraltro insidiato non solo dal rumoroso emergere della potenza cinese, ma dagli stessi Stati Uniti, che sembrano ansiosi di segare l’albero sul quale sono seduti preda come appaiono, ancora come nei disgraziati anni Trenta, della loro ebbrezza isolazionista.

Ma rimangono suggestioni. Prodotti tipici di un’epoca di crisi, che produce geni più o meno incompresi del pensiero economico. Sempre nell’America dei ‘30 il medico generico Francis E. Townsend proponeva fra gli applausi degli astanti che tutti gli ultrasessantenni ricevessero un assegno di 200 dollari da spendersi entro trenta giorni per stimolare l’economia. In quegli anni gli americani stravedevano per gente come Charles E. Coughlin, un sacerdote cattolico che predicava il conio dell’argento per opporsi al predominio dell’oro sul sistema monetario Usa – uno sorta di No Euro dei nostri giorni – e la nazionalizzazione delle banche, oppure come Huey P. Long che nel 1934 pubblicò il suo programma di riforme il cui slogan era “distribuiamo la ricchezza”, i cui perni erano un tetto ai redditi annui e alle cifre ereditabili. Un anno dopo il nostro eroe morì in un attentato, ma il suo slogan ormai fa parte delle piattaforme di moltissimi governi contemporanei, compreso il nostro. Fra ieri e oggi non ci sono poi cosi tante differenze: il cuore di ogni problema viene individuato nella mancanza di soldi per il popolo.

Ma è davvero così? Giova poco osservare che gli oltre 100 trilioni di debiti che girano per il mondo corrispondano ad altrettanti crediti. Qualcuno vi dirà subito che queste ricchezze sono concentrate in pochi super-ricchi, malgrado già Von Mises, negli anni ’40 del ‘900, notasse in realtà come ormai gli attivi finanziari fossero patrimonio comune dei piccoli risparmiatori nella forma di assicurazioni, fondi pensione, conti correnti, eccetera. La suggestione si nutre con rappresentazioni facilmente comprensibili, e quella di tanti poveri schiacciati dal tallone di ferro dei super ricchi è risultata storicamente molto efficace, e quindi strumento ideale per alimentare nuove sovversioni. Dell’ordine economico, innanzitutto, prima ancora che politiche.

A qualcuno la parola sovversione sembrerà esagerata. Ma come altro definire l’ormai inveterata consuetudine di far pagare i creditori per i denari che prestano al debitore? Si calcola che ci siano in circolazione circa 17 trilioni di obbligazioni a tasso negativo e che questo sia conseguenza di un decennio di politiche monetarie allentate – sempre per stimolare la crescita per carità – dovrebbe essere ormai pacifico.

Ma siccome la crescita langue e l’inflazione boccheggia, ecco farsi strada nuove suggestioni, come quella di tassare il contante, che se ci si pensa bene è la naturale evoluzione di un sistema che fa pagare ai creditori i loro prestiti. Ma anche qui: non c’è nessuna novità. Di tassa sul contante ne parlava Silvius Gesell, all’inizio del secolo scorso, quando lanciò l’idea di applicare un bollino sulle banconote che ne deprezzasse il valore col passare del tempo. Gesell non lo ricorderebbe nessuno se non fosse stato reso celebre sempre da Keynes, in un angolino della sua Teoria Generale, nella forma di un bizzarro pensatore autodidatta. Anche Gesell, in fondo, era un frutto sbocciato negli aridi anni della depressione economica, stavolta esplosa alla fine del XIX secolo.

Cento e passa anni dopo siamo di ancora qui: fra la seduzione di tassare il contante, rilanciata fra gli altri di recente dal Centro studi di Confindustria, per dare denaro al popolo (si spera non in contanti) e quella di farlo sparire definitivamente, magari grazie a una valuta di banca centrale digitale, alla quale sta lavorando attivamente la Cina, che peraltro avrebbe anche il vantaggio di tenere l’occhio del governo sulle transazioni valutarie dei privati. Il contante d’altronde è l’ultimo residuo analogico di un’epoca digitale che ha come chiaro esito la nostra trasformazione in puntini luminosi su uno schermo. E il contante è un impedimento.
Merita una menzione specifica quell’altra idea che tiene banco:  l’helicopter money. Ossia la banca centrale che alimenti direttamente di fiat money – che si vuole inesauribile e quindi irresponsabile – le tasche esauste dei consumatori e finalmente far ripartire la crescita, col pretesto ovvio di alimentare l’inflazione.
Che questi colpi di genio nascano dai banchi dell’accademia o provengano da prestigiosi banchieri centrali – l’helicopter money è una suggestione dell’ex presidente della Fed Bernanke, precedente peraltro al 2008, ispirata nientemeno che da Milton Friedman – non deve stupire. Nessuno sa come uscire dal tunnel della ricchezza nutrita coi debiti. Ma tutti sanno che la giostra deve girare. E pazienza se Mario Draghi, con esemplare chiarezza, ha spiegato che “distribuire denaro alle persone, in qualunque forma, è compito della politica fiscale non di quella monetaria”.
Certe distinzioni ormai appassionano solo pochi specialisti. La politica monetaria metta in tasca i soldi ai cittadini, la politica fiscale li trasformerà in tasse per alimentare la spesa esangue di altri che rilanceranno i consumi. Spendere, tassare, rispendere: all’infinito e senza che nessuno paghi il conto visto che in fondo esistono i pasti gratis. Ecco l’Eden che politici e banchieri centrali, incoraggiati dai loro corifei economisti, stanno preparando per noi. Vivremo felici e contenti. A patto di non svegliarci mai.

La sfida per il central banking: parlare meglio e ascoltare di più


La comunicazione è una strada a doppio senso, dice Hyun Song Shin, capo della ricerca della Bis, invitato a parlare a un recente convegno a Francoforte (“Communications challenges for policy effectiveness, accountability and reputation”) svelando in poche battute la sostanza del problema. Ossia il fatto che comunicare non è soltanto parlare, pratica sempre più diffusa nel central banking in questi anni tormentati, ma significa anche ascoltare. “Prima che la banca centrale possa guidare l’economia – dice Shin – ha bisogno di ascoltare per imparare dove dirigerla”. Affermazione che svela il sottotesto della nostra contemporaneità che conta sempre più sul central bankin per la gestione delle questioni economiche.

E’ su questo presupposto che la questione di una buona comunicazione diventa dirimente. In fondo aspettative e percezioni sembra muovano le faccende economiche assai più delle quantità, che sono sfuggenti quando si parla di economia. Parrà proposizione eretica, ma focalizzarsi sull’importanza della comunicazione è tutto sommato coerente con quel mondo alla rovescia dove le banche centrali devono lottare per aumentare l’inflazione che fino a un decennio fa si sforzavano di non far salire e dove la reputazione, asset squisitamente effimero, conta assai più degli asset misurabili. Proposizione serissima, perciò, che spiega anche la ragione della conferenza organizzata a Francoforte alla quale hanno partecipeto il governatore della BoE Mark Carney, quello della Bce, Mario Draghi, Haruhiko Kuroda della BoJ e la collega della Fed Janet Yellen. In sostanza i pezzi grossi del centrale banking, alle prese con i dilemmi di Alice dietro lo specchio, per usare il titolo di un recente e illuminante speech di Claudio Borio, capo del dipartimento economico e monetario della Bis, dedicato proprio ai dilemmi inestricabili nei quali si agita il central banking contemporaneo. Nel mondo sottosopra illustrato da Borio è meglio credere che il boccino stia in mano alla comunicazione, piuttosto che accettare il pensiero che qualcosa nel migliore dei mondi possibili immaginato dalle banche centrali sia sbagliato. Come spiegare, ad esempio, la divergenza inflazionistica fra Usa e Uk, dove l’inflazione mostra segnali timidi di ripresa, e gli andamenti in Europa e Giappone, alle prese con revisioni al ribasso, che le politiche monetarie espansive non riescono a mitigare. Forse Bce e BoJ hanno un problema di comunicazione?. O forse farebbero meglio ad ascoltare Borio.  “Potrebbe essere che l’inflazione sia come una bussola con l’ago rotto? Sarebbe una prospettiva spaventosa, il peggior incubo di un banchiere centrale. E quali sarebbero le implicazioni per il central banking?” Perdere la bussola non vuol dire solo muoversi alla cieca. Potrebbe significare anche fare il contrario di quel che serve. Ad esempio comunicare troppo.

L’intervento di Shin aggiunge qualche argomento a sostegno del sospetto che forse le banche centrali stiano parlando troppo per la semplice ragione che non sanno più bene cosa fare e così facendo aumentano il rumore di fondo. “Più forte la banca centrale parla, più è probabile che ascolti la propria eco”. Ed ecco il problema: l’autoreferenzialità. La banca centrale parla ai mercati che restituiscono segnali alterati dalla voce della banca che a sua volta li utilizza per dire altre cose dimenticando di averli in qualche modo provocati. E’ un po’ il meccanismo che vediamo all’opera sui tassi di interesse, ma traslato nel mondo più impalpabile, eppure altrettanto concreto, delle informazioni. 

Nel suo speech Shin usa l’esempio degli swap sui tassi di inflazione che gli investitori possono attivare per proteggersi contro il rischi di rialzo dei prezzi come facevano i fondi pensione quando erano comuni gli schemi di fondi a prestazione definita. Col declinare di questi schemi, sostituiti ormai in gran parte da quelli a contribuzione definita, questi swap sono diventati assai più sensibili alle notizie economiche di breve termine, specialmente quando provengono dalle banche centrali. E lo stesso si è osservato anche per gli swap di lungo termine, che invece dovrebbero essere interessati da questi annunci di breve termine. Invece si  è notato che il tasso swap di inflazione ha iniziato a muoversi in congiunzione con lo yield nominale. “Una possibile spiegazione – dice Shin ricordando che ce ne sono anche altre – è che ciò rifletta in parte l’impatto della forward guidance delle banche centrali”. Quando parlano, insomma, le BC non influenzano solo le aspettative sui tassi di interesse ma incidono su settori e variabili che magari neanche vengono considerate nei loro discorsi. “Questi sviluppi dovrebbero indurci a una maggiore riflessione quando ci fermiamo a leggere segnali di mercato – avverte Shin – . Come commentatori, diamo molto peso ai segnali del mercato. Tendiamo a personalizzarlo e a credere che sia dotato di lungimiranza. Ma il mercato non è una persona. I prezzi sono il risultato dell’interazione di molti attori e non le credenze di un attore in particolare. Parlare delle “aspettative del mercato” va bene come una semplificazione per i prezzi di mercato, ma dovremmo essere cauti nel cadere nella trappola di prendere letteralmente questa espressione, pensando al mercato come a una persona con cui puoi sederti e ragionare”. Il mercato, infatti, è pieno di irragionevolezze: risposte perverse, come le chiama Shin, ricordando il comportamento degli assicuratori tedeschi sul mercato dei bund discusso qualche tempo fa. Se il mercato è soggetto a questi comportamenti “la forward guidance delle banche centrali diventa più potente”. “Nel peggiore dei casi, la banca centrale potrebbe finire in un ciclo di feedback in cui agire sui segnali dal mercato potrebbe distorcere ulteriormente tali segnali”.

Allora è possibile che le banche centrali stiano parlando troppo? Shin immagina una sorta di trade off e suggerisce un rimedio: “Se le banche centrali parlano di più per influenzare i prezzi di mercato, dovrebbero ascoltare meno i segnali provenienti da
quegli stessi mercati”. Il rischio sennò è ascoltare l’eco della propria stessa voce e quindi fraintendere. L’alternativa, parlare di meno, “non è un’opzione praticabile”. “Le azioni della banca centrale contano troppo per le vite della gente comune per riportare l’orologio a un’epoca in cui il silenzio era d’oro. Questa responsabilità esige che le banche centrali chiariscano le basi delle loro azioni”.

Sicché l’unica soluzione praticabile è imparare ad ascoltare, una capacità sottovalutata, dice Shin. “Ascoltare meglio e con maggiore consapevolezza di sé darebbe spazio alle banche centrali per fare di più mantenendo una posizione distaccata e producendo decisioni più informate”. Ricordando che “più la banca centrale sussurra per non turbare i mercati, più i mercati si inclinano per ascoltare meglio”. E in tal senso “una maggiore consapevolezza di sé nella comunicazione è un’abilità di cui le banche centrali possono aver bisogno di sviluppare prima, piuttosto che dopo”. Il silenzio è d’oro. O almeno lo era. E questo i banchieri centrali dovrebbero continuare a ricordarlo pure adesso che sono costretti a parlare di più perché “le azioni della banca centrale contano troppo per le vite della gente comune”. E forse è questo il problema. La comunicazione è solo una conseguenza.