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I danni della Brexit prima della Brexit
In attesa di capire in che modo si concluderà l’annosa – letteralmente – vicenda della Brexit, vale la pensa spendere un po’ di tempo per osservare la quantità di danni che l’idea stessa della Brexit ha causato prima del suo effettivo conseguimento. Ossia dal momento in cui, nel giugno 2016, il popolo britannico votò per l’uscita, infischiandosene delle tantissime ragioni che suggerivano di non farlo.
Da allora si sono susseguite infinite analisi sul futuro dell’economia britannica e adesso iniziano a far capolino i primi resoconti sugli effetti che intanto la Brexit ha provocato sull’economia. Di recente, ad esempio, il Nber ha pubblicato una pregevole ricognizione (“The Impact of Brexit on UK Firms“), firmata da diversi economisti, che ha misurato l’effetto della vittoria dei si all’uscita sulle imprese britanniche, che è risultato notevole. L’analisi è stata sviluppata sulla base di una survey svolta fra le imprese britanniche. E’ quindi di natura campionaria. E risulta tuttavia molto istruttiva.
Il primo di questi effetti è stato il notevole aumento dell’incertezza, che notoriamente ha effetti velenosi per chiunque faccia affari. E difatti le conseguenze sono state rilevanti. come si può intuire osservando il grafico sotto, che la misura in prospettiva storica.
Secondo le stime degi economisti, l’anticipo di Brexit, che dura fino a oggi, avrebbe provocato un calo degli investimenti delle imprese dell’11% nel triennio seguito al giugno 2016. Questa caduta degli investimenti, scrivono gli autori, “suggerisce che la misura e la persistenza di questa incertezza abbia ritardato la risposta delle imprese al voto della Brexit”. Come dire: non sapendo, e per lungo tempo, cosa sarebbe successo, la risposta automatica è stata tirare i remi in barca. Anche questo “rassegnarsi” è stato calcolato e si può osservare dal grafico sotto.
Questo ritrarsi è senz’altro una delle cause del calo della produttività, che sempre il nostro studio stima nell’ordine del 2-5% nel triennio post referendum. Ma la cosa istruttiva è che questo calo è in buona parte è dovuto alla circostanza che le imprese “hanno dovuto dedicare diverse ore a settimana del top management alla pianificazione derivante dalla Brexit”. Una perdita, generata dai ritardi della politica, che ha sottratto tempo alla produzione.
La ciliegina sul pasticcio è ben rappresentata dalla conclusione: le aziende esposte alla concorrenza internazionale, quelle più produttive, sono quelle che hanno patito di più gli impatti negativi di questi tre anni. Le aziende dometische meno produttive, infatti, “hanno subito meno impatti”.
Gli amanti dell’autarchia saranno ben felici. Chi si guadagna da vivere competendo sui mercati meno. Ma in fondo è questo lo spirito della Brexit. Almeno finché non presenta il conto.
Cronicario: L’asse franco-tedesca stira il QE
Proverbio del 24 settembre Il cane abbaia ma non da fastidio alle nuvole
Numero del giorno: 11.000.000 Posti di lavoro creati nell’EZ dal 2014
Non si fa in tempo a celebrare l’assunzione (a futuro incarico) del S.S. SuperMario, che già subito dal desco dei 19 apostoli, cioé il cenacolo della Bce, si levano i primi borborigmi intestinali, provocati dal fatto che il beneamato SuperMario, prima di andar via, gli ha fatto digerire un’altra robusta dose di QE: venti miliardi di titoli al mese. Per giunta poi s’è alzato e se n’è andato senza pagare il conto, e anzi in odore di santità. Sai che costipazione per quelli rimasti a tavola.
Ora ci sta che i tedeschi si lamentino. Figurarsi: ci hanno messo tre lustri a decidersi a spendere due spicci (ma senza deficit, per carità) e adesso devono fare i conti con una banca centrale, della quale sono – diciamo – azionisti di maggioranza, che si trova con un bilancio allargato come una modella divenuta d’improvviso bulimica. Raccontano che alla Bundesbank siano scoppiati devastanti disordini alimentari.
Sicché uno se l’aspetta, il ruttino di protesta, dai braccini corti della riva destra del Reno, accompagnato dai crampi intestinali dei loro accoliti: olandesi, austriaci, e persino estoni (lassù d’altronde c’erano i cavalieri teutonici ai vecchi tempi). Ma la vera sorpresa è arrivata da quelli della rive gauche renana. I fransé, intendo.
Già perché poco fa il boss della Banca di Francia, chiacchierando alla Paris School of Economics ha detto di “non essere favorevole alla ripresa degli acquisti”. Il governatore si è improvvisamente accorto che i premi a termine, ossia la differenza fra quanto rende una obbligazione a lungo termine e una a breve, sono praticamente scomparsi e poi che tassi tagliati e nuova forward guidance “sono una potente e coerente combinazione”.
Ve la faccio semplice. L’asse (da stiro) franco-tedesca è viva e lotta insieme contro il QE. Ma tranquilli, è quella dei banchieri. Non si piega, ma si spezza.
A domani.
Cronicario: Il revisionismo (statistico) incombe su di noi
Proverbio del 23 settembre Il sacerdote celebra le nozza ma non gestisce la casa
Numeri del giorno: 58,75/65 Quotazione in dollari del petrolio WTI/BRENT
Non c’è più il pil di una volta, insieme alle mezze stagioni. E una volta non sono i meravigliosi anni ’60 (per chi c’era) ma i pessimi Duemila, quando il pil zoppicava come un’anatra monca dopo aver boccheggiato per un decennio.
Orbene, poco fa l’Istat ha revisionato al ribasso il pil del 2018, che già era basso di suo. Ma non vi preoccupate: è cresciuto quello del 2016 eh.
Leggetevelo da soli che a me vien da ridere.
Detto ciò, il revisionismo non ha risparmiato manco il deficit – per il debito dobbiamo chiedere a Bankitalia che sta ancora facendo i conti – che l’anno scorso è stato più alto della prima stima. E per fortuna i tassi di interesse sono rasoterra, sennò sai che spasso. Non che negli ultimi due anni sia cambiato granché. La pressione fiscale è inchiodata e la spesa per interessi, nel 2017 come nel 2018, è al 3,7% del pil, ossia alla somma algebrica fra l’avanzo primario (istogramma verde), che non isclude la spesa per interessi, e il deficit (istogramma rosso), che invece li include.
Vabbé non importa. Quello che importa è invece quello che ci dice Istat oltre alla revisione. Ossia come lo abbiamo fatto questo pil.
Guardetela per benino questa tabella. Salvo il 2017, anno in cui la domanda estera netta ha dato un contributo positivo al pil, negli altri anni l’export ha aiutato per niente la crescita. Quella (poca) che c’è stata è stata dovuta in gran parte alla spesa delle famiglie e agli investimenti. Il settore pubblico ha spostato poco. Quindi a questo punto dovreste avere chiari cosa serve fare per darci un tono e infischiarcene una volta per tutta delle revisioni.
E cacciateli una buona volta, questi spicci che tenete sotto il materasso. Sennò ve li fanno cacciare.
A domani.
Cronicario: Miracolo climatico a Berlino
Proverbio del 20 settembre L’estate muore sempre annegata
Numero del giorno: 33.474 Migranti morti nel Mediterraneo dal 2014 secondo Oim
Pentitevi, popolo di miscrendenti, voi che dubitate delle tortuosissime ma sempre azzeccatissime strade della provvidenza, asfaltate dalla sua mano invisibile sull’acciottolato delle nostre piccole cronache quotidiane. Qualcosa di inusitato sta per verificarsi: la Germania spenderà un mucchio di soldi pubblici.
Lo so è pazzesco. L’ultima volta era successo per la riunificazione post ’89 e poi nisba. Un popolo a dieta. Figuratevi che ogni anno da circa un lustro il governo chiude il bilancio in attivo, manco fosse la casalinga di Voghera. Ma quest’epoca è finita: ora cacciano dal materasso un bel cinquantino. Di miliardi eh.
Il miracolo lo dobbiamo a un evento diciamo storico. Il cambiamento climatico.
Solo i tedeschi ci potevano cascare. Si vocifera che fossero tremendamente preoccupati dopo l’ultima estate a 35 gradi che stava trasformando Dussendorf in una piccola Bari, ma senza il mare. Il pensiero di finire come noi deve averli terrorizzati.
E allora bando alle ciance e mano al portafoglio. Ed ecco qua: 50 miliardi di investimenti per far cambiare il cambiamento climatico, roba forte. Tre punti del nostro pil, alla faccia nostra che vorremmo ma non possiamo. Ma con un’avvertenza: non faranno mai deficit e terranno il bilancio in pareggio.
Ma tranquilli, il ricambiamento climatico opera attraverso vie misteriose.
Buon week end.
Cartolina: Le irresistibili seduzioni di CoCo Bond
Non c’è da stupirsi a leggere degli straordinari successi dei CoCo Bond. Con quel nome a metà fra Belle époque e secret service, il CoCo Bond ha fatto strame di cuori, oltre che di portafogli, con gli investitori adescati e poi sedotti col vecchio trucco di un rendimento succulento. Peccato che poi, raffreddata la passione, abbiano letto le clausole in piccolo scoprendo che CoCo era un acronimo (Contingent Convertible) per nulla vezzoso. E soprattutto che il Bond poteva stritolarli. Quest’arnese, infatti, è stato progettato per mutare da obbligazione in azione qualora le avversità finanziarie colpiscano la banca che l’ha emesso. Come se una farfalla diventasse un bruco. Serve difatti alle banche a raccogliere capitale che in caso di disgrazie viene forzatamente convertito in equity. Con buona pace dei creditori, trasformati d’improvviso da pacifici rentier a capitalisti, con tutto quel che ne consegue quanto alle possibilità di perdite. Ma mentre CoCo Bond svelava il suo vero volto, il mercato ne comprava a barili. Centinaia di miliardi di questa carta si è annidata in fondi pensione, fondi di investimento e persino fra gli investitori retail, che notoriamente non sanno quello che fanno. Ma il mercato ovviamente non li perdona.
Cronicario: Non serve più crescita, serve più crescina
Proverbio del 19 settembre Nel giorno della vittoria nessuno è stanco
Numero del giorno: 3.400.000.000 Prestiti Tltro-III chiesti alla Bce dalle banche dell’EZ
Diciamocelo chiaro: questa cosa che serva la crescita economica per essere felici è chiaramente sopravvalutata. Il nostro buonumore dipende da altro che da tabella come quella qua sotto, preparata da quegli aridoni dell’Ocse.
Ora, ma secondo voi, davvero mi devo deprimere perché quest’anno e il prossimo il come si chiama sarà dello zeroquattro piuttosto che dello zerotré, o perché il commercio internazionale va a farsi benedire?
Capisco le ragioni del consumismo, però possiamo vivere bene anche senza l’ultimo modello di smartphone. Anzi, pure senza smartphone: vivremmo benissimo.
Eh lo so. Direte: ma senza crescita come facciamo coi posti di lavoro? E santa pazienza: un annetto sabbatico ogni tanto mica fa male. Tanto, non è che ci sia tutta questo voglia di dare lavoro ultimamente. Figuriamoci quella di lavorare.
Perciò, datemi retta: non serve affatto la crescita economica per recuperare il buonumore. Serve altro: buoni sentimenti, parole gentili, gesti generosi. Soprattutto bisogna recuperare l’autostima! E per riuscire non serve più crescita. Occorre ben altro.
A domani.
La crescita irresistibile del mattone indiano
Le ultime statistiche diffuse dalla Bis sugli andamenti dei mercati immobiliari globali, con dati aggiornati al primo trimestre 2019, ci consentono di trarre alcune conclusioni interessanti su chi siano i paesi dove la crisi ha picchiato più duramente e quelli, al contrario, dove le quotazioni sono cresciute di più. Globalmente, infatti, sembrano ci siano solo vincitori. Sia i paesi avanzati che quelli emergenti risultano aver visto crescere il valore dei loro immobili.
Ma gli aggregati, proprio come il famoso pollo di Trilussa, tendono a falsare la realtà. Se è vero che, in termini reali, i prezzi delle proprietà immobiliari risultano del 18 e del 14% superiori a loro livello pre crisi rispettivamente nei paesi avanzati ed emergenti, è vero altresì che andando a vedere nel dettaglio la musica sembra molto diversa.
Il grafico sopra, che qui potete analizzare più compiutamente, si osserva con chiarezza che diversi paesi, fra i quali il nostro (indice poco superiore a 75) sono ancora ben al di sotto del livello pre crisi. E soprattutto si osserva che fra i paesi emergenti spicca la notevolissima crescita del mattone indiano, ormai superiore del 75% al suo livello pre crisi, assai più della Cina (indice 109 circa) o del Messico (indice 122).
Fra i paesi avanzati, si segnalano invece gli andamenti simili di Usa (indice 130) e Germania (indice 130). Mentre nell’Eurozona la Spagna, nell’ultimo trimestre, ha avuto la crescita più consistente, pari a oltre il 5% a fronte di circa la metà dell’area.
Quanto agli andamenti nei paesi emergenti, la notevole crescita indiana si è consolidata nei primi anni dieci, quando il mattone cresceva a tassi a due cifre.
I rallentamenti che si osservano a partire dal 2016 mostrano che questa fase ormai sembra definitivamente alle spalle. Bisognerà capire se questa crescita sia sostenibile in futuro. Ma questa è un’altra storia.
Cronicario: Crollano gli ordini all’industria. Aumentano i per favore
Proverbio del 18 settembre La fame non ha gusto
Numero del giorno: 172.000 Cittadini italiani emigrati in paesi Ocse nel 2018
Siccome la buona educazione è tutto nella vita non ci preoccupa affatto il crollo degli ordini all’industria che Istat molto gentilmente ci ha ricordato oggi, che eravamo di buonumore.
Per farvela breve, su base congiunturale il dato è in calo dello 0,5% mente su base tendenziale, ossia annua, dell’1% grezzo. Gli ordini dall’estero sprofondano (-2,9%) a differenza di quelli interni (+0,3). Segno più evidente che ormai a casa nostra comandiamo noi.
Chissà perché, sempre a luglio, si osserva che “i flussi commerciali con l’estero registrano una flessione congiunturale, più intensa per le esportazioni (-2,3%) che per le importazioni (-0,5%). La diminuzione congiunturale dell’export è da ascrivere al calo delle vendite sia verso i mercati extra Ue (-3,9%) sia verso i paesi Ue (-1,1%)”.
Ma come dicevo non abbiamo nulla di cui preoccuparci. Il cambiamento di governo determinato dal governo del cambiamento ci ha messo nella condizione ideale per risolvere queste situazioni. Arrivano meno ordini all’industria? Vuol dire che ormai chiedono tutti per favore.
A domani.
L’ascesa irresistibile delle imprese “sovrane”
Chi cercasse conferme del fatto che l’economia è ormai un fatto sempre più politico – ossia a guida politica – può trovarne una conferma osservando l’ascesa irresistibile delle SOEs, ossia le state-owned enterprises, nel panorama dell’economia mondiale. Queste imprese “sovrane”, quindi regolate, gestite e capitalizzate dallo stato, sono le vere protagoniste di questo inizio secolo, come testimonia anche l’Ocse nel suo ultimo outlook dedicato al business e alla finanza.
Chi si domandasse perché mai questo dovrebbe essere un problema, dovrebbe impiegare giusto qualche minuto del suo tempo e sfogliare il capitolo che l’organizzazione parigina dedica alla questione. Scoprirebbe ad esempio che le imprese pubbliche attive in certi settori, come ad esempio l’acciaio, tendono ad essere meno profittevoli dei loro concorrenti privati anche se meno predisposte a uscire dal mercato. Detto in soldoni, le imprese pubbliche sopravvivono più di frequente alla ragione economica, essendo forti di quella politica, instillando inefficienza nel sistema economico. Il che contribuisce non poco a spiegare le fioritura di imprese zombie che abitano il nostro paesaggio.
Non c’è solo questo, ovviamente. Le SOEs tendono a covare maggiori rischi di corruzione, e anche questo è facilmente comprensibile. Se uno stato decide di investire sull’acciaio, perché gli serve per sviluppare una politica di potenza, lo farà in barba non solo a qualunque ragione economica ma anche a qualunque barbosità moraleggiante.
Detto ciò, è interessante osservare che questa tendenza alla crescita di queste entità ormai è straripante. Non a caso, ovviamente. Il sovranismo politico si nutre dello statalismo economico, essendo quest’ultimo null’altro che l’altra faccia del potere. Oggi per giustificare la necessità di questo interventismo – gli anni Ottanta non sono trascorsi invano evidentemente – si usano formule suadenti come quella secondo la quale lo stato deve intervenire quando ci sono fallimenti di mercato. Formula meravigliosa perché evoca l’intervento riparatore dello stato – ovviamente a spese del contribuente – nella convinzione che sappia sempre meglio del mercato cosa sia giusto e cosa no per una collettività.
Su chi stia guidando questa irresistibile ascesa non c’è da dubitare: la Cina, ovviamente, che, come da manuale, declina la sua politica di potenza aumentando in maniera esponenziale la presa sull’economia nazionale (e quindi internazionale).
La Cina, quindi. Ma non da sola. Gli Stati Uniti, per dire, hanno triplicato il loro numero di aziende sovrane, come si può vedere dal grafico sopra che comunica l’evoluzione delle SOEs da inizio secolo. Qui si osserva che in Europa queste entità hanno goduto di minor fortuna rispetto all’Asia e agli Usa. E questo, qualora serva, è l’ennesima conferma che la politica di potenza passa per lo statalismo economico. L’Europa, e con lei il Giappone, hanno dismesso da tempo qualunque velleità di potenza. E infatti si vede.
A livello globale i dati raccolti da Ocse ci dicono che al momento 102 dell principali 500 imprese del mondo sono detenuta interamente o a maggioranza dallo stato azionista. “Il trend è in crescita”, spiega Ocse. E non potrebbe essere diversamente, visto lo spirito del tempo. “Meno di due decenni fa 34 imprese su 500 erano di proprietà dello stato”, sottolinea. In sostanza sono più che triplicate. E in effetti vent’anni fa la mania sovranista era assai meno popolare di oggi, così come non si era ancora verificato lo spettacolare (e dolorosissimo) fallimento del mercato del 2008, che ha incoraggiato gli stati ad aprire il portafogli e infischiarsene delle buone maniere. Ma non c’è solo questo, ovviamente. C’è anche lo spostamento del pendolo economico verso i paesi emergenti, dove le SOEs, per vari motivi, sono molto più diffuse. Sempre la Cina, quindi. Ma anche il Brasile, la Russia, l’India.
Relativamente alla distribuzioni settoriali di queste aziende, si nota che sono un pezzo importante dei paesi Ocse nel settore delle costruzioni.
Infine c’è da ricordare un’altra caratteristica delle SOEs. Molte di queste sono state parzialmente privatizzate e molto spesso quotate. Ma poiché le maggioranza sono rimaste saldamente nelle mani dei governi, questi ultimi sono diventati giocatori di primo piano nelle borse. Succede anche da noi, tanto per non farci mancare nulla.
Quanto tutto questo contribuisca a mantenere svegli e vigili gli ormai addomesticati animal spirit degli imprenditori, è questione aperta. I fatti ci dicono che negli ultimi vent’anni il peso delle SOEs è cresciuto e insieme è peggiorato il declino della produttività globale. Magari le due cose non sono correlate, o forse sì. Ma la sostanza cambia poco. L’economia rimane un fatto politico.
Se la politica monetaria diventa politica fiscale
L’ultima tentazione, ormai neanche più nascosta, è quella che si è palesata nel corso dell’ultimo incontro della stampa con Mario Draghi successivo al meeting della Bce: “pompare” soldi dalle banche centrali direttamente nelle tasche dei cittadini. Quello che la vulgata chiama helicopter money, fonte di desideri che molto dicono di noi. Del fatto, vale a dire, che pensiamo che la soluzione di tutti i nostri problemi risieda nella distribuzione di denaro, proveniente da una fonte che si pensa inesauribile. La cornucopia di banca centrale è una perfetta rappresentazione del trionfo dell’irresponsabilità che si legge in filigrana nel nostro tempo.
Aldilà del merito “filosofico” di questa proposta, la risposta di Mario Draghi è esemplare per chiarezza. “Bisogna sempre tenere in mente – dice – che dare denaro alle persone, in una qualunque forma, è un compito della politica fiscale, non della politica monetaria”. Una conclusione che suona particolarmente azzeccata per un banchiere che ha condotto allo stremo la politica monetaria proprio per supplire alla deficienze della politica fiscale. Deficienze che, oltre a essere connaturate nell’architettura dell’eurozona (difficile fare politica fiscale con tante teste che hanno pensieri e bisogni differenti), fanno parte di quel silenzioso ma efficacissimo accordo fra politici e banchieri centrali in vitù del quale i secondi si sono fatti carico, nell’ultimo decennio, delle inadeguatezze dei primi per rimettere in piedi un’economia scricchiolante.
La politica monetaria ha fatto – concretamente – politica fiscale nel momento in cui ha deciso come redistribuire i profitti e le perdite determinati dalla sue decisioni. Un esempio: il crollo dei tassi ha caricato sulle spalle dei fondi pensioni, e quindi dei futuri pensionati, il costo del riequilibrio finanziario. O, per dirla con le parole di Draghi, “la politica monetaria ha consentito la creazione di oltre 11 milioni di posti di lavoro” nell’area. Compito che certo non appare negli statuti della Bce.
Ciò per dire che gli effetti negativi della politica monetaria (i tassi bassi e ciò che ne consegue) e quelli positivi (la creazione dei posti di lavoro), ricadono in quell’area di attività che potremmo definire gestione pubblica degli affari economici nella quale la separazione libresca (e istituzionale) fra politica monetaria e politica fiscale tende sempre più a sfumare. Almeno fino a quando non si chiede espressamente alla banca centrale di “regalare” soldi ai cittadini.
E’ in questo momento che il banchiere centrale dice le cose come stanno. La politica monetaria condotta al confine delle sue possibilità implica necessariamente la politica fiscale. Non è certo un caso che sempre Draghi abbia più volte ripetuto nel corso della sua conferenza che ormai tocchi alla politica fiscale, ossia ai governi, fare whatever it takes pe restituire il sereno alle nostre contabilità.
Come debbano riuscire a farlo è affare loro, pare di capire. L’idea di usare la banca centrale per fare arrivare soldi al popolo presuppone l’abdicazione a tale responsabilità. Per questo piace a molti.


































