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Redde Rationem: l’anno della resa dei conti

S’inizia così, sotto auspici foschi, l’autunno del 2014 che prelude a un inverno in cui il nostro scontento minaccia di trasformarsi in pura infelicità.

L’estate trascorsa, pigra e deflazionaria come s’intravedeva già da primavera, ci consegna un mondo incerto, in bilico sul crinale di una depressione incipiente che gli artifizi delle banche centrali, Fed in testa, hanno travestito nutrendo un boom insensato dei valori mobiliari e timidi rimbalzi di alcuni mercati immobiliari, che hanno restituito alle corrispondenti popolazioni l’illusione di un rinnovato benessere che, essendo di natura puramente monetaria, è illusorio anch’esso, come la moneta di cui si alimenta.

Senonché ogni bel gioco dura poco, e quello della fantafinanza, ossia del denaro virtuale che alimenta ricchezze virtuali, è destinato a soccombere alla logica, questa si stringente, del decumulo cui è destinato tanto affastellarsi numerario di titoli e obbligazioni per i quali il redde rationem, e quindi la resa dei conti, per quanto dilazionato e anzi opportunamente allontanato, verrà prima o poi a conclamarsi, allorquando i tanti creditori degli ancor maggiori debitori inizieranno a convincersi sul serio che la loro ricchezza è scritta sull’acqua limacciosa di un debito incerto.

Tale stato dell’anima, che il mondo ha già sperimentato non più tardi di sei anni fa, si erige e si fortifica ogni qual volta leggiamo di un dato scoraggiante, è evidente, ma al tempo stesso e a differenza del passato, fra quest’anno e il prossimo ci sono alcuni appuntamenti salienti nei quali la campanella della fine ricreazione suonerà più squillante e spaventosa del solito, chiamando gli svogliati scolari che devono governare a decidere e a metterci la faccia, dopo essersi nascosti per un settennio dietro quella del governatore della Bce e degli altri banchieri centrali.

Ciò spiega perché la terza stagione di TheWalkingDebt, che inizia oggi, sarà dedicata al Redde Rationem, dopo che la prima è stata dedicata all’analisi degli squilibri, e la seconda al tentativo di riequilibrio, riuscito solo in parte, delle innumerevoli partite debitorie/creditorie che circolano per il mondo. Si tratterà di capire se la pulsione deflazionaria nella quale si sono infilate le economia dell’Occidente, riuscirà ad essere invertita dalle politiche monetarie espansive della banche centrali, divenendo così inflazionaria quel tanto che serve a trasformare finanze pubbliche ormai avviate verso l’insostenibilità, con grave nocumento per la credibilità degli stati, verso percorsi di risanamento cui certo gran parte della responsabilità è assegnata al Grande Miraggio di quest’epoca economicizzata fino allo sfinimento: la crescita.

Tutti dicono, e con buona ragione, che solo la crescita può salvare le nostre economie. Ma non specificano che ciò dipende dal fatto che abbiamo creato un’economia che, dipendendo dal debito, abbisogna di un reddito crescente per poterlo ripagare. E poiché la crescita dei debiti è ormai fuori controllo, essendo di fatto impagabili, logica vorrebbe che fosse altrettanto fuori controllo anche la crescita, ossia potenzialmente infinita. Ma è chiaro a tutti che così non è e perciò ci si accontenta della versione affievolite di tale utopia, ossia una crescita capace di rendere sostenibili i debiti, intendendosi con ciò il pedissequo soddisfacimento di questa o quella formuletta scritta dagli economisti.

Purtroppo la realtà non sempre obbedisce alla fantasia, per quanto quest’ultima ci s’intigni. E così la pigrizia della nostra società, ben disposte a indebitarsi ma poco vogliose di ripagare questi debiti, oggi ha generato l’ansia di riforme strutturali che ormai coinvolge tutto il mondo, disegnando così una nuova mitologia dove i vecchi non invecchiano, le persone non si ammalano e i giovani nascono già istruiti, visto che soldi pubblici per soddisfare queste pretese ormai non ce n’è più. A patto di fare le riforme, il sol dell’avvenire tornerà a splendere su di noi.

Aldilà del mito, tuttavia, la realtà sempre in agguato ci ricorda tre appuntamenti della stagione che comincia oggi che sarebbe poco saggio ignorare e che qui riepilogo, segnando ognuno un momento topico del nostro redde rationem, personale o sociale che sia.

Il primo, peraltro imminente, è l’avvio della supervisione Bce sulle banche europee che partirà dal primo novembre, dopo che, in ottobre, verranno svelati gli esiti dei temutissimi stress test che Francoforte ha svolto negli ultimi mesi sui pezzi grossi del credito europeo. Ad ottobre, quindi, sapremo quali e quante banche dovrebbero essere ricapitalizzate, e soprattutto da chi, visto che sul tema la confusione in cielo è assai grande.

Gli ultimi due appuntamenti riguardano gli Stati Uniti, che piaccia o no, sono i signori dell’economia contemporanea. Il primo si consumerà alla metà di marzo 2015, quando scadrà la proroga del tetto sul debito deciso dai politici americani a fine 2013, dopo che il mondo ha patito, e non poco, gli esiti dello shut down e le paure di un possibile default, per quanto tecnico, degli Usa.

Il secondo momento americano è quello di metà 2015, quando secondo gran parte degli osservatori la Fed dovrebbe iniziare a rialzare i tassi di interesse. Che ciò possa scatenare una resa dei conti dolorosa è chiaro a tutti, basta vedere cosa è successo con la prova generale di un anno fa.

Questo è il quadro che ci attende, e che naturalmente verrà arricchito dalla cronache, sempre imprevedibili. Come si comporrà lo scopriremo insieme.

Buona lettura e grazie per l’attenzione.

Pausa festiva per il blog. Comincia Tedioevo

Come annunciato più volte, da oggi fino al 13 gennaio TheWalkingDebt va in vacanza. A dirvela tutta, è sempre più difficile tenere il ritmo di cinque post a settimana che mi richiedono uno straordinario impegno di lettura e di studio a discapito delle mie ore di sonno.

Spero perciò che le settimane di chiusura servano a recuperare un po’ le forze.

Nel frattempo, come avevo già annunciato qualche settimana fa, da oggi fino più o meno a quando il blog riaprirà, inizia la pubblicazione a puntate di Tedioevo, dietro la maschera della crisi.

Per tutto questo periodo, perciò, il blog cambierà argomento. Anche se poi non è proprio così. L’argomento rimane lo stesso: la crisi del debito, che poi è una crisi del credito. Però stavolta la visuale è leggermente inclinata, quasi obliqua. Tedioevo parla di tante cose.

Non so se questo testo, scritto un anno prima che iniziassi il blog, incontrerà il vostro interesse o il vostro gradimento. Però mi piaceva l’idea di passare queste vacanze continuando il nostro dialogo, anche se su basi diverse dal solito.

Fatemi sapere cosa ne pensate.

In attesa di ritrovarci su questa pagine (Tedioevo verrà pubblicato in una sezione a parte del blog), vi faccio i miei migliori e più sinceri auguri per ogni cosa: Natale, capodanno, Epifania e, soprattutto, anno nuovo. Sono sicuro che l’anno che verrà sarà molto interessante da osservare. E sono contento di poterlo fare insieme con voi.

Grazie per la vostra attenzione.

A presto.

Season II, Rebalancing: recap and recall

Bentornati e benarrivati.

Questo post ha lo scopo di descrivere brevemente il percorso che tenterò di intraprendere nella seconda stagione del Blog che ho pensato di dedicare al riequilibrio, dopo quella dell’anno scorso dedicata all’analisi degli squilibri.

Seguire il percorso del riequilibrio significa provare ad analizzare, attraverso la consueta lettura delle cronache e dei documenti d’attualità, la capacità dell’economia globale di far rientrare gli squilibri di cui ho abbondantemente parlato nella prima stagione.

Negli ultimi post pubblicati prima della pausa estiva sono emerse già alcune tendenze chiare: l’attitudine ad affidarsi a un contesto regolatorio internazionale stringente per evitare le crisi bancarie (vedi il dibattito sull’Unione bancaria in Europa) a fronte delle malcelate resistenze degli stati nazionali più potenti, Usa in testa, che non hanno nessuna voglia, forti come sono della propria posizione egemone in campo monetario (e militare) di cedere alla tentazione della Grande convergenza che vede le Banche centrali in prima linea nel processo di “dissoluzione” degli stati nazionali. A tal fine sarà molto interessante osservare innanzitutto come reagiranno gli Stati Uniti di fronte alle richieste dei paesi suoi creditori, Cina in testa, di riformare il sistema monetario internazionale.

A questa tendenza a livello globale fa da contraltare la mole enorme di problemi cui devono far fronte i singoli stati, innanzitutto al proprio interno, specie quelli cosiddetti avanzati, alle prese con un modello di sviluppo ormai chiaramente insostenibile, pressato com’è dall’evoluzione demografica e dall’involuzione debitoria che ormai ha raggiunto livelli patologici e non risparmia più nessuno.

Perciò sarà molto interessante seguire l’evoluzione dell’eurozona, alle prese con momenti salienti del suo percorso di (dis)integrazione, che vanno dalle elezioni in Germania all’approvazione del modello di risoluzione bancaria, secondo pilastro dell’Unione bancaria, che replica in piccolo la tensione che abbiamo visto a livello globale. Solo una spettatore distratto può ignorare il conflitto strisciante che si sta innescando fra gli stati europei, Germania compresa, e le istituzioni europee, quindi Commissione Ue e Bce in testa. Le polemiche provocate dalla proposta di Unione bancaria redatta dalla commissione ne sono un preclaro esempio.

Ma il riequilibrio, se tale deve essere, dovrà passare da un profondo cambiamento delle abitudini degli stati dove tali squilibri sono conclamati, siano essi debitori o creditori.

Per restare in Europa, il riequilibrio dovrebbe significare che la Germania non deve più accumulare surplus commerciali pari al 6% del suo Pil, a fronte dei deficit di altri. Cambiare le abitudini significa che la Germania dovrà importare di più, magari dando maggiore potere d’acquisto ai suoi cittadini, e magari inflazionare un po’ i suoi mercati, a cominciare da quello immobiliare, mentre i paesi indebitati dovrebbero rientrare facendo esattamente l’opposto, non potendo, a causa dell’euro, rivalutare l’una e svalutare gli altri.

Tale ragionamento vale anche a livello globale usando come attori grossomodo la Cina e gli Stati Uniti, con l’incognita di questi ultimi, che hanno sempre mostrato una certa disinvoltura nella gestione delle regole dell’economia.

Poi c’è l’enigma giapponese. Il Giappone ha stupito il mondo creando una nuova teoria del central banking che assomiglia a un pericoloso gioco d’azzardo e dagli esiti quantomai incerti che inizieranno a vedersi nell’arco di questa seconda stagione.

Quindi la questione dei paesi emergenti. In tempi non sospetti ho scritto parecchio sui problemi strutturali dei cosiddetti Bric, e già quest’estate molti problemi sono venuti al pettine. Il Brasile, per dire, ha alzato i tassi quattro volte da aprile per provare a tappare la falla che si è aperta nel conto corrente della sua Bilancia dei pagamenti. Tanto più adesso, che viene ventilato l’inizio della fine del denaro facile, tali paesi saranno soggetti a turbolenze rischiose come è sempre successo in passato.

Ma c’è un altro pezzo di mondo che sarà determinante per il riequilibrio: i paesi esportatori di petrolio e gas, annidati fra il Medio Oriente e il centro dell’Asia, dei quali si parla poco o niente e di cui conosciamo appena i fondamentali economici, salvo conoscere i loro cospicui attivi da export di materie prime. A loro dedicherò post specifici che spero aiutino tutti noi a capire meglio con cosa abbiamo a che fare.

A tutti voi rinnovo i miei ringraziamenti per avermi seguito fin qui.

Vi ricordo che tutta la prima stagione del blog è disponibile in formato freebook e vi rivolgo un invito a contribuire al blog con suggerimenti, spunti, analisi e quant’altro di verrà voglia di condividere.

The Walking Debt è anche vostro.

Buona lettura