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Cronicario:Approvato il Def (la f sta per forse)

Proverbio del 26 aprile E’ il povero che fa l’elemosina al povero

Numero del giorno: 433.000.000 Numero di voucher/lavoro venduti fra il 2008-17 in Italia

Il governo che non c’è più e tuttavia governa oggi ha approvato il miglior Def della storia recente, ossia un documento a politiche invariate, come dicono quelli istruiti. Che in pratica vuol dire che si lascia tutto il mondo com’è e si naviga seguendo la corrente.

Questo magnifico documento economico, dove la f non sta più per finanziario ma per forse, tralascia completamente l’aspetto “riformistico”, lasciandolo in appannaggio al governo che non c’è ancora ma dovrebbe esserci ammesso che mai ci sarà. Non state a preoccuparvi, vuol dire solo che per un po’ non sentiremo parlare di riforme o grandi progetti per salvare l’Italia, che in pratica significa che risparmiamo qualche euro di spesa pubblica. In compenso il quadro tendenziale è buono e il pil viene confermato all’1.5%, mentre il debito scende nientepopòdimenoche di un punto.

Dalle auguste dichiarazioni degli esponenti del governo che non c’è più apprendiamo inoltre che il deficit è arrivato al 2,3% nel 2017 anziché al previsto 1,9% perché ha dovuto incorporare gli aiutini alle banche di cui mai avremmo dovuto avere bisogno secondo i vari governi che non ci sono più. Ma comunque il deficit tendenziale scenderà all’1,6% quest’anno sempre che il governo che non c’è ancora non decida di metterci lo zampino, qualora dovesse davvero esserci, prima o poi. Ci dicono persino che l’Italia è finalmente uscita dalla crisi “più difficile dal dopoguerra” e che abbiamo “recuperato un milioni di posti di lavoro”.

E non manca neanche un passaggio sul gettonatissimo tema della diseguaglianza, che è aumentata. Guarda caso proprio oggi Eurostat ha pubblicato alcuni dati che mostrano che in Italia il reddito del 20% più ricco della popolazione è oltre sei volte quello del 20% più povero, con la sottolineatura che questo rapporto è peggiorato di un 1,1 dall’inizio della crisi.

Ma rassicuratevi: possiamo solo migliorare. L’Italia dice il ministro dell’economia che non c’è più ha il potenziale per arrivare addirittura al 2% di crescita, se il ministro dell’economia che non c’è ancora riuscirà a diventarlo. E ovviamente ricordando che le clausole di salvaguardia che prevedono l’aumento Iva, sono rimaste nel DeF del governo che non c’è più come una tagliola che scatterà se ministro dell’economia che ci sarà non si ricorderà di toglierle. Ma state tranquilli: il prossimo Def traccerà la via. Sempre con la f di forse.

A domani.

Cronicario: Anno 2028, odissea nel pannolone

Proverbio del 19 aprile L’umiltà conduce alla grandezza

Numero del giorno: 2,2 Crescita % Pil tedesco prevista nel 2018

Chissà quanto c’è rimasto male il vecchio Abe, mi chiedevo leggendo del fallimento dell’intesa con gli Usa per rimuovere i dazi al Giappone su acciaio e alluminio, quando d’improvviso i pensieri elevati che m’ispirano i vertici commerciali…

sono stati interrotti da una notizia deflagrante diffusa dal Rapporto Osservasalute, che fra le altre cose osserva che fra dieci anni, cioé domani,  avremo 6,3 milioni di persone anziani non autosufficienti, a occhio e croce il 10% della popolazione. Ora se vi ricordate che in Italia il numero degli abitanti diminuisce da anni e che il 20% della popolazione ha già più di 65 anni, cominciate a inquadrare il disastro che si va preparando per il nostro sistema di assistenza pubblica. Specie se ricordate pure che il 30% questi anziani ha già adesso grosse difficoltà persino a usare il telefono. Se allunghiamo lo sguardo e ci spingiamo ancora più avanti, questo è il paese che si prepara.

Quindi un ospizio a cielo aperto che dovrà dissanguarsi per pagare pensioni e pannoloni, con i parenti a badare ai nonni, in un tripudio di legge 104.

In attesa che si compia la beata speranza di andare all’altro mondo, dove di sicuro non esistono la partita doppia né il debito pubblico, decido di rifocalizzare l’attenzione sulle imperscrutabili decisioni di Mister T(weet) visto che nel frattempo Eurostat ha pubblicato una ricognizione che mostra come il precedente giapponese, ossia il mancato accordo sui dazi, dovrebbe toglierci qualche ora di sonno.

Ve la faccio facile: gli Usa sono i primi nostri compratori e i secondi fra nostri venditori, dopo la solita Cina. Non c’è bisogno di conoscere la teoria del commercio internazionale per fiutare l’armageddon potenziale che potrebbe scatenarsi a casa nostra qualora il pettinatissimo presidente Usa decidesse di daziarci come fa coi cinesi. A proposito, ricordo che ai primi di maggio dovrebbe arrivare la decisione Usa sui dazi su acciaio e alluminio, al momento sospesi.

E poiché siamo in vena di ottimismo, vi saluto con gli ultimi dati sulla nostra bilancia dei pagamenti, e in particolare l’andamento della nostra posizione netta, che misura in sostanza come stiamo messi coi debiti esteri.

In sostanza abbiamo un deficit diminuito al 6,7% del pil e per apprezzare come stavamo messi nel 2014 ricordatevi che eravamo al 25%. Ora magari vi chiederete cosa abbia provocato ‘sto miracolo. Ve lo dico un’altra volta.

A domani.

Cronicario: La Cina vuo’ fa l’americana, la Germania l’européenne

Proverbio del 17 aprile Ci sono sempre orecchie dall’altro lato del muro

Numero del giorno: 1,5 Crescita Pil in Italia nel 2018 secondo previsioni Fmi

Grandi cose accadono sotto il cielo di questa mezza primavera dove il mondo mostra di essersi definitivamente capovolto, per la gioia degli amanti dei sottosopra. Per dire: l’America, patria del libero mercato, o almeno così la contrabbandano, si innamora dei dazi (che ha sempre utilizzato) e invece la Cina comunista annuncia oggi, dopo le lunghe intemerate di qualche giorno fa, misure concrete per aprire la sua economia ai capitali esteri.

E mica bruscolini. Entro il 2022 Pechino vuole rimuovere i limiti al possesso di azioni da parte degli stranieri sulle joint venture nel settore delle auto. La qualcosa in un mercato che si stima venderà 30 milioni di auto l’anno da qui a un decennio è capace di suscitare più di un appetito. E mica solo questo. Sempre la National Development and Reform Commission, la Grande Pianificatrice cinese, toglierà dal 2018 i limiti al possesso azionario straniero anche in aziende che agiscono in settori strategici come la cantieristica navale e la manifattura di aerei. La qualcosa significherà pure qualcosa, visto che la Cina detiene la prima flotta mercantile per numero di navi al mondo.

Questo mentre il governo cinese baccaglia con Mister T (weet) mettendo balzelli sul sorgo, che non è la prima persona del verbo sorgere ma un cereale che i cinesi importano dagli Usa. Ora tutto ciò dovrebbe farci riflettere su come sta andando il mondo di questi tempi. Ma se ancora avete dubbi allora dovete leggere che dice la Merkel a proposito del futuro dell’Europa: “La Germania darà un proprio contributo autonomo, e troveremo entro giugno una soluzione comune con la Francia”.

Questo lo stesso giorno in cui Juncker dice che “L’Unione europea non è un club guidato dalla Francia e dalla Germania, ma un’unione a 28”. Non ridete, non è colpa mia se succedono queste cose in Europa, mentre dall’una e dall’altra parte del mondo si prendono a schiaffoni (per ora) commerciali.

A proposito di commercio. Sono usciti i dati Istat sul commercio estero italiano che sono la cartina tornasole del clima che si addensa sulla nostra testolina senza capo (di governo).

Basta leggere le prime righe per capire. I mercati extra Ue regalano sempre meno soddisfazioni, e figuratevi quando Mister T(weet) e l’imperatore Xi inizieranno a suonarsele davvero. Nel dubbio noi italiani oggi abbiamo dato un altro contributo alla distensione in senso liberale dell’economia, visto che il CdM ha deliberato l’utilizzo della golden power per la concessione a una società aerospaziale tedesca di una licenza d’suo per lo sviluppo di materiale aerospaziale, e insieme nei confronti di Piaggio per la vendita del ramo d’azienda Evo. Si prepara l’economia di lotta e di governo.

A domani.

Cronicario: Le banche non sono più in crisi, beate loro

Proverbio del 16 aprile Una piccola falla affonda una grande nave

Numero del giorno: 68 Tasso % di occupazione nei paesi Ocse

Siccome è lunedì e tutti abbiamo un disperato bisogno di una buona notizia per digerire l’inizio della settimana, ho saccheggiato in lungo e largo il cronicario di giornata col risultato che mi sono intristito del tutto. La primavera 2018 sembra abbia fatto fiorire solo conflitti globali. I missili in Siria, per dire. Ma anche cose che non ti aspetti tipo una portavoce di Mister T(weet) che smentisce il presidente francese Macron che aveva detto in diretta tv di aver convinto Trump a lasciare i soldati in Siria. Al contrario Mister T, dice la portavoce, “si aspetta che i partner regionali e gli alleati degli Stati Uniti si assumano una maggiore responsabilità sia militare che finanziaria, per mettere in sicurezza la regione”.

E sono pure alleati Macron e Trump. E mica solo loro hanno problemi a capirsi: pensate allo psicodramma che si sta consumando nei palazzi romani del potere (per modo di dire) dove un giorno si scoprono governi di larghe intese che durano il tempo di un titolo di giornale e l’altro si sperimentano accordi politici transgenici che alimentano un lussureggiante filone di leggende metropolitane.

Finisco persino a sbirciare articolesse indigeste scritti da insospettabili e sedicenti specialisti di cose economiche che giurano di avere pronta la soluzione di tutti i nostri problemi, salvo scoprire poi che la lunghezza del curriculum spesso coincide con quella della capacità di dire cagate pazzesche, e andarne pure fieri. Vi farei l’elenco, ma poi finisce che vi intristite pure voi. Se non altro perché uno si rende conto del livello delle nostre cosiddette élite e si mette paura. Se certi professoroni, sedicenti esperti, dicono cose del genere, poi uno mica si può stupire di quello che gira sui social…

Finché a un certo punto non m’imbatto nell’unica notizia positiva del giorno, che per spessore dell’emittente e qualità dell’informazione emessa, mi rallegra al punto da volerla condividere con voi. Udite, udite: la crisi della banche è finita.

Proprio così. Queste paroline gioiose l’ha recitate il nostro Visco durante una delle sue magistrali lezioni, dove ha ricordato altre due tre cosette. Intanto che il giudizio dei mercati sulle prospettive” degli istituti italiani “è migliorato” e si “sono dissipati i timori sulla tenuta del sistema”. Poi che “la duplice recessione” che ha colpito l’Italia e i “gravi episodi di mala gestio” sono state le cause della crisi di alcune banche italiane. Mica il fatto che la vigilanza (di Bankitalia) non abbia funzionato. al contrario. Gli interventi di vigilanza “sono stati continui e pressanti” e hanno “contribuito a risolvere numerosi casi di dissesto”. E infine un capatina all’addendum Bce sui crediti deteriorati che in Italia potrebbe provocare “una indesiderata riduzione dell’offerta di credito in termini sia di costo sia di disponibilità delle banche a offrire i prestiti, specialmente non garantiti”.

Dulcis in fundo: “Io non ho mai detto che il sistema bancario italiano fosse il migliore a livello europeo”. Ho sostenuto che esistevano dei problemi ma che andavano messi nelle giuste proporzioni. “Pur nel loro insieme le banche italiane hanno resistito a una congiuntura particolarmente avversa ben oltre quanto previsto da numerosi analisti e commentatori”.

Le banche stanno bene, e presto staranno meglio ancora. Beate loro.

A domani.

Cronicario: Consumiamoci così, senza risparmio

Proverbio del 13 aprile I figli sono il tesoro del povero

Numero del giorno: 3.700.000.000 Mercato dell’IoT in Italia

Se ai tempi del vecchio Boezio, ci fosse stata la statistica, il nostro avrebbe scoperto che la vera consolazione arriva da lì, altro che dalla filosofia. Anzi viene dall’Istat che oggi ha rilasciato un bellissimo resoconto della nostra contabilità nazionale recente dove fra altre cose leggo che “nel 2017 le famiglie hanno aumentato la spesa per consumi finali (+2,5% in termini nominali) in misura superiore rispetto all’incremento del reddito disponibile (+1,7%) e che di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie scende al 7,8% (-0,7 punti percentuali rispetto al 2016)”.

Poiché ormai tocca accontentarsi dei mezzi gaudii, capirete che sollievo quando ho scoperto che faccio media statistica nel mio esperto bordeggiare il deficit, visto che a furia di consumare più di quanto guadagno ormai consumo sempre più risparmio, dovendo persino fare i conti con un potere d’acquisto vagamente triste: lo 0,6% di incremento nel 2017, per giunta “in rallentamento rispetto alle tendenze registrate nel biennio precedente”. Che erano già lente peraltro.

Poi se proprio vi volete perdere nei numeri, vi farà piacere sapere che il grosso della crescita del valore aggiunto lordo è arrivato dalle imprese, che hanno prodotto più del doppio del valore delle famiglie, il cui contributo peraltro è in aumento, mentre è risultato nulla il contributo dello stato.

Ora questo assottigliarsi del risparmio fa di noi degli eroi, è bene saperlo. Sacrificare il futuro seguendo l’emozione del presente è davvero esemplare e soprattutto serve a migliorare l’umore nazionale, costantemente gravato dai menagramo. Consumarsi così, senza risparmio, è sicuramente un atto di patriottismo che andrebbe premiato.

Prima di congedarmi dall’Istat, che ormai mi ha consolato abbastanza, vi do giusto un paio di elementi da digerire nel corso del fine settimana. Il primo è che nel 2017 c’è stata una robusta crescita delle prestazioni sociali ricevute dalle famiglie, aumentate dell’1,7% e, nel dettaglio , un +1,1% di pensioni e rendite. E poi ci sono le imposte di cui è meglio non parlare, ma che è bello far vedere.

E prima di dirvi ciao, vi lascio con una suggestione che mi ha suggerito la Banca di Francia, che ha notato una cosa che molti sanno ma moltissimi ignorano.

In pratica dal 2008 gli unici che hanno trovato lavoro sono gli ultra cinquantenni. E i giovani che fanno?

Godersela fino a 50 anni e lavorare fino alla morte: mi sembra il paradiso in terra.

A lunedì.

Cronicario: Arriva il governo che se lo fissi a lungo scolorisce

Proverbio del 12 aprile Il virtuoso è incline agli accordi, il vizioso a dare la colpa

Numero del giorno: 35.000.000 Stima vendite annuali di auto in Cina nel 2030

Insomma, a un certo punto dalla pattuglia di bimbiminkia che anima il vostro Cronicario s’alza impettita una voce, chiaramente viziata dai disordini del sonno e da chissà cos’altro, che mi dice: “Hai visto la foto che se la fissi a lungo si scolorisce?”

E così d’improvviso mi si rivela il senso del governo prossimo venturo, che anche oggi sta impegnando le notevoli intelligenze che animano questo paese nel defatigante rito delle consultazioni.

Qualunque sarà il governo che verrà, se lo fissiamo a lungo cambierà gradualmente colore fino a scolorire nell’unico esecutivo che abbia mai davvero governato in Italia.

Con l’aggravante che stavolta tocca pure trovare i soldi per consentire lo scialacquo.

Ora sarà pure un caso, ma proprio oggi l’Ocse se n’è uscita con un libretto che sembra un consiglio per gli acquisti per il governo scolorito prossimo futuro, dove si ricorda che in Italia (fra gli altri paesi) la diseguaglianza è aumentata dopo la crisi e che una patrimoniale è un ottimo strumento per pareggiare i conti.

Capirete perciò con che trepidazione uno attenda la notizia che verrà fuori il governo – chessò – gialloverde, che coerentemente con quanto insegna la teoria dei colori digraderà verso l’azzurro, prima di transitare verso il rosso (allarme) e infine spegnersi come un arcobaleno esausto nel grigio.

Ora prima che pensiate che improvvisamente il vostro Cronicario ha perso la testa al punto da parlare di politica, vi rassicuro. Mi hanno traviato i bimbiminkia e la foto che si scolorisce. Ma poi mi riprendo.

A domani.

 

 

 

Cronicario: Io ti dazio, tu mi dazi ella si strazia

Proverbio del 4 aprile Ogni occhio ha il suo sguardo

Numero del giorno: 2.918.000 Lavoratori a tempo determinato in Italia a gennaio

Ormai è una roba da bulli la rissa ormai evidente fa l’Impero che tramonta a Occidente e quello che si leva ad Oriente, in mezzo ai quali – geograficamente oltre che culturalmente – ci troviamo noi europei, eternamente indecisi fra l’uno e l’altro, col rischio che finiamo col prenderle da tutti.

Quelli che temono una guerra commerciale fra Usa e CIna stiano sicuri: c’è già. Trump, non contento d’aver daziato i cinesi e il resto del mondo, pure se con ampie esenzioni, su acciaio e alluminio, e poi aver proseguito coni dazi ad personam contro i cinesi – che hanno amorevolmente ricambiato – ha fatto sapere oggi di aver messo all’indice un’altra vagonata di prodotti cinesi per una cinquantina di miliardi di valore. Questi ultimi, i cinesi non i prodotti, stavolta hanno reagito più rapidamente del solito e hanno daziato per uguale importo un migliaio di prodotti Usa, fra i quali la soia e gli aeroplani, due delle grandi gioie esportatrici dell’Impero d’Occidente. Dopodiché i diplomatici cinesi hanno aggiunto che la Cina è aperta a un dialogo sulla base di “basi paritarie e mutuo rispetto”.

Il nostro amato Mister T, peraltro, ha risposto da suo pari.

E così via. Pensate che ne usciremo indenni? Macché. Ai più curiosi farà piacere sapere che il deficit commerciale degli Usa con la Cina è iniziato nel 1985 e non si è mai ridotto, anzi è aumentato. Ma mica solo nei confronti della Cina. Guardate questo riepilogo proposto oggi sul WSJ.

Quelli rosso fuoco siamo noi europei, che abbiamo lucrato ampiamente sul buon appetito pagato a debito dagli statunitensi. Quindi la guerra commerciale fra Trump e Xi danneggerà l’Europa almeno quanto – se non di più – la Cina e gli Usa. Per dire, la Coldiretti oggi ha fatto sapere che l’aumento del prezzo della soia, provocato dai dazi, potrebbe tradursi in un aumento del costo della carne. E mille altre di queste storie ci verranno a raccontare. Le borse intanto arretrano da giorni mentre i politici europei, che parlano di ogni cosa, oggi erano particolarmente silenti.

E d’altronde bisogna capirci, a noi europei: la storia e la vocazione ci spingono verso il commercio internazionale nel ruolo di venditori. Siamo stati i cinesi degli anni ’50 e anche dopo. Né possiamo mordere la mano che ci ha nutrito e protetto per tutto questo tempo, che peraltro ci somiglia magnificamente per vizi e virtù. Che fare perciò? Facile: niente. L’America dazia, l’Europa si strazia. C’est plus facile.

A domani.

Cronicario: Disoccupati o no, all’estero si va solo in vacanza

Proverbio del 27 marzo Chi non ha un passato non ha un futuro

Numero del giorno: 16,1 Incremento % profitti corporate cinesi a inizio 2018

Ora dategli torto, a quei giovani disoccupati europei che non hanno la minima intenzione di andare all’estero a cercare lavoro. Fategli la paternale, che ai tempi vostri – anzi a quelli del nonno – ogni scusa era buona per riempire la valigia di cartone di calzini col buco e semi di basilico ed emigrare. Vorrei vedere voi, oggi a vent’anni, cresciuti a pane e telefonini, con le coccole tipiche delle famiglie allargate, a fare i bagagli e partire per chissà dove, specie in un mondo dove albeggiano idee geniali come quella del reddito di paranza, meglio se vicino casa.

E infatti non emigrano, come registra con statistico disappunto Eurostat, che proprio oggi ha pubblicato questa rappresentazione edificante dei nostri giovani disoccupati.

Come vedete i nostri ragazzi italiani sono meno choosy (cit.) degli olandesi e dei danesi, ma comunque stanno intorno al 60%, quindi più media Ue che è del 50%. E scusate se è poco. La qualcosa mostra un’inconfutabile tendenza alla stanzialità della maggior parte della popolazione che vanifica decenni di Erasmus e di corsi di lingua.

Sempre per aggiungere contrizione alla nostra pena, osservo che i disoccupati pronti a traslocare in un altro paese all’interno dell’Ue sono meno del 10%, mentre fra gli occupati oltre l’80 fra i meglio istruiti e più del 90% fra quelli meno istruiti non ci pensa minimamente a trasferirsi altrove.

E tutto ciò ci conduce all’amara conclusione: all’estero, disoccupati o no, la gente ci vuole andare solo in vacanza.

Ora se neanche dieci anni di crisi sono bastati a curarci da questo pernicioso attaccamento alle nostre latitudini, meglio metterci una pietra sopra e prepararsi al peggio. Che arriverà, statene certi. E non perché io gufo, ma perché arrivano chiari segnali da Francoforte che la bonanza monetaria volge al termine. Oggi due pezzi grossi del board hanno detto, l’uno di aspettarsi che dopo settembre finiscano gli stimoli monetari. L’altro che è ragionevole che il mercato prezzi un rialzo dei tassi nella seconda metà del 2019. E cosa succederà quando i tassi torneranno a livello normale?

Nel frattempo Supermario avrà lasciato il Reno e noi chissà che governo avremo.

Quindi godetevi la vacanza, visto che Pasqua è vicina. Mi raccomando all’estero.

A domani.

Cronicario: L’evoluzione del Made in Usa: s’adda cumpra’

Proverbio del 26 marzo Dove c’è volontà, c’è soluzione

Numero del giorno: 2,6 Deficit/Pil Francia 2017. Prima volta sotto 3% in 10 anni.

Finalmente si comincia a vedere il futuro del commercio internazionale. Le vecchie teoria dei fair trade, che giocavano sui vantaggi comparati, le ragioni di scambio, la divisione del lavoro e tutto l’armamentario favoloso degli economisti primitivi, hanno chiaramente ceduto il passo all’arma finale: il dazio. Si negozia con la pistola sul tavolo, meglio se fumante.

Stamattina infatti è arrivata fresca fresca la notizia che la Corea del Sud sarà esentata vita natural durante dai dazi del 25% sull’acciaio visto che ha deciso di concedere un’ulteriore apertura dei suoi mercati alle auto Usa. E sempre stamattina, il solitamente bene informato (e pettegolo) Wall Street Journal ha detto che le diplomazie sino-statunitensi sono all’opera per fare seguire alle fiamme delle dichiarazioni ufficiali, condite di dazi, un bel getto di acqua fresca nella forma di un accordo fra i due litiganti che farà godere soprattutto Trump. Dicono sempre i bene informati che, oltre ad avere maggiori apertura sulle importazioni d’auto made in Usa, i cinesi dovranno infatti impegnarsi a concedere alcune cose all’industria finanziaria Usa e dovranno pure acquistare ancora più microchip dagli americani di quanti non ne comprino già.

Parliamo di oltre 100 miliardi di import dagli Usa di questa roba. Sicché la nuova teoria del commercio internazionale, che volenterose teste d’uovo accademiche. come sempre assai disponibili al costo modico di una qualche consulenza stanno già elaborando, si baserà su un semplice principio che finalmente trasformerà questa teoria, una delle disciplina più angosciose per gli studenti d’economia, in una passeggiata: il made in Usa s’adda cumpra’ (e scusate il napoletano approssimativo).

Detto ciò, noi italiani dovremmo iniziare a preoccuparci sul serio, visto che il confine fra teoria e pratica tende a sfumarsi di questi tempi. Giusto oggi è uscito il nostro commercio estero extra Ue che mostra un certo attivo, a febbraio, buona parte del quale è costruito sulla buona volontà di acquirenti degli Usa.

Ora che ci toccherà comprare a noi per non fare incazzare Mister T?

A domani.

Cronicario: Mister T trasforma il 1 maggio: dalla festa del lavoro a quella del dazio

Proverbio del 23 marzo Se gli uomini litigano, anche i cani si azzuffano

Numero del giorno: 5 Numero % delle imprese italiane altamente digitalizzate secondo Istat

Ora che vediamo agire Mister T nella sua forma migliore, che i lettori del Cronicario conoscono da tempi non sospetti, non dovremmo affatto stupirci per la circostanza che l’entrata in vigore dei dazi abbia finito con lo scatenare il caos nelle borse e nel mondo felpato delle relazioni internazionali. A parte la scontata reazione della Cina, che ha promesso dazi per tre miliardi su 128 prodotti made in Usa, è quella dell’Ue la più ardita, visto che senza mezzi termini qualche pezzo grosso (il premier belga Charles Michel) ha parlato di “pistola puntata alla tempia”, a significare l’atteggiamento vagamente gangsteristico dell’inquilino della Casa Bianca. D’altronde si sa che Mister T è un cattivone. E’ cattivo al punto da infischiarsene se la sua politica protezionista rischia di far regredire quel poco di crescita globale che a fatica si fa strada fra i debiti.

Quello che non si sapeva, ma non si finisce mai d’imparare, è che fosse anche subdolo al punto da fissare la scadenza dell’esenzione dall’Ue dai dazi al primo maggio, ossia la nostra amatissima festa del lavoro. Che a pensarci bene è una raffinatissima perfidia.

“Entro il prossimo primo maggio il presidente deciderà se continuare ad esentare questi Paesi dalle tariffe, in base allo stato delle discussioni”, ha fatto sapere la Casa Bianca, facendo marameo alla bella commissaria Ue al commercio Cecilia Malmstroem che aveva sottolineato su Twitter come “queste discussioni tra alleati e partner non devono essere soggette a scadenze artificiali”.

Sicché la scadenza resterà: a partire dalle 17.30 di oggi fino al 1 maggio siamo daziesenti. Dopodiché dipende da quanto saremo bravi. Perché Trump fa Trump, come dicono l’anagrafe e i fini analisti del nostro Paese. E Mister T fa Mister T.

A lunedì.