I consigli del Maître: L’Europa diseguale e la spesa pro capite per i farmaci

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

L’Europa diseguale. La diseguaglianza è aumentata in quasi tutti i paesi europei, dice Eurostat in una recente ricognizione che misura la differenza nei redditi fra il 20% più ricco della popolazione eil 20% più povero. Ma laddove è aumentata non è cresciuta per tutti con la stessa intensità.

Rispetto al 2008, la Lettonia ha registrato il più grande calo del rapporto disuguaglianze di reddito (da 7,3 nel 2008 a 6,3 nel 2017, un calo di 1), seguita dal Regno Unito (-0,5), Belgio e Polonia (entrambi -0,3). L’aumento maggiore è stato registrato in Bulgaria (da 6,5 nel 2008 a 8,2 nel 2017, o +1,7), Italia (+1,1), Spagna e Lituania (entrambe +1,0). In Italia, al netto delle inevitabili distorsioni generate dall’economia sommersa, risulta che il 20% più ricco della popolazione ha un reddito (la ricchezza è un’altra cosa) 6,3 maggiore del 20% più povero. Non siamo la Bulgaria, ma poco ci manca.

Il costo dei farmaci: gli Usa e noi. Negli Usa il dibattito è sempre più scatenato relativamente al costo dei farmaci che le statistiche mostrano essere ben superiore a quello di altri paesi.

Sbaglierebbe chi pensasse che l’elevato costo dei farmaci dipende dal fatto che il governo non contribuisce alla spesa sanitaria. Negli Usa, infatti la spesa per farmaci con obbligo di prescrizione è stata pari a circa 330 miliardi di dollari nel 2016, l’1,8% del PIL, e il governo ne ha pagato più del 40%. La spesa sanitaria è pari al 18% del PIL e l’assistenza sanitaria è il terzo settore di occupazione. Ciò malgrado molti cittadini sono costretti a scegliere fra mangiare e curarsi a causa dell’alto costo dei farmaci che non è soggetto ad alcuna regolazione.

Le banche giapponesi battono tutti. La Bis di recente ha diffuso le statistiche bancarie che mostrano come le banche giapponesi siano diventate le prime prestatrici al mondo per asset totali. Ormai siamo oltre i 4 trilioni di dollari, ben sopra la Gran Bretagna, le cui banche sono le second prestatrici al mondo. La lunga marcia delle banche giapponesi è cominciata all’indomani della crisi, complice anche il QQE varato dalla BoJ che ha aumentato notevolmente le riserve delle banche commerciali dotandole perciò di enormi risorse per prestiti potenziali.

Dal 2008 in poi le banche giapponesi hanno superato prima quelle francesi e poi quelle statunitensi e ormai sono stabilmente in testa alla classifica. Rimane la grande incognita delle banche cinesi, che ancora non dichiarano i propri attivi alla Bis, ma alcune studi osservano che il sistema bancario cinese è in grande crescita nella sua dimensione estera. Un altro segnale della supremazia incipiente dell’Oriente sull’Occidente. Anche per i prestiti.

Il boom dello shadow banking cinese. La Banca di Francia ha svolta una interessante ricognizione sull’andamento globale dello scado banking, ossia il proliferare di quelle entità che non sono banche ma che si comportano come banche perché prendono a prestito indebitandosi e danno a prestito a loro volta. Si tratta delle entità che hanno concorso alla grande crisi finanziaria del 2008, a causa delle loro pratica vagamente anarchiche, visto che, non essendo propriamente anarchiche, non sono soggette alla stessa regolazione. Il fenomeno più interessante è il caso cinese, dove le banche ombra, pressoché inesistenti fino a pochi anni fa hanno visto una crescita spettacolare.

Sappiamo già che la Cina è in cima alla lista per quantità di debito privato, ormai superiore al 200% del pil. Il proliferare delle non banche ha sicuramente incoraggiato questa crescita dell’indebitamento. E si capisce perché gli osservatori siano sempre più in quieti al riguardo. Ciò anche in conseguenza del fatto che le non banche sono legate a filo doppio alle banche tradizionali, che in larga misura accordano loro i prestiti necessari alla loro attività.

Proprio come accadeva nel 2008 nel settore dei mutui subprime.

La marina cinese scava il solco di un’altra via della seta

Aprile 2018 sarà ricordato nell’annalistica cinese come il mese in cui nell’affollato Mare Cinese  meridionale è apparsa la prima portaerei cinese nell’ambito di una straordinaria esibizione di forza marinara che ha coinvolto oltre 10 mila uomini, fra i quali, impettito e in divisa, anche il presidente Xi, 76 jet da combattimento e 48 fra navi e sottomarini. La più grande esercitazione navale nella storia cinese. Un colpo d’occhio notevolissimo in una zona pure usa ad essere teatro di esercitazioni cinesi. Una mobilitazione di forza armate così imponente, dicono alcuni osservatori, non si vedeva dalla fine degli anni ’40, e la circostanza che si sia conclusa con una esercitazione proprio nello stretto davanti a Taiwan la dice lunga sul senso politico di questa performance.

La Cina ha voluto mostrare al mondo non solo la straordinaria crescita della sua marina militare, la metà dei 48 vascelli utilizzati nella parata sono stati costruiti dopo il 2012, ossia dopo che Xi si è insediato al potere, ma anche confermare di essere disposto a usarla per tutelare le sue prerogative territoriali, fra le quali primeggiano, oltre a Taiwan, proprio il Mare cinese meridionale al centro di una disputa internazionale e fonte di tensione per tutta la regione. Pechino lo considera una sorta di mare nostrum cinese. Il tribunale dell’Aja, che si è pronunciato sulla questione nel 2016, lo considera come territorio internazionale. Gli Usa ogni tanto si fanno vedere nella zona con le loro portaerei in nome, dicono, del diritto alla libera circolazione nella acque internazionali, mentre i paesi che gravitano attorno al mare, quindi Vietnam, Malesia, Filippine, Brunei, tentano con poco successo di convincere il gigantesco e scomodo vicino cinese a concordare un codice di condotta per l’utilizzo del mare, che oltre ad essere un notevole serbatoio di risorse naturali, petrolio e gas, ma anche pesci, è uno dei luoghi centrali delle rotte commerciali marittime internazionali che collegano la Cina agli Stati Uniti lungo il Pacifico del Nord, e poi con l’Europa, attraverso lo stretto delle Molucche, dove passa gran parte del petrolio diretto in Cina, e poi l’Oceano Indiano e da lì verso Suez o attraverso l’Africa fino all’Atlantico.

La disputa sul Mare cinese meridionale si alimenta costantemente di momenti di tensione – pochi giorni fa l’Australia ha lamentato che alcune navi cinesi hanno fronteggiato alcuni loro vascelli che navigavano in zona – ma ciò non ha impedito ai cinesi di installare apparecchiature militari su alcune isolette, alcune poco più di scogli peraltro rivendicati da altri paesi, garantendosi un notevole vantaggio strategico. Questa pratica, secondo quanto raccontato dall’ammiraglio Philip Davidson al Senato Usa, è iniziata a dicembre 2013, quando ormai Xi era Presidente da oltre un anno, ed è cominciata nella Spratly Islands, un gruppo di piccole isole che ha la ventura di trovarsi proprio nel cuore del Mare cinese meridionale. Ciò ci permette di comprendere con quanta pervicacia la Cina persegua la sua intenzione di “riappropriarsi” di questa porzione di mare e al tempo stesso suggerisce di prendere molto sul serio quanto dichiarato a proposito del futuro delle forze armate cinesi, sempre dal Presidente Xi al congresso del partito comunista dell’ottobre scorso. Ossia la circostanza che entro il 2035 si sarebbe arrivati alla completa modernizzazione delle forze armate e che entro il 2050 sarebbero stati forze armate di livello globale. Tale miglioramento non può che passare dalla marina militare, non a caso destinataria di grandi quote di investimenti da parte del governo. La Cina deve recuperare il proprio deficit di tonnellaggio di navi militari, dicono gli esperti, mentre è ampiamente in cima alla catena alimentare quando si tratta della marina mercantile. E tuttavia buona parte del gap più rilevante con la marina militare Usa, quello legato alla tecnologia e alla capacità di operare, è stata in buona parte colmato.

La Cina insomma ha reso chiaro al mondo, partendo proprio da un disputa insieme territoriale e strategica – quella sul Mare cinese meridionale – che ha intenzione di assumere un ruolo di portata globale lungo le rotte commerciali oceaniche, che sono nientemeno che vitali per un paese che basa buona parte della sua economia sul commercio e che ambisce a giocare un ruolo di player globale. Non a caso, evidentemente, la State Oceanic Administration cinese ha definito il XXI secolo come “il secolo degli oceani”. Per interpretare questo ruolo al meglio è necessaria una marina militare che scavi il solco dove far viaggiare senza troppe perturbazioni le navi mercantili. Questo scenario ha impatti molto rilevanti per l’Europa, come viene molto opportunamente messo in evidenza in un policy brief pubblicato di recente dall’European Council on foreign relations, dove si osservano le notevoli implicazioni che possono derivare da una crescita ulteriore dell’economia cinese legata all’utilizzo degli oceani che, secondo alcune stime che risalgono al 2014, valeva già quasi 240 miliardi di pil e impiegava nove milioni di persone. Già nel dodicesimo piano quinquennale la Cina aveva fissato come obiettivo di sviluppare l’economia degli oceani, che fa il paio con l’impegno più volte ribadito di far crescere la cosiddetta blue economy, ossia un’economia legata a uno sfruttamento sostenibile delle acque.

Nella sua analisi l’Ecfr stima che oggi la blue economy cinese valga già il 10% del pil e osserva come l’intenzione della Cina di investire sulle “vie della seta marittime” è il segno di una chiara volontà di contare nei consessi internazionali, con l’Europa a dover fare i conti con una evoluzione dello scenario che sarà sfidante non solo per gli equilibri di politici, ma anche per quelli economici. Il cammino cinese per diventare una nuova superpotenza marinara impatterà sul commercio marittimo, ma anche nel settore della costruzione degli scavi e nelle varie nicchie produttive che si stanno formando nella blue economy globale. E soprattutto apre diverse incognite sulle conseguenze che ciò potrà determinare sugli equilibri globali. Come sarà un mondo sempre più popolato da navi che battono vessillo cinese? Probabilmente più complicato.

(1/segue)

Puntata successiva: La ragnatela cinese che avvolge gli oceani

 

Cronicario: Noi Italia: braccia rubate che tornano all’agricoltura

Proverbio del 27 aprile Chi vede le piccole cose ha una vista limpida

Numero del giorno: 0,1 Crescita % pil UK nel primo trimestre 2018

Se proprio non avete nulla di meglio da fare per quest’ennesimo infinito, defatigante ponte di metà primavera vi suggerisco di sfogliare l’ultima fatica dell’Istat che si chiama Noi Italia e propone un centinaio di statistiche alcune delle quali sono edificanti e di sicuro sostegno per il buonumore nazionale. Ne ho scelte due a caso perché non voglio approfittare della vostra pazienza. La prima la dedico all’istruzione che chissà perché mi ostino a credere che faccia la differenza, oggi come ieri, e soprattutto come domani, fra la vita e la morte sociale di una persona.

E adesso che vi siete depressi, osservando quante braccia rubate all’agricoltura, come si diceva una volta, campeggino nel nostro paese, consolatevi con quest’altra statistica.

Se avete la sensazione che alcune di questa braccia rubate stiano tornando alla terra avete perfettamente ragione. Il problema è, semmai, che sono troppo poche. Le braccia intendo. Per una di quelle cose che succedono, proprio oggi la Coldiretti ha diffuso alcuni numeri parlando addirittura di “Ritorno alla terra”.

Pare che circa trentamila dei nostri giovani “con un ritorno epocale che non avveniva dalla rivoluzione industriale” abbiano presentato domanda per l’insediamento in agricoltura dei piani di sviluppo rurale dell’Ue. “Il mestiere della terra non è più considerato l’ultima spiaggia di chi non ha un’istruzione e ha paura di aprirsi al mondo, ma è la nuova strada del futuro per giovani generazioni istruite e con voglia di fare tanto”, giura il presidente Roberto Moncalvo.

Ma c’è sempre un ma. Per fare i contadini serve la terra purtroppo. E in Italia la terra coltivabile costa una quaresima. Sempre Coldiretti dice che “quella arabile in Italia è la più cara d’Europa con un prezzo medio di 40.153 euro all’ettaro: si va dai 17.571 euro della Sardegna ai 30.830 euro della Puglia, dai 40.570 euro del Lazio ai 42.656 della Toscana, dai 65.759 della Lombardia ai 68.369 del Veneto fino al record europeo della Liguria con 108mila euro all’ettaro. Terreni agricoli per un valore di 9,9 miliardi in Italia sono in mano alle amministrazioni pubbliche che hanno addirittura incrementato il valore di queste attività del 31% negli ultimi quindici anni secondo l’analisi della Coldiretti su dati Istat”.

Poiché la Coldiretti è un’associazione chiaramente di cultura liberale, la proposta è che lo stato si disfi di questi terreni affidandoli ai giovani, meglio se iscritti alla Coldiretti immagino, “per i quali la mancanza di disponibilità di terreni da coltivare rappresenta il principale ostacolo all’accesso al settore. Infatti, se si considera che la dimensione media di un’impresa agricola italiana è di circa otto ettari – sottolinea la Coldiretti – è chiaro che il “prezzo d’ingresso” per un giovane rischia di diventare proibitivo”.

Ora è verissimo che le amministrazioni pubbliche hanno terre per un valore di 9,9 miliardi, ma è vero altresì che questa cifra rappresenta il 4% dei 246 miliardi di valore dei terreni agricoli italiani (anno 2016), 218 dei quali sono in mano alle famiglie. L’aumento di valore dei terreni in mano alle amministrazioni pubbliche, inoltre, dal 2001 al 2016 è stato di poco inferiore al 30% (da 7.670 a 9.907) mentre per i terreni delle famiglie è stato di poco superiore al 2%. Rimane un mistero gioioso la ragione per la quale le terre del governo siano cresciute così tanto in valore e quelle dei privati così poco. Ma se i prezzi sono così alti, la colpa non è certo dello stato, che pesa il 4% del mercato. Per tornare all’agricoltura queste braccia, più che bussare alla porta dello stato, dovrebbero bussare a quella di mamma e papà.

Ci rivediamo dopo il ponte.

Cartolina: La lunga marcia delle banche giapponesi

Si potrebbe pensare a un sussulto di generosità, osservando come le banche giapponesi ormai siano diventate le prime prestatrici al mondo, ma si sbaglierebbe. Nell’arido mondo dell’interesse, e quello composto che ispira il prestito bancario non fa certo eccezione, non c’è spazio per nulla di diverso dal calcolo, ossia un ragionamento utilitaristico fondato su dati di fatto. E ciò che ha motivato i banchieri giapponesi a prestare al mondo oltre 4 trilioni di dollari, staccando di oltre mezzo trilione i secondi prestatori al mondo che una volta erano i primi, ossia i banchieri britannici, ha il nome illustre della Banca del Giappone. Quest’ultima dall’indomani della crisi è impegnata in un estenuante e indefesso allentamento monetario quantitativo e qualitativo, come ama sottolineare la sua pubblicistica, che gonfiando allo stremo il bilancio della banca centrale, e per conseguenza le riserve delle banche commerciali, ha conferito a costoro una scorta inesauribile di munizioni che in qualche modo devono essere “sparate”. Cosicché le banche giapponesi hanno superato quelle francesi nel 2011, quelle statunitensi nel 2013 e quelle britanniche nel 2015. A questo punto possono solo superare se stesse. E poiché la BoJ ha detto che non smetterà di gonfiare i suoi asset, aspettando un’inflazione che non arriva, è sicuro che ci riusciranno.

Cronicario:Approvato il Def (la f sta per forse)

Proverbio del 26 aprile E’ il povero che fa l’elemosina al povero

Numero del giorno: 433.000.000 Numero di voucher/lavoro venduti fra il 2008-17 in Italia

Il governo che non c’è più e tuttavia governa oggi ha approvato il miglior Def della storia recente, ossia un documento a politiche invariate, come dicono quelli istruiti. Che in pratica vuol dire che si lascia tutto il mondo com’è e si naviga seguendo la corrente.

Questo magnifico documento economico, dove la f non sta più per finanziario ma per forse, tralascia completamente l’aspetto “riformistico”, lasciandolo in appannaggio al governo che non c’è ancora ma dovrebbe esserci ammesso che mai ci sarà. Non state a preoccuparvi, vuol dire solo che per un po’ non sentiremo parlare di riforme o grandi progetti per salvare l’Italia, che in pratica significa che risparmiamo qualche euro di spesa pubblica. In compenso il quadro tendenziale è buono e il pil viene confermato all’1.5%, mentre il debito scende nientepopòdimenoche di un punto.

Dalle auguste dichiarazioni degli esponenti del governo che non c’è più apprendiamo inoltre che il deficit è arrivato al 2,3% nel 2017 anziché al previsto 1,9% perché ha dovuto incorporare gli aiutini alle banche di cui mai avremmo dovuto avere bisogno secondo i vari governi che non ci sono più. Ma comunque il deficit tendenziale scenderà all’1,6% quest’anno sempre che il governo che non c’è ancora non decida di metterci lo zampino, qualora dovesse davvero esserci, prima o poi. Ci dicono persino che l’Italia è finalmente uscita dalla crisi “più difficile dal dopoguerra” e che abbiamo “recuperato un milioni di posti di lavoro”.

E non manca neanche un passaggio sul gettonatissimo tema della diseguaglianza, che è aumentata. Guarda caso proprio oggi Eurostat ha pubblicato alcuni dati che mostrano che in Italia il reddito del 20% più ricco della popolazione è oltre sei volte quello del 20% più povero, con la sottolineatura che questo rapporto è peggiorato di un 1,1 dall’inizio della crisi.

Ma rassicuratevi: possiamo solo migliorare. L’Italia dice il ministro dell’economia che non c’è più ha il potenziale per arrivare addirittura al 2% di crescita, se il ministro dell’economia che non c’è ancora riuscirà a diventarlo. E ovviamente ricordando che le clausole di salvaguardia che prevedono l’aumento Iva, sono rimaste nel DeF del governo che non c’è più come una tagliola che scatterà se ministro dell’economia che ci sarà non si ricorderà di toglierle. Ma state tranquilli: il prossimo Def traccerà la via. Sempre con la f di forse.

A domani.

La vita (lavorativa) inizia a 50 anni

Una illuminante ricognizione della Banca di Francia ci consente di comprendere con una semplice occhiata la tendenza più autentica che da un decennio, ossia da quando è esplosa la crisi subprime, informa gli andamenti del mercato del lavoro nell’eurozona. Ossia la circostanza che, da allora, gli ultra50enni sono l’unico gruppo che ha visto crescere l’occupazione, al contrario di quanto è avvenuto per i più giovani.

Il grafico  misura il numero delle persone al lavoro nell’eurozona diviso per gruppo di età. Sulle ordinate, in migliaia di unità, si registra il cambiamento intervenuto nel numero degli occupati. Questa curiosa circostanza, che sembra fatta apposta per dare corpo alle più esilaranti distopie – chi non ha sognato di iniziare a lavorare a 50 anni dopo essersi goduto la vita fino ad allora? – diventa interessante in quanto mostra che sono all’opera forze profonde che stanno cambiando seriamente la fisionomia delle nostre società. La demografia, senza dubbio, ma anche i cambiamenti sostanziali che stanno avvenendo nell’organizzazione del mercato del lavoro che in qualche modo vedono i più giovani penalizzati nel confronto con i più attempati.

Nella loro analisi gli economisti francesi spiegano questo andamento, oltre che osservando l’invecchiamento della popolazione – e quindi anche quella in età lavorativa – anche con l’aumento effettivo dell’età nella quale si va in pensione. Ma questo forse non ci dice tutto. L’allungamento della vita lavorativa, in qualche modo coerente con quello della speranza di vita, non spiega perché mai il numero dei lavoratori under 50 “sia diminuito marcatamente”, malgrado di recente il trend si sia stabilizzato, né la ragione per la quale gli over 60 non abbiano goduto di miglioramenti nelle loro retribuzioni fra il 2010 e il 2014, altra peculiarità osservata dagli economisti della Banca.

Partiamo dai dati. Fra il 2008 e il 2017 la forza lavoro dell’eurozona, quindi il gruppo delle persone di età comprese fra i 15 e i 74 anni sia che risultino occupati o disoccupati, è aumentata del 3%, a fronte di un aumento del numero totale di questa popolazione dell’1%. Ciò significa in pratica che è aumentato il tasso di partecipazione al lavoro, ossia che soggetti che prima risultavano inattivi adesso o hanno trovato un’occupazione o sono iscritti alle liste come disoccupati. Questo fenomeno – l’aumento della partecipazione – è comune in vari paesi pure se a diversa intensità.

“Quest’andamento moderato – osservano gli economisti – maschera un notevole incremento nel tasso di partecipazione nella classe d’età dei 50-74enni, aumentata dal 41% del 2008 al 49% del 2017”. Tale aumento è stato particolarmente rilevante in Germania, dove la partecipazione è cresciuta del 14% fino ad arrivare al 58% nel 2017 e anche in Italia, dove si è registrato un aumento dell’11%. con la differenza che la Germania partiva già da un tasso di partecipazione superiore alla media e l’Italia da uno inferiore.

Il grafico riporta sull’asse delle ordinate il tasso di partecipazione al lavoro nel gruppo di età compresa fra i 60 e i 74 anni, come percentuale del numero totale delle persone di questa classe d’età. Qui si osserva che l’aumenta del tasso di partecipazione della classe più anziana è stato superiore alla media. In Germania addirittura del 16%: dal 15% del 2008 al 31% del 2017, con l’Italia a inseguire: +9%, dall’11% del 2008 al 20% del 2017. Al contrario in Francia gli over 60 hanno aumentato il tasso di partecipazione di circa 7 punti, collocandosi fra i più bassi dell’area. Non a caso. La Francia, infatti, mantiene un’età effettiva di pensionamento fra le più basse, come mostrano i dati Ocse.

In effetti, “il tasso di partecipazione più elevato riflette essenzialmente le riforme pensionistiche realizzate nell’ultimo decennio che hanno innalzato l’età”. Tali riforme sono state particolarmente efficaci in Germania e in Italia dove, sempre secondo Ocse, l’età di pensionamento è aumentata notevolmente, specialmente fra le donne.

Ma l’aumento della partecipazione dei senior è anche l’effetto dell’invecchiamento della popolazione. “In tutta l’eurozona, ma specialmente nelle tre economie più grandi (Francia, Germania e Italia) l’aumento nel numero dei senior occupati fra il 2008 e il 2017 coincide quasi completamente con l’aumento della forza lavoro di questa età. Ciò riflette l’aumento dell’età pensionabile accoppiato con l’ingresso della generazione dei baby boomers nella classe dei 60-74enni. Anche questo andamento è visibile grazie a questo grafico.

In pratica, nel periodo considerato si osserva, specialmente nel caso tedesco, che la crescita della forza lavoro over 60 ha coinciso esattamente con quello dei posti di lavoro di questa classe d’età. Ciò si potrebbe semplificare così: chi aveva un lavoro ha continuato a lavorare, pure se invecchiato, principalmente a causa dell’allungamento dell’età lavorativa. E’ probabile che questi lavoratori godessero di forme contrattuali che in qualche modo hanno reso possibile questa prosecuzione. Avere un lavoro stabile in tal senso ha sicuramente aiutato. e questo può spiegare anche perché l’andamento dell’occupazione in fasce d’età diverse, dove magari prevalgono diverse forme contrattuali magari meno stabili, non sia stato analogo. E’ interessante osservare che in Italia e in Francia i senior over 60 hanno contribuito meno alla crescita dell’occupazione rispetto alla Germania. E questo se tornate a vedere il grafico Ocse sull’età effettiva delle pensioni, dipende dal fatto che, aldilà di ciò che dicono le leggi, l’Italia ha un’età di pensionamento effettivo più vicino alla Francia che alla Germania.

C’è un’altra circostanza che merita di essere sottolineata. “Il cambiamento nella composizione dell’età nella forza lavoro può avere avuto un effetto sulla crescita delle retribuzioni medie”. Alcuni studi infatti che osservano il legame fra inflazione salariale e tasso di partecipazione degli anziani ipotizzano che quest’ultimo abbia un impatto negativo sula crescita dei salari. ” L’indagine quadrimestrale Eurostat sulla struttura dei guadagni nell’area dell’euro – sottolineano gli economisti francesi – mostra che le retribuzioni orarie lorde tendono ad essere in media più elevate per i lavoratori anziani, ma aumentano solo in misura minima. Al contrario, i lavoratori più giovani hanno generalmente salari orari più bassi, ma vedono una forte crescita dei salari nelle fasi iniziali e intermedie delle loro carriere”. E in effetti l’analisi dei dati mostra che nel periodo 2010-2014 le retribuzioni sono aumentate per tutti i gruppi di età tranne che per gli over 60, per i quali sono declinate dello 0,8%. “Con l’eccezione di Italia e Francia – spiegano – questo andamento può essere osservato in tutti i paesi dell’area”. In Spagna il calo è stato addirittura del 9,8%.

Ricapitoliamo. La crescita dell’occupazione ha riguardato principalmente gli over 50, con un picco per i senior over 60, probabilmente anche in virtù delle forme contrattuali più stabili di cui mediamente godono che hanno generato un effetto di “trascinamento”, pure se questo gli economisti francesi non lo dicono. L’aumentata partecipazione al lavoro dei più anziani è dovuto alle riforme pensionistiche, dove sono state effettive (Germania) e all’invecchiamento della popolazione. E ha avuto come controindicazione che la crescita complessiva delle retribuzioni ha subito un rallentamento, frenando quindi la componente inflazionistica dei salari. In questo scenario i grandi assenti sono i più giovani, che sembra vivano ai margini del mercato del lavoro. Ma forse questo è l’ennesimo segno dei tempi.

I consigli del Maître: I cinesi vincono il gran prix del debito privato

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

India, Cina e la diseguaglianza. L’istituto Bruegel ha svolto un’interessante ricognizione che mostra come l’ingresso della Cina e dell’India nell’economia globale abbia modificato sostanzialmente il livello di diseguaglianza nel mondo.

L’analisi ha misurato il livello di diseguaglianza in 146 paesi, che pesano per il 95% della popolazione, osservando che il miglioramento dei redditi in India e Cina è stato il fattore che ha contribuito maggiormente al notevole calo della diseguaglianza, misurato con l’indice di Gini, che si è registrato fra il 1989 e il 2015. Questa osservazione magari non consolerà chi nota come spesso la diseguaglianza sia aumentata all’interno dei paesi è aumentata, ma rimane un fatto.

Chi trova lavoro nell’eurozona? La Banca di Francia ha pubblicato un articolo molto istruttivo che mostra come l’aumento dell’occupazione nell’area euro dal 2008 in poi sia dipeso dagli over50.

I particolare, si è notato un notevole aumento del tasso di partecipazione al lavoro da parte dei senior, ossia gli over60 che, spiegano gli autori, hanno prolungato la loro vita lavorativa in gran parte in conseguenza delle riforme pensionistiche, particolarmente efficaci in Germania, meno in Italia e in Francia, dove l’età effettiva di pensionamento rimane più bassa. Altro fattore determinante per questo curioso sviluppo del mercato del lavoro è l’invecchiamento della popolazione. La generazione nata durante il baby boom sta diventando anziana e forse anche in conseguenza del fatto che gode di contratti più stabili, riesce a conservare il proprio posto di lavoro, a differenza di quanto accade ai più giovani, entrati nel lavoro con forme contrattuali diverse. E questo spiega perché le classi under 50 abbiano contribuito praticamente nulla alla crescita dell’occupazione nell’eurozona.

Quanto pesa il commercio con gli Usa per l’Ue. Eurostat ha diffuso un grafico molto eloquente ce mostra quanto sia rilevante per l’UE il commercio con gli Usa, che sono il primo acquirente per i produttori europei e il secondo venditore dopo la Cina.

Questo risultato è certo frutto della lunga consuetudine commerciale che lega i due continenti e che perciò rimane un asset per entrambi che dovrebbe essere valorizzato e non messo in pericolo. Questa affermazione sembra scontata, ma non è affatto in un periodo in cui si parla prepotentemente di dazi che non risparmiano neanche l’Ue. Ricordiamo che gli Usa hanno solo sospeso fino ai primi di maggio i dazi su acciaio e alluminio imposti a tutto il mondo, e che di recente è fallita la trattativa Usa col Giappone che si proponeva di essere esentato. Il grafico Eurostat ci consente di capire da dove partiamo.

La grande crescita del debito privato cinese. Il Fmi ha pubblicato il suo rapporto sulla stabilità finanziaria dove fra le altre cose si osserva la straordinaria crescita dei debiti privati che si è registrata in tutte le economie, che ha contributo a condurre il debito globale a superare i 160 trilioni di dollari. La Cina ha dato un contributo notevole a tale accumulazione.

La Cina è riuscita a strappare tanti primati alle economie avanzate nell’ultimo decennio, forse non dovremmo stupirci più di tanto che primeggi anche per i suoi debiti.

Cronicario: Cala la fiducia, anzi trasloca

Proverbio del 24 aprile Non si può applaudire con una mano sola

Numero del giorno: 1.400.000 Posti di lavoro attivabili in Italia entro giugno secondo Unioncamere 

E proprio mentre col fiato sospeso l’Italia si chiede, metà preoccupata e metà ilare, se davvero le capiterà di avere un governo Fico, l’Istat cala inesorabile la sua notizia del giorno. La fiducia è in calo.

Ora non mi fate i qualunquisti che dicono che è colpa della politica. Cosa volete che importi a famiglie e imprese se a quasi due mesi dalle elezioni non abbiamo non dico un governo, visto che uno in carica ancora c’è per quanto fantasma, ma neanche uno straccio di idea su che governo avremo? La politica non c’entra nulla. O almeno non ancora. Perché a un certo punto la fiducia servirà eccome, specie se dovremo battezzare il governo Fico. E allora vedrete cosa succederà alla riserva nazionale di fiducia.

L’Istat dovrà aspetta che Montecitorio le ridia indietro la fiducia, una volta che l’avrà votata, e intanto noi dovremo farci bastare i dati del commercio estero extra ue nazionale, che sempre Istat, oggi in grande spolvero, ha pubblicato per tirarci su di morale.

Tirarsi su di morale forse è un po’ esagerato, visto l’aria che tira. Ma d’altronde un trimestre nero capita a tutti. E se non ci credete, chiedete all’uomo del Colle, che intanto riflette.

Buon 25 aprile.

Il gas cinese vola con lo shale

Se la tecnologia del fracking ha fatto miracoli negli Usa, divenuti grandi produttori di shale oil&gas, esiste qualche possibilità che accada qualcosa di simile anche in Cina? La domanda parrà peregrina e tuttavia è giusto farsela, specie dopo aver letto l’ultimo rapporto di Wood Mackenzie, una società di consulenza energetica che dedica proprio allo shale gas cinese un corposo approfondimento, secondo il quale la produzione è destinata a raddoppiare nel prossimo triennio.

Certo, siamo ben lontani dal livello Usa. Ma rimane la previsione che si basa su un semplice dato: la Cina è riuscita a produrre 9 miliardi di metri cubi di gas l’anno scorso. Utilizzando i progressi nell’estrazione i miliardi di metri cubici potranno diventare 17, raddoppiando quasi, entro il 2020 mettendo a punto tecnologie ritagliate sulle caratteristiche del territorio cinese. Anche qui, il confronto con gli Usa serve a farsi un’idea di quanto siano lontani i due paesi quanto a potenzialità di produzione. Sempre nel 2017, gli Usa hanno prodotto 474,6 miliardi di metri cubici di gas dallo shale. Ma aldilà dei volumi molto diversi, per la Cina avrebbe molto senso investire su questa tecnologia – l’obiettivo è arrivare a 30 miliardi di metri cubi entro un decennio – per ridurre la dipendenza ancora molto forte nei confronti dei carbone. E si tratta di un obiettivo estremamente sfidante per le aziende energetiche cinesi, malgrado queste ultime abbiano sviluppato tecnologie che hanno consentito di tagliare i costi di esplorazione ed estrazione, addirittura del 40% rispetto al 2010, e sfruttare al meglio il bacino Sichuan, che si trova nella Cina sud-occidentale, dove lavorano la Sinopec e la PetroChina. E pare che ci sia spazio per ulteriori risparmi: si punta a tagliare di almeno il 20% i costi del 2017, che comunque sono elevati rispetto al livello Usa.

Rimangono aperte una serie di questioni legate alla peculiarità del territorio cinese. I bacini shale cinesi, innanzitutto, si trovano i regioni montagnose remote, totalmente prive di infrastrutture per il trasporto delle risorse, come i gasdotti. Ciò obbliga i produttori a sopportare costi gravosi di spedizione, oltre che di preparazione dei pozzi. Inoltre le formazioni shale cinesi sono più profonde di quelle Usa, il che richiede perforazioni più difficoltose, che sono più costose sia da realizzare che da gestire. Infine ci sono le differenze squisitamente istituzionali. I produttori Usa di shale hanno potuto godere di un ambiente favorevole al business e alla competizione, che ha finito col giovare alla produzione. Nel curioso capitalismo cinese, ancora basato sullo società possedute dallo stato (SOEs) tale dinamismo è difficilmente replicabile. Almeno finora.

Cronicario: Vinco anch’io, no tu no

Proverbio del 23 aprile Un buon insegnante è meglio di una cassa di libri

Numero del giorno: 4.600.000.000.000 Dollari depositati presso paesi off shore

Si potrebbe andare tutti su al Quirinale, mi trovo a canticchiare vagamente stupito mentre osservo la nostra situazione politica degradare verso il definitivo non sense alla Jannacci. Mi dovrei stupire, ma perché? In politica vincono tutti, e quindi tutti vogliono governare, com’è noto. Perdono quelli che hanno votato: mica tutti, certo, ma una buona maggioranza che sarà ottima per la prossima volta. E perciò dismetto lo stupore persino mentre osservo che il Molise – il Molise –

diventa per un giorno il centro della nostra tormentata attualità solo perché ripropone il refrain già ascoltato nel dopo voto, coi 5 stelle a cantare vinco anch’io e il centro destra a fargli il verso ribattendo no tu no, in un tripudio di insulti reciproci. Questo mentre i leader rispettivi, più o meno autoproclamati, minacciano di sedersi attorno a un tavolo per salvare l’Italia.

Dulcis in fundo arriva Mattarella che convoca Fico alle 17 al Quirinale per dirgli chissà cosa…

In questo meraviglioso circo si staglia come una meravigliosa meteora il contratto con i partiti che ci vogliono stare, versione a cinque stelle del contratto con gli italiani di ben altro imbonitore, che in dieci punti prescrive la diagnosi e la prognosi del nostro paese malconcio e cerca partner, promettendo sostanzialmente una cura a suon di deficit ricostituenti, potendo persino esibire l’ultimo rapporto Istat che certifica come nel 2017 abbiamo speso 800 milioni in meno di interessi sul debito monstre che abbiamo sulle spalle, – abbiamo spazio fiscale insomma – pagando appena il 3,8% del pil di interessi. Che magari non lo sapete ma sono una sessantacinquina di miliardi, che detto così fa più effetto. Se poi volete uno shock, sappiate che dal 2014 al 2017 abbiamo pagato quasi 275 miliardi di interessi passivi, una decina di redditi di cittadinanza.

Ora io mi metto nei panni di Mattarella che alle cinque deve incontrare il presidente della Camera e che poco fa ha tessuto un peana commosso dedicato a Guido Carli, che tutto era tranne che Fico ma che comunque ha contribuito a far crescere e a tenere l’Italia in ordine quando era necessario. Quant’era fico Guido Carli o quanto sarà Carli Roberto Fico?

No tu no.

A domani.