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Cronicario: Trovato rimedio ai mali del Sud: lo spopolamento


Proverbio dell’1 agosto L’aratro è il fondamento di tutte le arti

Numero del giorno: 19.300.000 Residenti con radici migratorie in Germania nel 2017

Siccome com’è noto il grande problema del Sud è il traffico, farà piacere ai vari interventisti che si sperticano ragionando sul futuro del nostro Meridione che laggiù il problema se lo stanno risolvendo da soli, come solo i meridionali sanno fare: emigrano.

Ora non prendetela come una mancanza di fiducia verso il governo del cambiamento che sicuramente farà piovere miliardi di cittadinanza sulle teste frastornate dei giovani meridionali che sono rimasti laggiù. Il problema è più profondo: al sud, oltre al traffico, fa caldo. Capite bene che a nessuno piace sudare mentre si cerca un lavoro che non c’è. Perciò ecco la soluzione, che, come insegnano i sacri testi dei pensatori liberali, è emersa dai meandri dell’economia di mercato: lo spopolamento.

Proprio oggi il fenomeno è stato certificato col bollino dello Svimez, un istituto che studia da anni i mali del Sud non potendo far altro che esercitarsi in strazianti grida d’allarme che danno ai meridionali i loro quindici secondi di celebrità, che è più o meno il tempo che richiede la lettura di questo post. E siccome quindici secondi passano subito e vi staranno già rincoglionendo con la storia di Foa silurato alla Presidenza Rai, il decreto Dignità che chissà che fine fa, ve la faccio breve. Ah un attimo: prima vi devo raccontare delle importazioni di soia dell’Ue dagli Usa aumentate del 238% dopo che i prezzi Usa sono crollati come conseguenza del blocco delle importazioni cinesi. Che c’entra? Niente, ma fa riflettere. I produttori Usa hanno esportato di più nell’Ue a causa del crollo dei prezzi. Questo non vuol dire che abbiano anche guadagnato di più.

Sono rimasti dieci secondi, quindi torno al Sud. Ecco i numeri dell’unico successo meridionale: negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati. L’altro milione è tornato e magari vive all’interno dell’ 600 mila famiglie dove risultano tutti disoccupati, visto che dal 2008 si sono persi 578 mila posti di lavoro under 35 e il pil minaccia di crescere alla metà della media nazionale. Capirete che di fronte a una situazione del genere, i liberisti emigrano e gli statalisti aspettano il sussidio. Ma tutti votano per il governo del cambiamento.

A domani.

 

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Cronicario: Fra il dire e il fare c’è di mezzo il nominare


Proverbio del 30 luglio La gentilezza batte la forza

Numero del giorno: 6.200.000 Italiani che hanno ripetuto gli esami di guida

Poi dice che il governo non governa. Eccome se governa: con un paio di post su Facebook il ministro del trasporto amoroso ha silurato e nominato i vertici delle FS, che sta per Ferrovie Sovrane, ne caso vi fosse sfuggito. E quanto ci ha messo? Niente: un battito d’ali. Licenziati via social a metà della settimana scorsa, i nuovi vertici sono stati nominati stamattina, mentre l’Italia boccheggiava sotto il caldo africano.

Lo so, adesso mi direte che è molto più facile cambiare gli amministratori che governare, ma è chiaro che siete prevenuti. Fra il dire e il fare c’è di mezzo il nominare lo sanno tutti. Peraltro ormai è chiaro che usano una tattica sopraffina. Il ministro uno e bino temporeggia, chessò invita 62 sigle a parlare di Ilva, in un delirio di assemblearismo egalitario, e gli altri nominano come se non ci fosse un domani: i vertici del ministero del Tesoro, quelli della Cdp e persino la presidenza Rai, dove hanno provato a mettere uno che gli piace. Cosa inedita nel panorama italiano.

State certi che prime delle meritatissime vacanze (innanzitutto le mie) il medagliere delle benedizioni ministeriali si arricchirà ancor di più finendo di lacerare quel che resta della nostra concordia sociale. In compenso ci guadagneremo tempo, calma e riflessione su quelle che sono le partite davvero delicate che attendono di essere governate sul serio: chessò la solita Ilva, l’Alitalia, il miracolo decreto Dignità, ormai in versione 2.0, come ci ricorda il ministro Bino, e, dulcis in fundo, la legge di bilancio, dove il governo, finalmente tornato dalle vacanze dovrà finalmente dare prova reale di sé. Dice, l’altro ministro tuttologo, che l’importante è incardinare i provvedimenti. Basteranno un paio di tweet magari.

Nel caso (assai ipotetico) che abbiate ancora voglia di occuparvi di cose serie, vi segnalo l’ultima chicca in casa Bis, ossia le statistiche sulla liquidità globale, che mostra come l’unica cosa che non ci manca, in questo periodo vagamente disgraziato, sono i soldi.

Il credito in dollari alle non banche fuori dagli Usa, nel primo trimestre 2018 è cresciuto del 7% rispetto a un anno fa, quello in euro addirittura del 10%. L’uno vale 11,5 trilioni, l’altro 3,1 (di euro). Fra le altre cose, 3,7 di questi trilioni sono crediti verso le economia emergenti, verso le quali il boom, guidato da emissioni obbligazionarie, è stato del 16% rispetto a un anno fa. Questa montagna di denaro, che rappresenta debiti, gira intorno a noi minacciosa come una gigantesca cambiale in attesa di essere pagata, il cui peso specifico dovrebbe far tremare le vene ai polsi a chi (come noi) deve rinnovare ogni anno una quantità di debito pubblico pari al pil della Grecia. Ma non ditelo ai nostri. Si potrebbero distrarre.

A domani.

 

Cronicario: Che lo sforzo (dello zerotré) sia con noi


Proverbio del 13 luglio Cento saggi hanno la stessa opinione, ogni sciocco ha la sua

Numero del giorno 60,9 Quota % italiani con almeno un diploma (77,5 media Ue)

E’ chiaro a questo punto che il degradare del dibattito pubblico verso la satira, del quale il vostro Cronicario qui è solo un modesto testimone, è la caratteristica saliente di questo scorcio di XXI secolo. Il che va benissimo per carità: d’altronde i comici in politica ormai sono la normalità.

Ora stavo faticosamente riprendendomi dall’ennesimo knock out di Mister T, che prima rilascia un’intervista a un giornale britannico per sfottere la May, trovandosi lassù, e poi incontra la Lady di gomma e le dice che mai sono andati così d’accordo, dimostrando una rara verve comica. Ma d’improvviso è uscita la notizia che all’Ecofin, la riunione dei ministri europei dell’economia, è venuta fuori una considerazione saliente che ci riguarda. Il gruppetto infatti ha approvato le raccomandazioni specifiche per paese che la Commissione Ue aveva già pubblicato, sottolineando che all’Italia serve  “uno sforzo strutturale di almeno lo 0,3% del Pil nel 2018, senza alcun margine aggiuntivo di deviazione sull’anno”.

Ritrovarmi nel meraviglioso “Balle spaziali” di Mel Brooks mi ha fatto capire quanto sia profonda e amabile la cultura popolare dei governanti europei – altro che populisti – e me li ha fatti improvvisamente voler bene. Un poco va. Ma soprattutto mi ha fatto capire che lo sforzo dovrà essere un bel po’ più grande di quel micragnoso zerotré che vale sì e no un cinque miliardi. Sempre l’Ecofin: “L’elevato debito pubblico implica che ampie risorse siano assegnate a coprire i costi per servire il debito, a detrimento di misure che aiutano la crescita incluse istruzione, innovazione e infrastrutture”. In generale, scrivono i cronisti, “il Consiglio è dell’opinione che le misure necessarie dovrebbero essere prese dal 2018 per rispettare le indicazioni del Patto. Sarebbe prudente anche l’uso di entrate inattese per ridurre il debito”. E che saranno mai queste entrate inattese?

Tanto più che nel frattempo Bankitalia aveva rilasciato l’aggiornamento sull’andamento della nostra finanza pubblica col debituccio che zitto zitto (perché ancora ce lo comprano) ha raggiunto un altro record arrivando a 2.327 miliardi, il 3,6% in più rispetto a fine 2017.

Per chi non lo sapesse, all’Ecofin c’era anche il nostro beneamato Tria, che chissà perché rima con mammamia, divenuto suo malgrado la speranza dei (pochi) cittadini dotati di buon senso, che se n’è uscito così: “Il profilo di discesa debito non sarà in discussione, discuteremo dei tempi e del profilo dell’aggiustamento, ma il centro della manovra è ribaltare la tendenza fino ad oggi di aumentare sempre la quota di spesa corrente a scapito della spesa per investimenti”. Cioé faremo debiti per investire – chessò migliorare le scuole – anziché per pagarci il pranzo. Il miracolo è assicurato. E chi non ci crede, Bruxelles lo colga. O almeno lo accolga.

Non ho scelto a caso la scuola. Istat infatti ha pubblicato oggi una release imperdibile sullo stato della nostra istruzione.

Ecco, se avete letto tutto il pezzo qua sopra e ci avete persino capito qualcosa sappiate che appartenete a una minoranza. Quelli che non solo leggono più di tre righe, ma riescono persino a digerirle. Ma per fortuna nostra durerete poco. Menti illuminate stanno lavorando per riportare indietro la nostra capacità scolare, questo frutto avvelenato del progresso, e trasformarci in buoni selvaggi bravissimi a votare col telefonino, dopo che qualcuno ha scritto sui social che il miglior modo per non pagare i debiti è disimparare a far di conto. Ovviamente ci hanno creduto tutti.

A lunedì.

 

Cronicario: Consumiamoci così, senza risparmio


Proverbio del 13 aprile I figli sono il tesoro del povero

Numero del giorno: 3.700.000.000 Mercato dell’IoT in Italia

Se ai tempi del vecchio Boezio, ci fosse stata la statistica, il nostro avrebbe scoperto che la vera consolazione arriva da lì, altro che dalla filosofia. Anzi viene dall’Istat che oggi ha rilasciato un bellissimo resoconto della nostra contabilità nazionale recente dove fra altre cose leggo che “nel 2017 le famiglie hanno aumentato la spesa per consumi finali (+2,5% in termini nominali) in misura superiore rispetto all’incremento del reddito disponibile (+1,7%) e che di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie scende al 7,8% (-0,7 punti percentuali rispetto al 2016)”.

Poiché ormai tocca accontentarsi dei mezzi gaudii, capirete che sollievo quando ho scoperto che faccio media statistica nel mio esperto bordeggiare il deficit, visto che a furia di consumare più di quanto guadagno ormai consumo sempre più risparmio, dovendo persino fare i conti con un potere d’acquisto vagamente triste: lo 0,6% di incremento nel 2017, per giunta “in rallentamento rispetto alle tendenze registrate nel biennio precedente”. Che erano già lente peraltro.

Poi se proprio vi volete perdere nei numeri, vi farà piacere sapere che il grosso della crescita del valore aggiunto lordo è arrivato dalle imprese, che hanno prodotto più del doppio del valore delle famiglie, il cui contributo peraltro è in aumento, mentre è risultato nulla il contributo dello stato.

Ora questo assottigliarsi del risparmio fa di noi degli eroi, è bene saperlo. Sacrificare il futuro seguendo l’emozione del presente è davvero esemplare e soprattutto serve a migliorare l’umore nazionale, costantemente gravato dai menagramo. Consumarsi così, senza risparmio, è sicuramente un atto di patriottismo che andrebbe premiato.

Prima di congedarmi dall’Istat, che ormai mi ha consolato abbastanza, vi do giusto un paio di elementi da digerire nel corso del fine settimana. Il primo è che nel 2017 c’è stata una robusta crescita delle prestazioni sociali ricevute dalle famiglie, aumentate dell’1,7% e, nel dettaglio , un +1,1% di pensioni e rendite. E poi ci sono le imposte di cui è meglio non parlare, ma che è bello far vedere.

E prima di dirvi ciao, vi lascio con una suggestione che mi ha suggerito la Banca di Francia, che ha notato una cosa che molti sanno ma moltissimi ignorano.

In pratica dal 2008 gli unici che hanno trovato lavoro sono gli ultra cinquantenni. E i giovani che fanno?

Godersela fino a 50 anni e lavorare fino alla morte: mi sembra il paradiso in terra.

A lunedì.

Cronicario: La love story dello Zerovirgola fra Giappone e Italia


Proverbio del 14 febbraio Una gioia copre cento dolori

Numero del giorno 118 Incremento % utili di Baidu nel IV trimestre 2017

Siccome è San Valentino e il vostro Cronicario è schiavo come ognuno delle ricorrenze, oggi dovrei mandarvi dei fiori e parlare d’amore riuscendo persino a non addormentarmi nel frattempo.

Ma siccome il Cronicario è sempre il Cronicario e notoriamente voi siete assetati di aridi numeri, approfitto del pretesto che mi offrono gli ultimi dati del pil italiano, cresciuto nientemeno che dello 0,3 nell’ultimo trimestre 2017, per raccontarvi una love story poco conosciuta e tuttavia sotto gli occhi di tutti: l’attrazione fatale fra noi e i giapponesi, esperti come noi nella pratica della crescita Zerovirgola. Per dire, hanno nell’ultimo trimestre 2017 hanno fatto lo 0,1% su base trimestrale e lo 0,5 su base annua e festeggiano pure. “Credo non ci si sbagli a dire che l‘economia si trova in uno stato piuttosto buono”, ha detto alla Reuters il capo economista di Dai-ichi Life Research Institute Yoshiki Shinke.

Si festeggia anche perché il Giappone è riuscito a infilare il suo ottavo trimestre consecutivo di crescita. Un miracolo paragonabile all’apparizione della Madonna, visto che si verifica a intervalli similarmente ampi. In questo caso, non succedeva dal 1989. E guardate adesso noi.

Abbiamo inanellato il nostro quattordicesimo rialzo consecutivo, portando la crescita 2017 all’1,5, il triplo di quello del Sol Levante. Siamo meglio dei giapponesi: per questo ci amano Siamo i giapponesi dell’Ue. Nel senso che siamo gli ultimi della classe dell’EZ per crescita, ma con grande dignità.

Notate come la curva della crescita dell’Eurozona incroci quella Usa, e poi aprite le orecchie perché anche oggi risuona il frastuono allarmato dei gufi di mestiere, che si sono accorti che l’inflazione Usa è cresciuta più del previsto, arrivando al 2,1% su base annua. Basta questo a far ripartire la tiritera che le borse calano perché hanno paura che la Fed alzi i tassi prima e più del previsto. Roba talmente stucchevole, specie in un giorno di festa, che preferisco cedere al sadomasochismo e osservare la Germania che ha fatto lo 0,6 di Pil in più sul trimestre precedente e il 2,9 su base annua stracciando tutti.

Dovendomi consolare noto soddisfatto che la nostra crescita è stata poca ma buona, perché ci stanno dentro sia la domanda interna che quella estera netta. E per giunta mamma Istat mi rassicura riportando che pure se adesso andassimo piatti per tutto l’anno, comunque chiuderemmo il 2018 con un +0,5%.

Leggo persino un economista della nostra Nomisma sottolineare che nel 2017 “si sono cominciati a vedere gli effetti del consolidamento fiscale e delle riforme strutturali, dal Jobs Act a Industria 4.0”. Vedete quanto somigliamo al Giappone? E questo tizio non è neanche l’ultimo giapponese. E’ il primo di una lunga serie.

A domani.

 

Cronicario: L’America Saudita raddoppia, alla faccia dell’Opec


Proverbio del 12 febbraio Per spostare una montagna si inizia dalle piccole pietre

Numero del giorno: 0,1 Calo % disoccupazione in Italia a dicembre secondo Ocse

Mentre il petroyuan fa sghignazzare i trader petroliferi, che non vedono l’ora di quotare il barile in valuta cinese, nel duro mondo delle cose serie si assiste attoniti al progredire dell’America Saudita, ossia il nuovo primo produttore di petrolio grazie alla tecnologia shale che concorre a provocare questo divertente andamento delle quotazioni.

Che messo lì sembra una cosa da nulla, se non fosse che è il segnale di un potente sottosopra che possiamo intuire guardando quest’altro grafico diffuso stavolta da Opec nel suo bollettino mensile fresco di giornata.

Si avete letto bene. Nel 2018 l’Opec stima che la produzione Usa di petrolio aumenterà di circa 1,3 milioni di barili, quasi il doppio della crescita 2017 di circa 700 mila circa. Se sommate l’aumento di produzione di quest’anno a quello scorso, ecco qua che il “povero” taglio” da 1,8 milioni di barili deciso in pompa magna da Opec e Russia a novembre 2016, e confermato per tutto il 2018 lo scorso novembre 2017, va tranquillamente a farsi benedire. In pratica gli Usa lo hanno più che compensato, divenendo con l’occasione il primo produttore del mondo. Merito anche del fatto che hanno potuto profittare del rialzo dei prezzi determinato dal taglio di novembre 2016 per rilanciare le produzioni di shale oil, che nel frattempo erano diventate più economiche a differenza di quelle russe o arabe.

Capirete che con questi chiari di luna i produttori tradizionali non siano felicissimi, dovendo persino gestire bilanci pubblici che dipendono pesantemente dagli incassi di petrolio. E d’altronde, chi di sovrapproduzione ferisce, di solito perisce per lo stesso motivo. Certo nessuno poteva immaginare che la produzione Usa crescesse del 5% nel 2017 e potesse esser vista al rialzo di un ulteriore 9% quest’anno. Però tutti prevedono che l’America Saudita non sarà un fuoco petrolifero di paglia. L’IEA, che ha la vista lunga, la inquadra così:

Basterà questo sommovimento a scardinare gli equilibri del mercato petrolifero consolidati in decenni, ora che pure la Cina, non avendo petrolio, prova a giocarsi la partita buttandola in finanza?

Nel dubbio, mettiamoci seduti e compriamo i pop corn.

A domani.

Cronicario: La saggezza delle italiane: lavorano meno e guadagnano di più


Proverbio del giorno Un popolo senza educazione è come un cibo senza sale

Numero del giorno 2019 Anno in cui dovrebbe avvenire la quotazione di Fs

Sapevo già che le donne italiane sono le più belle del mondo, ignoravo fossero anche le più intelligenti. E’ proprio vero: non si finisce mai di imparare.

Vi chiederete come sia arrivato a questa conclusione. Il fatto è che oggi Eurostat ha diffuso uno dei suo grafici comparativi nel quale – caso più unico che raro – una volta tanto essere gli ultimi non ci espone alla solita figura di merda. Anzi, al contrario.

Proprio così: le donne italiane sono, con quelle lussemburghesi, quelle con la minor differenza di paga rispetto agli uomini, intorno al 5%, ben al di sotto della vergognosa media europea del 16,3%. Dal che deduco che le donne italiane siano assai più brave delle cugine europee a far valere i loro diritti e quindi a farsi pagare (quasi) il giusto.

Al tempo stesso mi ricordo che sempre Eurostat classifica le donne italiane come quelle che partecipano meno al lavoro dopo quelle greche.

Prima che vi parta in automatico la litania (verissima, per carità) che in Italia il vero gender gap è quello delle opportunità, vi invito a considerare anche un’altra possibilità: alcune donne sono talmente avanguardiste dall’esser passatiste: fanno lavorare gli uomini invece di guastarsi la vita col lavoro. Scelta che a me sembra frutto di grande intelligenza.

Pensateci, prima di autoflagellarvi. Ma non troppo perché, stavolta per merito di Istat, vi do una ragione migliore per farvi apprezzare la vostra nazionalità. Finalmente sono riuscito a capire quanto il fisco locale, comuni, regioni e compagnie tassante, pesi sulle nostre spalle.

Quindi nel 2015 le entrate locali, cresciute del 4% rispetto all’anno prima, superano gli 86 miliardi di euro. Considerate che nel 2010 erano 45 miliardi.

Aspettate a incazzarvi perché adesso vi faccio vedere quanto è cresciuto il totale delle entrate tributarie in Italia dal 2002, che scopro grazie ai buoni uffici del governo.

Chiaro no? Stavamo sotto i 340 miliardi totali e ora siamo quasi a 460. Notate l’impennata dal 2014 in poi, quando le tasse, secondo quello che dicevano i giornali, dovevano essere calate e ci hanno riempito dei vari 80 euro. Capito chi paga?

Ecco, adesso vi potete godere il week end.

A lunedì.

 

Cronicario: E rinviar (l’Iva) m’è dolce in questo mare


Proverbio del 30 ottobre Che sia il mare a provare se la barca resiste

Numero del giorno: 1 Aumento % spesa dei consumatori Usa a settembre

Ed eccolo qua il frutto delle Grandi Manovre del governo: 120 articoli con dentro un bel deficit pieno di buone intenzioni. E figuratevi adesso che la palla passa al Parlamento.

Uno spettacolo, sicuramente. Intanto che che va in onda contentiamoci di sapere che nel 2018 non cisarà il temutissimo aumento dell’Iva, una robetta che vale un paio di miliardi e che spaventa tutti visto che può affossare la tenue ripresa dei consumi. Ma non vi rilassate troppo: non è sparito l’aumento dell’Iva. E stato solo rimandato al 2019, proseguendo nella consuetudine ormai sperimentata negli ultimi anni di spostare l’aumento poco più avanti.

Ma più che il futuro remoto, è quello prossimo che merita la nostra attenzione. Ecco il solito elenco:

Manovra: sconto abbonamenti bus-treno fino 250 euro
Manovra: cresce platea per il bonus Irpef 80 euro
Manovra: cedolare secca affitti al 10% prorogata 2 anni
Manovra:bonus under 30 permanenti,primo anno under 35
Manovra: arrivano ‘bond cuscinetto’ in caso crisi bancarie
Manovra:bonus energia anche in 2018,arriva su giardini
Manovra: quasi 38 mld in più a fondo investimenti
Manovra: stop aumento aliquote tasse locali nel 2018
Manovra: lotta povertà, priorità disoccupati over55
Manovra: arriva fondo famiglia, con 100 mln l’anno
Manovra: piano straordinario assunzioni polizia-vigili fuoco
Manovra: stretta fisco su fuga utili all’estero
Manovra: pacchetto ‘sisma’, fondi da L’Aquila a Ischia
Manovra: pacchetto sport,da bonus impianti a norma ‘Tam Tam’
Manovra: sconto 19% polizze casa contro calamità naturali
Manovra: per il 2018 emissioni titoli di Stato fino a 55mld
Manovra: raddoppia tassa licenziamenti, fino 2.940euro
Manovra: prorogato iperammortamento 250%, ‘super’ a 130%
Manovra: arrivano Pir immobiliari e fondi quotazione Pmi
Manovra:per aziende strategiche possibile altri 12 mesi cigs

E come direbbe il poeta, il naufragar m’è dolce in questo mare. Anzi: il rinviare

Fuori dalle beghe di casa nostra si segnalano un paio di altri fatti rilevanti. In Spagna, a parte la diaspora dei catalani inguaiati dal governo si registra il pil del terzo trimestre, in linea con le previsione a +0.8%, mentre la borsa celebra con un +2% il commissariamento deciso dal governo. In Germania invece si registra il rallentamento dell’inflazione ad ottobre all’1,5% dall’1,8% di settembre.

E poi c’è Trump, ormai sempre più vicino alla nomina del nuovo presidente della Fed, che salverà il mondo e le banche insieme con il suo super presidente.

L’importante è crederci.

A domani.

Cronicario: Il nuovo sport italiano: cercare lavoro


Proverbio del 19 ottobre La tartaruga non abbandona la sua corazza

Numero del giorno: 6,8 Crescita Pil cinese nel terzo trimestre

Siccome è giovedì e inizio a soffrire di sindrome da week end prossimo ma ancora lontano, decido di occuparmi solo di cose leggere, di quelle capaci di tenere desta senza troppo sforzo l’attenzione di voi divoratori del Cronicario, che sarete come me immagino estenuati dall’attesa che ancora ci attende prima dell’agognata ricompensa.

Mi agito svogliato fra grafici e tabelle dall’aria defatigante fino a che pure oggi non mi arriva l’Istat in soccorso. Il mio istituto preferito lancia uno di quegli argomenti perfetti per l’aperitivo del pomeriggio, da affrontare dopo il primo cicchetto e l’immancabile boccata di nicotina: gli italiani e lo sport.

Anzi, guardate l’infografica che è meno faticosa: è pur sempre la vigilia di venerdì.

M’interrogo se avere un italiano su tre che si agita facendo sport, e addirittura uno su quattro che lo fa regolarmente, faccia di noi una popolazione atletica, anche se certo, quel 39,1% di sedentari non è che deponga a nostro favore.

Mi sorge però il sospetto che questi sedentari siano impegnati in pratiche sportive che la statistica, notoriamente imperfetta, fatica a inquadrare nella sua tassonomia, forse perché magari fatica ad aggiornarsi. E il sospetto trova una qualche conferma nella tarda mattinata, quando l’Inps produce un gradevole documento redatto dal suo Osservatorio sul precariato. Qui scovo la seguente tabella, che riesce persino a guarire la mia sindrome da vigilia del venerdì.

Ed è nella filigrana di questi andamenti, con l’aumento dei rapporti a termine che surclassa quello dei contratti a tempo indeterminato, che intravedo il nuovo sport degli italiani, magari quelli che l’Istat censisce immeritatamente come sedentari: cercare lavoro. Vi do un altro indizio: le assunzioni a tempo indeterminato sono calate del 30,7% fra gennaio/agosto 2016 su gennaio/agosto 2015, e di un altro 3,5% nello stesso periodo di quest’anno rispetto all’anno scorso. al contrario, le assunzioni a termine sono cresciute del 4,8 nel 2016 e del 26,3 nel 2017.

Peraltro è uno sport molto dibattuto. Al bar e nei talk show, ammesso che ci siano differenze, ha superato il campionato e persino la Champions, e come si addice a queste discussioni, molti di quelli che ne parlano non sanno quel che dicono. Esempio:

Il 61% a tempo indeterminato….

Non preoccuparti, piccoletto. Sappi solo che è personaggio illustre, per giunta contornato da sedicenti giornalisti che non hanno battuto ciglio quando la rilasciato questa dichiarazione diciamo approssimativa. Tu pensa a studiare le lingue. Così è più facile trovare un lavoro stabile e farti una carriera. All’estero.

A domani.

 

Cronicario: Mia nonna aveva ragione e non era neanche economista


Proverbio del giorno Il fiume s’ingrossa grazie ai ruscelli

Numero del giorno: 2.279.200.000.000 Debito pubblico italiano ad agosto

Mia nonna era un fenomeno: ora lo so per certo. Non solo riusciva a fare una torta, cucire un bottone, darti una sberla, raccontarti una storia, starti a sentire, comprarti un gelato tutto contemporaneamente, ma aveva un raffinato talento da economista pure senza esserlo. Quando scoprì che, ormai cresciuto, avevo iniziato a lavorare non ebbe dubbi. “Risparmia a morte e comprati una casa”, mi disse. E mia madre ovviamente a farle l’eco: “La casa è l’unico investimento sicuro”, e tutte quelle storie che ci raccontano da quanto siamo diventati redditizi. Bene: la nonna aveva ragione.

Si nonna (ovunque tu sia). La tua saggezza economistica è stata asseverata da tre cervelloni che hanno pubblicato da poco uno studio arizigogolato che fra le altre cose osserva l’andamento dei prezzi reali delle abitazioni in 46 economie in quasi cinquant’anni. A proposito, nel caso foste curiosi degli andamenti più recenti, potete guardare qua sotto.

Guardatelo bene e poi quando vi dicono della crisi dei poveri spagnoli o dei disgraziati irlandesi, ricordategli che se hanno perso il 33 e il 36%, fra il 2007 e il 2015 hanno sempre guadagnato il 149 e il 102% fra il 2000 e il 2007. Non mi sembrano più poveri di prima. E poi guardate i neozelandesi, che ancora hanno il mattone in crescita e hanno superato il guadagno del 150% da inizio secolo.

Ma non è tanto questo che dovete sapere, ma la risposta all’annosa domanda che mi/vi/ci tortura da quando abbiamo imparato a fare le addizioni: ma investire sul mattone conviene alla fine dei conti? Sentite che dicono gli economisti: “Our data suggest that the answer is an unqualified “yes”: real house prices increased on average by close to 7% per annum in the sample of 20 advanced economies for which there are 45 years of data on average”. Capito? No? Ve la faccio semplice: la risposta è SI. Negli ultimi 45 anni ha avuto una crescita reale media del 7% l’anno. Hai voglia a comprare risparmio gestito.

Mentre torno a cercare fra le carte di nonna – hai visto mai trovo un’altra dritta economica fra il ricettario e il libro di preghiere – non mi sfuggono quelle altre due-tre notizie che fanno di questo venerdì 13 una giornata fortunatissima. La prima è che i prezzi al consumo a settembre sono scesi dello 0,3% rispetto ad agosto e hanno accelerato dell’1,1% rispetto a settembre scorso. L’inflazione va veloce come una lumaca stanca. E per fortuna, sennò quelli di Francorte lo sapete che fanno…

Poi è arrivata Bankitalia, che rilasciando il dato del debito pubblico ad agosto, ha fatto notare che è diminuito di una ventina di miliardi rispetto al mese prima.

E infine la migliore della settimana che dice la parola definitiva sul futuro della crescita nel nostro Paese. Il presidente dell’Istat ha annunciato col giusto orgoglio nazionale che “con il Def 2017 l’ Italia è il primo paese dell’UE e del G7 a includere nella programmazione economica, oltre al Pil anche gli indicatori di benessere”.

Godersi la vita invece di lavorare sarà la vera svolta della nostra economia.

A lunedì.