Cartolina: C’era una volta la banconota da 500 euro

Si fatica a credere, noi che una banconota da 500 euro non l’abbiamo mai vista, che questo piccolo tesoro su carta abbia superato per anni il valore in circolazione dei 50 euro. E chissà come sarebbe andata se la Bce non avesse deciso, nel maggio 2016, di smettere di stamparlo, questo bigliettone ingestibile per noi comuni mortali. Quando annunciò che mai più avrebbe prodotto il taglio d 500 euro, la Bce ammise che dietro la decisione faceva capolino il timore che fosse utilizzata per attività illecite. Ma poi nell’ultimo rapporto annuale scrive che un terzo dei 1.171 miliardi di valore di banconote in circolazione sta fuori dall’eurozona e che viene utilizzato per riserva di valore e per regolarizzare pagamenti internazionali. Il resto chissà. Sappiamo solo che la sparizione della banconota da 500 euro ha coinciso con l’aumentata diffusione dei tagli da 200, 100 e 50 euro. E che in generale il valore del contate in euro è quasi triplicato in meno di quindici anni da 400 a quasi 1.200 miliardi, in barba al fintech. Una volta c’era il bigliettone da 500. Poi l’hanno scambiato.

Cronicario: Arriva il governo che se lo fissi a lungo scolorisce

Proverbio del 12 aprile Il virtuoso è incline agli accordi, il vizioso a dare la colpa

Numero del giorno: 35.000.000 Stima vendite annuali di auto in Cina nel 2030

Insomma, a un certo punto dalla pattuglia di bimbiminkia che anima il vostro Cronicario s’alza impettita una voce, chiaramente viziata dai disordini del sonno e da chissà cos’altro, che mi dice: “Hai visto la foto che se la fissi a lungo si scolorisce?”

E così d’improvviso mi si rivela il senso del governo prossimo venturo, che anche oggi sta impegnando le notevoli intelligenze che animano questo paese nel defatigante rito delle consultazioni.

Qualunque sarà il governo che verrà, se lo fissiamo a lungo cambierà gradualmente colore fino a scolorire nell’unico esecutivo che abbia mai davvero governato in Italia.

Con l’aggravante che stavolta tocca pure trovare i soldi per consentire lo scialacquo.

Ora sarà pure un caso, ma proprio oggi l’Ocse se n’è uscita con un libretto che sembra un consiglio per gli acquisti per il governo scolorito prossimo futuro, dove si ricorda che in Italia (fra gli altri paesi) la diseguaglianza è aumentata dopo la crisi e che una patrimoniale è un ottimo strumento per pareggiare i conti.

Capirete perciò con che trepidazione uno attenda la notizia che verrà fuori il governo – chessò – gialloverde, che coerentemente con quanto insegna la teoria dei colori digraderà verso l’azzurro, prima di transitare verso il rosso (allarme) e infine spegnersi come un arcobaleno esausto nel grigio.

Ora prima che pensiate che improvvisamente il vostro Cronicario ha perso la testa al punto da parlare di politica, vi rassicuro. Mi hanno traviato i bimbiminkia e la foto che si scolorisce. Ma poi mi riprendo.

A domani.

 

 

 

Nel mondo girano 1.200 miliardi di euro in contanti

L’inestinguibile passione per il denaro cash, che abbiamo già osservato a livello globale, non poteva certo risparmiare l’euro che ormai è una valuta molto richiesta anche fuori dall’eurozona. Nel suo ultimo rapporto annuale la Bce fa un po’ di conti e osserva l’andamento crescente del numero e del valore delle banconote in euro in circolazione, che, come si può osservare non conosce crisi.

In particolare, nel 2017 il volume e il valore dell banconote sono cresciuti rispettivamente del 5,9 e del 4%. A dicembre scorso erano in circolazione 21,4 miliardi di banconote per un valore che sfiorava i 1.200 miliardi (1.170) e che li supera abbondantemente se ci mettiamo dentro anche le monete (126 miliardi). Se guardiamo alla distribuzione dei tagli, quello che ha registrato la domanda più forte è stato quello di 100 euro – non proprio comune fra i cittadini normali – cresciuto del 7,9%, persino superiore all’aumento di domanda delle banconote da 50 euro, di sicuro assai più diffuse (+6,4%).

“Si stima – riporta il rapporto – che, in termini di valore, circa un terzo delle banconote in euro in circolazione sia detenuto al di fuori dell’area dell’euro. Si tratta soprattutto dei tagli maggiori, che sono detenuti principalmente nei paesi confinanti e sono utilizzati come riserva di valore e per il regolamento delle transazioni sui mercati
internazionali”. Notate che le banconote da 500 euro, che la Bce ha smesso di produrre da maggio 2016, anche per il timore che favorissero transazioni illecite, sono state superate in valore solo di recente da quelle di 50 e sono state raggiunte da quelle da 100. Insomma: i grossi tagli che si vedono molto poco sono ancora molto utilizzati nei circuiti di pagamento.

Altro aspetto interessante, è notare le abitudini delle famiglie europee nell’uso del contante. La Bce ha condotto una survey nel novembre scorso dalla quale è stata ricavata questa mappa.

L’Italia, con Spagna e Slovenia, si colloca quarta per valore delle operazioni regolate in contanti, con una quota pari al 68%, dopo Malta, Grecia e Cipro. Nell’aggregato EZ la media è del 54%, a fronte di un 39% con carta di credito e un altro 7% con altri strumenti di pagamento.

Altra osservazione che vale la pena sottolineare: “Nell’area dell’euro, il contante è stato lo strumento di pagamento più diffuso per le operazioni fino a 45 euro. Le carte sono risultate il mezzo di pagamento utilizzato più spesso per importi superiori a 45 euro. Tuttavia, soltanto il 9 per cento di tutti i pagamenti registrati aveva un valore superiore ai 45 euro”. Inoltre “il fatto che la maggior parte delle operazioni sia avvenuta in luoghi dove i pagamenti in contanti rappresentano tra l’80 e il 90 per
cento del totale dei pagamenti, oltre al fatto che due terzi di tutte le operazioni hanno riguardato importi inferiori ai 15 euro, può in parte spiegare come mai il contante è più usato di quanto spesso si creda”. Ma soprattutto emerge che “il 6 per cento degli affitti, il 13 per cento delle utenze elettriche e il 31 per cento delle fatture mediche vengono pagate in contanti”.

Il contante conta, appunto. Ieri, oggi e domani.

Cronicario: E anche oggi la Cina dice Yi (stavolta al Fmi)

Proverbio dell’11 aprile Non si conosce il valore dei denti finché durano

Numero del giorno: -0,3 Calo % prezzi case in Italia nel IVQ 2017 rispetto al 2016

Non so voi, ma io mi sto ammazzando di pop corn mentre mi gusto in salotto il teatrino sinoamericano che recita a soggetto La Grande Guerra Commerciale, che agita i sonni di mezzo mondo proprio alla fine del primo trimestre 2018. Mezzo mondo che poi dovremmo essere noi europei, visto che siamo letteralmente nel mezzo di questa Grande Guerra, e spuntiamo begli attivi commerciali dai nostri cugini americani. A proposito…

Non lo sapevate eh? Eccerto, solo il vostro Cronicario qui vi dice quello che serve sapere, pure sboccato com’è. E infatti dovete sapere che il verdetto su questa indagine che noi italiani vale un export di poco più di venti milioni di dollari – una lenticchia nel mare dell’import Usa, arriverà duro e implacabile e di sicuro ne preannuncia altri.

Ne riparliamo a fine maggio insomma, quando scopriremo anche che fine farà la momentanea sospensione dei dazi all’Ue su acciaio e alluminio.

Vengo al punto. Ricorderete che ieri il presidente cinese Xi, parlando dal forum di Boao ha detto che sì: abbasserà i dazi sulle importazioni di auto, rispondendo così all’ennesima cazziata via social di Mister T(weet). e poi che sì: aprirà a sua economia in lungo e largo. E infine che sì: vuole commerciare con chiunque, pure a patto di perderci qualche tallero. E perciò sì: allargherà anche le maglie della sua rete finanziaria per consentire ai non cinesi di iniziare a farsi le ossa nei mercati finanziari cinesi. I mondialisti di tutto il mondo ringraziano.

Passa la nottata e al risveglio le agenzie battono forsennate le dichiarazioni di Miss Fmi, meglio conosciuta come Madame Lagarde. che dice due paroline due sui brutti tempi che stiamo vivendo:

1) Il protezionismo è un fallimento collettivo. I dazi non risolvono gli squilibri commerciali. I paesi dovrebbero innanzitutto fare politiche fiscali per contenere le spese e correggere i bilanci pubblici e privati.

2) Il debito, pubblico e privato, è arrivato a 164 mila miliardi che non so bene con quanti zeri si scriva. Mai vista una roba del genere in tempo di pace, e adesso avete anche scoperto perché questo blog si chiama The Walking Debt dal 2012.

Manco il tempo di digerire la soddisfazione che la Cina si rifà viva. E dice di nuovo Yi. Scusate: dice di nuovo sì. Stavolta per bocca del nuovo governatore della banca centrale cinese che dettaglia le apertura di credito della futura Cina capitalista dove le società cinesi e straniere opereranno in un ambiente con le stesse condizioni. Sì: fermo questo e altro ancora. Addirittura alla fine dell’anno ci sarà il collegamento fra le borse cinesi e il London Stock Exchange.

Che volete di più?

A domani.

 

I consigli del Maître: La guerra commerciale Usa-Cina fra dazi e riserve valutarie

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Si stava meglio quando si stava peggio? Viviamo un tempo denso di nostalgie per un passato che abbiamo evidentemente dimenticato al punto da rimpiangerlo. Per fortuna che c’è sempre qualcuno che ci rinfresca la memoria, come ha fatto di recente Bankitalia in uno studio nel quale ha confrontato l’Italia del 1968 con quella del 2016. Senza entrare nel dettaglio, è interessare osservare uno dei tanti elementi che meritano una riflessione, ossia l’andamento della povertà.

Come si vede non è così sicuro che si stava meglio quando stavamo peggio. I poveri italiani erano di più nel 1992 rispetto ad oggi, anche se i poveri complessivamente sono aumentati a causa dell’arrivo degli immigrati. Ma se guardiamo ai residente, i poveri di oggi sono meno di quelli dell’epoca della lira e della Cina fuori dai mercati. Forse è il caso di pensarci sopra.

Denatalità, quanto mi costi. Sempre Bankitalia ha prodotto un altro studio molto interessante, stavolta però sui costi indiretti della denatalità che affligge il nostro paese misurata in termini di prodotto interno lordo. Due cose bisogna ricordare. La prima che c’è uno spread crescente fra i nati vivi e i morti nel nostro paese che si allargherà al punto che avremo circa sette milioni di residenti in meno da qui a 50 anni, pure considerando i flussi migratori, secondo le stime Istat. Poi che ciò provocherà un aumento notevole del già elevato tasso di dipendenza degli anziani, ossia del rapporto fra ultra65enni e persone in età da lavoro.

Poi che senza immigrati la situazione è destinata a peggiorare. Le stime calcolano in oltre il 3% il contributo degli immigrati al pil negli ultimi anni.

Infine che pure considerando gli immigrati, l’economia italiana sembra destinata a dimagrire parecchio.

Ce n’è abbastanza per richiedere un reddito di figliolanza? Pare proprio di no.

Quanto rischia l’Europa con una guerra commerciale? La lite ormai conclamata fra Usa e Cina sui dazi, che si arricchisce di dettagli ogni giorno, minaccia di far davvero male alla crescita e già si vedono le prime avvisaglie guardando gli andamenti del prezzo del petrolio, che si stanno raffreddando a causa dell’indebolirsi della domanda della imprese, preoccupate che il litigio degeneri in guerra. Peraltro passa sotto traccia il fatto che alla fine i dazi si scaricheranno sui consumatori. Dove non è riuscita la politica monetaria – far rialzare l’inflazione – potrebbe riuscire la politica protezionistica di Trump. Il problema è che fra i due litiganti sta l’Europa, che dopo la Cina è il maggiore esportatore netto negli Usa.

Che ne sarà degli attivi commerciali Europei – e noi italiani siamo nella parte alta della classifica – verso gli Usa se la guerra dei dazi dovesse continuare. Al momento l’Ue è stata esentata dai dazi su acciaio e alluminio, ma solo fino al primo maggio. Dopo si vedrà.

Intanto grazie a Bruegel sappiamo quali sono i settori più sensibili a una possibile stretta commerciale Usa.

L’altra faccia della trade war: le riserve cinesi. Le riserve cinesi in valuta estera sono aumentate a marzo 2018, superando i 3.140 miliardi di dollari, a fronte di un calo di 27 miliardi a febbraio, malgrado la continua debolezza del dollaro e l’intensificarsi delle tensioni commerciali tra il mondo le due maggiori economie abbiano rafforzato le aspettative di un apprezzamento della valuta cinese.

Paradossalmente (ma forse neanche tanto) le tensioni fra i due paesi hanno fatto salire il valore delle riserve cinesi. Nel frattempo, il valore delle riserve auree è salito a 78,419 miliardi di dollari alla fine di marzo, da 78,064 miliardi di dollari a fine febbraio. Le riserve in valuta estera in Cina sono state in media 958,506 miliardi di dollari dal 1980 al 2018, e hanno raggiunto il massimo storico di 3.993 miliardi nel giugno 2014 e il minimo storico di 2,262 miliardi di dollari nel dicembre del 1980.

Cronicario: La Cina dice Xi a Mister T(weet)

Proverbio del 9 aprile L’uomo saggio non sa molte cose. Chi sa molto non è saggio

Numero del giorno: 0,8 Incremento costo del lavoro in Italia nel 2017

Allora ero rimasto a ieri, quando il ministero degli esteri cinese diceva per bocca altrui che non avrebbe più rivolto la parola agli Usa, quando oggi d’improvviso mi son caduti gli occhi sulle dichiarazioni che il Figlio de Cielo Xi Jinping ha rilasciato al Forum di Boao, che non è una nuova marca di bagnoschiuma, ma una pregevole località cinese che si candida a diventare la Davos asiatica senza la vista sulle Alpi, ma in compenso con un ottimo affaccio sul Mare Cinese Meridionale, che la Cina considera il suo Mare nostrum ed è un filino più strategico delle Alpi per il futuro della globalizzazione. E chissà perché.

Quindi ieri ero rimasto al ministero degli esteri che diceva essere “impossibile avviare negoziati commerciali e gli attriti sono responsabilità degli Usa”. E già mi figuravo gli sfracelli per noi europei che sull’export verso gli Usa ci campiamo mica male.

Quando tutto d’un tratto il davosiano Xi, molto applaudito nella sua versione alpina,

ha fatto una delle sue migliori performance mondialistiche che quasi quasi risalgono le borse. Almeno per oggi. Ma per apprezzarla serve una premessa. Anzi, una promessa. Che ovviamente non poteva che provenire da lui: Mister T.

Ora il nostro Mister T. stavolta in versione Twitter, deve a tal punto aver ispirato il presidente cinese che nel suo discorso al forum asiatico il Figlio de Cielo ha detto Xi. Scusate: ha detto sì. La Cina allenterà i limiti agli investitori stranieri nel settore dell’auto e taglierà “significativamente” i dazi all’import di veicoli. Ma mica solo questo. Xi ha promesso più apertura dei mercati, ambiente più attrattivo per gli investimenti esteri, protezione effettiva della proprietà intellettuale e ampliamento delle importazioni. Questo per confermare che la porta della Cina “non sarà chiusa, ma aperta di più”.

E mica solo alle automobili. La Cina ha annunciato misure nel 2017 che avrebbero portato gli investitori stranieri ad aumentare le quote nei settori finanziari, come banche e assicurazioni, e ora “garantiremo che queste misure si materializzino”. Mister Tweet sarà di sicuro soddisfatto. I cinesi anche.

Indovinate chi paga.

A domani.

 

I prezzi immobiliari dell’eurozona iniziano a surriscaldarsi

L’ultimo rapporto annuale della Bce contiene un approfondimento sull’andamento del mercato immobiliare che vale la pena scorrere perché fa il punto su uno dei settori più strategici della crescita presente, e soprattutto futura. Il 2017 è stato un anno buono, si potrebbe dire semplificando, perché ha confermato un’espansione ciclica iniziata già da qualche anno che si sta svolgendo sotto l’egida di prezzi che, nell’aggregato dei paesi EZ, crescono in maniera frizzante iniziando a mostrare segnali di sopravvalutazione. Non siamo ai livelli pre crisi, ma il trend sembra accelerare di anno in anno.

Tale accelerazione, tuttavia, non sembra preoccupare la Bce, che nota come “pur registrando un’accelerazione tendenziale fino a oltre il 4 per cento nel terzo trimestre del 2017, la crescita nominale dei prezzi degli immobili residenziali è rimasta al di
sotto della sua media storica e ben al di sotto dei valori precedenti la crisi”. A guidare l’andamento dei prezzi è stata ovviamente la forte domanda “sostenuta in
misura crescente dall’aumento del reddito delle famiglie” supportata anche dall’aumento dei prestiti per l’acquisto delle abitazioni che ha superato il 3% su base annua a fine 2017. A ciò si è aggiunto il calo dell’indebitamento delle famiglie, arrivato al 58% del pil nel terzo trimestre 2017.

Più credito, meno debito e più reddito sono la trinità magica che ha permesso al mercato immobiliare, e in particolare a quello residenziale, di trovare la strada per una ripresa robusta che però si caratterizza per una notevole eterogeneità all’interno dell’area. Ciò che vale per il tutto, insomma, non vale per l’ognuno.

Nel corso del 2017, infatti, nell’ambito della sua funzione macroprudenziale, ossia di osservatrice degli equilibri macro in chiave preventiva, ha rivolto alcune raccomandazioni mirate propri a far fronte ad alcune criticità che stavano emergendo in alcuni paesi che hanno condotto a decisioni in Finlandia, Lituania, Belgio, Irlanda e Slovacchia, tutti paesi che mostrano un andamento dei prezzi giudicato evidentemente troppo esuberante. L’Italia non è stata interessata da misure macroprudenziali perché il nostro mercato soffre del problema opposto: è ancora in panne.

Sul versante degli immobili commerciali, qui il surriscaldamento dei prezzi è stato ancora più pronunciato. “Nel 2016, il tasso di crescita sui dodici mesi dei
prezzi degli immobili commerciali nell’area è salito al 5,1 per cento, dal 3,8 del 2015 e dall’1,9 per cento del 2014. Tale aumento dei prezzi è stato trainato dal segmento primario del mercato immobiliare commerciale (in cui i prezzi hanno registrato una crescita tendenziale del 18 per cento nel 2016, rispetto al 14 per cento dell’anno precedente) e, in particolare, dal segmento primario degli esercizi commerciali, in cui i prezzi hanno continuato a salire anche nel 2017.

La Bce sottolinea che “in molti dei paesi che nel 2017 hanno registrato i più significativi incrementi dei prezzi degli immobili commerciali, questo settore è stato principalmente finanziato con investimenti diretti da parte di fondi e investitori istituzionali e meno sostenuto dai prestiti bancari. I fondi di investimento e i fondi
comuni immobiliari hanno acquisito importanza come strumenti attraverso i quali i gestori patrimoniali statunitensi e gli altri investitori esteri in cerca di rendimenti in un contesto di bassi tassi di interesse veicolano i propri investimenti nel settore”.

Ultima considerazione interessante: “Sebbene il credito bancario al settore degli immobili commerciali non sia in espansione, in alcuni paesi il settore bancario mantiene ampie esposizioni creditizie verso questo segmento del mercato immobiliare, rendendosi quindi vulnerabile a potenziali correzioni di prezzo negative. È evidente che, in ragione della sua natura e delle sue dimensioni, il settore degli immobili commerciali non è sistemico quanto il settore degli immobili residenziali”. Insomma, il pericolo non arriva da lì. Almeno non subito.

Ecco perché la monetizzazione Usa non genera inflazione

Questa storia si racconta meglio partendo dalla fine, ossia da un grafico pubblicato dalla Fed di S.Louis che ci consente di scovare il dettaglio dove si annida la spiegazione della debole pressione sui prezzi nonostante il diluvio monetario piovuto sugli Usa.

Le due curve rappresentano il livello del rendimento del titolo annuale del Tesoro, che cresce mano a mano che la Fed alza i tassi di riferimento, e il tasso che la Fed paga alle banche sulle riserve bancarie. Notate che la Fed ha iniziato a remunerare questo tasso solo di recente, visto che storicamente è stato sempre intorno allo zero.

Perché mai la Fed, che ha sempre tenuto la remunerazione della riserve bancarie a zero o quasi ha iniziato a pagare un rendimento alle banche?

Diamo per scontato che sappiate già come funziona il rapporto fra una banca centrale e una banca commerciale (ma se così non fosse qui trovate una guida facile per orientarvi), ma per farla breve, ricordo che queste ultime tengono le loro riserve presso la banca centrale. A sua volta la BC quando ad esempio acquista titoli pubblici, lo fa aumentando le riserve della banche commerciali, di fatto accrescendo potenzialmente la liquidità del sistema. Le banche commerciali infatti, sulla base della quantità di riserve di cui dispongono, decidono se e quanto dare a prestito all’economia, “creando” la moneta bancaria che poi genera i depositi di conto corrente sotto forma di prestiti a famiglie e imprese. Ma tutto questo accade potenzialmente, appunto. Le banche, essendo imprese come le altre, daranno a prestito se troveranno conveniente farlo. Quando ad esempio, come si vede nel grafico sopra, lo spread fra i ricavi dei prestiti a breve e la remunerazione delle riserve era ampio, le banche erano di sicuro stimolate a trasformare le proprie riserve in crediti all’economia, e in tal modo aggiungendo pressione inflazionistica al sistema. Una situazione che quest’altro grafico rappresenta bene.

La monetizzazione viene definita come l’attitudine della banca centrale a trasformare i debiti ad alti interessi del governo in moneta, ossia o contante vero e proprio oppure riserve bancarie, che al contante sono assimilate in quanto non generano interessi. O meglio, non generavano interessi. Notate dal grafico sopra come negli anni ’70 la notevole monetizzazione del debito ebbe un effetto chiaro sulle dinamiche inflazionistiche che invece non si osserva negli anni più vicino a noi, dove a un tasso di monetizzazione persino più intenso di quello degli anni ’70, corrisponde un’inflazione fredda. Perché? La risposta più facile forse è quella giusta. Alle banche commerciali è risultato maggiormente conveniente incassare il rendimento sulle riserve invece che quelli del mercato monetario. In sostanza la Fed, alzando i tassi di remunerazione della riserve, è come se avesse “sterilizzato” l’aumento dei tassi di interesse che avrebbe allargato lo spread fra il tasso delle riserve e quello di mercato, e così facendo può aver raffreddato l’intenzione delle banche di dare a prestito. Queste ultime troveranno di sicuro più conveniente incassare i soldi sicuri della Fed piuttosto che avventurarsi concedendo prestiti, almeno finché gli spread stanno vicini. L’unica differenza è che nel secondo caso i profitti bancari li paga il mercato. Nel primo i contribuenti. Ma tanto neanche lo sanno.

Cartolina: La meglio povertà

I nostalgici dei bei tempi andati, che lamentano l’andamento crescente della povertà ai tempi dell’euro e della globalizzazione, dovrebbero leggere un bel resoconto pubblicato dalla Banca d’Italia dove, fra le altre cose, si osserva che la peggiore povertà recente gli italiani l’hanno conosciuta fra il 1992 e il 1993. Solo sul finire degli anni ’90 i poveri italiani sono diventati sempre meno, mentre aumentavano i poveri che abitano in Italia perché nel frattempo arrivavano gli immigrati. Poi è scoppiata quell’altra crisi, e i poveri italiani sono cresciuti, ma assai meno dei poveri che vivono in Italia, ossia dei nati all’estero. Senza costoro, i poveri italiani sarebbero all’incirca al livello d’inizio anni ’90 prima che arrivasse la peggio povertà del ’92. Chissà perché alcuni credono che quella, senza euro, globalizzazione e immigrati, fosse migliore.

Il costo salato della denatalità italiana

Quando si crede di aver ormai letto tutto sui rischi connessi alla grave denatalità che affligge il nostro paese esce un bel paper di Bankitalia che ci mostra un aspetto finora poco osservato, ossia l’influenza che tale situazione ha sul livello della nostra crescita economica, presente ma soprattutto futuro. Cominciamo da un dato, riportato dall’istituto tedesco di statistica che fotografa bene la nostra situazione: siamo il fanalino di coda in Europa, insieme con la Spagna, per indice di fertilità.

Il dato è sconfortante perché non rappresenta un episodio, ma una chiara tendenza confermata dalle rilevazioni Istat. Il paper di Bankitalia ci consente di avere una buona visione d’insieme nel lungo periodo. Il tasso di natalità in Italia ha un andamento declinante ormai secolare.

Tutto ciò ha un effetto evidente sull’andamento della popolazione, che non può che diminuire, in conseguenza del gap fra i nati vivi e i defunti.

Questo trend ha un effetto determinante su quello che gli statistici chiamano indice di dipendenza, ossia il rapporto fra la popolazione anziana e quella in età lavorativa. Anche su questo fronte, la posizione italiana, come documentato dal recente bollettino della Bce, non è delle migliori.

A trend inerziale, fra cinquant’anni il numero degli anziani inattivi sarà superiore al 60% di chi è in età lavorativa. Ciò non ha soltanto effetti sulla capacità dei governi di sostenere i sistemi previdenziali. Ma porta con sé altre conseguenza che sono squisitamente macroeconomiche, e della quali si occupa lo studio di Bankitalia. L’analisi (“Il contributo della demografia alla crescita economica: duecento anni di storia italiana“) è focalizzata nell’osservazione di come l’andamento demografico, e quindi la composizione della popolazione, abbiano influenzato nel passato gli andamenti economici e come li influenzino adesso. La conclusione lascia pochi spazi a dubbi: “Le modifiche nella struttura per età della popolazione hanno prodotto nel passato più lontano un demographic dividend positivo. Al contrario, negli ultimi venticinque anni e con ogni probabilità nel futuro, la demografia ha dato e darà un contributo diretto sensibilmente negativo alla crescita economica. I flussi migratori previsti limiteranno l’ampiezza di tale contributo negativo, ma non saranno in grado di invertirne il segno”.

In sostanza gli economisti di Bankitalia asseverano un principio molto semplice: la crescita di un’economia dove gli anziani sono una maggioranza relativa tende a rallentare. E’ una delle congetture alla base dell’ipotesi della cosiddetta stagnazione secolare, teoria che risale agli anni ’30 e che ha ripreso vigore all’indomani della crisi finanziaria. Il portato di questa congettura è assai semplice: la speranza di vita nel 2065 potrà pure arrivare a superare i 90 anni per le donne e gli 86 per gli uomini, come stimano le previsioni Istat. Ma a tale miglioramento è inevitabilmente connesso il peggioramento delle condizioni economiche.  Non serve chissà quale inferenza per comprenderne le ragioni. Basta osservare che secondo le stime Istat, sempre nel 2065, la popolazione residente in Italia dovrebbe attestarsi sui 53,7 milioni nel 2065, ben 7 milioni in meno di oggi (-11%). E meno persone significa economia più piccola. “Il dividendo demografico – scrivono gli autori – la crescita economica che, sul piano contabile, può derivare dall’aumento nella quota di popolazione in età lavorativa è già divenuto negativo a partire dall’ultimo decennio del XX secolo”.

Ci sarebbe da chiedersi come mai il cambiamento strutturale della nostra popolazione, che ha condotto i più anziani a superare i più giovani, si sia innescato dal secondo dopoguerra per accelerare vistosamente dalla fine degli anni ’80. Ma il discorso ci porterebbe troppo lontano. Ci basti sapere che nel 2017 gli anziani sono il 165% dei giovani 0-14 enni, e tale rapporto è previsto in crescita. Ciò impatterà sul totale delle persone in età lavorativa, che diminuisce da venticinque anni. L’immigrazione contribuirà a rallentare questa flessione. Si stima che nel 2061 un quarto della popolazione in età lavorativa sarà composta da stranieri. Se così non fosse, la quota dei 15-64enni, ossia la popolazione in età lavorativa, scenderebbe al 40% del totale. Ma pure con l’ingresso degli stranieri non si supererà il 55%.

L’analisi degli economisti di Bankitalia consente di osservare che il contributo della demografia alla crescita, definito come dividendo demografico (DD) e calcolato come la differenza nelle dinamiche della popolazione in età da lavoro (WAG) e della popolazione complessiva (POP) ha iniziato a pesare negativamente sul pil pro capite a partire dagli anni ’90.

Interessante osservare anche il confronto con altri paesi, in particolare Germania, Francia, Spagna, Gran Bretagna e Usa. Emerge che “in Italia il contributo della produttività alla crescita del prodotto pro capite è per quasi tutto il Novecento più alto della media degli altri paesi, diviene significativamente negativo nel primo decennio del nuovo millennio”. In generale “il contributo della struttura demografica italiana è
decisamente negativo e inferiore agli altri paesi avanzati” che sarebbe stato anche peggiore “se non fosse intervenuto negli ultimi 25 anni un significativo flusso migratorio in entrata”. Nel 1981 i cittadini stranieri residenti in Italia erano poco più di 200.000, lo 0,4 per cento della popolazione, mentre sono diventati poco più di 5,1 milioni all’inizio del 2018, l’8,4 per cento della popolazione. L’immigrazione ha avuto effetti positivi sulla crescita, per la semplice ragione che ha aumentato il numero di persone in età lavorativa.

“Particolarmente importante -scrivono – è risultato il contributo alla crescita del PIL nel decennio 2001-2011: la crescita cumulata è stata positiva per 2,3 punti percentuali mentre sarebbe risultata negativa e pari a -4,4 per cento senza l’immigrazione”. E questo merita di essere sottolineato.

Quanto al futuro, c’è poco da essere ottimisti. Il dividendo demografi diverrà negativo, malgrado l’afflusso di stranieri, replicando una dinamica che si osserva anche in paesi dove la popolazione è prevista in aumento, come Francia e Gran Bretagna. Sulla base di alcune congetture Bankitalia elabora tre scenari, molto diversi quanto ai risultati che però hanno in comune un punto: in 45 anni il pil è previsto in calo a seguito delle dinamiche demografiche a meno che non si riesca ad aumentare drasticamente la produttività.

Nello scenario benchmark, “l’effetto meccanico delle dinamiche demografiche determinerebbe in 45 anni un calo del PIL del 24,4 per cento rispetto ai livelli del 2016 e del 16,2 per cento in termini pro capite (-0,4 medio annuo), a parità di altre condizioni”. Se si azzerasse l’immigrazione (scenario 3) “il livello del PIL aggregato risulterebbe dimezzato con un calo del 50 per cento (a fronte di -24,4 per cento nel caso benchmark)”. Il livello del reddito pro capite sarebbe un terzo rispetto al livello del 2016.

Compensare queste dinamiche demografiche avverse non è per nulla semplice. Bankitalia individua tre strumenti: aumento dell’età pensionabile, aumento della partecipazione delle donne al lavoro, aumentare la dotazione di capitale umano e per avere maggiore efficienza e quindi produttività. Purtroppo, “sotto questi tre profili – partecipazione femminile, età effettiva di pensionamento, grado di istruzione della forza lavoro – l’Italia si colloca su livelli nettamente inferiori alla media dei principali paesi avanzati”.

La qualcosa, malgrado possa scoraggiare, implica che abbiamo ampi spazi di miglioramento. Senonché se la politica finora ci ha condotto fino a questo punto, è lecito dubitare della sua (nostra) capacità di tirarci fuori da questa situazione. E’ più probabile che le cose seguano il loro corso naturale. Fino all’estinzione.