Etichettato: the walking debt

Cartolina. Protezione dalla realtà

In un mondo che consuma le emozioni come benzina, quindi a caro prezzo e ad alto impatto ambientale, non bisogna stupirsi più di tanto che alla Bce basti la parola, come diceva una celebre pubblicità. Nessuno si cura più dei fondamentali, quando il fondamento è l’effimero. Perciò è sufficiente che si prometta protezione perché quella magicamente si manifesti. Nulla di strano che la protezione della Bce sia così efficace. La Banca di Francoforte – o di Marcodebole, potrebbe ironizzare qualcuno – ha credibilità più che sufficiente per scacciare la minaccia degli spread che come rapaci si allargano a ventaglio attorno ai bond più fragili. Basta annunciare un nuovo strumento – in questo caso il TPI, che sta per Transmission Protection Instrument – e quello magicamente funziona. Protegge. Da che cosa? dovremmo chiederci. Ma questo significherebbe abbandonare l’effimero e scoprire la realtà. Ossia la risposta alla nostra domanda.

L’irresistibile inflazione turca

L’indice dei prezzi al consumo turco ha aggiornato nuovi massimi, svettando ormai verso quota 100, ossia il raddoppio dei prezzi su base annua, che a questo ritmo l’economia turca potrebbe raggiungere molto presto. Una circostanza che dovrebbe far tremare le vene dei polsi a qualunque governante, ma non evidentemente al presidente di questo paese.

Questa esibizione di noncuranza verso le logiche dell’economia piacerà di sicuro ai primatisti della politica, quelli che pensano che basti la volontà, meglio se di un uomo forte, per piegare le circostanze ai bisogni. Il che è sicuramente suggestivo e pare funzioni perfettamente, ma solo a patto di esercitare un controllo sulla società che noi occidentali, viziati dall’esercizio della libertà, giudicheremmo ripugnante. E tuttavia, per colmo di paradosso, proprio noi occidentali viziati sembriamo essere i più esposti a questo tipo di seduzione.

Aspettando che il tempo sciolga questo curioso enigma, contentiamoci di osservare come la fiera volontà del presidente turco, alimentata da logiche economiche vagamente bislacche, abbia già provocato il raddoppio dei prezzi non solo per le voci collegate al trasporto, nell’indice dei prezzi, ma anche per quelle che fanno riferimento al cibo o alle bevande.

Detto diversamente, per i turchi mangiare e muoversi costa già il doppio e anche più, rispetto a un anno fa. E poiché le retribuzioni continuano a crescere, anche se finora sembra meno dell’indice dei prezzi, tutto sembra congiuri affinché l’irresistibile inflazione turca, esplosa grazie a politiche monetarie che hanno condotto a una robusta svalutazione della Lira, e fermentata in un contesto internazionale che sfavorisce i paesi trasformatori privi di risorse energetiche (vi ricorda qualcosa?), diventi un fattore stabile del paese. Vedremo solo a questo punto, quanto conti la forza dei primatisti della politica.

Cartolina. Più inflazione per tutti

L’energia, certo. E i cibi freschi, ovviamente. Sappiamo bene, ce l’hanno spiegato quando girava voce che l’inflazione fosse un problema temporaneo, che queste sono le componenti che più di tutte danno un calcione ai prezzi quando i tempi si fanno brutti. Tanto è vero che i tecnici delle banche centrali li depurano dall’indice dei prezzi per calcolare quello principale, il core come lo chiamano. Senonché, a parte il core, è anche tutto il resto che si è eccitato. Persino i beni non alimentari e non energetici, ossia quelli che non si mangiano e neanche accendono i motori. E che dire dei servizi? Basterebbero solo queste due componenti per far schizzare l’indice ben oltre il target della Bce. Che a questo punto può fare poco. Può solo mostrare impietosamente i denti sperando di spaventare l’inflazione. Per adesso spaventa solo noi.

Il prezzo dell’Europa

Dovremmo stupirci che l’inflazione stia colpendo così duramente l’Europa? Forse no. Se tentiamo una lettura più ampia di quello che sta accadendo, esondando quindi dai dati dell’economia che dicono molto ma non tutto, la prima cosa che dovremmo osservare è che l’Europa paga sempre un prezzo molto salato quando si verificano crisi internazionali.

Potremmo indagare le ragioni di questo divenire avverso. Partire ad esempio dalla geografia, che condanna la penisola europea ad essere il classico vaso di coccio fra le potenze laterali. Oppure incolpare la geologia, che ci ha fornito di scarse risorse energetiche. O magari l’economia, che ha fatto dell’Europa uno straordinario esperimento di economia aperta, e perciò assai permeabile alle perturbazioni esterne. Tutte le risposte che potremmo trovare suonerebbero più o meno convincenti, ma egualmente incomplete.

Tentiamo perciò uno lettura più ampia, prendendo a prestito dalla storia, e partendo da quella che a noi pare la vocazione più autentica della penisola europea: l’espansione del sistema degli stati.

Questo processo accelera vistosamente dopo il Medioevo, partendo dalle città italiane. Nello spazio di un paio di secoli frammentò l’Italia e si estese generando il sistema europeo degli stati nell’età moderna. Questo processo avvenne nel corso del Cinquecento.

Un secolo dopo questo sistema trovò un equilibrio sulle spoglie della distruzione dell’Europa centrale – ossia degli stati tedeschi – dopo la guerra dei trent’anni. Nacque il sistema di Vestfalia. Si reggeva sul presupposto di una Germania spezzettata nel Sacro Romano Impero, la cui pulviscolarità faceva da contrappeso alla pesantezza degli stati nazionali in formazione. Era un gigantesco non-stato cuscinetto.

Questo principio fu restaurato a Vienna, dopo le guerre napoleoniche, e messo in discussione dalla rivoluzione “anti-rivoluzionaria” di Bismarck. Il Cancelliere, unificando la Germania, accese una bomba a frammentazione nel cuore dell’Europa, che l’espansione rendeva sempre più pericolosa. Bismarck conosceva perfettamente i rischi. Ma credeva di essere in grado di cavalcare la tigre. Nessuno ci riesce.

La bomba, perciò, scoppiò. L’esplosione generò la seconda guerra dei trent’anni iniziata nel 1914, quando il sistema degli stati europei deflagrò dando vita al sistema degli stati globali che ci accompagna oggi. La globalizzazione europea divenne atlantica.

L’Europa di oggi somiglia al Sacro Romano Impero: una disunità che equilibra le potenze laterali. Un altro gigantesco non-stato cuscinetto. Questo è il limite massimo che l’espansione geografica terrestre, iniziata in Italia, poteva raggiungere, e ormai è stato raggiunto. Ma l’espansione non è terminata. E in questo proseguire risiedono infiniti pericoli.

Una semplice analogia dovrebbe suggerire a noi europei molta prudenza e senso della realtà, mentre lavoriamo “bismarckianamente” alla nostra rivoluzione “anti-rivoluzionaria”. L’Europa di domani, qualora dovesse consolidare la sua forma istituzionale, potrebbe somigliare alla Germania di Bismarck. E un’Europa “germanizzata”, per dirla con Thomas Mann, deve sempre ricordare la propria storia per non commettere per la terza volta il suo errore fatale.

La Storia ovviamente non si ripete. Ma il proverbio “non c’è due senza tre” è un ottimo memento mori. Ci ricorda che camminiamo sempre lungo l’abisso della distruzione. Ci ricorda soprattutto che dobbiamo investire ogni cosa, compresa la nostra ricchezza, faticosamente conquistata, nella creazione di un futuro migliore per sempre più persone.

Ci ricorda, infine, che il prezzo dell’Europa coincide con quello della nostra libertà. “Ogni cosa ha il suo prezzo – cantava qualcuno decenni fa – ma nessuno saprà quanto costa la mia libertà”. Noi europei stiamo iniziando a scoprirlo.

Cartolina. Addio alle merci

C’era una volta l’attivo commerciale, quella esoterica figura contabile di cui avrete sentito parlare che misura quante merci un paese esporta in più rispetto a quelle che importa. Era una bella figura, letteralmente. Mentre tutto il resto cospirava per affossare la nostra contabilità pubblica, e con essa la nostra credibilità, il conto merci ci regalava una certa notorietà e alcune gioie alle quali, piano piano si sono aggiunte quelle procurate dal conto dei redditi, che fa per i soldi quello che il conto del commercio fa con le merci. Così siamo diventati creditori internazionali. Poi è arrivata la guerra. Il clangore delle armi ha peggiorato il caro energia e lo stress delle catene di fornitura. L’attivo è diventato passivo. Addio alle merci.

Cartolina. Case turche

E’ anche questo, l’inflazione. Osservare un indice immobiliare nella sua gloriosa marcia verso il cielo e chiedersi quale mai sarà il limite, ben sapendo che non c’è. E poi domandarsi come se la cavino i turchi, quando un indice immobiliare aumenta di oltre il 180 per cento in un anno in termini nominali e del 57,2 per cento in termini reali. Un dato che contiene non una, ma due brutte notizie. La prima è che il costo delle case ormai è fuori controllo. La seconda che sono fuori controllo tutti gli altri prezzi. Perché è anche questo l’inflazione. Andare fuori controllo.

La crisi demografica prepara il secolo africano

Se l’economia fosse fisica, sarebbe difficile se non impossibile sfuggire al peso gravitazionale della demografia. Se l’economia fosse fisica, perciò, il pregevole lavoro di ricerca pubblicato dal NBER che si interroga sui futuri poteri globali dovrebbe fatalmente concludersi con la fondata previsione che il peso della massa africana, non più solo territoriale ma ormai anche demografico, sarà l’evento che condurrà l’umanità, ormai nel secolo XXII, all’alba del secolo africano. Il grafico sopra, infatti, ci racconta che l’Africa Sub Sahariana (SSA, ndr) sarà l’unica che conoscerà una crescita significativa della popolazione.

Ma poiché l’economia non è fisica, e la popolazione si pesa assai più di quanto si conti, nello studio in questione questa rimane solo una possibilità, ben lungi dall’essere una fondata previsione. Perché se è chiaro che il declino dell’Occidente, che ha celebrato nel XX secolo il trionfo americano, si è contagiato all’Oriente, che ha consumato il suo XXI secolo insieme alla sua popolazione – con la notevole eccezione dell’India -, non è altrettanto chiaro come Oriente e Occidente, ormai in gran parte popolati da anziani, decideranno di gestire le popolazioni africane, che finiranno col somigliare sempre più alle orde di cui ci raccontano certe cronache del tempo di mezzo.

A meno che, e questo è il grande interrogativo al quale il secolo XXI si incaricherà di rispondere, l’Africa, che è un universo assai più di quanto sia un continente, non si dimostri capace di trasformare il suo principale vantaggio competitivo – una popolazione giovane – in uno strumento di aumento della produttività tale da lasciare indietro i vecchi campioni. Detto facilmente, l’Africa potrebbe essere per l’Asia ciò che l’America fu per il Regno Unito nel secolo XX.

Quanto sia probabile questo scenario è roba che fa luccicare gli occhi agli economisti, come sempre ottimi giocolieri quando si tratta di far rotolare qualche numero. E vale la pena riportarli, questi calcoli, non tanto perché siano fondati, quanto per dare un’idea di quello che potrebbe essere l’Africa se solo la smettesse di essere l’Africa che conosciamo. Il che ovviamente è facile a dirsi, ma assai meno a farsi. La storia si è incaricata di insegnarci quanto sia complesso e davvero di lunga durata il processo che trasforma una società.

Nulla però ci vieta di sognare. Ed ecco perciò le previsioni estratte da un volenteroso modellino matematico, che quindi vale nei limiti delle sue assunzioni fra le quali si segnala la caratteristica che gli agenti economici che lo abitano abbiano figli e possano vivere fino a 100 anni. E scusate se è poco.

In questo mondo immaginario, se la produttività rimanesse quella osservata nel 2017, nel 2100 l’India genererà un terzo del prodotto globale e la Cina quasi un quarto, con l’Occidente ormai in conclamato declino. Ma se – ed è un grande se – gli indici di produttività cambieranno seguendo la distribuzione della popolazione – quindi cresceranno dove la popolazione aumenta – l’Africa Sub-Sahariana conoscerà finalmente le stelle, con India e Cina a sommare un povero 16 per cento del prodotto globale a fronte del 17 per cento che collocherà gli africani in cima alla classifica. Noi Occidentali, in tutto questo, ci godremo la meritata pensione. O almeno speriamo.

Cartolina. Creditori sovrani

Adesso che la sovranità sembra destinata a diventare trend topic, e il sovranismo un metodo se non di governo almeno di comunicazione, diciamo subito che va tutto bene per il nostro debito pubblico, che ormai da un annetto a questa parte sembra felicemente avviato verso il suo percorso di giapponesizzazione. Che non vuole dire solo che sembra destinato a “riveder le stelle”, come diceva il poeta, ma pure che vede ridurre la sua quota collocata all’estero. La qualcosa piacerà a certi banchieri nostrani, che invitano da anni alla nazionalizzazione del nostro risparmio, in barba a qualunque logica di diversificazione. D’altronde, se dobbiamo esser sovrani, è meglio cominciare dai debiti. Che saranno elevati, ma tutti nostri. E vivremo felici e contenti.

Cartolina. Fieno in Cascina

Prima che la depressione si impadronisca di noi, contagiandosi all’andamento del prodotto interno lordo, conviene fermarsi un attimo e ragionare su alcune evidenze, che il confuso piagnisteo nostrano tende a onnubilare. La prima: stiamo assai meglio di quando stavamo peggio. Quindi un lustro fa, che però sembra un secolo. Malgrado pandemia, guerra, inflazione e le ormai probabili cavallette, siamo ancora ampi creditori dell’estero e questo ci conferisce una certa stabilità che non andrebbe ignorata e tantomeno sottovalutata. Significa in pratica che abbiamo fieno in cascina. Tutto sta a non sprecarlo. Insomma bisogna evitare di fare stupidaggini. Vaste programme (cit.)

Abitare in Europa non era facile. Ora è difficile

La Commissione europea ha pubblicato un interessante approfondimento dedicato allo sviluppo dei mercati immobiliari nei diversi mercati europei che diventa tanto più rilevante sfogliare oggi, che il carovita ha indotto una brusca inversione della politica monetaria, per oltre un decennio tenuta rasoterra.

Il mattone, in questo ambiente riscaldato dalla compiacenza delle banche centrali è cresciuto rigogliosamente. E non certo a caso. I tassi bassi hanno incoraggiato il credito e quindi la domanda di abitazioni, con la conseguenza che i prezzi sono cresciuti ampiamente: in media nell’intera area del 40 per cento circa nell’ultimo decennio.

In media, ripetiamolo. Perché se andiamo a vedere dentro il dato, le differenze fra paesi sono rilevanti. Addirittura esagerate.

Per dire: in Lussemburgo i prezzi sono cresciuti del 40 per cento sono nell’ultimo trienni e sono addirittura raddoppiati fra il 2012 e il 2021. L’Italia è fra i pochi paesi dove si è osservata una decrescita, nel decennio osservato, appena compensata da una ripresina negli ultimi tre anni. Le simulazioni degli economisti lasciano capire che questa crescita sia avvenuta alquanto disordinatamente. Il mercato, insomma, è “tirato”, se non proprio drogato.

Ma il punto è che questa crescita dei prezzi si è accompagnata con un rilevante peggioramento di quella che gli economisti chiamano affordability, ossia la convenienza a comprare una casa, che in qualche modo ha a che vedere con i limiti di bilancio di cui si soffre. Prezzi più alti implicano la disponibilità di un anticipo più corposo, e soprattutto un mutuo più pesante, che in un momento di tassi crescenti è un ottimo viatico per una crisi. Questo in un contesto in cui molto persone dedicano già una quota rilevante dei propri redditi alle spese per l’abitazione, siano esse relative a mutui o ad affitti.

Come si può osservare dal grafico sopra, non è mai stato facile abitare nell’eurozona, e in alcuni paesi meno che in altri. Il denaro a basso costo ha per certi versi alleviato questa percezione, limitando il costo degli interessi passivi. Ma questa epoca ormai è trascorsa. E pure se l’inflazione eroderà il valore del mutuo di chi ha comprato casa, rimane il fatto che il redditi stagnanti che esibiscono diversi paesi, compreso il nostro, faticheranno comunque a servire i debiti contratti. E figuriamoci gli affitti. Insomma, non era facile abitare nell’eurozona. Adesso rischia di diventare difficile.