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Cartolina. La globalizzazione dei pacchi
Prima ancora che la pandemia ci rendesse consumatori compulsivi di shopping on line il numero di spedizioni internazionali di pacchi risultava più che quadruplicata in meno di vent’anni. E che dire della spesa dei turisti? Anche questa è quadruplicata in meno di vent’anni, sempre prima che la pandemia l’affossasse,e risulta difficile immaginare un’attività meno virtuale di questa. Ciò per dire che la nostra globalizzazione, che si racconta sempre più digitale, rimane robustamente analogica, come peraltro dimostra il panico internazionale dopo il blocco del canale di Suez provocato da un incidente a un cargo. Le banche centrali dicono di star lavorando a una valuta digitale per migliorare i pagamenti transfrontalieri. Ma forse alla globalizzazione servono di più i corrieri.
Esplode la crisi degli immobili commerciali
La circostanza che il Fmi abbia deciso di dedicare un capitolo della sua ultima Global financial stability review ai tormenti vissuti dal settore degli immobili commerciali, devastato dai vari lockdown, dà pienamente ragione a chi temeva che gli effetti della pandemia sul settore sarebbero stati non solo notevoli, ma anche imprevedibili quanto agli esiti. Smart working, stop dei flussi turistici e chiusure selettive di attività commerciali non poteva che generare una generale svalutazione degli immobili commerciali che vivono grazie agli affari e quindi muoiono quando gli affari spariscono.

Il grafico sopra fotografa l’andamento delle transazioni in diverse regioni nei vari settori, con quello turistico a soffrire più di tutti, seguito però a ruota dal settore uffici. Notate che fra il secondo trimestre del 2020 e il quarto c’è stato un certo miglioramento, ma solo per alcuni settori e in alcune regioni. Gli hotel continuano a soffrire e il settore uffici in Europa, è pure peggiorato, al contrario di quanto si osserva in Asia e nel Pacifico e nelle Americhe.
Aldilà di questi andamenti stagionali, è il quadro d’insieme che preoccupa il Fondo, per la semplice ragione che gli immobili commerciali sono una parte importante dei business bancari, e non solo. Sempre più spesso in diverse giurisdizioni anche gli intermediari finanziari non bancari, ad esempio compagnie di assicurazione o fondi pensione, hanno fornito finanziamenti al settore. Il timore insomma è che uno shock del mattone commerciale possa avere un impatto sui prezzi capace di indebolire il rating dei prenditori e insieme di indebolire i bilanci dei prestatori.
Questa sorte di tempesta perfetta, quindi, dipende in larga parte dall’andamento dei prezzi. Per stimarlo il Fondo confronta i prezzi di mercato con quelli impliciti del fondamentali economici. L’emergere di disallineamenti fra queste due grandezze amplifica i rischi di ribasso del pil.
Nell’esempio fornito dal Fondo, un calo di 50 punti base del tasso di capitalizzazione degli immobili rispetto al suo trend di lungo periodo può generare un rischio per la crescita di 1,4 punti di pil nel breve termine, che diventano il 2,5% nel medio.

L’esame dei dati, purtroppo, conferma che “i disallineamenti dei prezzi sono aumentati”. Con la differenza, rispetto a crisi precedenti – si pensi allo stress vissuto dopo la grande crisi finanziaria del 2008 – che stavolta non è l’eccesso di debito a generare le tensioni, ma il calo dei ricavi operativi e della domanda di questi immobili. E’ una crisi dell’economia reale, si potrebbe dire.
Ovviamente la speranza è che la ripresa delle attività economiche conduca al riassorbimento di questi disallineamenti. Ma rimane un’incognita: i cambiamenti intervenuti nel frattempo a causa della pandemia – si pensi allo smart working – sono destinati, come sembra, ad avere un effetto persistente?
Sarà questo a fare la differenza. “Un aumento permanente dei tassi di sfitto di immobili commerciali di 5 punti percentuali (a causa di un cambiamento nelle preferenze dei consumatori e delle aziende) potrebbe portare a un calo dei valori del 15% dopo cinque anni”, spiega il Fondo. E in questo caso il new normal potrebbe risultare insostenibile per un settore così strategico per l’economia internazionale.

Ovviamente nessuno sa come andrà a finire questa storia. Il rischio in qualche modo verrà compensato dalle politiche monetarie accomodanti mentre le banche dovrebbero attivare politiche macroprudenziali per gestire i finanziamenti. Ma risulta chiaro che bisogna rimanere pronti ad affrontare l’emergenza. D’altronde sembra che non facciamo altro. Almeno da un ventennio.
Il matrimonio secolare fra politica e telco
Nulla come la storia serve a dimostrare come certe astrazioni di cui ci siamo occupati altrove analizzando la dicotomia fra economia e politica, esistano solo nelle teste degli studiosi. Cose bellissime, per carità. Ma che aiutano poco a capire come funzionano davvero le cose in quel guazzabuglio che sono i fatti. Nella realtà è tanto difficile distinguere l’economia dalla politica quanto il battito di una mano sola mentre si applaude, come diceva un vecchio indovinello zen.
Vale la pena perciò leggere tutto d’un fiato un paper di una trentina di pagine diffuso dal Brookings che ha il pregio di osservare come gli ultimi 150 anni raccontino del lungo matrimonio ancora in corso fra la politica e le telecomunicazioni, ossia un fatto che dovrebbe essere squisitamente economico, come sembrò voler intender il premier canadese Trudeau alla fine del 2018 quando disse che l’eventuale ingresso di Huawei nel mercato canadese “non dovrebbe essere una decisione politica”. Tutto il contrario di quel che racconta la storia.
Quest’ultima infatti è testimone del fatto che tali scelte strategiche, che hanno un profondo retroterra economico – la diffusione delle tecnologie di comunicazioni ebbe un ruolo determinante nella globalizzazione del lunghissimo XIX secolo – sono naturalmente politiche. Nel senso che i decisori, siano essi grandi imprenditori o uomini di stato, hanno sempre fatto scelte coerenti con la logica del potere che gestivano in quel determinato momento.
L’analisi del Brookings risale addirittura al 1840 e mostra come “molte delle questioni con le quali si confrontano oggi i policymaker hanno molte analogie con quelle del passato”. Addirittura, le recenti politiche sulla diffusione e la titolarità delle tecnologie 5G riecheggiano “dispute dimenticate di 150 anni fa”. “Molti degli elementi oggi familiari della competizione sulle telecomunicazioni sono stati sviluppati più di un secolo fa con lezioni importanti per il dibattito del presente”.
Non sarà sorprendente per chi crede nel fatto che la seconda metà dell’Ottocento abbia determinato la fisionomia dell’attuale processo di globalizzazione. Ma comunque vale la pena farlo, questo viaggio. Esplorando la storia, si impara sempre qualcosa.
(1/segue)
Seconda puntata. Telco e politica: quando la Cina era la Germania
Matrimonio (digitale) in UK fra Tesoro e banca centrale
Poiché la forma è sostanza, specie quando si fanno comunicazioni ufficiali di una certa importanza, vale la pena sottolineare un dettaglio assolutamente rilevante contenuto nella nota con la quale la Bank of England ha annunciato di aver costituito una task force per valutare la possibilità e l’opportunità di emettere una valuta digitale di banca centrale. Ossia il fatto che a questa task force partecipi anche il governo con il ministero del Tesoro.
Il dettaglio non è di poco conto. Nelle svariate comunicazioni con le quale le banche centrali di mezzo mondo hanno annunciato di voler approfondire l’opportunità di emettere una central bank digital currency, il riferimento alla partecipazione del governo non è mai stato così esplicito. E questo non passa certo inosservato. Tanto più quando si legge che “Il governo e la Banca d’Inghilterra non hanno ancora deciso se introdurre un CBDC nel Regno Unito e si impegneranno ampiamente con le parti interessate sui vantaggi, i rischi e gli aspetti pratici di farlo”. Una scelta che dovrebbe essere squisitamente di natura monetaria, insomma, e quindi di competenza della BoE è quantomeno compartecipata.
Forse è esagerato tirare in ballo questioni della massima importanza come l’indipendenza della banca centrale, che peraltro la BoE ha ottenuto molto tardi, nel 1998. Ma certo, forse anche in conseguenza del Brexit, governo e istituto di emissione hanno evidentemente sentito l’esigenza di far arrivare al mercato il messaggio che i tempi in qualche modo sono cambiati. Il pretesto della CBDC, da questo punto di vista, è ideale. Il matrimonio fra Tesoro e Banca centrale si limita al digitale. Almeno per adesso.
La globalizzazione emergente. Tensioni sul Mar Nero
Due fatti molto diversi fra loro hanno accesso l’attenzione degli osservatori internazionali su un’area del mondo usualmente poco frequentata dalle cronache, ma sempre molto strategica per chi ha occhi per vedere: il Mar Nero. Questo enorme specchio d’acqua che attraverso gli stretti turchi collega la parte orientale dell’Eurasia al Mediterraneo è stato sempre uno dei punti dolenti delle relazioni internazionali, rappresentando una sorta di frontiera marittima ai tempi della guerra fredda fra il mondo sovietico e quello occidentale. Oggi è una confusa linea di demarcazione fra due diverse visioni della globalizzazione che rappresentano interessi diffusi che vanno dall’energia al “semplice” controllo del territorio.
Nulla di strano perciò che attorno al Mar Nero fioriscano di tanto in tanto tensioni per i più svariati motivi. Quelli più recenti sono l’effetto diretto della rivalità strategica che Turchia e Russia vivono da secoli, sin da quando erano ottomani e zaristi, che il presente ha trasformato in collaborazione tattica, ma che comunque rimane sullo sfondo delle relazioni internazionali. E si esprime in due diversi dossier che casualmente (?) sono venuti a maturazione nello stesso momento. Da una parte l’inizio dei lavori al Canale Istanbul, che ha generato non poche tensioni in Turchia, culminate in una lettera aperta di diversi ammiragli contrari all’opera voluta dal Erdogan. Dalla parte opposta – in senso letterale quindi geografico – il riaccendersi del fronte fra Ucraina e Russia. Le tensioni quindi attraversano il Mar Nero da Sud a Nord.
In comune queste due questioni hanno alcune cose. Innanzitutto la Russia. Se il progetto di Erdogan di costruire un canale parallelo al Bosforo si realizzerà, questo avrà un impatto sui traffici marittimi della Russia, visto che dagli stretti turchi passa molto del traffico petrolifero di Putin. Quest’ultimo sarebbe costretto a pagare pedaggi per passare dal Canale che potrebbero essere assai più costosi della cifra poco più che simbolica – circa 4.500 dollari per nave secondo Bloomberg – che si paga adesso per passare dal Bosforo. Per “obbligare” all’uso del nuovo Canale, che chiede di essere ripagato dal traffico marittimo – per giunta in calo negli ultimi anni – dei costi per la costruzione, si pensa che il premier turco possa in qualche modo “forzare” la convenzione di Montreaux, che nel 1936 regolamentò a livello internazionale i traffici degli stretti turchi.
Da qui la protesta degli ammiragli turchi, che temono per gli equilibri del Mar Nero, e la furiosa reazione di Erdogan che ha accusato i militari di golpe. Il progetto di Erdogan, insomma, tirando le somme sembra aver come scopo l’ennesimo riposizionamento turco sullo scacchiere internazionale. La Turchia non solo vuole confermare e rafforzare il suo ruolo di hub energetico, garantendosi sempre più rendite di posizione, ma viaggia sempre sul crinale di una sorta di doppio gioco fra l’alleato Nato, e il partner russo. Doppiare il Bosforo, infatti, non serve solo per far scendere più navi russe, magari a caro pedaggio, ma anche a far salire più navi Usa.
Ed è qui che entra in partita lo scenario ucraino. La Russia ha fatto della Crimea la sua frontiera con l’Occidente, e l’Occidente – Europa in testa – ha finito col fare della Crimea la sua potenziale Danzica. Dal canto suo la Turchia ha attivato un programma di cooperazione sulla difesa proprio con gli Ucraini.
La tensione su questo confine simboleggia perfettamente la confusione della relazioni fra l’Unione Europea, la Turchia e la Russia, e soprattutto sottolinea l’importanza della risposta americana, qualunque essa sarà, che indirizzerà in qualche modo l’evoluzione della crisi, visto che gli Usa a Occidente sono gli unici (insieme ai Turchi) a poter mettere in campo l’opzione militare.
Comunque vadano a finire queste crisi, sembra che il Mar Nero sia alla ricerca di un nuovo e faticoso equilibrio. E l’Ue, con le varie anime che la abitano, ognuna delle quale gioca una partita diversa, ancora una volta interpreta il ruolo del vaso di coccio fra la potenza egemone e quelle emergenti, non essendo l’una, ma in fondo neanche una delle altre.
Cartolina. La grande divergenza

Gli storici di domani ci spiegheranno perché a un certo punto della nostra vita i tassi a lungo termine crollarono a zero, mentre i debiti crescevano, probabilmente per simpatia, a un livello da dopoguerra. Magari riusciranno anche a farci capire perché al debito accadeva il contrario quando i tassi arrivavano a sfiorare il 14%. Oggi dobbiamo accontentarci di spiegazioni furbette, come quella della stagnazione secolare, che evidentemente oltre a deprimere il tasso naturale di interesse, ha il vantaggio di essere iniziata proprio col nuovo secolo, visto che prima i tassi godevano mediamente di buona salute. E’ proprio nel secolo XXI che la grande divergenza fra debiti e tassi diventa una caratteristica delle economie avanzate. Ossia le stesse che crescono al rallentatore. Ma sicuramente è un caso.
La Nazione Globale. Economia vs Politica
Uno dei lasciti più rilevanti del pensiero marxista, intimamente collegato all’emergere delle visione internazionalista, è il pensiero che i fenomeni economici siano alla base delle manifestazioni politiche, che in qualche modo sono da essi determinate.
Questa convinzione, che nelle forme meno strutturate somiglia sempre più a una superstizione, è onnipresente nel dibattito pubblico. Valga come esempio la vulgata secondo la quale la globalizzazione – raccontata come fatto economico – ha eroso lo spazio dello stato nazionale – inteso come politico – a svantaggio delle categorie meno protette della società.
Ciò viene addotto a spiegazione della rinascita del populismo nella forma di un rumoroso sovranismo. Tutti noi abbiamo sentito, letto, ripetuto o confutato questa storia chissà quante volte.
Se si volesse tentare una bibliografia delle opere che raccontano la storia come derivata prima della funzione economica verrebbe fuori un’enciclopedia. Questa narrazione persistente ha incistato questa idea così profondamente nelle nostre convinzioni che provare a confutarla è del tutto inutile. Troverete sempre qualcuno che riduce la Storia al complotto di un qualche plutocrate.
Vale la pena provare a raccontarla diversamente. Non tanto sottolineando che chiedersi se venga prima la politica o l’economia somiglia al celebre dilemma fra l’uomo e la gallina, quanto piuttosto provando a contestualizzare l’analisi marxista non solo nel periodo in cui fu concepita, ma anche nei termini ai quali si riferisce.
Prima però concediamoci un breve excursus per comprendere come questa ennesima coppia dialettica abbia informato il dibattito pubblico. Prendiamo come esempio l’analisi di Zygmunt Bauman che con poche esemplari parole centra perfettamente il problema: “L’ingresso nella modernità significò innanzitutto “spazzare via gli ‘irrilevanti’, obblighi che ostacolavano un razionale calcolo dei risultati; come affermò Max Weber, liberare lo spirito d’iniziativa dalle pastoie dei doveri familiari e dal denso tessuto di obblighi etici (…) questa fatidica svolta spalancò la porta all’invasione della razionalità strumentale (com’ebbe a definirla Weber) o al ruolo determinante dell’economia (secondo l‘espressione di Karl Marx): a partire da questo momento la ‘base’ della vita sociale assegnò a tutti gli altri campi della vita lo status di ‘sovrastruttura’ vale a dire di un prodotto della ‘base’ (ossia del razionale calcolo dei risultati, ndr) la cui unica funzione era assicurarne un ininterrotto e tranquillo funzionamento”.
L’assimilazione del razionale calcolo dei risultati all’economico, e quindi al suo dispiegarsi quale fondamento dell’organizzazione sociale è il nocciolo dell’argomentazione di Bauman, e con lui di una moltitudine di economisti, sociologi, storici, politici e pubblicisti vari che, come abbiamo visto risalgono fino al pensiero marxista per giustificare le loro convinzioni, che spesso celano il pensiero inespresso – e tuttavia estremamente trasparente – che l’economico abbia nuociuto al politico e che il mondo andrebbe molto meglio se fosse il politico a determinare l’economico.
Fatte le dovute differenze, e con il dovuto rispetto a una grande pensatore come Bauman, c’è un grande filo rosso che lega la polemica contro le due rivoluzioni borghesi del lunghissimo XIX secolo da parte dei loro coevi tradizionalisti a quella dei sovranisti contemporanei contro il “neo-turbo-liberismo” o come lo chiamano.
Se guardiamo a questa dialettica in prospettiva ritroviamo quella che abbiamo già illustrato fra il principio del nazionalismo – basato sulla sovranità, considerata l’unica in grado di assicurare il rispetto del patto sociale che i filosofi dell’età classica e poi moderna metteranno a base dello stato – e quello dell’internazionalismo che erode questo potere sostituendolo con organismi giudicati elitari e non democratici.
Ancora una volta, sembra storia di oggi, ma è di ieri. E ancora una volta troviamo il pensiero di Marx all’origine sia dell’idea internazionalista, sia della teoria che il principio economico determini le sovrastrutture politiche. E’ un caso?
Tentiamo una lettura. L’internazionalismo borghese prospera nell’economia, e quindi nella razionalità strumentale che è il suo attrezzo principale grazie al quale disarticola l’organizzazione sociale che l’ha preceduto. Poiché Marx non dubita della potenza di questo principio, ad esso non oppone – hobbesianamente – un rafforzarsi dei poteri dello stato, che in qualche modo risultava già superato dalla storia, ma la nascita dell’internazionale comunista.
Ciò a conferma del fatto che solo un diverso ordinamento economico, basato sulla classe proletaria, avrebbe determinato una sovrastruttura politica corrispondente alla visione del mondo marxista. Che sarebbe stata – è bene sottolinearlo – internazionalista. Ciò che gli epigoni di Marx tendono a dimenticare.
Detto diversamente, nella vulgata chi contrappone l’economico al politico di fatto rifiuta l’internazionalismo opponendogli l’idea nazionalista. Ma in tal modo mostra di non comprendere Marx quando scrive che il capitalismo stava creando un “mondo ad immagine e somiglianza della borghesia”.
Ricapitoliamo. Nel pensiero comune derivato dall’analisi marxista l’economico è internazionalista così come il politico – in quanto costruito sull’idea secentesca della statualità – è nazionalista.
Marx tuttavia non credeva che uno stato avrebbe potuto invertire le tendenze economiche internazionali. Solo l’economia, svolgendo il corso delle sue contraddizioni, avrebbe condotto il mondo verso un’internazionale comunista sulle onde della rivoluzione unitaria dei “proletari di tutto il mondo”. Usare l’analisi marxista per dire che l’economia determina la politica e quindi bisogna dare primato alla politica per mettere l’economia in condizione di non nuocere, come dicono i nazionalisti, serve solo a raccontare una favola per gli abitanti dei tempi moderni, che proprio come accadde nei tempi antichi, si trovano a disagio nei meccanismi dell’economia globalizzata.
Torniamo a Bauman. “La fusione dei solidi portò alla progressiva liberazione dell’economia dalle sue tradizionali pastoie politiche, etiche e culturali e alla sedimentazione di un nuovo ordine, definito principalmente in termini economici”. Un ordine evidentemente globale.
Facciamo un altro passo in avanti. L’economico genera l’internazionalismo, quindi il movimento globale – la globalizzazione – che si conduce seguendo il principio della razionalità strumentale, sempre prendendo a prestito da Weber. In questo suo globalizzarsi, l’internazionalismo favorisce, come abbiamo detto, il nomadismo e il meticciato. Al contrario il politico, come viene generalmente inteso, genera il nazionalismo quindi lo spirito curtense – la patria – che si conduce seguendo il principio della statualità, sempre prendendo a prestito da Hobbes. Quindi favorisce, come abbiamo detto, la stanzialità.
Leggiamo ancora Bauman: “Durante tutta la fase solida dell’era moderna i costumi nomadi furono malvisti. La nozione di cittadinanza andò di pari passo con quella di insediamento mentre essere apolidi implicò l’esclusione dalla comunità rispettosa della legge e da questa protetta”.
Il sovrano difende i sudditi, per usare le parole di Hobbes. Chi non è suddito è fuorilegge. Non solo in senso positivo – non rispetta la legge – ma anche in senso negativo: a lui non si applicano le tutele previste dalla legge. Un fuorilegge può essere ucciso senza essere sanzionati.
Quanto agli esiti della modernità, l’epoca della globalizzazione economica che genera quella che Bauman chiama “società liquida” equivale di fatto a un tempo in cui “l’epoca dell’incondizionata superiorità della sedentarietà sul nomadismo e il dominio del sedentario sul nomade sta ormai giungendo rapidamente al termine”.
“Oggi stiamo assistendo alla vendetta del nomadismo sul principio della territorialità e dell’insediamento. Nello stadio fluido della modernità la maggioranza sedentaria è governata dall’elite nomade ed extraterritoriale”.
Persone meno sottili di Bauman parlerebbero di élite internazionali che grazie al neoliberismo governano il mondo, mentre invocano il ritorno dello stato padrone, innanzitutto di se stesso, e quindi il trionfo della politica sull’economia.
Il succo, insomma, non cambia. E’ sempre la stessa vecchia storia che dura da quando è iniziato il lunghissimo XIX secolo.
Questo post fa parte del saggio La nazione globale. Verso un nuovo assolutismo in corso di redazione. Per agevolare la lettura non sono state pubblicate le note al testo con i riferimenti bibliografici, che saranno disponibili nella pubblicazione completa.
La globalizzazione emergente. La riscossa delle rotte di terra
La vicenda del blocco di Suez ha indotto molti osservatori a sottolineare i numerosi punti di fragilità che insistono sulle rotte marittime internazionali, sulle quale “scorre” oltre il 90% del commercio globale, ostaggio non solo di colli di bottiglia noti, ma anche di un’infrastruttura economica che in occasione – o a causa – della pandemia ha mostrato limiti evidenti che hanno finito col ripercuotersi sui prezzi del trasporto merci.

Secondo i dati diffusi dagli osservatori agli inizi dell’anno i costi dei noli, determinati dalle politiche di blank sailing – riduzione o cancellazione di servizi di trasporto che finiscono col provocare l’aumento delle tariffe – sono cresciuti notevolmente. Si parla addirittura di un aumento del 300% di quelli fra Asia ed Europa settentrionale, ossia la rotta che stava facendo la portacontainer incagliata a Suez.
A ciò si aggiunga la carenza di container vuoti. Il blank sailing, spiegano, “riducendo i viaggi riduce anche i ritorni dei contenitori privi di carico”. Il che genera altre tensioni lungo la catena logistica.
In questo contesto si comprende perché i produttori cinesi abbiano fatto maggior ricorso alle rotte di terra l’anno passato. I trasporti terrestri lungo l’Eurasia tramite ferrovia, secondo quanto osservato da Ispi, sono aumentati del 50% l’anno passato, Ma se si confrontano con il 2016, il dato è ancora più notevole: si parla di un incremento di sette volte.
Non è certo una novità. Come abbiamo già osservato altrove, da tempo è in corso una attività molto sostenuta per riesumare le vecchi rotte terrestri che attraversano l’Eurasia che per secoli sono state le grandi protagoniste dei commerci fra Asia ed Europa prima che la scoperta delle rotte atlantiche e l’evoluzione tecnologica determinata dalla navigazione d’altura, nel secolo XV, provocasse il loro tramonto.
Non a caso la Bri cinese fa riferimento a queste vecchie vie della seta che attraversavano il continente dalla Cina fino a Roma. Esistevano già da allora anche rotte marittime, ovviamente, che replicavano in parte quelle di oggi, pure se con i notevoli limiti della tecnologia marittima di allora. La Cina partecipava a questi traffici e lo ha fatto fino a quando l’imperatore Ming, intorno a metà del XV secolo, non vietò l’utilizzo di navi da altura di fatto isolando il paese dalle rotte internazionali.
Oggi la Cina si trova non solo a sponsorizzare una serie di rotte terrestri, che trovano solidarietà non solo nelle popolazioni centro-asiatiche, che grazie a queste rotte hanno prosperato nel passato, ma soprattutto nella Russia, che “sovrintendendo” geograficamente la grande massa euroasiatica, e nella Turchia che vuole interpretare il ruolo di terminal verso l’Europa. E questo spiega perché la cronaca riporti sempre più frequentemente di progetti ferroviari che nascono e nuove spedizioni di treni da Oriente a Occidente. Alcune compagnie di trasporto, secondo quanto viene riferito, starebbero seriamente pensando di spostarsi dal mare al treno, visto che la maggiore onerosità di quest’ultimo viene compensata dai minori tempi di spedizione e in parte dall’aumento dei costi delle spedizioni marittime.
Da qui a dire che le rotte terrestri soppianteranno quelle marine, però, il passo è molto lungo. Anche la Cina lo sa perfettamente, al punto che la sua Bri include anche una maritime silk road che ricalca di fatto quella di mezzo millennio fa e somiglia a quella che attualmente viene percorsa dagli spedizionieri.
La riscossa delle vie di terra, tuttavia, si può dire sia cominciata. Che riesca a diventare una reale alternativa a quello su mare è improbabile. Ma mezzo millennio fa nessuno avrebbe scommesso sul contrario.
La spesa per interessi cala, ma non per tutti
Sempre istruttiva e molto informativa, la lettura del Fiscal monitor del Fmi riserva, nell’edizione di aprile, osservazioni molto stimolanti sulla configurazione dell’economia internazionale, ancora alle prese con i guasti della pandemia. Ne deriva che quest’ultima ruba le luci della scena e sembra che null’altro possa essere meritevole di attenzione. Dall’esito dell’emergenza sanitaria deriva quello della nostra felicità futura. E non soltanto perché il virus condiziona la nostra salute. Ma perché ha un effetto diretto e devastante sugli andamenti economici, che sempre alla salute, in un modo o nell’altro, conducono.
Per questo il Fmi, che monitora questi andamenti, sottolinea che non solo la pandemia non è ancora sotto controllo, ma pure che “l’accesso ai vaccini, il ritmo della vaccinazione, l’efficacia di altre misure per frenare il contagio e la scala e
le modalità di sostegno alle politiche differiscono ampiamente tra i paesi. Di conseguenza, le riprese economiche stanno divergendo, con Cina e Stati Uniti che stanno recuperando più velocemente mentre molte economie sono in ritardo o sono ancora stagnanti”. Il tema della grande divergenza, quindi, che non a caso titolo il rapporto del Fondo, è destinato a rimanere sotto i nostri occhi a lungo.
Ma mentre osserviamo l’andamento dei pil, che sembra destinato a disegnare una nuova geografia politica, vale la pena scrutarne un altro, non meno rilevante quanto agli esiti, che però fatica ad emergere nella vulgata: l’andamento del servizio del debito.
Fa sempre più notizia la circostanza che i rendimenti salgano, ma la notizia autentica è che i tassi ufficiali sono tenuti a zero o anche sotto da anni in molte giurisdizioni. Ciò fa pensare che tale politica abbia consentito su larga scala un calo della spesa per gli interessi sul debito, ma così non è. Guardate il grafico sotto.

Mentre nelle economie avanzate la spesa per gli interessi sul debito è diminuita al crescere del rapporto debito/pil, nelle economie emergenti la spesa per interessi è sostanzialmente ferma da un decennio, mentre nei paesi a basso reddito è addirittura cresciuta. Questo non ha nulla a che fare con la pandemia. Piuttosto col modo in cui si è configurata l’economia internazionale, che finisce con lo svantaggiare chi ha meno.
Di quest’altra grande divergenza si parla poco. Forse perché non tutte le verità sono popolari.
Il collo di bottiglia della globalizzazione euro-asiatica
Tutte le strade portano a Suez, o almeno ci passano. In particolare le strade delle merci che Europa e Asia – Cina in testa – si scambiano, che in buona parte transitano proprio per l’infrastruttura egiziana, rimasta bloccata per alcuni giorni nel mese di marzo a causa di un incidente occorso a una gigantesca nave portacontainer. Un disastro anche per gli scambi internazionali che ha subito suscitato allarme lungo tutta la filiera logistica, già stressata dagli esiti avversi provocati dalla pandemia. Da Suez passa infatti il 12% del commercio globale e circa il 7% del traffico petrolifero. In sostanza, è come se si fosse chiusa improvvisamente l’arteria fondamentale in un organismo vivente.
Attorno al Canale si sono addensate per giorni centinaia di navi che attendevano di passare e alcune di queste hanno deciso di deviare verso l’altra rotta che conduce all’Europa, ossia quella che circumnaviga il Capo di Buona Speranza e arriva al porto di Rotterdam passando da Gibilterra. Una soluzione-tampone più costosa in termini di giorni di navigazione, e quindi di denaro, con le strutture portuali già intasate e la disponibilità di container ridotta al lumicino.
Questo spiega perché il mondo abbia tirato un sospiro di sollievo alla notizia che la crisi era in corso di risoluzione, anche se molti osservatori temono che gli effetti del blocco di Suez si protrarranno per settimane, se non mesi, lungo tutta la filiera logistica internazionale. Un traffico di merci non si riavvia come un computer.
Soprattutto, l’incidente ha ricordato quanto sia fragile la globalizzazione, che è scritta letteralmente sull’acqua. Sugli oceani, infatti, viaggia oltre il 90% del trasporto globale di merci e le imbarcazioni che attraversano gli oceani sono ostaggio di alcuni colli di bottiglia – i cosiddetti chokepoints – dove si concentrano, da sempre, tensioni internazionali fino ad oggi contenute sostanzialmente in ragione dell’egemonia espressa dalla marina statunitense sulle grandi rotte marittime internazionali.
Si tratta di pochi punti di navigazione altamente strategici attraverso i quali si compone il mosaico del commercio globale e che pur essendo formalmente aperti a tutti conferiscono un notevole potere di interdizione ai paesi che vi si affacciano, sfociando occasionalmente in episodi di crisi. Celebre nel corso degli anni ’80 quella attorno allo Stretto di Hormuz, tra l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti, del quale anche di recente fu paventata la chiusura durante l’ultimo battibecco fra la Repubblica islamica e gli USA.

Come si può osservare dal grafico sopra, Suez è uno di questi passaggi di primaria importanza. E lo è innanzitutto per l’Europa, che riceve e spedisce molto del proprio traffico di merci attraverso il Canale – l’Italia circa il 40% – ma anche per le sue controparti che sono le regioni dell’India, dell’Asia sud-orientale e orientale, e del Golfo Persico.
L’articolo completo è stato pubblicato sull’edizione on line di Aspenia. L’articolo si può leggere integralmente a questo link.


