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Il mattone italiano torna al livello del 1985

Gli ultimi dati diffusi pochi giorni fa dall’Agenzia del territorio, relativi all’ultimo trimestre 2012 non lasciano molto spazio all’immaginazione: il mattone italiano è in coma profondo. Il totale delle transazioni è calato del 30,5% rispetto all’ultimo trimestre del 2011, quando già il mercato era forte ribasso, con un totale di 444.018 transazioni effettuate.

Su base annua la discesa delle compravendite è stata del 25,8%. A soffrire di più è stato il settore residenziale. Se si confronta il dato di fine 2012 con quello del 2006, quando le compravendite furono 869.000, si capisce bene l’entità del terremoto che sta investendo il settore immobiliare.

In pratica, per trovare numeri peggiori di quelli del quarto trimestre 2012 bisogna tornare indietro di quasi trent’anni. Addirittura al 1985, quando le vendite si inchiodarono a 430.000. Dopo ci fu una piccola ripresa, che però si annullò nel 1992, l’anno nero dell’Italia, quando le compravendite scesero di nuovo a 467.000 nell’ultimo trimestre: sempre più dell’anno scorso.

Rimagono pochi dubbi, quindi: il ciclo positivo, iniziato alla fine degli anni ’90 e durato fino al 2006, si è ormai invertito.

La domanda, a questo punto, è quanto reggerà ancora il livello attuale dei prezzi. L’Agenzia nota che nel 2012 il valore di scambio totale delle transazioni italiane è stato di 74,6 miliardi di euro, in calo di 26 miliardi rispetto al 2011. Il succo è che i prezzi sono calati un po’ dappertutto (unica eccezione Verona), e ormai il valore di un’abitazione compravenduta, nel secondo semestre 2012, quota intorno ai 167.000 euro. Ma è ovviamente solo una media.

Le quotazioni sono più elevate sono a Roma, Bologna e Firenze, che costano circa 3.000 euro a metro quadro, poco sopra Milano, mentre le quotazioni più basse sono quelle di Palermo e Catania. La caduta dei prezzi però non ha risparmiato neanche la Capitale, che ha visto un calo dello 0,6% nell’ultimo semestre 2012.

Ma sono due gli elementi “sistemici” che fanno riflettere. Il primo è che sono diminuiti gli acquisti con relativa accensione di un mutuo ipotecario, crollate addirittura del 38,6% rispetto al 2011, mentre il valore dei mutui erogati si è fermato a 19,6 miliardi, a fronte dei 34 miliardi erogati nel 2011: – 42,8%.

Significa che l’acquisto di casa, quando avviene, avviene attingendo sempre più a risorse proprie. E ciò spiega perché le vendite calino: comprare casa è possibile solo per chi ha già il denaro, e quindi di per sé una minoranza. Quei pochi che fanno un mutuo devono indebitarsi in media per 23 anni, con una rata che pesa intorno a 700 euro al mese. Il capitale medio di mutuo erogato è di 126.000 euro. Con questi numeri, comprare casa in una grande città come Roma per una famiglia di quattro persone è praticamente escluso, a meno che non si disponga di capitale proprio.

Il secondo dato “sistemico” interessante è che sono calate anche le compravendite di nude proprietà, ossia di quegli acquisti che in gran parte si fanno per investimento. Nel IV trimestre c’è stato un calo del 31,4%, in linea con il calo registrato per tutti i trimestri nell’anno.

Significa che chi vuole investire sul mattone ci pensa sempre più su, anche quando si tratta di spuntare un buon prezzo, come accade quando si compra la nuda proprietà. Il che è comprensbile, visto che il nudo proprietario a fronte dell’esborso non incassa nulla. E ci deve pure pagare le tasse.

Rimane aperta la questione dei prezzi. Molti analisti pensano che il congelamento delle transazioni sia il preludio di una brusca correzione dei prezzi. La qualcosa avrebbe un effetto devastante sulla ricchezza delle famiglie italiane, che in larga parte è basata proprio sul mattone, e sui conti economici delle istituzioni finanziarie e previdenziali, gonfie di mattone che rischia di rimaner loro in pancia a prezzi da realizzo. 

Un mattone indigeribile. Come accadde a fine anni ’80.

La medicina amara del Fmi per l’Ue

Il destino dell’Eurozona è scritto in un documento di 67 pagine che il Fondo monetario internazionale ha rilasciato in questi giorni. Si intitola “European Union: Financial System Stability Assessment”, e contiene alcune osservazioni che riepilogano con rara efficacia cosa sia stato finora il processo di integrazione europeo.

L’analisi inizia con l’individuare le cause della crisi, che sono da ricercarsi nella “innovazione finanziaria, la deregolamentazione, e la vigilanza troppo soft che hanno portato alla crisi finanziaria globale”. “L’Europa – aggiunge – è stata afflitta e probabilmente colpita più dura,emte rispetto ad altre parti del mondo a causa della sua dipendenza tradizionale dalla finanza basata sulle banche e a causa dell’alta leva finanziaria da queste utilizzata”. Per giunta “‘l’assenza di un sistema europeo di gestione delle crisi ha amplificato la crisi”.

Se la diagnosi è chiara, la prognosi lo è altrettanto: “Preservare la stabilità finanziaria in un ambiente del genere, con paesi altamente interconnessie attraverso notevoli esposizioni transfrontaliere, richiede un quadro sovranazionale di sorveglianza”. Detto in parole comprensibili, bisogna puntare sullo sviluppo delle istituzioni comunitarie, articolando gli interventi secondo una scaletta ormai ben nota a tutti: sorveglianza e ricapitalizzazioni bancarie, per cominciare, fino ad arrivare a politiche fiscali integrate.

“Le iniziative politiche intraprese – osserva il Fmi – hanno contribuito ad allentare le pressioni, ma la fragilità e le sfide rimangono”. A cominciare dalle banche, che “dovranno affrontare le conseguenze del rallentamento economico sulla qualità dell’attivo, previsto in deterioramento, mentre la domanda rimane debole e la crescita del credito è diventata anemica in tutta la regione”.

In effetti se guardiamo i grafici, osserviamo che i prestiti bancari nei paesi più importanti sono in forte rallentamento. Nei paesi più esposti, come Spagna e Italia, sono diventati addirittura negativi negli ultimi due anni. In Gran Bretagna, dopo il crollo del 2008, sono leggermente cresciuti, probabilmente grazie alle politiche accomodanti della Banca centrale inglese, ma rimangono sempre in zona negativa. Si salvano solo la Francia, che comunque ha visto diminuire la crescita dei prestiti dal +7% di ottobre 2011 a poco più del 2% di un anno dopo, mentre in Germania, l’unico paese in cui i prestiti bancari sono cresciuti dal 2010 in poi, non si va altre un povero 1% di aumento.

Che le banche europee siano diventate sempre più diffidenti nel concedere credito, lo dimostra anche la curva che misura l’esposizione estera intra-eurozona dal 1999 in poi. La curva trova il suo picco nel 2008, quando la crisi esplode, e poi decresce drammaticamente. I prestiti, in particolare, crollano nei confronti dei paesi periferici dell’eurozona, i famosi PIIGS,  mentre mantengono un aumento costante nei confronti dei paesi emergenti dell’eurozona.

Tale situazione ha un effetto diretto sui tassi di interesse sui nuovi prestiti a istituzioni non finanziarie, quindi aziende e famiglie. In Spagna i tassi sono ormai sopra il 5%, in Italia intorno al 4,5%, mentre in Germania non superano il 3%, poco meno della Francia.

Risolvere questa situazione, che nasce da squilibri strutturali profondi, non sarà facile né semplice. Il Fondo individua alcune mosse fondamentali, che passano dalla ricapitalizzazione delle banche e dalla loro ristrutturazione (dal 2007 il numero degli istituti è diminuito del 5%), all’aggiustamento dei debiti dovrani, che deve essere garantito dall’EFSF e dall’ESM da rendere operativi prima possibile. Ciliegina sulla torta: “Common fiscal and monetary backstops are essential”. Tradotto: servono meccanismi di garanzia europei sui debiti, sovrani e non, dell’eurozona.

Cosa significhi, in pratica, tutto ciò dovrebbe essere chiaro. Affinché il sistema finanziario europeo trovi il suo equilibrio, bisgnerà allargare sempre più la sfera di influenza delle autorità sovranazionali rispetto a quelle nazionali. La costruzione europea, per reggersi in piedi, dovrà prevedere ampie cessioni di sovranità, non solo monetarie, ma anche fiscali.

S’avanza il dispotismo Euro-asiatico.

Con la benedizione del Fmi.

E’ nato il dispotismo euro-asiatico

Qualche giorno fa mi è capitato fra le mani un articolo del Financial Times che raccontava le condizioni di lavoro dei lavoratori di Amazon nella civilissima Inghilterra. A Rugeley, ex cittadina mineraria piegata dalla disoccupazione che è diventata sede di uno dei magazzini di Amazon, i lavoratori vengono sottoposti a ritmi massacranti, la loro produttività viene monitorata con i computer e vengono licenziati con grande facilità: tre errori e sei fuori. La sensazione più diffusa è che siano trattati come schiavi. L’azienda ovviamente si difende e mette l’accento sulle grandi opportunità che offre al territorio, eccetera eccetera.

La storia, una delle tante che si possono trovare sui giornali e in rete, è di per sé significativa perché al di là di quanto ci sia di vero o di esagerato, racconta bene del clima generale che si respira nell’Europa del XXI° secolo, stremata da una disoccupazione che non risparmia neanche i paesi che hanno una moneta sovrana e una banca centrale accomodante.

Ciò smentisce quindi, o almeno mette in discussione, l’idea assai diffusa secondo la quale l’origine di tutti i mali nostrani sia da individuare nella costruzione cervellotica dell’unione monetaria, che ha fissato il cambio deflazionando, di conseguenza, gli altri fattori della produzione, a cominciare dai salari, facendo leva proprio sull’aumento della disoccupazione indotta dalle politiche di austerity. Il che sicuramente racconta una parte della verità, ma non tutta.

Per avere una visione più esaustiva basta guardare un planisfero. L’Europa ormai, e tanto più da quando è stata creata l’unione monetaria, è stretta letteralmente in una tenaglia: da una parte ci sono gli Stati Uniti, con la loro vocazione egemonica ormai declinante e la loro cultura turbocapitalistica. Dall’altra l’Asia, con il campione cinese in prima linea, che ha fatto del lavoro a basso costo l’asso nella manica per il successo delle sue esportazioni.

La costruzione della moneta unica non poteva che recepire questo stato di cose, che ha investito anche i paesi che formalmente stanno fuori dall’unione monetaria, a dimostrazione di come la vicinanza geografica conti più dei trattati internazionali.

L’Europa intera, perciò, sta vivendo una variante aggiornata del dispotismo asiatico di marxiana memoria. E la costruzione della moneta unica ne è stato il momento saliente.

E’ nato il dispotismo euro-asiatico. E noi tutti lo stiamo sperimentando.

Per chi non lo ricordasse, il dispotismo asiatico è la declinazione politica del modo di produzione asiatico teorizzato da Marx ed Engels. Una sistema di produzione dove un’entità politica quasi trascendente (il sovrano o il despota), dotata di poteri dirigistici pressoché illimitati, può guidare in maniera centralizzata i processi economici delle varie comunità locali. Queste ultime accettano di sacrificare la propria autonomia in favore dell’autorità del sovrano che in cambio governa e decide cosa si debba fare e come.

Se alla parola sovrano sostituiamo la parola Europa, le assonanze fra il modo di produzione asiatico e il nostro stato di cose diventano sorprendenti.

Tuttavia, l’Europa ha una sua specificità, figlia della sua storia: la democrazia e la libertà. A differenza dei regimi dispotici, nei nostri paesi si vota ed esistono alcuni diritti. Ma è stata proprio questa specificità che ha originato la variante del dispotismo che stiamo sperimentando.

Gli stati europei hanno scelto liberamente di aderire alla costruzione europea, che nelle intenzioni di chi l’ha pensata, doveva consentire la nascita di una massa critica sufficiente a temperare le pulsioni dispotiche orientali con quelle del turbocapitalismo occidentale. E non è certo uno scherzo della storia o della geopolitica che sia stata la Germania, vero ponte fra Oriente e Occidente, il motore economico e culturale dell’Europa di oggi. D’altronde Marx era tedesco.

L’introduzione dell’euro ha statuito la nascita di questa sorta di terza via, ma al contempo ne ha aumentato i rischi di aborto, anche e soprattutto a causa della crisi, di origine statunitense, che ha trovato nella costruzione europea terreno fin troppo fertile grazie agli squilibri interni indotti dall’unione monetaria.

Oggi l’Europa rischia di finire stritolata dai due colossi, orientale e occidentale, perché non è in grado di elaborare una variante orginale del proprio modello di sviluppo. Rischiamo di importare il peggio dell’Asia – dispotismo più o meno illuminato (i famosi burocrati di Bruxelles) – e il peggio dall’America, ossia finanza sregolata, indebitamento senza freni, costanti tensioni e bolle finanziarie. E il campo in cui questi peggioramenti convergono è, inevitabilmente, quello dei diritti dei lavoratori.

Il lavoro deve costare poco: su questo concordano sia gli americani che i cinesi. Figuriamoci i “despoti” euro-asiatici.

Il futuro ci dirà se l’Europa, che come al solito è diventato il campo di battaglia di una guerra mondiale per la supremazia globale, finirà con l’assomigliare sempre più alla Cina o all’America.

Per il momento l’austerità imposta dai paesi del Nord sta favorendo la svalutazione dei salari del paesi del sud (quelli del nord sono già stati svalutati) via disoccupazione indotta più o meno consapevolmente, e insieme un aumento costante della centralizzazione dei poteri, a cominciare da quelli fiscali (fiscal compact).

Se l’Europa vorrà continuare a far crescere la sua economia con le esportazioni, come se fosse la Cina, è chiaro a tutti quale sarà il prezzo da pagare in termini di costo del lavoro. Il dispotismo euro-asiatico, magari di lingua tedesca, segnerà il nostro futuro.

L’alternativa è far crescere la domanda interna e gli investimenti, accettando quindi l’inflazione che prima o poi aumenterà, che ha il vantaggio di svalutare i debiti (e quindi i crediti a chi ce li ha) che la Bce ha di recente definito “raramente osservati in tempo di pace”.

Infatti siamo in guerra.

Il lato nascosto della spesa pubblica

Sempre a proposito di come spendiamo i soldi pubblici, è molto istruttivo provare a fare una ricognizione dei costi occulti, quelli vale a dire che non sono direttamente correlati a un capitolo di bilancio, ma che derivano da scelte di spesa (o di incasso) che provocano effetti indiretti.

Abbiamo già detto in un post precedente che la spesa pubblica improduttiva, da un punto di vista macroeconomico, è davvero una parte minima della spesa corrente, riferendoci in particolare a quella quota di pagamento di interessi sul debito che va agli investitori esteri, e che quindi non produce effetti sull’economia italiana.

Questo in linea di principio. In pratica però è chiaro a tutti che la scelta di dare (spendere) soldi a questo o a quello, piuttosto che prendere (incassare) da questo o da quello è una scelta eminentemente politica.

In tal senso, l’analisi della contabilità pubblica racconta molto del nostro Paese. Perciò è la riserva di caccia di chi confonde gli effetti di una spesa (lato macroeconomico), con la sua causa (la scelta politica).

Quando tutti criticano la scelta di usare le auto blu, per fare un esempio, non dovremmo confondere il fatto che sia una scelta politicamente discutibile, con la circostanza che comunque quella spesa provoca un effetto economico. E’ un po’ la stessa confusione che si fa quando si scambia l’etica col diritto.

In questo post, perciò, cambiamo prospettiva. Dando per scontato il (discutibile) concetto di spesa pubblica improduttiva, andiamo a vedere nel merito alcuni dei rivoli nei quali si disperde la spesa dello Stato.

Cominciamo da un dato aggregato che siamo andati a prenderci nel rapporto della Ragioneria generale dello Stato sul patrimonio dello Stato, aggiornato a fine 2011.

Il totale degli attivi dello Stato – il famoso patrimonio da valorizzare – fra beni mobili e e immobili, è passato dai 530,179 miliardi di euro del 2007 agli 820,719 miliardi del 2011, ossia è cresciuto del 54,8%. Niente male. Quasi non ci capisce perché dovremmo disfarcene, visto che aumenta di valore di anno in anno.

Senonché a fronte di cotante attività abbiamo passività per quasi il triplo. In particolare dai 2.004,178 miliardi del 2007 ai 2.243,939 del 2011, una crescita di appena il 16,95%, che però in valore assoluto vale 339,761 miliardi, quasi 50 miliardi in più rispetto alla crescita degli attivi.

In pratica in cinque anni abbiamo perso 50 miliardi di patrimonio (a causa dei debiti).

Questa contabilità, tuttavia, non tiene conto dei costi indiretti, ossia quelli attinenti alla gestione. Mantenere un patrimonio ha un costo che incide sulla redditività. E in molti casi (lo abbiamo visto parlando degli immobili Inps) ciò può addirittura farla andare in rosso.

Facciamo un esempio. La Ragioneria censisce beni immobili di proprietà dello Stato, a fine 2011, per 57,106 miliardi di eur0. Tale valore, nel 2008, era di 51,057 miliardi. Di questi 57 e rotti miliardi, quelli disponibili per la vendita sono appena 2,917 miliardi (erano 3,748 nel 2007), mentre quelli assegnati in uso governativo valorizzano, a fine 2011, ben 28,574 miliardi, 6,5 miliardi in più rispetto al 2007.

Quindi da un parte lo Stato perde/vende mattone, dall’altra s’allarga. Una schizofrenia totale.

A questi 28,574 miliardi, dovremmo aggiungere altri 5,226 miliardi (dato 2011) di “altri beni non disponibili” e ben 20,025 miliardi di beni artistici e storici. In sostanza, dei 57 e passa miliardi di valore immobiliare a fine 2011oltre 53 sono indisponibili.

Quale sia il costo occulto di tale manomorta è verità nascosta nei rendiconti di cassa della spesa pubblica, dispersa in mille rivoli e difficilmente conoscibile. Quello che sappiamo è che un patrimonio di 50 miliardi di euro, se ben gestito dovrebbe rendere, ai tassi attuali, almeno un 3%. Quindi al costo (non) emergente, si dovrebbe aggiungere anche un sostanzioso lucro cessante.

Spigolando qua e là sui resoconti, si possono trovare infiniti esempi di costi occulti, quando non direttamente di scelte opinabili, sia sul lato degli incassi (lo Stato che prende) sia su quello delle spese (lo Stato che dà).

L’aumento delle accise sui carburanti, ad esempio, ha portato incassi nel primo semestre 2012 per un totale di 10,361 miliardi, a fronte degli 8,8 registrati nel primo semestre 2010-11, un incremento di imposta indiretta di 1,535 mld che non ha neanche compensato la diminuizione degli incassi Iva del semestre registrata a causa della contrazione degli scambi.

Pochi sanno altresì che lo Stato ha incassato 3,28 miliardi nei primi sei mesi del 2012 dalle lotterie, che uniti agli oltre 5 miliardi che arrivano dal monopolio tabacchi, portano a 8 miliardi il totale del prelievo da giochi e sigarette. Stavolta il costo occulto di queste pratiche è annidato altrove, nei conti della sanità e possiamo solo sperare che il prelievo diretto sia sufficiente a coprirli.

Per converso, notare che lo Stato paga quasi 80 miliardi ogni sei mesi per stipendi di dipendenti pubblici, dovrebbe essere accompagnato dall’informazione che tali retribuzioni contribuiscono per quasi 33 miliardi ai 75 miliardi totali di Irpef incassati a metà 2012. Ecco l’esempio di un costo diretto che provoca un beneficio indiretto.

Altresì bisognerebbe sapere, per fare una valutazione corretta della realtà, che la crisi dell’eurozona ci è costata quasi cinque miliardi di euro di prestiti alla Grecia fra le due metà 2011-12, ai quali si aggiungono altri 3,5 miliardi di maggiori interessi sul debito pubblico per l’impennata degli spread.

Nel campo della pure curiosità si colloca invece l’informazione che la Rai contribuisce per  oltre 1,6 miliardi agli incassi dello Stato, sotto forma di canone, che però consuma interamente (e neanche bastano). Ma di curiosità siffatte se ne trovano a bizzeffe fra le righe della contabilità.

E proprio fra queste righe che si cela un’altra area di spesa, assai discrezionale, che non è collegata a una funzione ma alla pura liberalità. E qui che più d’uno può buttarla in politica.

A metà 2012, ad esempio, il governo aveva speso appena 700 milioni di euro per le famiglie, di cui la metà pensioni di guerra e assegni vitalizi, a fronte di quasi un miliardo e mezzo “regalati” a istituzioni sociali private, di cui 1,125 miliardi alla Cei, 299 milioni ai patronati.

In questa voce ci stanno anche i partiti politici, che nel primo semestre 2012 non hanno preso nulla ma nello stesso periodo del 2010 e 20111 avevano incassato 285 e 181 milioni di euro.

Quale sia il costo occulto di quest’utlima elargizione, è chiaro a tutti.

Il silenzioso tramonto di Cindia

I segnali si vedono, chiari e forti, ma non se ne parla, come se la grancassa suonata in tutti questi anni abbia provocato una forma di pudicizia negli osservatori, che oggi voltano lo sguardo di fronte alla luce del tramonto dei due giganti d’Oriente, ossia Cina e India.

Eppure il destino di Cindia dovrebbe riguardarci, visto che sulla magnifiche sorti progressive del sub continente e della terra di mezzo i paesi ricchi hanno investito massicce dosi di ottimismo. O forse è proprio per questo che oggi, schiacciato dalla crisi e spaventato dal futuro, l’uomo d’occidente diventa pudico e guarda altrove.

Vediamoli questi segnali, dunque.

L’ultimo in ordine d’arrivo è l’analisi del Composite leading indicator point elaborato dall’Ocse, ossia l’indice che misura e anticipa il momento di ripartenza (o di stasi) di un’economia. L’indice parte da una base 100, superata la quale inizia la stagione di crescita. 

Gli unici paesi che nel 2012 hanno superato questa linea sono stati il Giappone, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, ossia quelli che stanno sperimentando notevoli allentamenti monetari. Il campione d’europa, ossia la Germania, ha registrato una crescita costante dell’indice, che quotava 98,7 nel settemebre 2012 e agennaio 2013 era già a 99,6, ma non sta ancora in ripresa. Persino l’Italia è migliorata, da 99 a 99,3, mentre la Francia è stabile a 99,5. Dati che fanno concludere all’Ocse che questi paesi sono alle prese con una ripresa già iniziata o in via di partenza, per la gioia di tutti.

Il discorso cambia quando andiamo a vedere i risultati dell’indice per India e Cina. L’indice per l’India quotava 98 a settembre 2012 e adesso è scivolato a 97,2, e la curva che ne raffigura l’andamento vira con decisione verso il basso. L’Ocse parla di crescita che va giù. Di poco diversa la situazione della Cina che, partita da un indice a 99,5 nel settembre 2012 è scivolata a 99 nel gennaio 2013. Una situazione che l’Ocse definisce di crescita moderata.

Stando così le cose si potrebbe pensare a una congiuntura sfavorevole, ma limitata nel tempo. Perciò ci siamo andati a leggere l’outlook 2013, sempre dell’Ocse, per l’intera regione del Sud Est asiatico pubblicato di recente, dove i tecnici hanno monitorato le economie dell’area con previsioni fino al 2017. Lo scenario che viene fuori non è rassicurante.

Relativamente alla Cina, la stagione della crescita a due cifre, quella fra il 2000 e il 2007 sembra ormai alle spalle. Per il quinquennio 2013-2017 l’Ocse stima un Pil medio intorno all’8%, che se è comunque un grosso risultato rispetto alle anemiche economie occidentali, è un chiaro segnale di rallentamento.

Lo stesso vale per l’India. Fra il 2000 e il 2007 la crescita media è stata del 7,1%. Per i prossimi cinque anni si andrà di poco sopra il 6%.

In comune i due giganti hanno che le previsioni preconizzano un rallentamento della domanda di beni dall’esterno. Ciò vuol dire che tutte le economie dell’area, nella quale Cindia fa la parte del leone, dovranno fare i conti negli anni a venire con un calo dell’export destinato a cambiare il volto delle loro economie export-led.

La crisi d’Occidente, insomma, fa venire meno i consumi e quindi le importazione dall’estero, ed è giocoforza che a pagarne il prezzo più salato siano le economie che sui consumi insaziabili dei paesi ricchi hanno costruito le loro fortune.

L’Ocse prevede infatti che i driver della crescita nell’area del Sud Est asiatico saranno sempre più i consumi interni, e gli investimenti, piuttosto che la domanda di beni dall’esterno.

In particolare, l’Ocse stima che i governi dell’area dovranno sempre più investire sui welfare locali e sulle infrastrutture, da un parte, mentre la crescita di ricchezza garantirà una crescita dei consumi interni, e quindi della importazioni.

Tale cambiamento, che non è esagerato definire epocale, dovrà fare i conti con le enormi disparità che ancora si annidano in questi grandi paesi, dove la crescita della classe media, ormai irrefrenabile, contribuirà sempre più a squilibrare le bilance dei pagamenti, con conseguenze dirette sulla crescita del Pil.

Sempre che i governi riescano a sanare alcune inefficienza strutturali che riguardano la capacità di riscuotere le imposte, il flusso dei capitali esteri e la gestione delle tuttora corposa “dollarizzazione” degli scambi interni, che falsa notevolmente il monitoraggio dell’inflazione.

Su questo scenario grava l’incognita del fuuro dell’America. Se la crescita ripartirà al galoppo negli Usa, anche i paesi asiatici non potranno che giovarsene, ma è evidente che ormai non potranno sottrarsi alla necessità di irrobustire la propria domanda interna per garantirsi lo sviluppo.

Una lezione che Cindia sembra aver compreso.

A differenza di quanto accade in Europa.

Un altro anno nero per l’Inps

Il 2013 non porterà fortuna all’Inps. E non tanto perché le prospettive dell’Istituto, scritte le bilancio previsionale 2013, approvato dal Civ lo scorso 28 febbraio siano pessimistiche. Ma perché la realtà è molto peggio.

Come succede da qualche anno, infatti, i presupposti previsionali sui quali si basa la redazione del bilancio, relativamente al quadro macroeconomico di riferimento, si sono rivelati ancora una volta troppo ottimistici, essendo basati sulla nota di aggiornamento al documento di finanza 2012 del governo del settembre scorso, che poi è notevolmente peggiorata nei mesi successivi.

Basta un dato per comprendere. A settembre 2012 il governo prevedeva un Pil reale negativo dello 0,2% per il 2013. Due mesi dopo la previsione era già arrivata a -1% e di recente l’Istat l’ha confermato . Ed è chiaro che l’andamento del Pil ha effetti diretti sull’occupazione che, nelle previsioni dell’Inps dovrebbe calare dello 0,3% nel 2013. Rimarchevole anche la previsione di aumento delle retribuzioni lorde, previste in crescita dello 0,9% a fronte di un tasso di inflazione del 2%. Della serie, la deflazione degli stipendi continua.

Fatte queste premesse, andiamo a vedere le previsioni di risultato per il bilancio dell’Istituto. La gestione economica patrimoniale vede un ulteriore peggioramento della situazione patrimoniale netta, che dai 25,130 miliardi di inizio 2013, è prevista chiuda a 15,416 miliardi, con un calo quindi di 9,714 miliardi, che corrisponde al risultato economico di esercizio.

Tale risultato incide negativamente sull’avanzo di amministrazione che si riduce a 45,937 miliardi dai 56,658 del 2012.

Il deterioramento del quadro economico-patrimoniale incide anche sulla gestione finanziaria e di cassa. Per la prima è previsto un saldo negativo di 10,721 miliardi. Per la seconda sono previsti incrementi nei trasferimenti a carico del bilancio dello stato, che dovrebbero arrivare a 92,428 miliardi a fronte degli 87,337 previsti nella terza nota di variazione del 2012, e un aumento del fabbisogno da coprire a 110,478 miliardi a fronte dei 105,649 previsti.

Andando ancor più in dettaglio, leggiamo che l’Inps prevede un aumento delle entrate contributive fino a 213,762 miliardi, in gran parte determinate dalle gestioni dei lavoratori autonomi, mentre quelle dei lavoratori dipendenti risultano in lieve contrazione.

Dal lato delle entrate, abbiamo già visto che per cassa l’Inps contabilizza 92,428 miliardi di trasferimenti dallo Stato. Per competenza tale importo arriva a 94,892 miliardi, dei quali 77,018 a carico della Gias (gestione assistenza) e 17,874 per gli invalidi civili.

Dal lato delle uscite, l’Inps prevde di erogare prestazioni, comprensive di indennità di accompagnamento, per 265,877 miliardi, in aumento di 4,544 rispetto alla terza nota di variazione del 2012. In aumento anche le prestazioni temporanee, che arriveranno a 37,200 mld, +6,1% del previsto.

In estrema sintesi, malgrado le varie riforme, il Paese chiede sempre di più al suo sistema di previdenza e di assistenza, e ciò ha un effetto diretto sulla spesa pubblica, visto che devono aumentare i trasferimenti dallo Stato per colmare il deficit previdenziale.

Prima di concludere, vale la pena dare un’occhiata all’andamento delle gestioni amministrate. Il fondo lavoratori dipendenti, vede erodersi il margine positivo del risultato d’esercizio dai 469 milioni del consuntivo 2011 ai 231 del preventivo 2013, quando la terza nota di assestamento prevedeva una gestione positiva per 672 milioni.

In disavanzo anche la gestione ex Inpdap di 7,615 miliardi, a fronte dei 5,789 previsti, così come quella dei commercianti, degli artigiani e degli agricoltori, storicamente in passivo. L’unica gestione positiva è quella dei parasubordinati, in avanzi economico di 8,716 miliardi in crescita di 416 milioni rispetto alle ultime previsioni 2012.

Ancora una volta viene confermato che la gestione dei precari è quella che tiene in equilibrio la previdenza italiana. Specie a fronte del “peggioramento dei rapporti iscritti/pensioni e contributi/prestazioni” registrato nel tempo che spinge il Civ a chiedere di “adottare adeguati interenti correttivi per sanare il crescente disavanzo economico e patrimoniale”.

Alcuni dati, infine, sul totale delle pensioni. Al 31 dicembre 2012 risultavano vigenti 18.715.880 pensioni. Al 31 dicemebre 2013 si prevede saranno 18.567.120, con un decremento di 148.760, pari a -0,8%.

Le pensioni di invalidità civile, al 31 dicembre 2013, saranno 2.846.764, in crescita del 3,9%, per un valore di 16,329 miliardi con un importo medio annuo di 5.736 euro.

Complessivamente l’incidenza globale delle tre missioni dell’Inps sul Pil (previdenza, assistenza e sostegno del reddito) è prevista arriverà nel 2013 al 19,15%. Quella previdenziale da sola quota il 12,87%. Quella assistenziale il 3,95%. Quindi entrambe quotano il 16,82% sul Pil.

Un record italiano.

Spesa pubblica improduttiva? Eccola qua

Nella difficile opera di costruzione di un bagaglio economico, che pure dovrebbe essere corredo di ogni cittadino-elettore, appare prima o poi il concetto di spesa pubblica. Di per sé è un concetto semplicissimo: la spesa pubblica è il totale delle spese sostenute dallo Stato.

Purtroppo tale semplicità ormai sussume, per ragioni che esulano dalle tematiche di questo blog, tali e tante connotazioni negative che ormai quando sentiamo parlare di spesa pubblica appaiono nella nostra mente parole come sprechi, ruberie, malversazioni, inefficienze, e così dicendo.

Sicché per moltissimi cittadini la spesa pubblica è sterco del demonio, mentre per altri (a volte sono gli stessi, ma non se ne rendono conto) una fonte alla quale abbeverarsi per saziare qualunque necessità. Per una vasta schiera di economisti la spesa pubblica è un fattore di inefficienza dei mercati. Addirittura un modo per sperperare risorse senza alcun giovamento.

La famosa spesa pubblica improduttiva.

Ma che vuol dire? A rigor di vocabolario, una spesa è improduttiva quando non produce effetti. Tipo prendere un sacco di denaro pubblico e buttarlo nella spazzatura.

Eppure neanche in questo caso, a rigor di logica macroeconomica, si potrebbe dire che buttare soldi nella spazzatura non abbia prodotto effetti. Per buttare il mio ideale sacco di denaro ho dovuto portarcelo direttamente, spendendo altri soldi (ecco l’effetto) per comprare la benzina necessaria, o tramite un impiegato (ovviamente pubblico) al quale dovrò pagare una retribuzione (ecco un altro effetto).

Per essere davvero una spesa improduttiva dovrei far sparire il mio sacco di soldi senza svolgere alcuna attività che abbia un riflesso economico o che sia infinitesimale. Tipo farlo sparire con il click di un computer.

Stando così le cose dovremmo leggere con un po’ più di attenzione i rendiconti dello Stato, per provare a capire dove sia la spesa davvero improduttiva, e quanto pesi sui nostri conti. E su quella agire, non sulla spesa pubblica in generale come categoria. A meno che, certo, non sia una guerra ideologica. e in quel caso non c’è ragionamento che tenga.

Perciò ci siamo andati a rileggere il rapporto di cassa dello Stato gennaio-giugno 2012, ossia quello che fotografa la spesa effettiva del settore pubblico.

Nel primo semestre 2012 abbiamo avuto 356,856 miliardi di incassi totali, di cui 345,919 di incassi correnti (tasse, imposte contributi e altre amenità). Questo è quanto lo Stato ha sottratto alle nostre tasche.

Sempre nel primo semestre 2012, abbiamo avuto 387,461 miliardi di spese totali, di cui 359,869 di spesa corrente e appena 21,961 miliardi di spesa per investimenti (6,331 mld sono andati alle imprese e 747 milioni alle famiglie). Questo è quanto lo Stato restituisce ai cittadini.

La differenza fra entrate e spese correnti è negativo per 13,95 miliardi. Quindi lo Stato spende (dà) più di quanto guadagna (prende). Notate che la semplice sostituzione della parola spendere con dare e della parola guadagnare con prendere, fa vedere lo Stato sotto tutta un’altra luce.

I teorici della spesa pubblica improduttiva, a questo punto, dovrebbero fare le pulci a questa spesa corrente, visto che chiunque mastichi un po’ di economia sa che è vagamente masochistico mettere sotto accusa la spesa per investimenti. Si può sindacare su quali investimenti fare, non sulla necessità di farli.

Ebbene, di questi 359 e passa miliardi di spesa corrente, nel primo semestre 2012 sono stati spesi 79,811 miliardi per pagare il personale in servizio. E’ una spesa improduttiva? Se tutti i dipendenti pubblici portassero all’istante i loro stipendi all’estero col semplice click di un computer lo sarebbe sicuramente. Ma è più probabile che spendano questi soldi per vivere, comprando questo o quello. Ossia fanno girare l’economia con la loro domanda di beni e servizi.

Chi dice che bisogna tagliare la spesa per i dipendenti pubblici, aldilà delle valutazioni sulle qualità o quantià del lavoro che fanno, dovrebbe anche sottolineare che senza stipendio queste persone non consumeranno un bel nulla, e quindi l’economia rallenterà. Tutto sembra tranne che improduttiva, questa spesa.

Un’altra voce di spesa, che vale 58,735 miliardi, è quella per acquisti di beni e servizi: penne, sedie, benzina e cose così. Anche qui, al di là delle valutazioni su come si spendano e per cosa questi soldi (rischi di corruzione e sprechi che vediamo tutti) rimane la questione che questi soldi saranno dati a qualcun altro che li utilizzerà per soddisfare le sue esigenze di consumo e investimento. Anche gli acquisti, insomma, fanno girare l’economia e sembrano tutt’altro che improduttivi.

La voce monstre della spesa corrente si chiama “trasferimenti ad altri soggetti” e vale 168,324 miliardi. Cosa c’è dentro? Sostanzialmente il welfare, quindi pensioni, assistenza sociale, sanità. Tagliare qui è una scelta politica, ma a livello macroeconomico vale quanto abbiamo detto per gli stipendi dei dipendenti pubblici e i beni della pa: meno soldi lo Stato restituisce sotto forma di pensioni, sanità e servizi, più lentamente girerà il motore dell’economia perché le persone avranno meno soldi da spendere. Anche qui, di spesa pubblica improduttiva c’è ben poco.

Rimane un’altra voce, rilevante e in costante crescita: gli interessi passivi che paghiamo sul nostro debito pubblico. Nel primo semestre 2010 erano 33,783 miliardi, diventati 37,879 nel 2011 e addirittura 41,809 nel 2012. Quasi la metà di questi soldi si può stimare vadano ad investitori esteri, che hanno più o meno la metà del nostro stock di debito, il resto a investitori italiani, in gran parte istituzionali.

Poco più della metà di 41 miliardi, quindi, è finita nella pancia di investitori finanziari nostrani: banche, assicurazioni, fondi pensione italiani e una quota ristretta di famiglie. Comunque questi soldi sono rimasti nel circuito economico italiano e quindi in un modo o in un altro rimessi in circolazione (speriamo). Anche qui si può parlare di spesa pubblica elevatissima, equivalente a quella del totale degli investimenti pubblici del semestre, che sarebbe bello poter utilizzare per fare altri investimenti più che per pagare i debiti. Ma non di spesa pubblica improduttiva.

Il resto di questi 41 miliardi, poco meno di 20, sono finiti invece in mano agli investitori esteri, che detengono circa il 40-45% del nostro stock di debito pubblico.

Quindi si può stimare che a metà 2012 circa 20 miliardi di euro siano espatriati col semplice click di un computer (oggi le transazioni finanziari si fanno così) a disposizione di chissà chi per fare chissà cosa.

Eccola qua, la nostra spesa pubblica improduttiva.

Debito pubblico? Quello privato è peggio

Nella pubblicistica economica l’argomento del debito pubblico è quello che ha più fortuna. Ogni giorno leggiamo fiumi di parole che ammaniscono sui rischi di dissesto per le contabilità pubbliche dei paesi occidentali, con il nostro debito pubblico che campeggia in bella evidenza come esempio da non seguire. Economisti e giornalisti ci avvisano dei rischi connessi al deficit, ci riempiono di chiacchiere sugli sbilanci fra debito e Pil, ci raccontano l’altalena dello spread.

All’ombra di questo dibattito, intanto, cresce senza sosta un’altra componente del debito, quella privata, che i più accorti sanno bene essere la vera mina vagante del sistema finanziario internazionale (insieme al debito estero, ma questa è un’altra storia), visto che l’aumento dell’indebitamento privato, sia esso relativo alle istituzioni finanziarie sia quello delle famiglie, componente quest’ultima assai più destabilizzante, può facilmente condurre a una crisi sistemica. Una banca si può sempre nazionalizzare (aumentando il debito pubblico). Una famiglia no. E quando la gran parte delle famiglie di un paese è sovraindebitata, i rischi per l’equilibrio generale si fanno assai più pronunciati.

Per questa ragione ci siamo letti un illiminante paper della Banca d’Italia (Household over-indebtedness: definition and measurement with Italian data) che analizza lo stato di salute del debito delle famiglie italiane, che purtroppo ha il limite di essere scritto con dati aggiornati al 2010, quindi non tiene conto del peggioramento generale registrato negli ultimi due anni.

E tuttavia ce n’è abbastanza per drizzare le antenne. Il punto più rilevante è che fra il 2006 e il 2010, in Italia, tutti gli indicatori che misurano il sovra-indebitamento sono cresciuti. Rispetto al passato il dato è molto rilevante. L’Italia, infatti, è un paese con un livello di indebitamento mediamente assai più contenuto rispetto ad altri paesi europei. Ma è vero altresì che nell’arco di un ventennio la quota di debito sul reddito lordo è passata da una media di poco più del 20% a oltre il 70.

Un altro dato rilevante è che, sempre fra il 2006 e il 2010, si è ridotta la quota di debito derivante da investimenti, tipicamente quello di un mutuo, mentre è aumentata la quota di debito per consumo (o credito al consumo che dir si voglia).

L’accelerazione della crisi, poi, ha fatto peggiorare tutti gli indicatori classici, come il debt-to-income ratio, ossia il rapporto fra debito e reddito, o il repayment-to-income, ossia la capacità di ripagare il debito. L’analisi della Banca d’Italia, tuttavia, è andata in profondità creando una serie di indici empirici basati anche su interviste al campione interessato.

Ma il risultato cambia poco: l’indebitamento delle famiglie italiane è cresciuto negli anni, e di conseguenza, è aumentata la percentuale delle famiglie che si possono considerare, alla luce di una serie di indicatori, sovraindebitate.

Uno studio del 2007  fatto su scala europea (quindi prima della crisi) valutava tale numero, per le famiglie italiane, intorno al 10%.

Le nuove risultanze della Banca d’Italia stimano che tale numero sia più basso: fra il 3 e l’8% a seconda dell’indicatore considerato. Ma tali percentuali contengono alcune informazioni rilevanti.

Per il 70% delle famiglie sovra-indebitate con una fascia di reddito bassa, ad esempio, l’ammontare complessivo del debito non supera i 20.000 euro. Può derivarne un problema sociale, notano i tecnici, ma non tale da turbare l’equilibrio sistemico.

Che vuol dire? Ad esempio che c’è un 6,2% di famiglie che, dopo aver pagato i debiti ogni mese, sprofonda sotto la soglia di povertà e un altro 1,15% di famiglie che sono in arretrato di almeno tre mesi sui pagamenti dei propri debiti. Questo non provoca turbamenti al sistema finanziario internazionale (perché comune i debiti vengono pagati), ma al sistema sociale sì.

Se però cambiamo indicatore e prendiamo quello che misura il debt-burden, ossia la relazione fra l’ammontare totale del debito e gli oneri ad esso connessi, viene fuori che il 70% delle famiglie sovraindebitate ha un debito sulle spalle di circa 100.000 euro, questo sì pericoloso per il sistema anche se magari riguarda solo un piccolo campione di famiglie. Ma all’epoca della crisi dei subprime americani, lo ricorderete, bastarono una manciata di default familiari per polverizzare la fiducia.

Al di là degli indicatori statistici, rimane il fatto che il 29,83% del totale delle famiglie riportano di avere “difficoltà o grandi difficoltà” per arrivare alla fine del mese.

Questo nel 2010.

Oggi sono di sicuro di più.

Formiche, cicale e italiani

C’è molto di più di quello che sembra dietro quel dato diffuso fa dalla Banca d’Italia secondo il quale il 65% degli italiani non reputa di avere un reddito adeguato alle proprie necessità.

C’è l’evoluzione di un popolo, guidata non dalla genetica ma dall’economia, che ha smesso di essere la formica del mondo e ha tentato senza troppo successo di essere una cicala. Non abbiamo bruciato i risparmi per goderci la vita. Ma solo per tirare avanti. 

Il trentennio trascorso regala alle statistiche economiche una popolazione che troverebbe ragionevole risparmiare, ma non ci riesce, e vorrebbe anche consumare, ma non può.

Questo dilemma ancipite è il destino contemporaneo dell’italiano medio.

I dati sull’andamento del risparmio, contenuti in due occasional papers della Banca d’Italia, sono stupefacenti. Il picco di tasso di risparmio le famiglie italiane lo raggiungono nel 1983, quando supera il 27%. Da allora il calo è costante e progressivo.

L’altro picco, stavolta al ribasso, le famiglie italiane lo sperimentano nel 2000, quando il tasso di risparmio scende intorno al 10%. Solo che poi è peggiorato ancora. Dopo una breve ripresa fra il 2001 e il 2002, con l’ingresso dell’euro riparte l’erosione del risparmio che nel 2008, prima quindi della Grande Crisi, è già tornato al livello del 2000, per scendere sotto quota 9% (precisamente l’8,6%) nel 2011.

Per dare un’idea della portata di questo cambiamento nel costume nazionale, vale la pena confrontarci con gli altri. Nel ’95, quando ancora la propensione nostrana al risparmio stava sopra il 20%, eravamo davvero le formiche d’Occidente. Sotto di noi ci stava solo la Germania, che si collocava intorno al 17%, mentre la media euro era intorno al 14%. I paesi anglosassoni, notoriamente poco inclini al risparmio, quotavano circa il 9% (GB) e 5% (Usa).

Questa virtù – ricordiamo che a livello macroeconomico al risparmio corrisponde la capacità di investimento – l’abbiamo perduta negli anni. Nel 2000, primo anno nero del risparmio italiano, la Germania ci supera, ma rimaniamo sopra la media Ue.

Nell’età dell’euro il risparmio italiano cola a picco. La propensione scende a quota 12% nel 2011, al di sotto della media Ue, mentre quella tedesca rimane stabile più o meno al livello del ’95.

Sono i tedeschi ormai le formiche d’Occidente.

Cos’è successo? E’ successo che da un certo punto in poi le curve del reddito lordo e dei consumi si sono divaricate drammaticamente.

Fatto 100 il livello dei redditi e dei consumi nel 1980, fino al 1987 la curva del reddito rimane sopra quella dei consumi. E poiché il risparmio è la differenza fra reddito e consumi, ecco spiegato perché nel 1983 abbiamo raggiunto il picco di risparmio.

Fra il 1987 e il 1992 le curve camminano quasi sovrapposte. Quindi la divaricazione.

Il 1992 si conferma ancora in un’occasione l’anno di svolta della società italiana.

Dal 1992 la curva dei redditi si schiaccia e quella dei consumi si impenna. Diventiamo cicale. Usiamo i risparmi per pagarci i consumi.

Al picco di crescita dei redditi, registrata nel 2007, l’indice misura circa 143, appena il 43% in più rispetto al 1980, mentre la curva dei consumi, sempre nel 2007, supera quota 160. Quei venti punti di differenza fra i due indici spiegano perché sia sprofondato il risparmio.

Dal 2008 al 2011 la curva dei redditi cala molto più drammaticamente rispetto a quella dei consumi. Non siamo più formiche, e l’assottigliamento del risparmio blocca anche i consumi. L’austerità fa il resto. L’indice dei redditi, a fine 2011, scende a 137 (quindi abbiamo perso  potere d’acquisto); l’indice dei consumi oscilla sempre intorno a 160. Quasi un inno al vorrei (consumare) ma non posso. E il risparmio continua a calare.

Conclusione: da dieci anni abbiamo smesso di essere formiche, dal 2008 di essere cicale.

Siamo solo italiani.

L’odissea ventennale del mattone pubblico

Sono il convitato di pietra di ogni discussione pubblica. Il Moloch che campeggia rassicurante sulle pagine dei giornali ogni volta che si parla di risanamento dello Stato. Rappresentano, insieme al cosiddetto patrimonio mobiliare, la ricchezza pubblica italiana calcificata da svariati decenni fra le pieghe del bilancio statale.

Sono gli immobili dello Stato.

Fateci caso: ogni volta che si parla di abbattere il debito pubblico, spuntano loro. Succede dagli anni ’90, e purtroppo l’esperienza sembra aver insegnato poco, visto che ancora l’argomento è gettonatissimo malgrado i guadagni siano stati assai al di sotto delle aspettative (e dei valori presunti) e presto bruciati dall’idrovora statale.

Quello che è rimasto di un ventennio di odissea, durante la quale il mattone pubblico ha attraversato qualunque prova degna di Ulisse, è un groviglio di norme più o meno confuse, una sterminata messe di metri quadrati pubblici ancora improduttivi, quando non direttamente a perdere, e una privatizzazione dei guadagni (a favore di pochissimi) associata alla consueta socializzazione delle perdite.

Capirete che sentire di nuovo parlare di “valorizzazione” degli immobili pubblici è quantomeno inquietante.

Cominciamo dalla domanda più semplice. Esattamente, quanti sono questi immobili? Anche qui, si potrebbero scrivere i classici fiumi di inchiostro. Noi abbiamo scelto una fonte (speriamo) attendibile, ossia l’indagine conoscitiva svolta dalla commissione finanza della Camera nei primi mesi del 2011 e terminata nel luglio dello stesso anno con una relazione di appena 24 pagine.

Qui troviamo solo una parte della risposta, ma è più che sufficiente per capire di che cifre stiamo parlando. Ossia quella relativa al patrimonio immobiliare dove lavorano i dipendenti pubblici o svolgono la propria attività le varie amministrazioni dello Stato.

Una buona parte di questo patrimonio è di proprietà. In particolare si tratta di 543.000 unità immobiliari di proprietà dello Stato equivalenti a oltre 222 milioni di metri quadrati, a cui si aggiungono 776.000 terreni, che equivalgono a 13 miliardi di metri quadrati.

Il dato interessante è che nel 92% dei casi le amministrazioni dello Stato usano immobili di cui sono proprietarie e solo nel 2% dei casi usano immobili messi a disposizione da altre amministrazioni (statali anch’esse). Poi ci sono diverse occupazioni senza titolo (lo Stato abusivo di se stesso) e per circa 2.000 immobili non è nota la data di scadenza delle locazioni.

Interessante vedere le destinazioni d’uso. Il 72% hanno finalità istituzionali, il 10% per fini residenziali, in gran parte relativi agli immobili degli enti di previdenza o dei comuni. Nulla dice la relazione del restante 18%. Quanto ai terreni, il 96% è utilizzato dai proprietari, cioé lo Stato, mentre la proprietà per circa il 98% è in mano ai comuni.

Questa gigantesca mano morta ha un valore importante, e questo spiega il costante pensierino che ci dedicano i soliti noti. Secondo stime effettuate dal ministero dell’economia e delle finanze, le unità immobiliari dovrebbero valere fra il 239 e i 319 miliardi di euro, i terreni fra gli 11 e i 49. Si va quindi da un minimo di 250 a a un massimo di 368 miliardi, tutto compreso.

A fronte di tutto ciò, lo Stato spende per affitti fra gli 800 e gli 850 milioni l’anno. Un raro caso di grande proprietario che paga degli affitti.

Questa montagna di ricchezza virtuale porta con sé la spiacevole controindicazione che questi immobili, come abbiamo visto, servono in larga parte alle amministrazioni dello Stato. Chi parla di valorizzazioni degli immobili pubblici, quindi, dovrebbe tenerne conto. Detto in soldoni: posso pure vendere una sede dell’Inps o di un ministero per spuntare qualche euro, ma poi quegli uffici dove li metto?

Anche qua, un breve viaggio nella storia recente aiuta. Fra il 2004 e il 2005 le sempiterne “esigenze straordinarie di finanza pubblica” costrinsero il governo dell’epoca a varare due fondi comuni di investimento immobiliare, ossia il Fondo immobili pubblici e il fondo patrimonio 1, dove furono conferiti a prezzi davvero convenienti 428 immobili pubblici utilizzate da amministrazioni dello Stato. Queste ultime furono costrette a siglare contratti di 9+9 anni, ai canoni dell’epoca (quando il mercato era ancora in pieno boom) per continuare ad abitare dove avevano sempre abitato gratis, andando così ad alimentare il capitolo delle locazioni passive.

In questo modo il mattone pubblico esce dalla porta, si privatizza, con ampia gioia di banche e sottoscrittori del fondo, e rientra dalla finestra, sotto forma di affitto a caro prezzo con canone garantito dallo Stato, che giosamente paga.

Se poi andiamo a vedere cosa sia successo con le mitiche cartolarizzazioni Scip 1 e Scip 2 risalenti al 2001, la sostanza non cambia. Gli enti previdenziali si disfarono con poco guadagno e grandi spese di parte del loro patrimonio immobiliare. La Scip 1 finì bene, nel senso che si completarono le vendite. La Scip 2 finì male. Dopo aver tentato per anni di vendere tutti i 6,8 miliardi di beni cartolarizzati, lo Stato si dovette rassegnare a retrocedere all’Inps tutto l’invenduto, gravando i già traballanti conti immobiliari dell’istituto con una grossa fetta di mattone dal valore di circa 1,8 miliardi. La conseguenza è che adesso i rendimenti immobiliari dell’Inps sono negativi.

Stavolta, il mattone pubblico, uscito dalla porta, rientra dal portone. E lo Stato, anche qui, gioiosamente paga.

Come si vede, la storia non cambia. Dopo una lunga odissea, proprio come Ulisse il mattone pubblico torna a Itaca.

 Rectius: Italia