Etichettato: cronicario the walking debt

Cronicario: Autonomia unica via (semicit.)

Proverbio del 18 febbraio Meglio un nemico intelligente che uno sciocco

Numero del giorno: 60.000.000.000 Export italiano in Germania nel 2018 

E finalmente è arrivata la nuova (ennesima) parola magica che risolverà tutti i nostri problemi, ci renderà più ricchi, ma più solidali, più equi ma più meritocratici, più locali, ma anche più globali. E al tempo stesso più ricchi ma anche meno egoisti. Più attenti al particolare e meno al generale. Più e anche più. Ma anche più e pure meno. Siete curiosi? Dai che la sapete già.

Era facile dai: autonomia. Suona bene pure in tutta Italia. Oggi per dire ha risuonato magnificamente anche in napoletano, quando l’illustrissimo sindaco ci ha deliziato con una riflessione acutissima sui vantaggi dell’autonomia.

No, non questa, che peraltro ormai è fuori moda. Quella che vogliono i veneti, lombardi, i friulani, e tutto il resto della compagnia, al grido: i soldi nostri sono i nostri perciò ridateceli. D’altronde dopo l’anarchia, è rimasta solo l’autonomia come unica via. E allora perché il Sud non dovrebbe volere la stessa cosa?

Al contrario: il sindaco napoletano giura che la città ci guadagnerebbe, con l’autonomia. E giù anche lui una sfilza di più e meno uno più bello dell’altro. “Siamo pronti per l’attacco! Da noi, vinta la sfida, regnerà l’umanità, la giustizia sociale, la felicità. Voi governate con il rancore, noi governeremo con la fratellanza”, ha detto il magnifico sindaco, sottolineando che dopo il referendum per l’autonomia napoletana “proveremo a realizzare, se lo vorranno anche le altre popolazioni del Sud, un referendum per l’autonomia differenziata dell’intero Mezzogiorno d’Italia”.

Se avete dubbi che essere autonomi serva a stare meglio, ricordate le parole di un grande pensatore italiano.

Buona autonomia a tutti.

A domani.

Cronicario: Diamo l’oro di Bankitalia (per cominciare) alla patria

Proverbio dell’11 febbraio Quando un dito indica la luna lo sciocco guarda il dito

Numero del giorno: 0,2 Crescita % pil in Uk nel quarto trimestre 2018

Se vi siete appassionati al giochino del week end (e non mi riferisco al vincitore del festival di Sanremo), che si presenta con la domanda “Ma di chi è l’oro di Bankitalia?”, allora siete maturi per il secondo tempo del film.

Il primo tempo lo stiamo vedendo proprio in queste ore. C’è un noto onorevolissimo che fa domande intelligentissime tipo di che colore è il cavallo bianco di Napoleone per arrivare al punto dolente.

C’è una montagna di Iva da scalare l’anno prossimo, per dire, e lo sanno tutti che i maledetti banchieri centrali, che per giunta vogliono pure essere indipendenti dal cambiamento, sono gonfi d’oro. O meglio, lo sanno tutti, ma solo pochi sanno quanto di preciso.

Il bilancione di Bankitalia ha in pancia 85 miliardi e rotti di euro di oro. Hai voglia a pagare Iva. E figuratevi il deficit che ti ci puoi pagare. Quantomeno ci arrivi alle prossime politiche. E se poi con la scusa di spendere l’oro trovi pure dei banchieri amanti del cambiamento che prendono il posto di quelli di adesso che sono dei pigroni, beh: meglio ancora.

E infatti alla domanda intelligentissima “Di chi è l’oro di Bankitalia” ha risposto nientemeno che Vicepremier Uno (o Due, fate voi) che con maschia chiarezza ha risposto che “l’oro appartiene agli italiani”.

Che significa in pratica che ne debbano poter disporre secondo il verbo dei social uniti. E qui, dopo l’intervallo, che si prepara il secondo tempo.

Già ce lo hanno detto che si aspettano un aiutino dagli italiani, quando sarà il momento. Perché sanno che Bankitalia è gonfia d’oro, ma pure noi non scherziamo.

E se l’oro di Bankitalia è degli italiani, di chi sarà mai l’oro degli italiani?

Con l’oro degli italiani, altro che prossime elezioni politiche. Ti ci compri una generazione.

A domani.

Cronicario: C’è chi frena, c’è chi frana e c’è chi Francia

Proverbio dell’8 febbraio Com’è l’insegnante, sarà l’allievo

Numero del giorno: 32.071 Domande per quota 100 arrivate all’Inps da inizio anno

La cosa più comica del giorno – e questo spiega perché la trovate sul vostro Cronicario – l’ho letta su un noto notiziario che ha titolato così: “Germania, frena l’export nel 2018”.

Eccerto. Crescere del 3% in un anno è chiaramente un frenare. Un po’ come la nostra produzione industriale, che a dicembre ha segnato un calo su base annua del 5,5%. E tuttavia nell’intero 2018 la produzione è cresciuta dello 0,8%.

Se fossimo maligni come il noto notiziario, diremmo che la produzione è franata. Ma poiché maligni non siamo, ci limitiamo a osservare che “è a rischio la tenuta dei livelli di attività economica”, come dice allegramente l’Istat nella sua nota mensile.

Ma vabbé, abbiamo altro di cui preoccuparci. L’ambasciatore francese viene richiamato in patria? E noi mandiamo Vicepremier Uno (o Due, fate voi), protagonista del nuovo De bello gallico, a casa loro. E per giunta direttamente da quelli vestiti di giallo che odiano il governo. Una di questi però – una pasionaria dicono – ha invitato il nostro a “occuparsi di casa sua”, notando che “non si fa politica con le ingerenze in altri Paesi, non abbiamo bisogno di forze straniere in casa nostra”. Col che dimostrando di aver inteso profondamente il vero spirito del governo del cambiamento.

Ma tranquilli: siamo fatti per intenderci coi francesi, da che mondo è mondo. E’ solo una questione di sfumature.

Buon week end.

A lunedì.

 

Cronicario: Anche noi abbiamo riconosciuto ‘o Guagliò

Proverbio del 4 febbraio L’erba velenosa cresce insieme a quella medicinale

Numero del giorno: 0,9 Indice inflazione italiana a gennaio 

E’ tutto un fraintendimento, vorrei dire all’autonominatosi presidente del Venezuela Guaidò che oggi molte cancellerie europee hanno riconosciuto come legittimo successore di Maduro, ormai inviso al bel mondo, e che ci ha rivolto anche un cortese invito a mezzo stampa a sposare il cambiamento.

Perché vede, caro autopresidente, l’Italia si è già unita all’Europa, e in tempi non sospetti. E l’ha fatto riconoscendo da tempo immemore il presidente che più di tutti corrisponde alla vocazione sua e del suo popolo.

Fra Guagliò e Guaidò è solo una differenza di lingua, a ben vedere. E d’altronde: prima l’italiano.

A domani.

Cronicario: Lavorare molto, lavorare pochi (e finalmente)

Proverbio del 30 gennaio In una lite hanno tutti torto

Numero del giorno: 770.000.000 Offerta in dollari del Nasdaq per la borsa di Oslo

E insomma: la fiducia delle imprese cala, e vorrei vedere. Fa sempre più freddo là fuori e se n’è accorto anche il governo tedesco che ha abbassato all’1% le stime del pil 2019. Figuratevi come stanno i nostri, che esportano un sacco di roba in Germania.

Epperò, ecco che tuttuduntratto la fiducia delle famiglie aumenta. E ci credo. Saremo pure disoccupati, ma almeno abbiamo smesso di essere inattivi, abbiamo un navigator e percepiamo pure un reddito tramite una supercard non riconoscibile. In più c’è quota 100, quindi se ho la fortuna di essere anziano ma non troppo, posso pure espatriare in Portogallo a spese dell’Inps e frego pure il Fisco. Considerando l’età media della popolazione al lavoro, non è proprio un pensiero fuori dal comune.

Stando così le cose, c’è da aver fiducia eccome. Non va così male, dai. Anche perché si sta compiendo finalmente una rivoluzione culturale. Al posto dell’ormai stantio, nonché inattuato, “lavorare meno, lavorare tutti”, si sta affermando gagliardamente la nuova parola d’ordine dell’Italia sovranEsta: Lavorare molto, lavorare in pochi.

Se vi sfugge la finezza di questa massima, è perché siete all’antica: dovete leggere più blog!!. Vi sarà arrivata su Uazzapp la notizia che per colpa dei robot il lavoro sarà sempre meno (fai girare), e sicuramente avrete letto un titolo di Facebuk che spiega la necessità di forme di reddito compensative per evitare la rivoluzione (condividi). Addirittura avrete sentito qualche esagerato (cit. governo) dire che senza reddito è a rischio la tenuta sociale (cuoricino, pollicione, share). Ecco spiegato il ritorno della fiducia e soprattutto il mistero delle ultime rilevazioni Censis, secondo le quali negli ultimi dieci anni (2007-2017) il numero di occupati nel Paese è diminuito dello 0,3%, è invece aumentato in Germania (+8,2%), Uk (+7,6%), Francia (+4,1%) e nella media dell’Unione (+2,5%).

A fronte di questo capolavoro avanguardista abbiamo che quei sempre meno che lavorano, lavorano sempre di più (donde la massima). Addirittura il 50,6% dei lavoratori afferma che negli ultimi anni “si lavora di più, con orari più lunghi e con maggiore intensità”. In 2,1 milioni svolgono turni di notte, 4 milioni lavorano di domenica e festivi, 4,1 milioni lavorano da casa oltre l’orario di lavoro con e-mail e altri strumenti digitali, magari dopo aver speso mille euro di smartphone, 4,8 milioni lavorano oltre l’orario senza pagamento degli straordinari. E con effetti “patologici rilevanti”.

Il Censis nota che gli occupati giovani si sono dimezzati, rispetto a vent’anni fa, dimenticando che nel frattempo sono invecchiati e non sono stati praticamente sostituiti, visto che nessuno ha voglia di far figli e il governo pensa solo ai pensionandi. Ma soprattutto sfugge all’illustre istituto il significato profondo della rivoluzione in corso, che viene definito un “paradosso italiano”. Non c’è nessun paradosso: è giusto che lavorino di più quelli che lavorano, visto che gli piace. Sono degli eroi, dovremo dedicargli monumenti. Per tutto il resto c’è Supercard.

A domani.

Cronicario: Parlano i numeri e il governo finalmente fa il Bot

Proverbio del 29 gennaio Nella stagione cattiva le acque scorrono all’indietro

Numero del giorno 108.000.000.000 Finanziamenti della Bei concessi all’Italia dal 2008

E adesso non venitemi a dire che è un caso. Proprio mentre le peripezie verbali di Vicepremier Uno (o Due, fate voi)  processatemi sì, processatemi no – fanno temere per la tenuta del governo (cit.) l’emissione del Bot semestrale torna a far rivedere tassi negativi.

Il Bottone negativo è un segno inequivocabile della rinnovata fiducia dei mercati nei confronti dell’esecutivo a breve termine. Nel senso che aumenta la fiducia che terminerà a breve. Perché come ha detto proprio stamane una delle massime intelligenze all’esecutivo “Chiunque può parlare, ma prima di tutto parlano i numeri”.

Il problema infatti è che il 99% non vede i numeri e quell’1% che ci riesce spesso non li capisce. O fa finta di non capirli, che è peggio. Per dire, vi sarà capitato di scorrere l’articolo di un sedicente giornale economico (e non perché costi poco) dove un tale in predicato di diventare un Gran visir dei mercati italiani – e quindi vede i numeri -, pontifica sulla fuga di capitali esteri dai Btp solo per acclarare che siano stati investiti in azioni e obbligazioni private italiane. Come dire che gli stranieri hanno più fiducia dei privati, in Italia, che del governo del cambiamento. Il che è vagamente lisergico.

Perché chiunque, appunto, può parlare, anche di cose che non capisce (o mostra di non capire). Ma prima parlano i numeri. ‘Sti maledetti.

A domani.

 

Cronicario: Previsioni di cambiamento? Macché: cambiamento di previsioni

Proverbio del 25 gennaio Due buoni oratori non valgono un buon ascoltatore

Numero del giorno: 59.083.000.000 Spesa degli italiani per carburanti nel 2018

Confesso che da tempo mi mancavano le parole illuminate del ministro Pamplona, universalmente noto per la sua teoria dell’attivo commerciale contrazionario (cd “risparmio inutilizzato”) che ha sommosso l’accademia di Svezia.

Ebbene oggi il nostro maestro di pensiero, dalle incontaminate vette della sua veneranda età ci ha elargito alcune perle che non vediamo l’ora di leggere in versione integrale, dovendoci per adesso accontentare delle pallide anticipazioni della stampa, che però dannò già la misura del pensatore.

Vi do solo alcune perle. Tralascio la grande verità che i problemi di Carige sono “dovuti a lacune dell’Unione monetaria”, e quindi dell’Ue, mica nostre…

e vengo al cuore dei nostri problemi: noi sbagliamo a fare le previsioni. Non abbiamo abbastanza capacità di prevedere il futuro della nostra economia e così deprimiamo gli spiriti animali degli italiani. Tutto d’improvviso mi è diventato chiaro.

Questa cosa della crescita dell’1,5% detta dal nostro amato Pinocchio, che per un giorno almeno ha surclassato il Gatto e la Volpe suoi mentori (meglio conosciuti come Vicepremier Uno e Due a vostra scelta), che a molti era sembrata un’esagerazione dovuta alle altitudini svizzere, finalmente ha trovato la sua spiegazione nelle parole del nostro mentor of the mentors. L’Oltre-Mentor.

Sono le previsioni del FMI, della Banca d’Italia e di chissà chi altri, che sono “obsolete”. Il premier, immagino  istruito a dovere dal Mentos, guardava con occhi nuovi al futuro.  “Dobbiamo cambiare metodo di analisi”, ha detto infatti il Nostro rapito dall’estasi oracolare. “Il modello econometrico che usiamo non funziona più, il problema è nello strumento usato per le previsioni, esiste un modo di elaborare numeri enormi di Big data con l’intelligenza artificiale”.

Facile: “Di recente ho incontrato un rappresentante di un fondo cinese e mi ha detto che in Cina usano algoritmi basati sull’intelligenza artificiale”.

E tutti vissero felici e contenti.

Buon week end.

Cronicario: E dopo l’anticipo del Tfs si prepara quello del Tso

Proverbio del 23 gennaio I corvi sono dappertutto neri

Numero del giorno: 3,8 Calo % export giapponese a dicembre

E’ chiaro a questo punto che la soluzione di tutti i nostri problemi è il denaro pubblico, meglio se profuso a pioggia. I maestri del pensiero che abbiamo la fortuna di avere al governo ce lo ricordano a ogni pie’ sospinto e meno male. Come faremmo a svegliarci ogni mattina se non sapessimo che c’è un disegno illuminato per il rilancio del paese?

Si dormirà pure maluccio pensando ai buffi. E tuttavia ogni mattina il governo del cambiamento trova le parole giuste per raddrizzarci la giornata. Ieri era la card di parannanza, oggi il Tfs, che non sta per treno fuori servizio ma per trattamento di fine servizio, ossia la mitologica buonuscita che i dipendenti pubblici prendono alla fine della loro vita lavorativa. I più fortunati riescono a prenderla anche prima che finisca la loro vita tout court, visto che lo stato, notoriamente, paga a babbo (pensionato) morto e prima di vedere questi due spicci può passare anche una generazione.

Ma ecco che arriva l’addrizzata, il colpo di genio, la mandrakata. Grazie alla manovra del popolo (a debito) sarà possibile ottenere l’anticipo dalle banche (a pagamento posticipato degli interessi da parte del percettore ma con ristoro fiscale con scappellamento a destra) del Tfs. Un bella pasticca di denaro pubblico per dare denaro al pubblico che, spendendolo, salverà il bilancio del pubblico.

Penserete che propagandare questa ricetta miracolosa sia troppo pure per il vostro Cronicario. Ma leggete che dice una delle teste d’uovo che per buona sorte governa oggi: “Nel 2019 anticiperemo 5 miliardi di liquidazioni che i dipendenti pubblici avrebbero intascato con un ritardo tra due e cinque anni. Sono soldi che finiranno nell’economia del Paese, sono cinque miliardi di potenziali investimenti aggiuntivi. Sappiamo che il Tfs viene speso abbastanza velocemente”.

Ce lo vedo proprio il pensionato pubblico finanziare col Tfs la costruzione del ponte sullo stretto. Mi sorge il sospetto perciò che l’anticipo del Tfs sia l’ennesima trovata geniale che fa il paio con la signorina Quota 100 e il reddito di parannanza. Erogazioni che avvengono in un paese ad alto tasso di evasione fiscale, dove la spesa per il welfare è già altissima (e stendiamo un velo pietoso sulla qualità di questo welfare)

e dove ancora più alto è il tasso di tesaurizzazione della ricchezza.

Il Tfs, che “sappiamo viene speso velocemente” rischia di finire nei depositi bancari che già assorbono più di un terzo della ricchezza finanziaria delle famiglie italiane. Niente di più facile che si prepari una straordinaria partita di giro.

Vi sbagliate: i pazzi siete voi – e siete sempre meno – che non capite la finezza del governo del cambiamento. Ma state sereni. Dopo l’anticipo del Tfs il governo penserà a quello del Tso. Sempre a spese vostre, ovviamente.

A domani.

Cronicario: Un piano B si aggira per l’Europa

Proverbio del 21 gennaio Per alta che sia la montagna, un sentiero si trova

Numero del giorno: 133 Debito pubblico italiano in % del pil nel terzo trimestre 2018

Adesso si che sono preoccupato per la Brexit. Ho sentito dire da qualcuno che Lady G ha un piano B, dal che deduco che un piano B si aggira di nuovo per l’Europa.

Dai non scherziamo. Il piano B è una cosa seria. Se il padreterno ne avesse avuto uno non avremmo mai avuto il fisco. Eppoi lo sapete che succede quando un piano B si comincia a interessare dei casi vostri.

Ecco appunto. L’ultima volta che da noi si è parlato di piano B n’altro po’ fallivano le banche (e vi faccio grazie del governo).

Adesso a quanto pare la sfiga del Piano B l’abbiamo passata alla nostra eroica, geniale, insostituibile (nel senso che non riescono a cacciarla) signora May. Pare che costei abbia pronto il suo famigerato Piano B per convincere i riottosi parlamentari che hanno già bocciato il suo piano A ad approvare questo benedetto deal con l’odiatissima Ue. C’è da star sereni, conoscendo la straordinari capacità di negoziato della May(be).

Perciò finirà bene, statene certi. Anche perché il piano B della May ha un asso nella manica.

Dio salvi la Regina.

A domani.

Cronicario: Ci salveranno il caro Spread e la carissima Pensione Anticipata

Proverbio del 18 gennaio Non gettare terra nel pozzo che ti dà acqua

Numero del giorno: 46.700.000.000 Avanzo corrente Italia nei dodici mesi a novembre 2018

Le parole del ministro dell’economia, che rima non a caso con Mammamia, risuonano nelle mie orecchie come musica ribelle. Mi rapisce un turbamento, ma m’impongo la misura che s’addice al giorno di Venere.

Quindi rileggo la dichiarazione del ministro a rima incatenata. “L’idea secondo cui i comportamenti virtuosi di finanza pubblica si impongono con vincoli che rendono sempre più costosi i comportamenti devianti è un’idea che non ha funzionato bene. I vincoli esterni comportano a volte un aggravamento del comportamento che si vuole correggere”.

Caspita quanto c’ha ragione, mi dico io che tutto sono tranne che saggio. In pratica è colpa dei vincoli costosi che subiamo se abbiamo una finanza pubblica a pois. Maledetti vincoli. E’ come quando dici al pargolo di non buttare spazzatura per terra, pena sequestro della paghetta, e lui ti diventa trafficante di rifiuti appena gli crescono i peli. Capisco finalmente perché il nostro beneamato governo del cambiamento se ne infischi(ava) dello spread e pretende(va) reddito per (quasi) tutti e pensione per tuttissimi.

E’ colpa dei dannati limiti se siamo diventati quello che siamo. Per fortuna siamo riusciti a mandare al governo degli arditi che se ne frega(va)no. Hanno sfidato lo spread per mandarci in pensione prima. E sapete che c’è?

Se non ci credete è perché siete sobillati dalla propaganda delle forze della reazione, sempre in agguato come i ciclisti controsenso. Guardate qua.

Se leggete fra le righe del grafico (intendo la didascalia) scoprite che a settembre, quando il caro Spread – nel senso affettuoso del termine – infuriava, le nostre passività di portafoglio sull’estero, in sostanza i titoli pubblici italiani che abbiamo venduto ai diabolici capitalisti esteri, sono dimagrite parecchio, facendo perciò dimagrire i nostri debiti col resto del mondo. Se continuiamo così diventiamo creditori netti. Poi certo qualche disfattista potrebbe pure opporre a questo straordinario risultato il fatto che la diminuzione dei debiti, provocata dal valore dei nostri titoli, dipende dal fatto che gli italiani e l’estero(vestito) hanno venduto complessivamente a novembre quasi 14 miliardi di titoli italiani e che questo ha fatto maluccio anche a chi aveva titoli italiani in Italia. Ma a questo punto l’attenzione del lettore sarà già bella che andata, quindi possiamo tranquillamente infischiarcene.

E che dire della previdenza? Conosciamo già i benefici della carissima Pensione Anticipata, sempre in senso affettuoso. Ieri il Decretone del governo ha arricchito di una meravigliosa novità: per andare in pensione anticipata, indipendentemente dall’età anagrafico, basteranno 42 anni e 10 mesi di età contributiva (41 e 10 le donne) fino alla fine del 2026. Viene bloccato, quindi, l’aumento dei requisiti legati alla speranza di vita che avrebbero dovuto essere rivisti ogni due anni a partire da questo. Non sono bloccati gli aumenti per la pensione di vecchiaia (dal 2019 a 67 anni). Ma chissenefrega della pensione di vecchiaia quando c’è la carissima Pensione Anticipata?

Non ci crederete, ma c’è stato persino qualcuno che si è lamentato. Dicono, questi soloni previdenziali (nel senso romano di sòla) che bisogna bloccare anche l’adeguamento dell’età di vecchiaia. Non basta quello dell’età contributiva. Capito? Perché “tutto ciò che va a favore dei lavoratori e accorcia i tempi per andare in pensione – spiega ‘sto fenomeno, per giunta sindacalista -, naturalmente ci vede favorevoli”.

Capite perché governa il cambiamento?

Buon week end.