Etichettato: tassi di interesse
Le banche centrali fanno esplodere i debiti delle famiglie
Nella forsennata crescita del credito, che ha finito col rinchiudere il mondo nella trappola del debito, le banche centrali del mondo giocano un ruolo rilevante, per non dire che ne sono direttamente responsabili.
Queste entità, che dall’esplodere della Grande Crisi hanno assurto al ruolo di demiurghi delle nostre società, hanno insieme il merito di aver evitato il tracollo – il redde rationem – e dall’altro di aver creato le premesse per il prossimo, che quando si presenterà sarà assai più problematico (e costoso) da gestire.
A ciò si aggiunganol’effetto disastroso che ha sugli animal spirit dei capitalisti l’idea che il denaro sia gratis – anzi a tassi negativi – e che le banche centrali siano diventati contenitori inesauribili di asset, laddove bilanci ormai tesi all’inverosimile non si sa più bene come né quando potranno tornare alla normalità.
La Bis ha gioco facile, nella sua ultima relazione annuale, a rilevare come dal 2007 al 2013 i bilanci delle banche centrali siano più che raddoppiati, superando quota 20 trilioni di euro a furia di riempirsi di obbligazioni, necessarie sostenere alcuni bilanci pubblici, e riserve. E ha gioco altrettanto facile nel notare che tanta fatica, che pure tutti dicono necessaria a fronteggiare il crack post Leham, ci abbia oggi condotti a vivere in un mondo assai più pericoloso di prima, dove il minimo timore di un aumento dei tassi fa esplodere la paura.
Ma ancor peggio, il gioco del credito facile ha sortito l’effetto opposto a quello che sarebbe stato utile per fronteggiare la drammatica crisi da debito privato che ha distrutto i bilanci pubblici di mezzo mondo: il debito privato, infatti, rimane intollerabilmente alto, quando non sia aumentato proprio in conseguenza dell’azione delle banche centrali, che hanno fatto sprofondare i tassi in territorio negativo in tutte le principali economie.
La normalizzazione, perciò, nessuno sa più bene cosa significhi. Cosa farne di questi 20 trilioni e oltre che gli stati hanno accumulato, e che ormai assomigliano a un gigantesco debito fuori bilancio, è mistero gioioso. E ancor più misterioso è capire come faranno a uscire dalla secca dei tassi a zero, che ormai fa scricchiolare la loro presunta indipendenza e, di conseguenza, la loro credibilità.
Sappiamo però alcune cose, che la Bis molto graziosamente ci comunica: “Un basso livello dei tassi di interesse non risolve il problema di un debito elevato. Può contenere i costi per il servizio del debito per qualche tempo, ma poiché incoraggia, anziché scoraggiare, l’accumulo di debito, amplifica l’effetto dell’eventuale normalizzazione”.
In pratica, quando e se le BC aumenteranno i tassi, poiché nel frattempo i privati si saranno riempiti di debiti a basso costo, l’effetto sulla sostenibilità di questi debiti sarà drammatico. E stavolta gli stati non potranno più metterci una pezza, atteso che devono già fare i conti con la sostenibilità fiscale dei loro bilanci.
Come se non bastasse, complice l’economia asfittica nella quale ci arrabbattiamo tutti, sono spuntate pure “pressioni disinflazionistiche impreviste, che rappresentano una sorpresa negativa per i soggetti indebitati ed evocano lo spettro della deflazione”. Il che costringe i banchieri centrali, BCE in testa, ad inventarsi nuovi strumenti per dare ossigeno ai prezzi, quindi espandendo ulteriormente il credito, ammesso che qualcuno lo voglia.
Quo usque tandem abutere, patientia nostra? direbbe Cicerone.
“Per tutto il tempo che sarà necessario”, potrebbe rispondere un banchiere centrale parafrasando il celebre detto di Mario Draghi.
E infatti le varie forward guidance dicono tutte la stessa cosa: la politica monetaria accomodante durerà finché serve.
Peccato che la Bis non abbia dubbi quando afferma che “l’efficacia della forward guidance in presenza di tassi ufficiali alla soglia zero appare limitata”. Si fa per dire, insomma, piuttosto che dire per fare.
La verità, però, che la Bis teme anche se non lo dice, è che neppure i banchieri sanno come uscire dal cul de sac nel quale si sono infilati. “La transizione sarà probabilmente un percorso complicato e accidentato, indipendentemente da come verrà comunicata; in parte per questi motivi, non va sottostimato il rischio di una normalizzazione troppo tardiva e troppo graduale”.
Come prima e peggio di prima, insomma: questo è il rischio che sta montando sotto i nostri piedi e i cui segnali s’intravedono ormai troppo numerosi per ignorarli. E i paesi anglosassoni, che prima e più degli altri hanno iniziato questa contraddanza, sono i primi che dovranno farci i conti.
Prendete gli Usa. Gli ultimi dati sulla disoccupazione dicono che è diminuita al 6,1%, a fronte di un 6,3%, ben al di sotto del 6,5 che l’ex boss Bernanke aveva indicato come soglia per iniziare il tapering. Ricordiamo tutti il caos che scoppiò a maggio 2013 sui mercati internazionali. Tanto che la Fed si premurò di spiegare che avrebbe tenuto conto di altre variabili, preferibilmente fumose, e lo stesso ha fatto la Banca d’Inghilterra, che ormai parla genericamente di quadro macroeconomico.
Fatto sta che ormai i mercati si aspettano che la Fed inizi a far salire i tassi nel 2015. Ma una cosa è aspettarselo, un’altra è vederlo accadere.
Anche perché nel frattempo la Banca del Giappone ha lanciato la sua personalissima riscossa contro la ventennale deflazione, promettendo urbi et orbi che inonderà il mondo di yen. La conseguenza è stata che la BoJ ha già accumulato asset nel suo bilancio equivalenti al 50% del Pil giapponese, di fronte ai quali il “misero” 20% di Fed, BoE e Bce sembra persino poca cosa.
E parliamo solo delle banche centrali principali, ossai di quelle che dettano la linea.
Se andiamo a vedere in alcuni paesi meno rilevanti, ma non per questo meno sistemici, scopriamo nei numeri l’effetto che queste politiche hanno avuto nei bilanci delle famiglie. Vale a dire coloro che con questi disastri dovranno farci i conti, qualora gli dèi della finanza dovessero nuovamente cadere nel baratro di una crisi di fiducia.
Anche in quest’analisi ci soccorre la Bis. La Banca ha preso in esame alcune economie avanzate, anche se di stazza minore rispetto ai colossi. In particolare: Australia, Canada, Nuova Zelanda, Norvegia, Svezia e Svizzera.
Tutte costoro condividono la circostanza di avere un elevato debito privato e un’inflazione più bassa dell’obiettivo, malgrado tassi nominali che in alcuni casi, come la Svizzera, sono praticamente a zero.
Ebbene, dal 2007 al 2014, il debito delle famiglie, in percentuale del reddito disponibile, è passato dal 155% a oltre il 175%, incoraggiato dai tassi negativi e dal costante aumento del mattone.
Cosa succederà a questi debiti quando i tassi americani cominceranno a salire?
Tutti conoscono la risposta.
Ma nessuno la dice.
Esercizi di retorica sul debito pubblico: la Germania insostenibile (al contrario di noi)
Nel meraviglioso mondo delle retorica, che oggi usa l’algoritmo e l’equazione astrusa per darsi importanza, non è la verità che importa, e neanche il buon senso del padre di famiglia, ma la persuasione.
E d’altronde cosa meglio dell’artifizio retorico potrebbe giovare a convincere i creditori a finanziare il debito monstre che ormai si aggira per il globo?
Non è un caso, perciò, ma una precisa strategia di marketing, che le tecniche finanziarie, a cominciare quelle che misurano la sostenibilità dei debiti, siano evolute con il loro aumentare.
Al crescere dei debiti, e quindi dei crediti concessi, l’artifizio deve necessariamente raffinarsi per divenire ogni volta più convincente. E quindi bisogna addestrare, nutrire e soprattutto pagare, una pletora ormai innumerevole di specialisti che devono studiare pratiche, elaborare software, insegnare pure queste materie, in una parola economicizzare sempre di più il mondo per continuare a rendere possibile che la giostra continui a girare.
Che poi questo immane sforzo di calcolo sovente si riduca al paradosso, se non addirittura all’assurdo, fa parte di quello che Popper chiamava costante processo di falsificazione della teoria scientifica che, in quanto tale, si presume infinitamente perfettibile proprio in virtù della sua approssimazione. Celebrare l’assurdo come prologo della verità, di conseguenza, è solo il capolavoro del moderno argomentare retorico del nostro tempo che chiamiamo discorso scientifico, del quale l’economia è solo un’applicazione.
Ora, nulla più di un esempio serve a comprendere.
Stavolta prendiamo a prestito dall’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato da Bankitalia dove, fra le tante cose che contiene, troviamo alcuni dati su un tema assai delicato che abbiamo iniziato a conoscere: quello della sostenibilità dei debiti pubblici dei principali stati europei.
In particolare, Bankitalia cita due indicatori di sostenibilità: l’indicatore S2, che conosciamo già, e l’indicatore elaborato dal Fmi, che l’organizzazione usa quando redige i suoi fiscal monitor.
Bene, contraddicendo quello che potrebbe pensare il nostro senso comune, secondo l’indicatore S2, il nostro debito pubblico gode di ottima salute. In particolare, l’indice quota -2,3, il che significa che il nostro debito pubblico è sostenibile nel lunghissimo periodo, e, anzi, la nostra contabilità pubblica gode di un grado di libertà pari al 2,3% del Pil che potrebbe essere utilizzato qualora se ne ravvedesse la necessità.
Ricordo che l’indicatore S2 calcola la quota di avanzo primario (nel nostro caso essendo negativo significa che possiamo permetterci una diminuizione dell’avanzo primario) necessario, date le proiezioni demografiche a macroeconomiche, a soddisfare il vincolo del bilancio intertemporale. Tale stima tiene anche conto delle prospettive di crescita dell’economia, dell’andamento dei tassi di interesse e del flusso degli avanzi primari futuri.
Tutto è bene quel che finisce bene, allora?
Non proprio. La Commissione Ue, dalla quale Bankitalia ha estrapolato l’indice S2, sottolinea nel suo Fiscal sustainability report del 2012 che la sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica italiana si basa sull’ipotesi che l’Italia tenga il suo avanzo primario al 5% del Pil dal 2014 in poi. Significa in pratica che dovremmo coprire interamente con l’avanzo primario il deficit, trovandoci in una condizione di pareggio strutturale di bilancio.
Sappamo già che nel suo ultimo Def, tali condizioni non si verificheranno quest’anno, ma, forse dal 2016 in poi.
Ma aldilà del suo numerico argomentare, la realtà politica del discorrere emerge con prepotenza allorquando la Commissione elogia la riforma delle pensioni italiana che, nota, “ha consentito di far cadere il rapporto della spesa pensionistica sul Pil”.
E questo, insieme alla spesa sanitaria, è il punto qualificante.
Detto ciò, vale la pena osservare l’altro indicatore, quello del Fmi. Quest’ultimo, estratto dal Fiscal monitor di aprile 2014, calcola l’aumento dell’avanzo primario sul Pil che dovrebbe essere conseguito entro il 2020, e mantenuto per un altro decennio, per avere un rapporto Debito/Pil al 60%. In pratica replica il comportamento dell’indicatore S1, includendovi la dinamica della spesa pensionistica e sanitaria fra il 2014 e il 2030.
Ebbene, quest’indice, per l’Italia, vale 2,8, ossia il 2,8% del Pil. Quindi significa che, entro quest’anno, dovremmo aumentare del 2,8% del Pil l’avanzo primario del 2013 (che era il 2,2%) e quindi arrivare al 5% fino al 2030 per avere un debito/Pil al 60% entro il 2030.
Come vedete, i due indicatori sono evidentemente interrelati e il succo politico è molto semplice: già da quest’anno, a bocce (della crescita) ferme, dovremmo fare un avanzo primario monstre per avere garanzia della sostenibilità del nostro debito. Questo quando sappiamo che la sorte del nostro avanzo primario ipotizzata dal governo è assai diversa.
Potremmo finirla qua, per sprofondare nella solita eurodepressione che avvolge ognuno di noi quando parliamo o sentiamo parlare di finanza pubblica.
Peer consolarci, invece, andiamo a prendere lezioni dalla Germania, che, in teoria, dovrebbe essere un esempio di finanza pubblica per tutti noi.
Pensate, ad esempio, che la Germania ha un disavanzo pubblico pari a zero, e solo in leggera crescita (allo 0,1% del Pil) nel 2015. Ciò significa in pratica che il debito pubblico tedesco scende ogni anno. E infatti i dati di Bankitalia lo vedono al 78,4% del Pil nel 2013, al 74,6 quest’anno e al 70,8% l’anno prossimo. Il costo al quale la Germania s’indebita, poi, dovrebbe convincere qualunque creditore della bontà del debito pubblico tedesco.
Eppure, i nostri indicatori la vedono diversamente.
L’indicatore S2 quota nell’ordine dell’1,4% del Pil l’aggiustamento dell’avanzo primario che la Germania dovrebbe conseguire per rispettare il vincolo del bilancio intertemporale. L’indicatore FMi, invece, stima sia necessario un aggiustamento in aumento dello 0,9% del Pil, entro il 2014, per arrivare al 60% del debito Pil entro il 2030. Considerate che il Germania l’avanzo primario del 2013 è stato del 2,2% del Pil come in Italia, ma si prevede in calo fino all’1,4% del Pil nel 2015.
Conclusione: il debito tedesco, visto nella sua prospettiva di lungo termine, è, secondo i nostri leggendari indicatori, non sostenile.
Quello italiano, al contrario, no.
Sentitevi liberi di ridere.
(3/fine)
Leggi la prima puntata Leggi la seconda puntata
