Etichettato: the walking debt

Cronicario: Viva l’Iva pagata elettronicamente con tassa selettiva al contante

Proverbio del 27 settembre Dove va la testa vanno anche i piedi

Numero del giorno: 0,88 Rendimento % oggi in asta del Btp decennale

Siccome si prepara il Nadef Show, versione italica del più celebre Muppet Show ma con gli stessi personaggi, travestiti per l’occasione da politici impegnati a discorrere di cose serie, e per giunta economiche, m’è parso d’uopo partecipare – il Cronicario sta qua apposta – lanciando una argutissima idea tecnico-politica-sociale che mette insieme e per giunta rilancia tutte le cose meravigliose che abbiamo letto in questi giorni.

Partiamo dal problema: le clausole di salvaguardia che prevedono un aumento dell’Iva dall’anno prossimo. Ricordate? E’ lo splendido regalo che ci ha lasciato in eredità il governo del cambiamento (sob) che a sua volta l’aveva ereditato dal governo cambiato, che a sua volta l’aveva ereditato dalla caduta del muro di Berlino che pagava il debito del dopoguerra. Ecco Siamo sempre lì. Tiriamo calci al pallone dei debiti che dovremo pagare domani (sperando di non pagarli) come se non ci fosse un domani.

E infatti siamo arrivati a oggi con la cambiale in scadenza, oltre una ventina di miliardi, e tante bellissime idee su come non farlo. Ed è qui che decolla il Nadef Show con i suoi meravigliosi protagonisti che recitano a soggetto.

Le anticipazioni le conoscete già: dall’aumento selettivo delle aliquote Iva, fino alla tassazione del contante accompagnata dalla detassazione dei pagamenti elettronici, ma sempre tenendo conto che avremo bisogno di fare deficit per redistribuire i redditi e tagliare le tasse a cominciare da quelle per il lavoro e così rilanciare la crescita, che sennò signora mia non riusciamo a pagare i debiti che comunque aumenteranno, ma in un orizzonte triennale li taglieremo, facendo le privatizzazioni non subito ma quasi perché ci vuole tempo e comunque adesso l’Europa, che finalmente ci è amica perché in fondo è gentile, anzi Gentilona, ci darà la giusta flessibilità.

Quindi siccome prima di lunedì non verrà fuori la Nadef, che starebbe per nota di aggiornamento al Def, che starebbe per documento economico e finanziario, che starebbero insieme per le tasse che dovremo pagare in più l’anno prossimo semplicemente per rimanere in vita, ecco l’idea che il Cronicario offre ai protagonisti dello show: (non) aumentare l’Iva (non) facendola pagare in contanti a chi fa pagamenti elettronici che saranno detassati con un aumento selettivo delle aliquote, da far partire però dal 2021 con una clausola di salvaguardia raddoppiata per far scendere lo spread con un deficit flessibile, ma ad alto moltiplicatore grazie agli investimenti strutturali, che farà aumentare i redditi diminuendo le tasse.

Ma probabilmente, sarò incompreso.

Buon week end.

 

 

Come gli avvocati “pubblici” hanno cambiato la società Usa

Fra le mille storie che potrebbero raccontarci come e perché siano mutate così profondamente le nostre società, ce ne sono alcune particolarmente istruttive perché sommarizzano meglio di altre lo spirito che ha animato le cronache dei decenni successivi al secondo doguerra, levatrici delle società che abitiamo oggi. Ossia società svogliate, perché vecchie e sazie, che venerano pressoché esclusivamente la religione dell’individuo, iperconnesso ma solo, che si circonda di beni materiali, ormai peraltro sempre più virtualizzati. Quindi malate di economicismo e vagamente tendenti alla depressione.

Una di queste storie, fra le mille che potrebbero essere raccontate, l’ho trovata sfogliando un paper del Nber che potremmo persino eleggere a rappresentazione esemplare dell’eterogenesi dei fini che i politici coltivano più o meno consapevolmente nelle loro utopie. Queste ultime (in teoria) si propongono realizzare il migliore dei mondi possibili, finendo, più o meno colpevolmente, col lastricare di buone intenzioni il nostro inferno quotidiano.

Sicché non si può che leggere con sincera comprensione ciò che scrivono gli autori dello studio, dedicato all’effetto rivoluzionario che ebbe sulla società americana degli anni ’60 l’introduzione dei Legal services program, ossia dei programmi di assistenza legale per le fasce più povere della popolazione. “Ciò che i responsabili politici potrebbero non aver previsto – scrivono – è che favorire l’accesso a questi servizi avrebbe alterato anche la struttura familiare”. E’ sempre quello che non si prevede che finisce col succedere.

L’introduzione di questi servizi fu uno dei tanti frutti della stagione riformista che fiorì negli Stati Uniti degli anni ’60, quelli della guerra alla povertà e della Great society. Furono gli stessi anni – e non a caso viene da pensare – nel corso dei quali le famiglie americane conobbero cambiamenti radicali, con i tassi di matrimonio crollati, al contrario di quelli di divorzio, mentre salivano alle stelle le nascite fuori dal matrimonio. Non si tratta, ovviamente, di covare nostalgie o di prendere posizione su cosa sia meglio o peggio. Si tratta di osservare che l’aumento del benessere, insieme ovviamente con il cambiamento dei valori sociali cui certo il benessere ha contributo, sembra averci condotti dove sembriamo essere vocati: l’Iolatria.

Processo lungo, ovviamente, e molto articolato. La sua declinazione sociale passa per donne che si trovano a crescere i figli da sole, che negli Usa quadruplicano fra il 1960 e il 2010, proprio mentre aumenta esponenzialmente la partecipazione delle donne al lavoro e ai programmi di welfare. Già nel 1980 le donne contribuivano per un terzo al reddito familiare, il doppio rispetto al 1960. Sicché nel 1991 Gary Becker (su “A treatise in the family“) poteva scrivere che “la famiglia nel mondo occidentale è stata radicalmente modificata – alcuni sostengono quasi distrutta – dagli eventi degli ultimi tre decenni”. Da allora sono passati quasi altri trent’anni e la famiglia pare se la passi sempre peggio, al punto che non sembra esagerato domandarsi se non abbia esaurito la sua funzione sociale.

Che a questo “esaurimento”, almeno negli Usa, abbia contributo la “democratizzazione” dei servizi legali, ossia la decisione di renderli fruibili a basso costo per le famiglie più povere, può risultare curioso, persino divertente. E tuttavia è così. Finché i poveri non potevano permettersi gli avvocati, e si rivolgervano ai centri di aiuto legale diffusi negli Usa su base sostanzialmente privatistica, le persone con meno risorse erano semplicemente tagliate fuori dai tribunali. Una causa costava troppo per redditi ancora molto bassi. Con l’introduzione dei legal aid services, comincia invece il super lavoro dei tribunali.

Fra il 1965 e il 1971 la disponibilità di consulenza legale su diverse tematiche per i poveri triplicò. Gli avvocati, che un qualche giudice definì “fabbriche di divorzi”, istruirono centinaia di migliaia di cause l’anno, arrivano a superare il milione. Di queste circa un quinto erano divorzi. D’altronde erano gli anni (1966) che il New York Times titolava “How to get a free divorce“. Ma queste consulenze servivano anche a rendere maggiormente consapevoli dei propri  diritti i meno abbienti, e anche a difenderli dai soprusi della burocrazia, quando necessario.

L’analisi condotta dagli economisti del Nber mostra che questi servizi ebbero impatti rilevanti sulla famiglia americana. I tassi di divorzio aumentarono, ma anche gli auti alle famiglie con figli o i programmi di assistenza per le famiglie monoparentali. Tutto ciò contribuì a cambiare la struttura delle famiglie. Già nel 1984 il tasso di nascite fuori dal matrimonio era cresciuto del 16% rispetto a un ventennio prima, mentre era scesa del 2% la probabilità che una madre vivesse col marito dei suoi figli. Questo non dipese dall’aumento delle nascite, ma dal declino dei matrimoni.

E’ interessante sottolineare che l’incremento dei servizi di welfare non scaturì da una maggiore generosità dello stato ma dalla semplice capacità dei cittadini, sviluppata grazie alla disponibilità di servizi legali, di fruire dei diritti che già esistevano. Ma, appunto, ciò che i politici non potevano prevedere è che questo democratizzare i diritti avrebbe cambiato il volto della società americana.

Ciò per dire che le policy contano e che non dovremmo mai dimenticarlo. Siamo il frutto delle decisioni di ieri. I tanti che lamentano la nostra attualità, e che magari covano nostalgie del tempo che qui ci ha condotti, dovrebbero ricordarlo. E fare pace con se stessi.

I danni della Brexit prima della Brexit

In attesa di capire in che modo si concluderà l’annosa – letteralmente – vicenda della Brexit, vale la pensa spendere un po’ di tempo per osservare la quantità di danni che l’idea stessa della Brexit ha causato prima del suo effettivo conseguimento. Ossia dal momento in cui, nel giugno 2016, il popolo britannico votò per l’uscita, infischiandosene delle tantissime ragioni che suggerivano di non farlo.

Da allora si sono susseguite infinite analisi sul futuro dell’economia britannica e adesso iniziano a far capolino i primi resoconti sugli effetti che intanto la Brexit ha provocato sull’economia. Di recente, ad esempio, il Nber ha pubblicato una pregevole ricognizione (“The Impact of Brexit on UK Firms“), firmata da diversi economisti, che ha misurato l’effetto della vittoria dei si all’uscita sulle imprese britanniche, che è risultato notevole. L’analisi è stata sviluppata sulla base di una survey svolta fra le imprese britanniche. E’ quindi di natura campionaria. E risulta tuttavia molto istruttiva.

Il primo di questi effetti è stato il notevole aumento dell’incertezza, che notoriamente ha effetti velenosi per chiunque faccia affari. E difatti le conseguenze sono state rilevanti. come si può intuire osservando il grafico sotto, che la misura in prospettiva storica.

Secondo le stime degi economisti, l’anticipo di Brexit, che dura fino a oggi, avrebbe provocato un calo degli investimenti delle imprese dell’11% nel triennio seguito al giugno 2016. Questa caduta degli investimenti, scrivono gli autori, “suggerisce che la misura e la persistenza di questa incertezza abbia ritardato la risposta delle imprese al voto della Brexit”. Come dire: non sapendo, e per lungo tempo, cosa sarebbe successo, la risposta automatica è stata tirare i remi in barca. Anche questo “rassegnarsi” è stato calcolato e si può osservare dal grafico sotto.

Questo ritrarsi è senz’altro una delle cause del calo della produttività, che sempre il nostro studio stima nell’ordine del 2-5% nel triennio post referendum. Ma la cosa istruttiva è che questo calo è in buona parte è dovuto alla circostanza che le imprese “hanno dovuto dedicare diverse ore a settimana del top management alla pianificazione derivante dalla Brexit”. Una perdita, generata dai ritardi della politica, che ha sottratto tempo alla produzione.

La ciliegina sul pasticcio è ben rappresentata dalla conclusione: le aziende esposte alla concorrenza internazionale, quelle più produttive, sono quelle che hanno patito di più gli impatti negativi di questi tre anni. Le aziende dometische meno produttive, infatti, “hanno subito meno impatti”.

Gli amanti dell’autarchia saranno ben felici. Chi si guadagna da vivere competendo sui mercati meno. Ma in fondo è questo lo spirito della Brexit. Almeno finché non presenta il conto.

Cronicario: Miracolo climatico a Berlino

Proverbio del 20 settembre L’estate muore sempre annegata

Numero del giorno: 33.474 Migranti morti nel Mediterraneo dal 2014 secondo Oim

Pentitevi, popolo di miscrendenti, voi che dubitate delle tortuosissime ma sempre azzeccatissime strade della provvidenza, asfaltate dalla sua mano invisibile sull’acciottolato delle nostre piccole cronache quotidiane. Qualcosa di inusitato sta per verificarsi: la Germania spenderà un mucchio di soldi pubblici.

Lo so è pazzesco. L’ultima volta era successo per la riunificazione post ’89 e poi nisba. Un popolo a dieta. Figuratevi che ogni anno da circa un lustro il governo chiude il bilancio in attivo, manco fosse la casalinga di Voghera. Ma quest’epoca è finita: ora cacciano dal materasso un bel cinquantino. Di miliardi eh.

Il miracolo lo dobbiamo a un evento diciamo storico. Il cambiamento climatico.

Solo i tedeschi ci potevano cascare. Si vocifera che fossero tremendamente preoccupati dopo l’ultima estate a 35 gradi che stava trasformando Dussendorf in una piccola Bari, ma senza il mare. Il pensiero di finire come noi deve averli terrorizzati.

E allora bando alle ciance e mano al portafoglio. Ed ecco qua: 50 miliardi di investimenti per far cambiare il cambiamento climatico, roba forte. Tre punti del nostro pil, alla faccia nostra che vorremmo ma non possiamo. Ma con un’avvertenza: non faranno mai deficit e terranno il bilancio in pareggio.

Ma tranquilli, il ricambiamento climatico opera attraverso vie misteriose.

Buon week end.

Cartolina: Le irresistibili seduzioni di CoCo Bond

Non c’è da stupirsi a leggere degli straordinari successi dei CoCo Bond. Con quel nome a metà fra Belle époque e secret service, il CoCo Bond ha fatto strame di cuori, oltre che di portafogli, con gli investitori adescati e poi sedotti col vecchio trucco di un rendimento succulento. Peccato che poi, raffreddata la passione, abbiano letto le clausole in piccolo scoprendo che CoCo era un acronimo (Contingent Convertible) per nulla vezzoso. E soprattutto che il Bond poteva stritolarli. Quest’arnese, infatti, è stato progettato per mutare da obbligazione in azione qualora le avversità finanziarie colpiscano la banca che l’ha emesso. Come se una farfalla diventasse un bruco. Serve difatti alle banche a raccogliere capitale che in caso di disgrazie viene forzatamente convertito in equity. Con buona pace dei creditori, trasformati d’improvviso da pacifici rentier a capitalisti, con tutto quel che ne consegue quanto alle possibilità di perdite. Ma mentre CoCo Bond svelava il suo vero volto, il mercato ne comprava a barili. Centinaia di miliardi di questa carta si è annidata in fondi pensione, fondi di investimento e persino fra gli investitori retail, che notoriamente non sanno quello che fanno. Ma il mercato ovviamente non li perdona.

 

La crescita irresistibile del mattone indiano

Le ultime statistiche diffuse dalla Bis sugli andamenti dei mercati immobiliari globali, con dati aggiornati al primo trimestre 2019, ci consentono di trarre alcune conclusioni interessanti su chi siano i paesi dove la crisi ha picchiato più duramente e quelli, al contrario, dove le quotazioni sono cresciute di più. Globalmente, infatti, sembrano ci siano solo vincitori. Sia i paesi avanzati che quelli emergenti risultano aver visto crescere il valore dei loro immobili.

Ma gli aggregati, proprio come il famoso pollo di Trilussa, tendono a falsare la realtà. Se è vero che, in termini reali, i prezzi delle proprietà immobiliari risultano del 18 e del 14% superiori a loro livello pre crisi rispettivamente nei paesi avanzati ed emergenti, è vero altresì che andando a vedere nel dettaglio la musica sembra molto diversa.

Il grafico sopra, che qui potete analizzare più compiutamente, si osserva con chiarezza che diversi paesi, fra i quali il nostro (indice poco superiore a 75) sono ancora ben al di sotto del livello pre crisi. E soprattutto si osserva che fra i paesi emergenti spicca la notevolissima crescita del mattone indiano, ormai superiore del 75% al suo livello pre crisi, assai più della Cina (indice 109 circa) o del Messico (indice 122).

Fra i paesi avanzati, si segnalano invece gli andamenti simili di Usa (indice 130) e Germania (indice 130). Mentre nell’Eurozona la Spagna, nell’ultimo trimestre, ha avuto la crescita più consistente, pari a oltre il 5% a fronte di circa la metà dell’area.

Quanto agli andamenti nei paesi emergenti, la notevole crescita indiana si è consolidata nei primi anni dieci, quando il mattone cresceva a tassi a due cifre.

I rallentamenti che si osservano a partire dal 2016 mostrano che questa fase ormai sembra definitivamente alle spalle. Bisognerà capire se questa crescita sia sostenibile in futuro. Ma questa è un’altra storia.

L’ascesa irresistibile delle imprese “sovrane”

Chi cercasse conferme del fatto che l’economia è ormai un fatto sempre più politico – ossia a guida politica – può trovarne una conferma osservando l’ascesa irresistibile delle SOEs, ossia le state-owned enterprises, nel panorama dell’economia mondiale. Queste imprese “sovrane”, quindi regolate, gestite e capitalizzate dallo stato, sono le vere protagoniste di questo inizio secolo, come testimonia anche l’Ocse nel suo ultimo outlook dedicato al business e alla finanza.

Chi si domandasse perché mai questo dovrebbe essere un problema, dovrebbe impiegare giusto qualche minuto del suo tempo e sfogliare il capitolo che l’organizzazione parigina dedica alla questione. Scoprirebbe ad esempio che le imprese pubbliche attive in certi settori, come ad esempio l’acciaio, tendono ad essere meno profittevoli dei loro concorrenti privati anche se meno predisposte a uscire dal mercato. Detto in soldoni, le imprese pubbliche sopravvivono più di frequente alla ragione economica, essendo forti di quella politica, instillando inefficienza nel sistema economico. Il che contribuisce non poco a spiegare le fioritura di imprese zombie che abitano il nostro paesaggio.

Non c’è solo questo, ovviamente. Le SOEs tendono a covare maggiori rischi di corruzione, e anche questo è facilmente comprensibile. Se uno stato decide di investire sull’acciaio, perché gli serve per sviluppare una politica di potenza, lo farà in barba non solo a qualunque ragione economica ma anche a qualunque barbosità moraleggiante.

Detto ciò, è interessante osservare che questa tendenza alla crescita di queste entità ormai è straripante. Non a caso, ovviamente. Il sovranismo politico si nutre dello statalismo economico, essendo quest’ultimo null’altro che l’altra faccia del potere. Oggi per giustificare la necessità di questo interventismo – gli anni Ottanta non sono trascorsi invano evidentemente – si usano formule suadenti come quella secondo la quale lo stato deve intervenire quando ci sono fallimenti di mercato. Formula meravigliosa perché evoca l’intervento riparatore dello stato – ovviamente a spese del contribuente – nella convinzione che sappia sempre meglio del mercato cosa sia giusto e cosa no per una collettività.

Su chi stia guidando questa irresistibile ascesa non c’è da dubitare: la Cina, ovviamente, che, come da manuale, declina la sua politica di potenza aumentando in maniera esponenziale la presa sull’economia nazionale (e quindi internazionale).

La Cina, quindi. Ma non da sola. Gli Stati Uniti, per dire, hanno triplicato il loro numero di aziende sovrane, come si può vedere dal grafico sopra che comunica l’evoluzione delle SOEs da inizio secolo. Qui si osserva che in Europa queste entità hanno goduto di minor fortuna rispetto all’Asia e agli Usa. E questo, qualora serva, è l’ennesima conferma che la politica di potenza passa per lo statalismo economico. L’Europa, e con lei il Giappone, hanno dismesso da tempo qualunque velleità di potenza. E infatti si vede.

A livello globale i dati raccolti da Ocse ci dicono che al momento 102 dell principali 500 imprese del mondo sono detenuta interamente o a maggioranza dallo stato azionista. “Il trend è in crescita”, spiega Ocse. E non potrebbe essere diversamente, visto lo spirito del tempo. “Meno di due decenni fa 34 imprese su 500 erano di proprietà dello stato”, sottolinea. In sostanza sono più che triplicate. E in effetti vent’anni fa la mania sovranista era assai meno popolare di oggi, così come non si era ancora verificato lo spettacolare (e dolorosissimo) fallimento del mercato del 2008, che ha incoraggiato gli stati ad aprire il portafogli e infischiarsene delle buone maniere. Ma non c’è solo questo, ovviamente. C’è anche lo spostamento del pendolo economico verso i paesi emergenti, dove le SOEs, per vari motivi, sono molto più diffuse. Sempre la Cina, quindi. Ma anche il Brasile, la Russia, l’India.

Relativamente alla distribuzioni settoriali di queste aziende, si nota che sono un pezzo importante dei paesi Ocse nel settore delle costruzioni.

Infine c’è da ricordare un’altra caratteristica delle SOEs. Molte di queste sono state parzialmente privatizzate e molto spesso quotate. Ma poiché le maggioranza sono rimaste saldamente nelle mani dei governi, questi ultimi sono diventati giocatori di primo piano nelle borse. Succede anche da noi, tanto per non farci mancare nulla.

Quanto tutto questo contribuisca a mantenere svegli e vigili gli ormai addomesticati animal spirit degli imprenditori, è questione aperta. I fatti ci dicono che negli ultimi vent’anni il peso delle SOEs è cresciuto e insieme è peggiorato il declino della produttività globale. Magari le due cose non sono correlate, o forse sì. Ma la sostanza cambia poco. L’economia rimane un fatto politico.

Se la politica monetaria diventa politica fiscale

L’ultima tentazione, ormai neanche più nascosta, è quella che si è palesata nel corso dell’ultimo incontro della stampa con Mario Draghi successivo al meeting della Bce: “pompare” soldi dalle banche centrali direttamente nelle tasche dei cittadini. Quello che la vulgata chiama helicopter money, fonte di desideri che molto dicono di noi. Del fatto, vale a dire, che pensiamo che la soluzione di tutti i nostri problemi risieda nella distribuzione di denaro, proveniente da una fonte che si pensa inesauribile. La cornucopia di banca centrale è una perfetta rappresentazione del trionfo dell’irresponsabilità che si legge in filigrana nel nostro tempo.

Aldilà del merito “filosofico” di questa proposta, la risposta di Mario Draghi è esemplare per chiarezza. “Bisogna sempre tenere in mente – dice – che dare denaro alle persone, in una qualunque forma, è un compito della politica fiscale, non della politica monetaria”. Una conclusione che suona particolarmente azzeccata per un banchiere che ha condotto allo stremo la politica monetaria proprio per supplire alla deficienze della politica fiscale. Deficienze che, oltre a essere connaturate nell’architettura dell’eurozona (difficile fare politica fiscale con tante teste che hanno pensieri e bisogni differenti), fanno parte di quel silenzioso ma efficacissimo accordo fra politici e banchieri centrali in vitù del quale i secondi si sono fatti carico, nell’ultimo decennio, delle inadeguatezze dei primi per rimettere in piedi un’economia scricchiolante.

La politica monetaria ha fatto – concretamente – politica fiscale nel momento in cui ha deciso come redistribuire i profitti e le perdite determinati dalla sue decisioni. Un esempio: il crollo dei tassi ha caricato sulle spalle dei fondi pensioni, e quindi dei futuri pensionati, il costo del riequilibrio finanziario. O, per dirla con le parole di Draghi, “la politica monetaria ha consentito la creazione di oltre 11 milioni di posti di lavoro” nell’area. Compito che certo non appare negli statuti della Bce.

Ciò per dire che gli effetti negativi della politica monetaria (i tassi bassi e ciò che ne consegue) e quelli positivi (la creazione dei posti di lavoro), ricadono in quell’area di attività che potremmo definire gestione pubblica degli affari economici nella quale la separazione libresca (e istituzionale) fra politica monetaria e politica fiscale tende sempre più a sfumare. Almeno fino a quando non si chiede espressamente alla banca centrale di “regalare” soldi ai cittadini.

E’ in questo momento che il banchiere centrale dice le cose come stanno. La politica monetaria condotta al confine delle sue possibilità implica necessariamente la politica fiscale. Non è certo un caso che sempre Draghi abbia più volte ripetuto nel corso della sua conferenza che ormai tocchi alla politica fiscale, ossia ai governi, fare whatever it takes pe restituire il sereno alle nostre contabilità.

Come debbano riuscire a farlo è affare loro, pare di capire. L’idea di usare la banca centrale per fare arrivare soldi al popolo presuppone l’abdicazione a tale responsabilità. Per questo piace a molti.

Arriva la Libra (statale) made in China

Per capire quanto i banchieri centrali prendano sul serio le minacce del fintech non serve elencare la letteratura che raccoglie le loro intemerate, divenuta ormai copiosa da quando Facebook ha annunciato la nascita di Libra. E’ sufficiente notare il loro talento nel trasformare queste minacce in un’opportunità: la sostituzione del contante con una moneta digitale emessa da una banca centrale. Una Libra, ma con dietro lo stato, chissà prché ritenuto più affidabile di un consorizio privato che persegua i propri interessi cercando il profitto.
Una moneta digitale di banca centrale che sostituisca il contante, peraltro, è lo strumento ideale per esercitarsi in operazioni assai spericolate, come quella ipotizzata qualche tempo da alcuni economisti per sfuggire alla gigantesca trappola delle liquidità nella quale sembra si sia infilata l’economia internazionale: assegnare un tasso negativo anche ai depositi retail, al momento impossibile perché ci sarebbe una fuga dai depositi a vantaggio del cash.

Una moneta digitale emessa da una banca centrale sembra esercizio teorico ma non lo è affatto. Specie da quando, dall’agosto scorso, la banca centrale cinese ha fatto trapelare che sta lavorando a un progetto del genere. Da quel momento è stato un fiorire di illazioni che sono state raccolte sagacemente in una ricerca pubblicata dal centro studi di una piattaforma di trading in criptovalute, la Binance.

Al di là degli aspetti tecnici, sono quelli finanziari a suscitare l’interesse maggiore. Il sistema dovrebbe essere articolato su due livelli, un po’ come accade adesso. La Banca centrale, vale a dire, distribuisce la valuta digitale tramite le riserve della banche commerciali che interagiscono con i clienti, ossia consumatori e imprese, che poi “restituiscono” alla banca centrale il denaro creato svolgendo le normali attività economiche tramite sempre le riserve bancarie. Ma a differenza del sistema attuale, la valuta digitale non sarebbe moltiplicabile. Non ci sarebbe più una riserva frazionaria, ma una riserva al 100%. Significa in pratica che le banche commerciali non potrebbero distribuire moneta in misura superiore alle proprie riserve di valuta digitale. Le banche sarebbero semplici agenti delle banche centrali verso il pubblico.

Le voci dicono pure che nel gruppo ristretto degli intermediari verso i quali verrà indirizzata la moneta digitale ci saranno anche Alibaba e Tencent, ossia i colossi dell’Hi tech cinese, che già sono i terminali di un fiorente sistema di pagamenti interno interamente basato sulle loro tecnologie. E questo chiude il cerchio: una specie di sistema Libra, ma in salsa cinese, ossia con la banca centrale (leggi lo stato) dietro e i giganti dell’hi tech e le banche nel ruolo di gregari. Il capitalismo cinese è cinese prima che capitalista.

Va detto che l’idea di una valuta digitale di banca centrale già da tempo è nei radar di diversi soggetti, banche centrali e non, a cominciare dalla Riksbank svedese, e non a caso. La Svezia è uno dei paesi in cui si usa meno il cash e che quindi si presterebbe bene all’esperimento. E in effetti la banca riflette da tempo su alcuni progetti. E poi c’è l’accademia, ovviamente. Il Nber un paio di anni fa ha proposto un saggio di Michael Bordo e Andrew Levin dedicato proprio alle valute digitali delle banche centrali e la Bis di Basilea, più di recente, ha fatto la stessa cosa pubblicando una trentina di pagine dove vengono illustrate tassonomie e proprietà della valuta emessa da una banca centrale. Le ragioni sono numerose: dal contante, che viene sempre più percepito come un problema per la gestione ordinata della politica monetaria, alla necessità di sempre nuovi espedienti monetari per rianimare un’economia asfittica.

Perciò la teoria sta diventando pratica. E adesso che la Cina minaccia di fare sul serio, i grandi strateghi della politica dovrebbero iniziare a chiedersi cosa sarà del sistema monetario internazionale fra l’incudine delle varie Libra e il martello del renminbi digitale, espressione di un’economia ormai pandemica. Ma forse sono distratti.

Cartolina: Sottozero lower bound

Quando sul finire di agosto gli osservatori hanno notato scioccati che anche il trentennale tedesco ormai si vendeva a tassi negativi è risultato chiaro a tutti che l’epoca dello zero lower bound, quella dei tassi con limite inferiore zero ormai era abbondantemente alle nostre spalle. Siamo entrati nell’epoca del sottozero. I creditori pagano (pare) volentieri i governi perché custodiscano i loro soldi. Il debito euro-giapponese è quasi tutto a tassi sottozero ormai. Persino quello italiano torna a costare qualcosina a chi ci presta i soldi. Chi voglia spuntare qualche guadagno, almeno nominale, deve rivolgersi agli Usa, come sempre generosi, e all’UK. Ma chissà fino a quando. A parte le proteste di Trump, che ha notato contrito i tassi negativi tedeschi, la tendenza a riarmare i bazooka delle banche centrali è di nuovo forte. Inflazione se ne vede poca, d’altronde, e crescita ancor meno. Che un nuovo QE o chissà cos’altro serva a far girare meglio l’economia è da vedersi. I circa 16 trilioni di debito che si scambiano a tassi negativi non hanno certo provocato un miracolo economico. Sono serviti a far stare più tranquilli i creditori. Che infatti pagano.