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Il nuovo numero di Crusoe ti racconta la rivoluzione del 5G
Questa settimana Crusoe ti racconta della straordinaria rivoluzione che si sta preparando nelle nostre vita quotidiane e che diventerà realtà nell’arco di pochi anni, una volta che lo standard a 5G delle telefonia mobile diventerà operativo. Il mondo delle Telco è in grande fermento e anche gli stati stanno iniziando a fissare le regole d’ingaggio per una tecnologia di trasmissione dati che aumenterà di almeno un fattore dieci l’attuale velocità di connessione, generando di conseguenza nuovi mercati e nuovi servizi. In sostanza si prepara l’economia a 5G.
Anche in questo numero troverai un pezzo che riepiloga i fatti salienti della settimana, una lettura consigliata – Stavolta tocca alla Global prospects della World Bank – e alcuni post brevi con una selezione di notizie curiose.
Chiude il bouquet la Chat con Silvano Fait, @SFait79, un’appassionante chiacchierata che vi porterà a spasso lungo i sentieri della cronaca – dal caso Mps all’arrivo di Trump – del pensiero economico e della storia, offrendovi anche un punto di vista originale sulle previsioni per l’anno nuovo. E’ lunga abbastanza da leggerla poco alla volta. Così vi dura tutta la settimana.
Buona lettura. Ci rivediamo il 20 gennaio.
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La Chat di Crusoe con @alienogentile: Mps e il legame fra banche e stato
La settimana scorsa Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Andrea Boda @alienogentile (A)
C Buongiorno Andrea, Mps sta ancora in prima pagina sui giornali ed entro pochi giorni sapremo come andrà a finire questa faccenda. Tu come la vedi?
A Buongiorno. Provo un sentimento prevalente di fastidio, con un sottofondo di preoccupazione: il governo pare abbia pronto un decreto che prevede la disponibilità di 15 miliardi per coprire gli aumenti di capitale non optati dal mercato. E nel caso del Monte non credo che il mercato vorrà sottoscrivere l’aumento. Una buona copertura potrebbe venire dalla conversione dei bond subordinati. Una conversione definita “volontaria” ma che io chiamerei “spintanea”…
C In questo caso sarà interessante vedere come si farà questa conversione. Non c’è il rischio che il bail out, uscito dalla porta, rientri dalla finestra?
A Il mercato festeggia il subentro del denaro pubblico nell’opera di sostegno del sistema, ma in qualità di contribuente non è che sia molto contento…direi che siamo alla ricerca, palesemente, di una forma non integrale di bail-in e pertanto in qualche modo sarà anche un bail-out. Ma il tempo stringe, la Bce ha dichiarato esplicitamente che a Mps mancano poco più di 20 giorni prima di esaurire la liquidità
C Insomma, la questione della stabilità finanziaria fa piazza pulita delle preoccupazioni regolatorie. In tal senso le voci tedesche riportate dalla stampa che invitano l’Italia a rispettare le regole somigliano a quelle che arrivavano da Bruxelles ai tempi della legge di stabilità. Siamo noi in difficoltà o è il sistema di regole che non regge?
A Il nostro paese ha una difficoltà genetica verso le regole. Se le nostre banche hanno collocato bond subordinati ai correntisti e titoli di loro emissione non quotati a semplici risparmiatori è grazie ad una vigilanza quantomeno distratta. D’altra parte -pur godendo del vantaggio competitivo di raccogliere capitale a condizioni di favore – molte nostre banche sono andate in difficoltà a causa dei crediti deteriorati, che si è scoperto derivano da concessioni fatte con logiche di relazione. Le banche sono nella strana condizione di essere creditrici del loro vigilante, vista la straordinaria quantità di titoli di Stato nei loro portafogli. Il connubio Stato-banche è dunque difficile da spezzare e qualunque forza esterna che cerchi di imporre regole si scontra con questa situazione.
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Il trionfo del capitalismo alla cinese
L’esercizio meno frequentato e al tempo stesso più appassionante per chi osserva i fatti socioeconomici è di sicuro inerpicarsi sui ripidi di notizie poco popolari e da lì provare a scrutare l’orizzonte della Storia, che ogni tanto si rivela in squarci di attualità. L’apparire della storia sul palcoscenico delle nostre cronache è assai più frequente di quanto si pensi, solo che raramente viene sottolineato, per la semplice circostanza che, a parte pochi specialisti, non siamo più interessati. La nostra attenzione dura pochi secondi, che coincidono con lo spazio mentale che dedichiamo a gran parte dei nostri interessi. Malgrado le enormi possibilità che la rete offre per informarsi – o forse proprio per questo – siamo sempre meno spinti a farlo. Cerchiamo suggestioni, non informazione critica.
E tuttavia mai il tempo fu più propizio per coloro che ancora coltivano il gusto per la ricerca. Vent’anni fa l’accesso alle fonti era difficile e poco soddisfacente. Oggi è facile e assai produttivo. E’ in ragione di questa facilità che possiamo osservare la Storia che, nel mondo di cui stiamo raccontando, si rivela in aggregati statistici e dati economici.
La storia di questa settimana è quella delle state owned enterprises (SOEs), ossia le imprese sotto il controllo dello stato e il loro peso specifico sul totale delle più grandi imprese al mondo. Ebbene: uno studio recente redatto dall’Ocse rivela che queste compagnie statalizzate sono 22 sulle 100 imprese più grandi del pianeta. “Questo – commenta Ocse – è il numero più elevato che abbiamo osservato in decenni”. Ed eccola qui, la Storia. Il XXI secolo si presenta come quello a più alto tasso di corporation pubbliche, con tutto ciò che questo può determinare nelle sorti dell’economia globale.
Prima di procedere all’analisi è utile dare un’occhiata alla carta d’identità di questi soggetti. I giganti delle imprese pubbliche operano in settori estremamente ampi per le ricadute economiche che incorporano, come le public utilities, la manifatture, i metalli e le miniere, il petrolio. Queste imprese sono fortemente internazionalizzate, grazie anche alla fioritura di M&A (merger and acquisition), che si è sviluppata sin dal 2007, specie nei mercati emergenti, con un aumento notevole proprio durante gli anni della crisi. Le dimensioni e i legami commerciali di questi giganti pubblici lasciano ipotizzare che sono qui con noi per rimanere, e anche a lungo.
Ciò ha comportato il sorgere di notevoli preoccupazioni circa il fair play di queste entità che godono di trattamenti preferenziali da parte degli stati azionisti e quindi possono potenzialmente distorcere la concorrenza.
Il caso cinese è probabilmente quello più conosciuto.
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Capitalismo alla cinese. Leggi il terzo numero di Crusoe
Il numero 3 di Crusoe propone un approfondimento sul trionfo globale del capitalismo alla cinese, ossia il capitalismo che vede lo stato come grande player dell’economia. Trionfo che è culturale prima ancora che statistico, pure se i dati Ocse, contenuti in un recente rapporto sulle SOEs (state owned enterprises) mostrano come su 100 grandi corporation mondiali, 22 hanno per proprietari i governi.
Nella Chat di questa settimana, ci siamo intrattenuti piacevolmente con Francesco Lenzi (@francelenzi), e abbiamo discusso veramente di tutto, da Mps ai rialzi Fed, ai rischi per i paesi emergenti dopo l’arrivo di Trump alla presidenza Usa. Sono venute fuori un sacco di informazioni e tantissimi spunti di riflessione, ottimo viatico per decifrare il puzzle intricato della nostra contemporaneità.
Come sempre, infine, ci sono una lettura consigliata, alcuni post pieni di link con le notizie più curiose, e un pezzo che riepiloga i fatti economici salienti della settimana.
Buona lettura con Crusoe. Ci rivediamo venerdì 23, in tempo per gli auguri di Natale.
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La Chat di Crusoe: L’attacco dei giganti di Internet alle compagnie telefoniche
Pubblichiamo un estratto della Chat che Crusoe (C) ha fatto con @FMarradi (FM) sul tema oggetto dell’approfondimento del secondo numero della newsletter. Per leggere la Chat completa bisogna essere abbonati. Tutte le informazioni le trovi qui.
C. In questo numero Crusoe propone un approfondimento sui giganti di Internet che ormai si occupano di qualunque cosa: dai cavi sottomarini alle monete virituali. Il confine fra l’economia virtuale e la cosiddetta economia reale si sta dissolvendo?
FM Metterei pure che si stanno appropriando della lista della spesa familiare.
C Che intendi?
FM Il “bottone” di Amazon che ordina il pacco di biscotti e solo quello. In realtà è un’operazione che mira a mettere in connessione i nostri elettrodomestici, e se vuoi noi stessi, con la API Amazon così da far saltare tutta la concorrenza dei retailers e della grande distribuzione.
C Quindi il vero driver dalla disintermediazione è la tecnologia, non il populismo?
FM Yes. Il populismo serve solo a garantire un adeguato potenziale di spesa.
C In tal senso i giganti hi tech sono anche nuovi aggregatori di consenso?
FM In due modi. Il primo tramite le piattaforme social (achieved), il secondo tramite i nostri pattern di spesa (in progress). Il passo successivo sarà l’aggregazione social del consumo, la “Piattaforma Unica”. È il paradigma estremizzato del “Prosumer”.
C Ma è un estremo consapevolmente perseguito o generato dalla semplice logica del profitto?
FM Interpreto quel tuo “consapevolmente perseguito” con una logica di potere e seguendo questa interpretazione trovo molto difficile distinguere tra le due logiche oggi che il potere va oltre le informazioni sociali per derivarle dai dati grezzi e il profitto va oltre le informazioni del mercato per derivarle dagli stessi dati grezzi. Direi che si tratta di una convergenza inevitabile se le dinamiche attuali vengono mantenute.
C Rimane il problema degli incumbent. Se Google posa un cavo sottomarino invade lo spazio dei vecchi portatori di interesse, ossia le compagnie telefoniche. Siamo alla vigilia di un grande passaggio di consegne o assisteremo a una pacifica convivenza?
FM Quanto credi che rimangano ancora in piedi le care, vecchie compagnie telefoniche? Azzardo una previsione: entro 5 anni vedremo qualche tracollo. La loro unica speranza è di convergere sui media provider, prima che Youtube, Amazon, Netflix e compagnia sloggino anche quelli.
C Quindi convergenza sul modello della fusione At&T e Time Warner: enormi conglomerati che veicolano contenuti su infrastrutture di loro proprietà. In pratica Facebook. O esagero?
FM Le piattaforme stanno convergendo su tre modelli base: uno che ha il social come core, un altro che ha il consumo e il terzo ha il lavoro. Ognuna ha una parte dedicata all’intrattenimento e almeno due offrono una piattaforma aperta per l’intelligenza artificiale. Il modello offerto dalle convergenze tipo AT&T e Time Warner rischia di essere sempre indietro. Nella giungla devi essere molto veloce per non finire preda.
Continua su Crusoe.
L’ambizione (neanche tanto) nascosta dei giganti Hi Tech: Noi saremo tutto
Ormai è difficile trovare qualcosa on line dove non sia presente un’applicazione di Google. Devi comprare un volo, andare in un posto, mandare una mail? Google c’è, e il fatto che ci siano alternative non impedisce di notare che a monte di questa ricerca con molta probabilità avrai usato Google per iniziarla. E questo sarebbe il meno: Google ormai è onnipresente. E non solo on line. Meno osservate, ma assolutamente rimarchevoli, sono le incursioni di Google in quella che usualmente viene definita economia reale. Google vende servizi assai concreti alle aziende, potendo contare su una suite di applicazioni ricca e potente, e soprattutto, è entrata da qualche tempo in un settore assai strategico: la posa di cavi sottomarini. Il gigante emergente da Internet lancia una sfida ai vecchi e potenti incumbent che hanno costruito il sistema nervoso di Internet, ossia le compagnie telefoniche. Una sfida che Google non combatte certo da solo: al contrario ha già trovato un potente alleato in Facebook, che già aveva alle spalle un’alleanza con Microsoft. Così come non è certo l’unico gigante della rete a esondare dal recinto confortevole dove è nato, cresciuto e divenuto rigoglioso.
Ormai le incursioni dei boss di Internet fuori dalla realtà virtuale sono innumerevoli e fantasiose: si va da Amazon che apre studios cinematografici, compra giornali, e fa credere di voler diventare un Internet provider, a Facebook che sogna di battere moneta o diventare addirittura una banca. L’ambizione nascosta (ma poi neanche tanto) di questi operatori ricorda il titolo di un vecchio libro di Valerio Evangelisti: Noi saremo tutto. E l’evoluzione dell’economia sembra complotti per realizzarlo.
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