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Cronicario: Né occupati né disoccupati: solo preoccupati


Proverbio dell’1 aprile Da Oriente a Occidente, la propria casa è la migliore

Numero del giorno: 44,1 Indice pmi tedesco a marzo, in calo dal 47,6 di febbraio

Per cominciare bene una settimana che si preannuncia complicata c’è solo una cosa da fare: infischiarsene. Nel caso percepiate ondate di realtà farvisi da presso, ricordate sempre che c’è un governo del cambiamento che sta lavorando per voi. Pure se voi non lavorate. Non ci credete: guardate questo.

Vedete. In fondo non stiamo messi così male: siamo solo i terzi in Europa per numero di disoccupati. E se ricordate il geniale piano del governo di farli aumentare per fare più deficit, possiamo solo auspicare di diventare presto almeno i secondi superando finalmente in qualcosa la Spagna.

I dati di febbraio sono incoraggianti, in tal senso. La disoccupazione infatti è aumentata e quindi presto potremo fare nuovo deficit per non far scattare l’aumento Iva (vi giuro che l’ha detto un qualche genio). Ma se volete saperne di più sul nostro mercato del lavoro, vi suggerisco l’imperdibile Istat, che oggi disegna uno scenario meraviglioso.

Siccome so che forse due-tre leggeranno una cosa così lunga, vi faccio un disegnino.

Anzi, anche altri due.

L’occupazione stagna, come anche la disoccupazione e la quota di inattivi. Sintesi a uso bar dello sport: il mercato del lavoro è fermo. E mica solo quello del lavoro. Guardate che ha scritto Ocse proprio poco fa.

Non era facile far peggio della Grecia, ma ce l’abbiamo messa tutta. Col risultato che non ci sono più occupati né meno disoccupati. Solo preoccupati.

A domani.

 

 

Cronicario: Bankitalia fra un profittone per Pantalone che paga il debitone


Proverbio del 29 marzo I furfanti non ascoltano i discorsi sull’onestà

Numero del giorno: 4,9 Quota % disoccupazione in Germania a marzo

Vi ricordate il bilancione di Bankitalia?

Certo che si, dai. Ne abbiamo parlato tante volte quando vi abbiamo raccontato di come il QE della Bce abbia fatto esplodere a livelli mai osservati il bilancio di mamma Banca d’Italia, che infatti ormai tiene in pancia asset per quasi mille miliardi, 320 dei quali sono titoli dello stato italiano. Perciò anche quest’anno, come l’anno scorso, è arrivato un bel profitto, anzi un profittone.

Una robetta da 6,2 miliardi, che fanno sembrare (quasi) bruscolini i 3,9 del 2018. Di questi, 5,7 miliardi verranno girati allo stato Pantalone, ovviamente felicissimo, che poi è lo stesso che ha pagato gli interessi sul suo debitone tenuto in pancia da Bankitalia per la gioia di tutti noi. Se vi sembra un filo cervellotico vuol dire che siete appena entrati nel magico mondo del central banking alimentato con le nostre tasse.

Cosa succederà a questo debitone quando Bankitalia deciderà di disfarsene?

Vabbé ho capito.

Buon week end.

Cronicario: Siamo europei? Certo che Xi


Proverbio del 26 marzo Dove c’è volontà, c’è soluzione

Numero del giorno: 41 Aumento % dei cicloturisti in Italia dal 2013

Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è favorevole, diceva il vecchio Mao e perciò se fossi britannico dovrei essere felicissimo, visto che sono quasi tre anni che si è votato per la Brexit e ancora non si capisce niente. Le ultime che arrivano da fronte occidentale, raccontano di un parlamento che ha preso in mano la situazione ma nel quale sono in disaccordo su tutto, salvo che sul voler dimissionare la signora May. Pure i ministri, per dire: hanno chiesto libertà di voto sul piano del governo per la Brexit.

Sicché le voci di dimissioni della signora May (‘na gioia) hanno preso a ricorrersi insieme a quelle su possibili elezioni anticipate, mentre rispuntano come funghi velenosi dopo la pioggia i famigerati piani B. Se il parlamento dovesse approvarne uno (Brexit hard, medium, soft, super soft, no Brexit) la May potrà comunque infischiarsene, giudicandoli non vincolanti. E poi chissà.

Tutto questo accade mentre il mitologico presidente cinese Xi, da autentico maoista, sottolinea che “Cina ed Europa vanno avanti insieme” mentre partecipa a un vertice con il presidente francese, quello tedesco e quello dell’Ue. Doveva venire anche quello italiano, ma pare ci sia un ritardo con la consegna delle arance siciliane.

In compenso facciamo tesoro dell’esortazione del presidente cinese, quando ricorda che “la diffidenza non deve avere la meglio”. E infatti un noto segretario di partito che corre per le europee ha detto che nel simbolo vuole mettere che “siamo europei”. Giusto no? Certo che Xi.

A domani.

Cronicario: E finalmente superiamo il 3% (di deficit)


Proverbio dell’8 novembre Non puoi ricavare latte da un bufalo maschio

Numero del giorno: 299.800 Italiani 20-24enni del Sud che hanno abbandonato la scuola

La crescita, si vabbé, che volete che sia? Il solito unovirgola se va bene. Ma volete mettere la gioia di sforare il 3% del deficit/pil? C’è una mandria di fenomeni che ha fatto la ola quando stamane la Commissione Ue ha rilasciato le sue previsioni d’autunno.

Dai che li conoscete. Sono quelli che “il deficit è bello perché aiuta i poveri e ci fa più ricchi”. E finalmente sono stati accontentati. La crescita aumenta di un paio di decimali rispetto alle previsioni di autunno del 2017, ma il deficit di oltre un punto rispetto al 2017 da qui al 2020. Poi dice che non esistono i moltiplicatori.

Ma comunque inutile stare a impiccarsi su queste miserie da “puristi delle sala contabile”, come ebbe a dire un noto cazzaro qualche tempo fa a chi gli chiedeva coerenza sulle cifre che andava diffondendo. Il punto saliente è che sforiamo il maledetto 3%, che per i madonnari del deficit sovrano è come l’urlo di libertà di Braveheart. Poi certo finì come finì con lo scozzese, ma volete mettere la gioia del momento?

Rimane il problema di come convincere il resto del mondo a fidarsi della nostra buona volontà di debitori a fronte di un andamento macro vagamente preoccupante. Date un’occhiata alle componenti del nostro pil, presente e futuro.

Che ci dice questo bel disegnino? Che la crescita langue, malgrado lo sforamento del deficit e non c’è neanche tanta trippa per gatti. L’output gap, ossia la differenza fra il pil reale e quello potenziale risulta persino positivo. Quindi non dovremmo neanche farne, di deficit. Sarà pure vero, come giura il ministro dell’economia che rima ora e sempre con Mammamia e soprattutto con diplomazia, che le valutazioni della Commissione sono frutto di “una defaillance tecnica”. Ma bisognerà vedere che diranno quelli là fuori Non i gazzettieri del cambiamento: i creditori. I cugini di Bruxelles potrebbero persino risultare ottimisti.

A domani.

Pro memoria: il primo ministro, noto anche come avvocato del popolo, dice che stime di crescita diverse da quelle del governo sono assolutamente inverosimili. Poco dopo il Fmi ha confermato ne sue previsioni: +1,2 nel 2018, +1% nel 2019 e +0,9 nel 2020. Ne riparliamo fra un anno da oggi.

Cronicario: Trovato rimedio ai mali del Sud: lo spopolamento


Proverbio dell’1 agosto L’aratro è il fondamento di tutte le arti

Numero del giorno: 19.300.000 Residenti con radici migratorie in Germania nel 2017

Siccome com’è noto il grande problema del Sud è il traffico, farà piacere ai vari interventisti che si sperticano ragionando sul futuro del nostro Meridione che laggiù il problema se lo stanno risolvendo da soli, come solo i meridionali sanno fare: emigrano.

Ora non prendetela come una mancanza di fiducia verso il governo del cambiamento che sicuramente farà piovere miliardi di cittadinanza sulle teste frastornate dei giovani meridionali che sono rimasti laggiù. Il problema è più profondo: al sud, oltre al traffico, fa caldo. Capite bene che a nessuno piace sudare mentre si cerca un lavoro che non c’è. Perciò ecco la soluzione, che, come insegnano i sacri testi dei pensatori liberali, è emersa dai meandri dell’economia di mercato: lo spopolamento.

Proprio oggi il fenomeno è stato certificato col bollino dello Svimez, un istituto che studia da anni i mali del Sud non potendo far altro che esercitarsi in strazianti grida d’allarme che danno ai meridionali i loro quindici secondi di celebrità, che è più o meno il tempo che richiede la lettura di questo post. E siccome quindici secondi passano subito e vi staranno già rincoglionendo con la storia di Foa silurato alla Presidenza Rai, il decreto Dignità che chissà che fine fa, ve la faccio breve. Ah un attimo: prima vi devo raccontare delle importazioni di soia dell’Ue dagli Usa aumentate del 238% dopo che i prezzi Usa sono crollati come conseguenza del blocco delle importazioni cinesi. Che c’entra? Niente, ma fa riflettere. I produttori Usa hanno esportato di più nell’Ue a causa del crollo dei prezzi. Questo non vuol dire che abbiano anche guadagnato di più.

Sono rimasti dieci secondi, quindi torno al Sud. Ecco i numeri dell’unico successo meridionale: negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati. L’altro milione è tornato e magari vive all’interno dell’ 600 mila famiglie dove risultano tutti disoccupati, visto che dal 2008 si sono persi 578 mila posti di lavoro under 35 e il pil minaccia di crescere alla metà della media nazionale. Capirete che di fronte a una situazione del genere, i liberisti emigrano e gli statalisti aspettano il sussidio. Ma tutti votano per il governo del cambiamento.

A domani.

 

Cronicario: Fra il dire e il fare c’è di mezzo il nominare


Proverbio del 30 luglio La gentilezza batte la forza

Numero del giorno: 6.200.000 Italiani che hanno ripetuto gli esami di guida

Poi dice che il governo non governa. Eccome se governa: con un paio di post su Facebook il ministro del trasporto amoroso ha silurato e nominato i vertici delle FS, che sta per Ferrovie Sovrane, ne caso vi fosse sfuggito. E quanto ci ha messo? Niente: un battito d’ali. Licenziati via social a metà della settimana scorsa, i nuovi vertici sono stati nominati stamattina, mentre l’Italia boccheggiava sotto il caldo africano.

Lo so, adesso mi direte che è molto più facile cambiare gli amministratori che governare, ma è chiaro che siete prevenuti. Fra il dire e il fare c’è di mezzo il nominare lo sanno tutti. Peraltro ormai è chiaro che usano una tattica sopraffina. Il ministro uno e bino temporeggia, chessò invita 62 sigle a parlare di Ilva, in un delirio di assemblearismo egalitario, e gli altri nominano come se non ci fosse un domani: i vertici del ministero del Tesoro, quelli della Cdp e persino la presidenza Rai, dove hanno provato a mettere uno che gli piace. Cosa inedita nel panorama italiano.

State certi che prime delle meritatissime vacanze (innanzitutto le mie) il medagliere delle benedizioni ministeriali si arricchirà ancor di più finendo di lacerare quel che resta della nostra concordia sociale. In compenso ci guadagneremo tempo, calma e riflessione su quelle che sono le partite davvero delicate che attendono di essere governate sul serio: chessò la solita Ilva, l’Alitalia, il miracolo decreto Dignità, ormai in versione 2.0, come ci ricorda il ministro Bino, e, dulcis in fundo, la legge di bilancio, dove il governo, finalmente tornato dalle vacanze dovrà finalmente dare prova reale di sé. Dice, l’altro ministro tuttologo, che l’importante è incardinare i provvedimenti. Basteranno un paio di tweet magari.

Nel caso (assai ipotetico) che abbiate ancora voglia di occuparvi di cose serie, vi segnalo l’ultima chicca in casa Bis, ossia le statistiche sulla liquidità globale, che mostra come l’unica cosa che non ci manca, in questo periodo vagamente disgraziato, sono i soldi.

Il credito in dollari alle non banche fuori dagli Usa, nel primo trimestre 2018 è cresciuto del 7% rispetto a un anno fa, quello in euro addirittura del 10%. L’uno vale 11,5 trilioni, l’altro 3,1 (di euro). Fra le altre cose, 3,7 di questi trilioni sono crediti verso le economia emergenti, verso le quali il boom, guidato da emissioni obbligazionarie, è stato del 16% rispetto a un anno fa. Questa montagna di denaro, che rappresenta debiti, gira intorno a noi minacciosa come una gigantesca cambiale in attesa di essere pagata, il cui peso specifico dovrebbe far tremare le vene ai polsi a chi (come noi) deve rinnovare ogni anno una quantità di debito pubblico pari al pil della Grecia. Ma non ditelo ai nostri. Si potrebbero distrarre.

A domani.

 

Cronicario: Che lo sforzo (dello zerotré) sia con noi


Proverbio del 13 luglio Cento saggi hanno la stessa opinione, ogni sciocco ha la sua

Numero del giorno 60,9 Quota % italiani con almeno un diploma (77,5 media Ue)

E’ chiaro a questo punto che il degradare del dibattito pubblico verso la satira, del quale il vostro Cronicario qui è solo un modesto testimone, è la caratteristica saliente di questo scorcio di XXI secolo. Il che va benissimo per carità: d’altronde i comici in politica ormai sono la normalità.

Ora stavo faticosamente riprendendomi dall’ennesimo knock out di Mister T, che prima rilascia un’intervista a un giornale britannico per sfottere la May, trovandosi lassù, e poi incontra la Lady di gomma e le dice che mai sono andati così d’accordo, dimostrando una rara verve comica. Ma d’improvviso è uscita la notizia che all’Ecofin, la riunione dei ministri europei dell’economia, è venuta fuori una considerazione saliente che ci riguarda. Il gruppetto infatti ha approvato le raccomandazioni specifiche per paese che la Commissione Ue aveva già pubblicato, sottolineando che all’Italia serve  “uno sforzo strutturale di almeno lo 0,3% del Pil nel 2018, senza alcun margine aggiuntivo di deviazione sull’anno”.

Ritrovarmi nel meraviglioso “Balle spaziali” di Mel Brooks mi ha fatto capire quanto sia profonda e amabile la cultura popolare dei governanti europei – altro che populisti – e me li ha fatti improvvisamente voler bene. Un poco va. Ma soprattutto mi ha fatto capire che lo sforzo dovrà essere un bel po’ più grande di quel micragnoso zerotré che vale sì e no un cinque miliardi. Sempre l’Ecofin: “L’elevato debito pubblico implica che ampie risorse siano assegnate a coprire i costi per servire il debito, a detrimento di misure che aiutano la crescita incluse istruzione, innovazione e infrastrutture”. In generale, scrivono i cronisti, “il Consiglio è dell’opinione che le misure necessarie dovrebbero essere prese dal 2018 per rispettare le indicazioni del Patto. Sarebbe prudente anche l’uso di entrate inattese per ridurre il debito”. E che saranno mai queste entrate inattese?

Tanto più che nel frattempo Bankitalia aveva rilasciato l’aggiornamento sull’andamento della nostra finanza pubblica col debituccio che zitto zitto (perché ancora ce lo comprano) ha raggiunto un altro record arrivando a 2.327 miliardi, il 3,6% in più rispetto a fine 2017.

Per chi non lo sapesse, all’Ecofin c’era anche il nostro beneamato Tria, che chissà perché rima con mammamia, divenuto suo malgrado la speranza dei (pochi) cittadini dotati di buon senso, che se n’è uscito così: “Il profilo di discesa debito non sarà in discussione, discuteremo dei tempi e del profilo dell’aggiustamento, ma il centro della manovra è ribaltare la tendenza fino ad oggi di aumentare sempre la quota di spesa corrente a scapito della spesa per investimenti”. Cioé faremo debiti per investire – chessò migliorare le scuole – anziché per pagarci il pranzo. Il miracolo è assicurato. E chi non ci crede, Bruxelles lo colga. O almeno lo accolga.

Non ho scelto a caso la scuola. Istat infatti ha pubblicato oggi una release imperdibile sullo stato della nostra istruzione.

Ecco, se avete letto tutto il pezzo qua sopra e ci avete persino capito qualcosa sappiate che appartenete a una minoranza. Quelli che non solo leggono più di tre righe, ma riescono persino a digerirle. Ma per fortuna nostra durerete poco. Menti illuminate stanno lavorando per riportare indietro la nostra capacità scolare, questo frutto avvelenato del progresso, e trasformarci in buoni selvaggi bravissimi a votare col telefonino, dopo che qualcuno ha scritto sui social che il miglior modo per non pagare i debiti è disimparare a far di conto. Ovviamente ci hanno creduto tutti.

A lunedì.

 

Cronicario: Consumiamoci così, senza risparmio


Proverbio del 13 aprile I figli sono il tesoro del povero

Numero del giorno: 3.700.000.000 Mercato dell’IoT in Italia

Se ai tempi del vecchio Boezio, ci fosse stata la statistica, il nostro avrebbe scoperto che la vera consolazione arriva da lì, altro che dalla filosofia. Anzi viene dall’Istat che oggi ha rilasciato un bellissimo resoconto della nostra contabilità nazionale recente dove fra altre cose leggo che “nel 2017 le famiglie hanno aumentato la spesa per consumi finali (+2,5% in termini nominali) in misura superiore rispetto all’incremento del reddito disponibile (+1,7%) e che di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie scende al 7,8% (-0,7 punti percentuali rispetto al 2016)”.

Poiché ormai tocca accontentarsi dei mezzi gaudii, capirete che sollievo quando ho scoperto che faccio media statistica nel mio esperto bordeggiare il deficit, visto che a furia di consumare più di quanto guadagno ormai consumo sempre più risparmio, dovendo persino fare i conti con un potere d’acquisto vagamente triste: lo 0,6% di incremento nel 2017, per giunta “in rallentamento rispetto alle tendenze registrate nel biennio precedente”. Che erano già lente peraltro.

Poi se proprio vi volete perdere nei numeri, vi farà piacere sapere che il grosso della crescita del valore aggiunto lordo è arrivato dalle imprese, che hanno prodotto più del doppio del valore delle famiglie, il cui contributo peraltro è in aumento, mentre è risultato nulla il contributo dello stato.

Ora questo assottigliarsi del risparmio fa di noi degli eroi, è bene saperlo. Sacrificare il futuro seguendo l’emozione del presente è davvero esemplare e soprattutto serve a migliorare l’umore nazionale, costantemente gravato dai menagramo. Consumarsi così, senza risparmio, è sicuramente un atto di patriottismo che andrebbe premiato.

Prima di congedarmi dall’Istat, che ormai mi ha consolato abbastanza, vi do giusto un paio di elementi da digerire nel corso del fine settimana. Il primo è che nel 2017 c’è stata una robusta crescita delle prestazioni sociali ricevute dalle famiglie, aumentate dell’1,7% e, nel dettaglio , un +1,1% di pensioni e rendite. E poi ci sono le imposte di cui è meglio non parlare, ma che è bello far vedere.

E prima di dirvi ciao, vi lascio con una suggestione che mi ha suggerito la Banca di Francia, che ha notato una cosa che molti sanno ma moltissimi ignorano.

In pratica dal 2008 gli unici che hanno trovato lavoro sono gli ultra cinquantenni. E i giovani che fanno?

Godersela fino a 50 anni e lavorare fino alla morte: mi sembra il paradiso in terra.

A lunedì.

Cronicario: La love story dello Zerovirgola fra Giappone e Italia


Proverbio del 14 febbraio Una gioia copre cento dolori

Numero del giorno 118 Incremento % utili di Baidu nel IV trimestre 2017

Siccome è San Valentino e il vostro Cronicario è schiavo come ognuno delle ricorrenze, oggi dovrei mandarvi dei fiori e parlare d’amore riuscendo persino a non addormentarmi nel frattempo.

Ma siccome il Cronicario è sempre il Cronicario e notoriamente voi siete assetati di aridi numeri, approfitto del pretesto che mi offrono gli ultimi dati del pil italiano, cresciuto nientemeno che dello 0,3 nell’ultimo trimestre 2017, per raccontarvi una love story poco conosciuta e tuttavia sotto gli occhi di tutti: l’attrazione fatale fra noi e i giapponesi, esperti come noi nella pratica della crescita Zerovirgola. Per dire, hanno nell’ultimo trimestre 2017 hanno fatto lo 0,1% su base trimestrale e lo 0,5 su base annua e festeggiano pure. “Credo non ci si sbagli a dire che l‘economia si trova in uno stato piuttosto buono”, ha detto alla Reuters il capo economista di Dai-ichi Life Research Institute Yoshiki Shinke.

Si festeggia anche perché il Giappone è riuscito a infilare il suo ottavo trimestre consecutivo di crescita. Un miracolo paragonabile all’apparizione della Madonna, visto che si verifica a intervalli similarmente ampi. In questo caso, non succedeva dal 1989. E guardate adesso noi.

Abbiamo inanellato il nostro quattordicesimo rialzo consecutivo, portando la crescita 2017 all’1,5, il triplo di quello del Sol Levante. Siamo meglio dei giapponesi: per questo ci amano Siamo i giapponesi dell’Ue. Nel senso che siamo gli ultimi della classe dell’EZ per crescita, ma con grande dignità.

Notate come la curva della crescita dell’Eurozona incroci quella Usa, e poi aprite le orecchie perché anche oggi risuona il frastuono allarmato dei gufi di mestiere, che si sono accorti che l’inflazione Usa è cresciuta più del previsto, arrivando al 2,1% su base annua. Basta questo a far ripartire la tiritera che le borse calano perché hanno paura che la Fed alzi i tassi prima e più del previsto. Roba talmente stucchevole, specie in un giorno di festa, che preferisco cedere al sadomasochismo e osservare la Germania che ha fatto lo 0,6 di Pil in più sul trimestre precedente e il 2,9 su base annua stracciando tutti.

Dovendomi consolare noto soddisfatto che la nostra crescita è stata poca ma buona, perché ci stanno dentro sia la domanda interna che quella estera netta. E per giunta mamma Istat mi rassicura riportando che pure se adesso andassimo piatti per tutto l’anno, comunque chiuderemmo il 2018 con un +0,5%.

Leggo persino un economista della nostra Nomisma sottolineare che nel 2017 “si sono cominciati a vedere gli effetti del consolidamento fiscale e delle riforme strutturali, dal Jobs Act a Industria 4.0”. Vedete quanto somigliamo al Giappone? E questo tizio non è neanche l’ultimo giapponese. E’ il primo di una lunga serie.

A domani.

 

Cronicario: L’America Saudita raddoppia, alla faccia dell’Opec


Proverbio del 12 febbraio Per spostare una montagna si inizia dalle piccole pietre

Numero del giorno: 0,1 Calo % disoccupazione in Italia a dicembre secondo Ocse

Mentre il petroyuan fa sghignazzare i trader petroliferi, che non vedono l’ora di quotare il barile in valuta cinese, nel duro mondo delle cose serie si assiste attoniti al progredire dell’America Saudita, ossia il nuovo primo produttore di petrolio grazie alla tecnologia shale che concorre a provocare questo divertente andamento delle quotazioni.

Che messo lì sembra una cosa da nulla, se non fosse che è il segnale di un potente sottosopra che possiamo intuire guardando quest’altro grafico diffuso stavolta da Opec nel suo bollettino mensile fresco di giornata.

Si avete letto bene. Nel 2018 l’Opec stima che la produzione Usa di petrolio aumenterà di circa 1,3 milioni di barili, quasi il doppio della crescita 2017 di circa 700 mila circa. Se sommate l’aumento di produzione di quest’anno a quello scorso, ecco qua che il “povero” taglio” da 1,8 milioni di barili deciso in pompa magna da Opec e Russia a novembre 2016, e confermato per tutto il 2018 lo scorso novembre 2017, va tranquillamente a farsi benedire. In pratica gli Usa lo hanno più che compensato, divenendo con l’occasione il primo produttore del mondo. Merito anche del fatto che hanno potuto profittare del rialzo dei prezzi determinato dal taglio di novembre 2016 per rilanciare le produzioni di shale oil, che nel frattempo erano diventate più economiche a differenza di quelle russe o arabe.

Capirete che con questi chiari di luna i produttori tradizionali non siano felicissimi, dovendo persino gestire bilanci pubblici che dipendono pesantemente dagli incassi di petrolio. E d’altronde, chi di sovrapproduzione ferisce, di solito perisce per lo stesso motivo. Certo nessuno poteva immaginare che la produzione Usa crescesse del 5% nel 2017 e potesse esser vista al rialzo di un ulteriore 9% quest’anno. Però tutti prevedono che l’America Saudita non sarà un fuoco petrolifero di paglia. L’IEA, che ha la vista lunga, la inquadra così:

Basterà questo sommovimento a scardinare gli equilibri del mercato petrolifero consolidati in decenni, ora che pure la Cina, non avendo petrolio, prova a giocarsi la partita buttandola in finanza?

Nel dubbio, mettiamoci seduti e compriamo i pop corn.

A domani.