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L’ultima frontiera del conflitto fra sovranisti e mondialisti: la contabilità

Leggo l’abstract di un bell’articolo pubblicato sull’ultimo quarterly report della Bis e improvvisamente mi compare l’ultima frontiera lungo la quale si articola il conflitto, chiamiamolo così, fra i sovranisti e i mondialisti che tratteggia la nostra contemporaneità: la contabilità. Vale la pena riportarlo pressoché integralmente: “Man mano che l’economia globale diventa più integrata, aumenta la tensione tra la natura dell’attività economica e il sistema di misurazione che tenta di adeguarvisi. Molte politiche sono ancora determinate misurando l’attività economica a livello nazionale. Ma, sempre più, le aziende e la loro proprietà sono globali, e l’attività economica si svolge in modo geograficamente sparpagliato. Analizziamo diversi problemi importanti creati da questa tensione”.

Una tensione innocua, per carità. Roba da studiosi dei flussi finanziari. Epperò fonte di preoccupazione perché le rappresentazioni che arrivano dalle contabilità nazionali, che come abbiamo già intuito sono in qualche modo distorte dalla realtà della mondializzazione, sono poi la base dati sulla quale vengono costruite le politiche economiche. Un esempio chiarirà subito la complessità della questione. Nelle sue dichiarazioni rilasciate in occasione della presentazione del rapporto, Hyun Song Shin, capo della ricerca della Bis, ha ricordato il caso dell’Irlanda che “nel 2015 ha registrato una crescita del 26% del pil sebbene l’attività economica interna sottostante fosse rimasta invariata”. Questo risultato è conseguenza proprio del modo in cui la contabilità nazionale misura i flussi globali.

“I conti nazionali – spiega Shin – si basano sulla nozione di residenza, ma “residenza” è un concetto giuridico che non coincide sempre con la localizzazione fisica dell’attività di produzione di una società e con il luogo dove i suoi dipendenti lavorano”. La conseguenza di questa impostazione, che deriva dalla consuetudine di analizzare i dati economici degli stati come se fossero isole, frutto della tradizione che vuole lo stato come unità economica, porta con sé alcune conseguenze importanti nel momento in cui le unità economica agiscono su base globale. “Una società che delocalizza la produzione in centri offshore e che vende ai consumatori di tutto il mondo è spesso considerata come esportatrice di beni dal paese di origine, specie quando sono usati apporti di proprietà intellettuale. La rilocalizzazione del domicilio legale può provocare una serie di cambiamenti nella bilancia dei pagamenti di quei paesi che fanno parte della catena di approvvigionamento. Nelle economie aperte di piccole dimensioni, le partite correnti e il PIL sono sensibili alla rilocalizzazione delle multinazionali”. E qui arriviamo al caso dell’Irlanda, dove molte multinazionali hanno delocalizzato e che quindi è un laboratorio ideale per osservare le distorsioni che la “tensione” fra le pratiche di contabilità nazionale e la realtà multinazionale.

Un altro semplice esempio servirà a illustrare tale complessità. Un’azienda residente in uno stato A – gli autori parlano di isola, riferendosi all’unità economica ma il senso è quello di una singola nazione – può siglare un contratto con uno stato B per produrre dei beni e poi può vendere questi beni a uno stato C. “Il bene viene spedito da B a C – spiegano – senza mai toccare le coste di A. La vendita sarebbe comunque considerata come un’esportazione dell’isola A ed entrerebbe nelle sue statistiche commerciali e del PIL. Il PIL dell’isola A salirà anche se nessun lavoratore è impiegato sull’isola”. Questa situazione viene determinata dall’applicazione del concetto di residenza che, riferito a un’azienda, vuol dire per grandi linee che questa azienda ha un forte connessione con un territorio che sta al centro del suo predominante interesse.

Se prendiamo in considerazione il caso del domicilio, somiglia a quello di residenza, ma se ne distingue perché indica la permanenza di un soggetto in un determinato territorio. Per un’azienda di solito si intende il luogo dove tiene la sua sede centrale. E questo non è un semplice dettaglio, visto che tutte le relazioni giuridiche che legano all’azienda le sue filiali e i subappaltatori fanno riferimento proprio al domicilio. “Quando un’azienda cambia il suo domicilio, ne derivano una serie di altri cambiamenti”.

Il punto è che, secondo gli autori, in un contesto globale le due tipologie residenza/domicilio generano due diverse prospettive contabili, statistiche, legali e regolatorie. “Nel quadro statistico internazionale, la vista sulle isole assegna gli agenti economici al paese in cui si ritiene risiedano. Un approccio alternativo è quello di assumere una visione consolidata, che assegna entità economiche al paese di sede dell’istituzione madre. Quest’ultimo approccio è, quindi, più strettamente allineato con la nozione di domicilio. In un quadro consolidato, l’intero gruppo aziendale è assegnato al paese dove si trova il quartier generale, indipendentemente da dove possano risiedere le sue unità operative costitutive”.

E’ utile ricordare che il sistema dei conti nazionali su sviluppato negli anni ’30 e ’40, quindi in un’epoca in cui la mondializzazione era terminata da un pezzo e prevaleva l’idea degli stati nazionali. Da allora il mondo è molto mutato e non è certo un caso che il Fmi abbia più volta aggiornato il manuale della bilancia dei pagamenti (il cosidetto BPM6, del 2009) che ha proprio lo scopo di creare una cornice di regole comuni alle quali i paesi possono far riferimento per redigere la loro contabilità estera. Senza regole comuni sarebbe impossibile qualunque confronto, evidentemente. Ma evidentemente la globalizzazione è stata più veloce di quanto si potesse prevedere, “aumentando la tensione fra la natura dell’attività economica e la sua misurazione”. L’economia si disperde in diversi paesi, lungo i quali si articolano le proprietà delle imprese e la loro produzione e questo “richiede di riorganizzare le unità istituzionali disperse intorno al mondo”.

Osservare il mondo attraverso le nuove lenti globali può condurre a scoperte stupefacenti. Ma soprattutto genera un’altra tensione assai più difficile da distendere: quella fra ciò che crediamo di sapere, e sulla cui base prendiamo decisioni, e ciò che ignoriamo, che perciò non viene considerato e quindi aumenta le probabilità di commettere errori di valutazione. E questo, in un momento nel quale l’economia genera molti problemi, non è il miglior viatico per la loro risoluzione.

(1/segue)

Puntata successiva

 

Cronicario: I lavoratori poveri del Lussomburgo

Proverbio del 16 marzo Dove parla l’oro, tutto tace

Numero del giorno: 70.000.000.000 Costo cancellazione legge Fornero secondo la Uil

Stavo arrotando l’urlo di dolore quando ho saputo che Eurostat stava per rilasciare i dati sull’aumento notevolissimo dei lavoratori in povertà. Mi ricordavo infatti che noi italiani abbiamo assicurato una performance niente male, di sicuro aiutati dall’andamento soddisfacente del nostro costo del lavoro, che anche oggi ci regala ampie soddisfazioni.

Lo so che è scritto piccolo, ma fidatevi: nel quarto trimestre 2017 è sceso dello 0,2%, contribuendo sicuramente ad alimentare la nostra spettacolare crescita dei redditi.

Dicevo, mi stavo preparando ad arrotare l’urlo di dolore, pronto a squadernare la difficile condizione di componente di una famiglia monoreddito con prole che bordeggia con gioia lo scoperto di conto corrente, quando improvvisamente Eurostat ha pubblicato questo grafico:

Ora non è tanto avere la conferma che in Italia più di uno su dieci che lavora sta in povertà che mi manda in confusione: lo sospettavo. Quanto scoprire che i lavoratori in povertà sono più numerosi in Lussemburgo che da noi: addirittura il 12%. Peggio stanno solo in Spagna, Grecia e Romania. Il Lussemburgo, capite?

Dovrebbe chiamarsi Lussomburgo, altroché. Non ci credete. Vabbé: vi do una dritta. Sapete quant’è il salario minimo lassù?

Ripetete con me: millenovecentoventitré euri al mese. Chiudete gli occhi e adesso visualizzate il reddito medio italiano (il salario minimo manco esiste da noi perché siamo pudibondi).

I dati sono vecchiotti, ma non state a preoccuparvi, la situazione non sarà cambiata granché, anzi forse è peggiorata. In sostanza il nostro salario medio somiglia alla paga minima dei poveri lavoratori del Lussemburgo. Eh, direte, ma chissà quanto costa la vita laggiù. Ve lo dico io.

Un 20% scarso in più (dati 2017) a fronte di uno stipendio medio che è quasi il doppio. Pensa che vitaccia che fanno i lavoratori poveri in Lussomburgo.

Beati loro.

A lunedì.

 

 

Cartolina: Il vero obiettivo degli anti global

C’è un gran girarci intorno al vero obiettivo dei vari profeti anti global, sovranisti, populisti o come meglio suggerisce la vostra fantasia. Qualcuno parte da lontano, evocando il continuo prosciugarsi della labor share, effetto di una storica ricomposizione dei pesi fra capitale e lavoro. Altri, ugualmente sofisticati, scomodano stagnazioni secolari e deflazioni dei salari che seguono trend altrettanto epocali determinati dalle orde asiatiche, entrate a pieno giro nella giostra dell’economia globale e invocano, keynesianamente, interventi pubblici, più o meno nazionali, monetari o fiscali. I meno scafati se la prendono col libero commercio, che uccide il negozio del vicino e l’industria nazionale, e spacciano il protezionismo come la panacea di tutti i mali di oggi infischiandosene di quelli di domani. Poi ci sono gli amanti delle semplificazioni, che riducono tutto al reddito e allora perché non darne uno a ognuno e risolvere d’incanto i nostri problemi? Tutti costoro indicano la direzione ma si guardano bene dal puntare il dito, forse per un residuo senso del pudore, o forse perché notare che le uniche ad averci guadagnato dalla globalizzazione, e specialmente a partire dalla crisi, sono state le multinazionali darebbe ai loro discorsi un sapore troppo retro’ persino in un tempo denso di nostalgie come il nostro. Gli anti global, sovranisti, populisti o come si chiamano, lo sappiano o no,  ce l’hanno a morte con le multinazionali, che vivono e prosperano nella globalizzazione. Non vogliono che le imprese siano libere di fare affari dove e come meglio loro convenga e sognano uno stato che le metta in riga e provveda a loro come a ogni cosa, a partire da ognuno di noi. Questo è il vero obiettivo. Tutto il resto è noia.

Cronicario: Una base per il nuovo governo: il reddito di paranza

Proverbio del 15 marzo Chi parte per un viaggio torna diverso

Numero del giorno: 2.280.000.000.000 Debito pubblico italiano a gennaio

Diciamolo va: questa cosa del reddito di cittadinanza ormai è squalificata. Se n’è parlato tanto ma non ci ha capito niente nessuno, salvo arguire tutti che non si farà mai. Ma poi diciamolo: ma voi lo vorreste davvero un reddito in cambio di niente?

Non ci credo dai. In fondo da qualche parte nel nostro cuore siamo anche un po’ svizzeri, come insegna il Canton Ticino. Come che c’entra la Svizzera?

Eh già: non solo hanno fatto il referendum per istituire questo benedetto reddito, ma hanno anche detto no.

Non vi stupite: hanno fatto lo stesso bocciando la proposta di togliere il canone tv.

Ora il punto rimane: questo benedetto reddito di cittadinanza è uno degli inciampi costante di qualunque discussione fra i politici quando pensano a come fare un governo, malgrado ormai sia chiaro che è come il sole che non ci credono manco loro. Per dire, oggi un pezzo da novanta della Lega ha detto che è ben disposto a mettersi seduto a discutere con i 5S, a partire da quello che hanno in comune

fino anche a parlare del reddito di cittadinanza, “ma alla leghista”. Variazione sul tema che fa il paio con la sottolineatura più gettonata dall’ex maggioranza, ossia che in fondo in fondo il reddito di cittadinanza fa il paio con quello di inclusione. Diciamo che è una versione allargata, va. Ed ecco allora che tutti insieme appassionatamente si trovano a discutere del Grande Tema, che è il reddito – leggi: fare arrivare soldi al popolo – che ha il potere magico di coagulare il Partito Unico del Deficit.

Perciò, cari politici, se proprio volete trovare un accordo, capace di salvare capre e cavoli, e soprattutto la vostra faccia, mi permetto un suggerimento. Non parlate più di reddito di cittadinanza. Da oggi in poi si chiama reddito da paranza. E chi non capisce, si informi.

A domani.

Il futuro della globalizzazione passa dal Mare Cinese meridionale

Lunedì mattina, 5 marzo, la portaerei Usa Carl Vinsom si è fatta vedere nel porto vietnamita di Da Nang. Fatto storico, visto che è la prima portaerei americana a costeggiare il Vietnam dal 1975, quando terminò il conflitto, e insieme simbolico, visto che il Vietnam è uno degli stati impegnati nella lunga tenzone che da anni si combatte silenziosamente, a suon di isole artificiali e insediamenti militari, nel mare meridionale della Cina. Ovviamente i cinesi sono stati i primi a reagire. Il ministro degli esteri cinese, parlando dopo pochi giorni a una conferenza stampa a margine del National People’s congress, la sessione annuale del parlamento cinese, ha detto genericamente che “poteri esteri” stanno mostrando i muscoli e creando grandi disturbi nella regione del Mare cinese meridionale. E così, d’improvviso, la questione del conflitto silenzioso è tornata attuale, proprio nel momento in cui l’amministrazione Trump svela il suo piano di dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio che sembra fatto apposta per penalizzare, oltre all’industria europea, quella cinese.

I dazi, che certo non lasceranno indifferente Pechino, sono solo l’ultimo fronte di tensione che gli Usa dovranno affrontare con i cinesi. Ma probabilmente il caso della portaerei in Vietnam ha creato maggiore nervosismo al governo cinese per la semplice ragione che si tratta di una interferenza in un processo assai complesso che Pechino sta portando avanti da anni con i paesi dell’Asean e che dovrebbe condurre alla redazione di un codice di condotta, annunciato nel novembre scorso, per la gestione della regione del Mare cinese meridionale, zona tanto contesa quanto strategica. Le ragioni sono molteplici. I fondali sono molto pescosi e si pensa contengano anche importanti riserve di idrocarburi. Ma soprattutto è una zona da dove si dipanano importanti rotte commerciali, attraversate da numerose navi piene di container, ossia l’ossigeno che alimenta l’economia esportatrice della Cina.

Come si può osservare dal grafico, oltre alla linea diretta di trasporto marittimo verso gli Usa attraverso il Nord Pacifico, esistono almeno quattro rotte che attraversano il Mar cinese meridionale che sono vitali per i traffici diretti verso l’Europa, l’Africa e il Sud America. Alcuni specialisti stimano che attraverso il Mare cinese meridionale passi la metà del traffico merci del mondo. In sostanza, si tratta di una regione altamente strategica per il futuro della globalizzazione, che com’è noto procede innanzitutto per mare, con la stragrande maggioranza delle merci trasportate su container e cargo. Un grafico tratto dall’ultima Review of maritime transport dell’Unctad illustra benissimo questa situazione.

Come si può osservare, l’andamento del trasporto marittimo di merci segue pressoché quello del commercio internazionale. E non è certo un caso che la Cina possegga (insieme alla Germania e alla Grecia) il 39% delle flotte commerciali del mondo. Si stima che Pechino disponga di 5.000 navi mercantili e abbia costruito, insieme a Giappone e Corea del Sud, le navi sulle quali ha il 92% delle merci nel 2016.

Al tempo stesso, lungo il Mare cinese meridionale transitano un terzo dei trasporti di greggio globale e la metà del gas naturale destinati alla Cina, ma anche alle altre potenze asiatiche. E la Cina, in particolare, vede passare il 70% dei suoi acquisti di petrolio attraverso lo stretto di Malacca.

L’economia del mare, per la Cina, è a dir poco vitale, e perciò non deve stupire che qualche anno fa, nell’ambito del tredicesimo piano quinquennale, gli estensori abbiano ribadito che una delle priorità assolute è diventare una “potenza marittima”, attraverso la modernizzazione della flotta e insieme tramite l’occupazione di territori strategici nel Mar Cinese meridionale e orientale. In uno dei libri bianchi della difesa pubblicato dal governo cinese, si legge che Pechino conferisce “grande importanza alla gestione dei mari e degli oceani e alla protezione dei diritti e degli interessi marittimi”. Ecco perché la Cina deve rafforzarsi e “costruire una marina da combattimento efficiente e multifunzionale”. Il passaggio dalla marina commerciale a quella militare spiega bene il notevole incremento nella spesa militare, che abbiamo già osservato, e insieme ricorda l’epopea della marina tedesca prima della Grande Guerra, che la Germania di allora creò per insidiare la supremazia inglese sui mari, prima commerciale e poi militare per soddisfare le sue velleità coloniali. La storia tende a ripetersi, pure se cambiano i personaggi e gli interessi.

Questa chiave di lettura spiega perché Pechino da parecchio tempo abbia tracciato la sua linea immaginaria, conosciuta come Linea dei nove trattini, lungo il Mare Cinese meridionale e anche perché, come di recente è stato documentato, vi abbia costruito intorno delle isole artificiali dove ha installato infrastrutture militari che hanno mandato su tutte le furie gli altri paesi che insistono sul Mare, fra i quali il Vietnam, appunto, e anche le Filippine. Tale modo di fare è proseguito noncurante anche di una sentenza della Corte dell’Aja, richiesta proprio dalle Filippine, che nel luglio 2016 stabilì che le acque rivendicate dai cinesi erano acque internazionali, che però è rimasta lettera morta. E spiega anche perché gli Usa, sostenuti anche da altri paesi come la Gran Bretagna e l’Australia, si erigano a paladini della libera navigazione dei mari e ogni tanto facciano capolino nel Mare cinese meridionali esibendo l’artiglieria. Perché la diplomazia è una bella cosa, ma alla fine è la spada che traccia il solco dove passano i mercati. La Cina lo sa e gli Usa meglio di lei. E non c’è rischio che lo dimentichino.

(2/fine)

Prima puntata

Cronicario: Anche Supermario s’appella a San Precario

Proverbio del 14 marzo L’avidità sminuisce ciò che si raccoglie

Numero del giorno: 3,14 Oggi si festeggia il pi greco

Mi ero ripromesso di parlare solo della giornata del pi greco oggi, perché nella mia sostanziale devianza economica avevo capito che era la giornata del pil greco, che in Grecia va come va anche se ormai non ne parla più nessuno perché la Grecia è demodé come il ghigno di Varoufakis.

Ma poi mi è cascato l’occhio sulla locandina delle festa ed è stato ancora più esaltante: festeggiare il pi greco, senza l, è addirittura geniale: il numero più bello e sconclusionato del mondo che se ve lo chiedo a bruciapelo manco vi ricordate cos’è.

Tranquilli, neanche ve lo dico. Sappiate solo che la comunità statistico-scientifica internazionale si è mobilitata per celebrare questo numeretto, peraltro approssimato, che sta alla base di una miriade di applicazioni tecnologiche che se ve le dicessi rimarreste a bocca aperta. Ma tranquilli, non vi dico neanche questo perché il mio proposito di fare un giorno di vacanza e trasformarmi in Piero Angela ha cozzato duramente con la realtà. E non mi riferisco al fatto che proprio nel giorno del pi greco è morto Stephen Hawking, ma che sempre nella giornata del pi greco un altro grande scienziato ha rivelato al mondo una dura verità:

Antefatto. Oggi il nostro Supermario Draghi si è trovato a parlare a un convegno a Francoforte dove ha detto un sacco di cose bellissime. Tipo che entro il 2020 la Bce stima che la disoccupazione arriverà al 7,2% e che da metà 2013 sono stati creati 7,5 milioni di posti di lavoro. Meglio ancora: “Tutti i posti di lavoro persi durante la crisi sono stati recuperati e il tasso di disoccupazione è ai minimi da dicembre 2008”.

Ma poi, mentre gli ascoltatori pendevano dai suoi occhiali, lui li ha fulminati con una scioccante rivelazione: “Ci sono interrogativi sulla qualità di questi posti di lavoro” con “un aumento del part-time e di quelli a termine”.

Ma chi l’avrebbe mai detto? 

Lo choc della rivelazione dura finché non mi ricordo che anche il nostro Supermario è un precario. Gli hanno fatto un contratto a otto anni, ma fra poco termina e chissà che gli riserverà il futuro.

Lui si che ci capisce.

A domani.

I consigli del Maître: Il governo che non c’è e il duopolio cinese di Internet

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il governo che non c’è. Il 2018 sarà un anno positivo per la nostra economia, o almeno dovrebbe esserlo, stando alle previsioni effettuate da Ref ricerche, che individua nell’effetto di trascinamento del pil 2017 un’eredità statistica che porta a circa lo 0,5% la crescita acquisita per quest’anno.

Se l’inflazione dovesse migliorare, il pil nominale potrebbe trarne giovamento e così la sostenibilità dei nostri conti pubblici. Rimane il fatto che la nostra crescita resta lenta e ci sono molte criticità nel nostro mercato del lavoro che si ripercuotono sulla domanda interna. Il costo unitario del lavoro è decresciuto dello 0,3% per l’intera economia e questo ha congelato i redditi e perciò limitato le possibilità di sviluppo della domanda interna. Per affrontare questa complessità serve un buon governo, non un governo tanto per fare. E viste le prospettive, forse non è esagerato dire che per noi il governo migliore è quello che non c’è.

I dazi di Trump. La settimana si è conclusa con l’annuncio tanto atteso dei dazi che l’amministrazione Trump imporrà su acciaio e alluminio, per tanti ma non per tutti. Esclusi (poer ora) Canada e Messico, forse in ragione del fatto che con loro il presidente vuole ridiscutere il trattato Nafta, e saranno esclusi anche gli altri paesi che, stando a quanto ha detto il presidente, si comportano lealmente con gli Usa, sia sul versante economico che quello militare. Fatti i dovuti conti, sembra che rimanga solo la Cina, a dover pagare dazio, che infatti dice subito che non rimarrà a guardare. E d’altronde la Cina è pur sempre il primo produttore di acciaio al mondo dopo l’Ue, che però è anche una forte importatrice.

Rimane il fatto che il precedente di Trump, che ha tirato in ballo la sicurezza nazionale e la perdita di posti di lavoro (54 mila nell’industria dell’acciaio e 40 mila in quella dell’alluminio) per giustificare la scelta di mettere i dazi, rischia di non rimanere isolato. E rimangono altrettanto incerte le conseguenze che tale atteggiamento potrà avere sul commercio internazionale. La storia ci fornisce qualche indicazione. L’ultima volta che gli Usa provarono a daziare l’acciaio, stavolta l’idea fu del presidente Bush ed era il 2002, la Ue reagì con fermezza costringendo gli Usa a una rapida retromarcia. Altri tempi certo. Oggi potrebbe finire molto peggio.

Gli studenti Usa subprime La Fed ha diffuso i dati al quarto trimestre 2017 dei debiti delle famiglie Usa, che ormai hanno superato il livello del 2008. Fra i vari trend si conferma quello crescente del debito degli studenti, che ormai sfiora il 10% del totale, pari a oltre 13 trilioni, superando quindi i 1.300 miliardi.

Il problema è che circa l’11% di questa cifra, quindi circa 140 miliardi sono andati in default o hanno ritardi nei pagamenti superiori ai 90 giorni. I più giovani, insomma, mai come prima nella storia, si trovano a dover fare i conti con una situazione finanziaria che renderà molto difficile la loro vita adulta. Senza considerare l’effetto che questa montagna di obbligazioni può avere sulla stabilità finanziaria. La Fed ha lanciato l’allarme, ma questi allarmi di solito non li ascolta nessuno.

 Il duopolio cinese di Internet. Il protezionismo del governo fa bene ai giganti cinesi di Internet, che, non a caso, sono sostenitori del Presidente Xi, al suo secondo mandato e in predicato di rimanere a vita nel suo incarico, visto che il partito comunista cinese ha cambiato la costituzione proprio per rimuovere il limite dei due mandati.

La storia, che viene analizzata da Bloomberg, ci consente di apprezzare in che modo il progresso tecnologico stia diventando uno straordinario mezzo di conservazione del potere come mai prima nella storia. Oggi chi controlla la rete può offrire al governo un supporto e una quantità di informazioni che nessuno nel passato si sarebbe mai sognato di possedere. E questo dovrebbe metterci sull’avviso, specie quando questa evoluzione riguarda regimi che stanno pericolosamente sbandando verso l’autocrazia. Ma ovviamente non sarà così.

 

Cronicario: L’Ocse vota il governo italiano che non c’è

Proverbio del 13 marzo Il cielo ha lo stesso colore ovunque tu vada

Numero del giorno: 5.700.000 Stima aumento poveri in Italia nel 2050

Fermi tutti non toccate niente. Adesso che anche l’Ocse ha detto di infischiarsene del futuro politico italiano – visto che le sue ultime previsioni non ne tengono conto – la cosa migliore che potete fare – dico a voi, signori della politica – è continuare con tutta la lentezza del caso le vostre consultazioni. Litigate con calma. Non ci corre appresso nessuno, nè tantomeno qualcuno si aspetta che da voi provenga qualcosa di risolutivo. Tanto per la cronaca, la situazione vista dai parigini di Ocse è la seguente:

Vedete quell’uguale accanto alle previsioni per quest’anno e il prossimo? Bene, ecco come lo spiegano: “L’esito delle elezioni non ha un impatto sulle nostre previsioni di crescita”. Così il capo economista ad interim Ocse, Alvaro Pereira, che, non pago, sottolinea che lassù, fra i boulevard, sono “piuttosto positivi sull’Italia”. E perché mai, ‘sto miracolo? “Da quando c’è l’euro – spiega – vediamo per la prima volta tassi di crescita fino all’1,5%”. E inoltre “i mercati hanno reagito bene alle elezioni, ed è in corso una ripresa del mercato del lavoro grazie alle riforme fatte”. L’Italia “beneficerà” dal buon andamento in Europa.

Perciò, cari politici, prendetevela con calma e per favore, esercitando appieno il vostro notorio senso di responsabilità, che in tempi normali è sinonimo di rilassatezza e in tempi straordinari di immobilità. Persino dall’Istat arrivano consigli alla prudenza. Guardate le nuova release sul mercato del lavoro:

Ora non stiamo a guardare i dettagli, che com’è noto sono affari da azzeccagarbugli, mentre a noi piacciono le emozioni. L’occupazione aumenta e la disoccupazione scende: è questo che fa titolo. Chi volete che legga fra le righe che l’occupazione è in gran parte a termine (+298 mila a fronte di 73 mila permanenti) e che abbiamo ancora un sacco di inattivi che diminuiscono al rallentatore. Prima bisognerebbe sapere di cosa stiamo parlando. E anche questo esercizio è decisamente fuorimoda nel mondo del paste&click.

C’è giusto un problema che complica le cose. Sempre l’Ocse ci ricorda che viviamo una certa congiuntura storica che non è roba da mammolette. Guardate quest’altro disegnino

Traduco per i daltonici e i presbiti: negli ultimi trent’anni, a livello Ocse, quindi in 17 paesi fra i quali il nostro, i redditi più elevati sono cresciuti del 60%, quelli mediani del 40% e quelli più bassi del 20. Il che fa il paio con quanto ci ha ricordato ieri Bankitalia, riferito espressamente al nostro paese.

Ve la faccio semplice: se continua così, cari politici, non servirete più voi per risolvere i problemi. Servirà la forza pubblica.

A domani.

La volatilità e il sentiero stretto delle banche centrali

Proprio come i governi – quello italiano l’ha trasformato addirittura in uno slogan – anche le banche centrali sono costrette a camminare lungo un sentiero stretto per gestire il nostro tempo straordinario. Un tempo molto difficile da comprendere, come riconosce Claudio Borio, Capo del Dipartimento monetario ed economico nel suo commento alla ultima rassegna trimestrale della Bis. Borio si riferisce agli andamenti del dollaro, vieppiù erratici e poco decifrabili, ma potremmo per analogia estendere questa considerazione agli andamenti di questi primi mesi del 2018 dai quali emerge giusto una chiara evidenza: è tornata la volatilità e con essa la paura. Che non dipende dalla volatilità, sia chiaro. Semmai il contrario. E tuttavia, “un certo livello di volatilità può essere anzi di aiuto”, osserva Borio, riferendosi allo scrollone salutare che certi saliscendi possono dare al nostro insensato desiderio che le cose vadano sempre bene: che l’economia cresca indefinitamente e si possa solo guadagnare passeggiando fra i mercati. Cosa che non è, ovviamente. I mercati, al contrario, nascondono trappole, disseminate fra le promesse di profitto che la pubblicistica commerciale assegna a ognuno dei suoi prodotti. I quali, peraltro, sono sempre più fantasiosi, e quindi complessi e perciò pericolosi. L’esempio degli strumenti finanziari che scommettono proprio sulla volatilità, e che sono stati duramente penalizzati dai torbidi borsistici che hanno sconvolto i mercati azionari Usa a inizio febbraio è quello più calzante.

Non è la volatilità a generare la paura, ma semmai l’essere nel tempo finanziario, per prendere a prestito una bella espressione di Heidegger. Dimentichiamo la paura quando guadagniamo per riscoprirla d’improvviso quando perdiamo. Sicché la volatilità è la conseguenza delle ondate di panico, e non il contrario. Esiste addirittura un indice, l’indice VIX, soprannominato l’indice della paura proprio perché monitora la volatilità.

Ma se il problema è la gestione della paura, si capisce perché l’evoluzione istituzionale delle nostre società abbia consegnato ai governi ieri e alle banche centrali oggi così tanto potere per gestire le nostre faccende, in questo caso economiche. Senonché questa delega è scomoda a riceversi, oltre che piacevole. I governi, che il sentiero stretto lo frequentano da molto più tempo, lo stanno scoprendo con crescente raccapriccio, osservando l’evolversi degli umori delle loro popolazioni, che votano e fanno sbiadire i vecchi protagonisti. Emergono movimenti che con poco discernimento vengono degradati a populismi, mentre in altre latitudini, si pensi alle recenti modifiche costituzionali cinesi che revocano il limite di due mandati per il presidente, fioriscono nuove autocrazie superpotenziate dall’ibridazione tecnologica.

Le banche centrali sono nuove a questa costrizione che nasce dal desiderio, nel loro caso dei mercati. La crisi, che le ha costrette alle politiche monetarie straordinarie, ha tracciato il sentiero stretto sul quale sono costrette a camminare: devono insieme rassicurare, attraverso la forward guidance, e rieducare. Innanzitutto al rischio. Che significa ricollegare il rendimento ai normali tassi di interesse – rialzandoli – invece che ai funambolismi dell’ingegneria finanziaria. Tornare alla normalità vuol dire ricordare che la paura è salutare. Che il rischio si paga (con l’interesse) e che non esistono pasti gratis, tantomeno quelli pagati dalle banche centrali. Perché chi crede che i debiti delle banche centrali non lo riguardino ha una percezione confusa di come funzionino le nostre società.

Non c’è nessuna certezza che nel percorrere questo sentiero stretto, le banche centrali non pagheranno pegno, esattamente come è accaduto ai governi che hanno perso consenso. In un tempo che sembra sbiadire sempre più in narrazioni favolose dove prevale il pensiero magico, le banche centrali rischiano di apparire come residuati bellici di un periodo razionalista, e perciò rottamabili. Il rischio della fiscal dominance incombe su di loro e quindi su di noi. Ma fino ad allora: festa!

Cronicario: Il nuovo governo prepara la riscossa dei redditi. Però parla tedesco

Proverbio del 12 marzo Per il cavallo pigro il carro vuoto è pesante

Numero del giorno: 23 Quota % di italiani a rischio povertà secondo Bankitalia

Se vi piacciono i precipizi, godetevi la panoramica da questo dirupo che m’appare d’improvviso in una piovosa mattinata di marzo sul sito di Bankitalia, opportunamente dissimulato.

Ecco, questo ripido a pendenza che sfiora i 90 gradi mostra l’andamento del reddito delle famiglie italiane, a prezzi costanti, a partire dal 2006. Così finalmente sapete perché non arrivate a fine mese. E non dipende dal fatto che si è allungato il mese.

“Il reddito è ancora inferiore di circa il 15 per cento a quello registrato nel 2006, prima dell’avvio della crisi finanziaria globale”, nota Bankitalia. Epperò è salito del 3,5% il reddito medio equivalente, che è una diavoleria statistica usare per misura il benessere e nel nostro grafico è la linea rossa. Che come vedete non è che se la passi tanto meglio. Vabbé, uno si potrebbe pure accontentare. Senonché leggo che anche l’età fa la differenza, e non serve che vi spieghi perché.

E per finire con le buone notizie, abbiamo pure che nel frattempo è pure aumentata la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi, misurata secondo l’indice di Gini: “Nei dieci anni precedenti, seguiti alla crisi finanziaria globale, il livello della disuguaglianza, misurato dall’indice di Gini, è aumentato di 1,5 punti percentuali riportandosi in prossimità dei livelli toccati alla fine degli anni novanta del secolo scorso (34,3 per cento); per effetto della prolungata caduta dei redditi familiari, il rischio di povertà è più elevato rispetto a quel periodo, ma inferiore per i nuclei il cui capofamiglia ha più di 65 anni o è pensionato”.

Quanto alla ricchezza media, immobiliare e finanziaria, siamo sotto di un quasi dieci per cento rispetto al 2014 (218.000 euro procapite) e ci troviamo intorno ai 206.000, con un valore mediano che “riflette la forte asimmetria nella distribuzione”. E qui viene fuori un altro ripido.

“La quota di ricchezza netta detenuta dal 30 per cento più povero delle famiglie, in media pari a circa 6.500 euro, è l’1 per cento”, mentre “il 30 per cento più ricco delle
famiglie, di cui solo poco più di un decimo è a rischio di povertà, detiene invece circa il 75 per cento del patrimonio netto complessivamente rilevato, con una ricchezza netta media pari a 510.000 euro”, con la sottolineatura che “oltre il 40 per cento di questa quota è detenuta dal 5 per cento più ricco, che ha un patrimonio netto in media pari a 1,3 milioni di euro”.

La buona notizia dopo tutto questo è che oggi finalmente è stato firmato l’accordo per il nuovo governo. Dicono che il nuovo esecutivo abbia un programma formidabile e che sia animato delle migliori intenzioni. L’unico problema è che parla tedesco e quindi non ci capiremo granché. Toccherà fidarsi. Ma in fondo ci siamo abituati.

A domani.