Perché fa più paura una crisi dei paesi emergenti


Con un fine 2018 sottotono e un 2019 pieno di punti interrogativi per l’economia internazionale, si capisce bene perché la Bce nel suo ultimo bollettino abbia ritenuto necessario offrire un approfondimento sullo stato di salute delle economie emergenti. C’è anche un terzo motivo, a ben vedere. “Rispetto a un ventennio fa – recita il Bollettino -, le economie emergenti svolgono, a livello aggregato, un ruolo significativamente più importante nell’economia internazionale, rappresentando oltre la metà del PIL (a parità di potere di acquisto) e dei flussi di capitali lordi a livello mondiale”. Se il blocco Emergente si ammala, insomma, anche le ricche economie avanzate, che con gli Emergenti hanno fatto ricchi affari prima e dopo la crisi, rischiano di rimetterci la salute. “Gli andamenti di tali economie (emergenti, ndr) possono produrre un considerevole impatto sugli altri paesi attraverso una serie di canali, tra cui quello commerciale, quello finanziario e quello della fiducia”.

Certo, oggi è molto diverso da ieri. Dai tempi delle varie crisi che spiravano da questi lidi lontani – si pensi alle crisi asiatiche di fine anni ’90 – questi paesi hanno imparato a costituire riserve e a diminuire i rischi di fragilità. Ma questo non vale per tutti. Quindi è saggio andare vedere i conti dei principali paesi osservando innanzitutto l’equilibrio dei loro conti con l’estero partendo magari dall’andamento dei saldi correnti, che misurano gli scambi dei singoli paesi con l’estero.

Come si può osservare dal grafico alcune situazioni, peraltro di paesi dove nei scorsi ci sono state parecchie turbolenze, sono difficili. E sono gli stessi paesi, Argentina, Sudafrica e Turchia, dove anche le riserve valutarie sono diminuite.

A ciò si aggiunga che molte di queste economie, a cominciare dalla Cina, hanno fatto un notevole ricorso all’indebitamento in dollari e questo “potrebbe rappresentare un rischio per la stabilità finanziaria nel caso di un ulteriore rafforzamento del dollaro statunitense”. Una situazione non certo nuova. “Alla fine degli anni ’90 del Novecento, le condizioni finanziarie più tese negli Stati Uniti tendevano a trasmettersi con maggior vigore alle economie emergenti; tuttavia tale sensibilità si è ridotta alla vigilia della crisi asiatica per poi tornare ad aumentare negli ultimi anni”.

A ciò si aggiunga che “in alcune economie emergenti gli squilibri interni sembrano aver subito un peggioramento, come indicato dalla crescita delle emissioni di debito in valuta locale e dalla riduzione dei margini di manovra”. Questo vale per tutti i settori di queste economie, e in particolare per il settore corporate, dove il debito cinese ormai alle stelle ha un peso specifico rilevante.

Sulla base di queste considerazioni la Bce ha svolto una simulazione per confrontare lo stato macroeconomico attuale degli Emergenti con quello del ’97 ricavandone la conclusione che mentre le economie asiatiche hanno migliorato la loro posizione complessiva “a dimostrazione del fatto che gli insegnamenti della crisi del 1997 sono
stati recepiti”, Argentina e Turchia appaiono più vulnerabili.

Il caso cinese è controverso. Sebbene “si caratterizzi per un avanzo di conto corrente moderato, bassa inflazione, crescita vigorosa, riserve valutarie ampie e livelli ridotti di debito estero”, al tempo stesso “nell’ultimo decennio in Cina si è osservato un rapido aumento della leva finanziaria, fattore che il modello potrebbe non rilevare in modo soddisfacente”. L’esito cinese, insomma, rimane ampiamente incerto. E considerando la dimensione globale nella quale si agita Pechino ciò non può che turbare gli investitori. Che però intanto investono.

 

 

 

 

 

 

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