Etichettato: maurizio sgroi
Cronicario: La disoccupazione scende, i disoccupati no
Proverbio del 12 dicembre Se incontri qualcuno senza sorrisi regalagliene uno
Numero del giorno: 7,3 Incremento % export Italia nei primi nove mesi del 2017
Ora ditemi voi se uno deve essere triste o felice: la disoccupazione è diminuita dello 0,1% a ottobre 2017 nell’area Ocse, riportandosi al 5,6%, il livello di aprile 2008, prima della Grande Catastrofe, ma i disoccupati sono ancora 35,1 milioni, 2,5 milioni in più dell’epoca. Credere che la disoccupazione scenda e i disoccupati no richiede un chiaro atto di fede o un viaggio defatigante negli abissi dell statistica, che sono sicuro interessi a molti di voi.
Perciò sorvolo, anche perché tante altre sono le cosette gustose che ho piluccato oggi sul cronicario globale che dovete assolutamente sapere. La prima riguarda la nostra Bankitalia, che oggi è un po’ l’eroina del giorno. Intanto perché ha pubblicato alcuni dati aggiornati che fotografano con grande chiarezza perché via Nazionale, come la chiamano gli habitué, è così importante per noi.
Vedete quel grigino nell’istogramma, così discreto, quasi anonimo? Ecco quello è una cosa che abbiamo imparato a conoscere bene: è la spia del bilancione di Bankitalia, che ormai a occhio ha in pancia una quantità di titoli pubblici pari a quella del sistema bancario. Il che dovrebbe far felici tutti quelli che dicono che la banca centrale dovrebbe comprare debito pubblico e che invece se la prendono con la Bce che l’ha permesso.
Ma oggi molti scettici hanno pure scoperto che oltre al bilancione, Bankitalia dispone di un fine bilancino, di cui ha dato prova il capo della vigilanza, Carmelo Barbagallo audito nella fantasmagorica commissione di inchiesta sulle banche diventata ormai più avvincente di Star Trek.
E che dice Barbagatto? Che la vigilanza è stata incalzante sulle quattro banche marcite come i loro crediti, all’anagrafe Banca Etruria, Banca Marche, Cariferrara e Carichieti. E poi che “le irregolarità sono state portate tempestivamente a conoscenza dell’autorità giudiziaria”, e che nel frattempo “le autorità di vigilanza non possono sostituirsi ai soggetti vigilati per evitare che la situazione degeneri”. Salvo poi risolvere le situazioni con una bella risoluzione bancaria, che comunque è il male minore, giura Barbapapà. Potevamo andare molto peggio.
Sorvolo sul resto perché tanto è la solita solfa. Le banche appartengono al nostro tormentario quotidiano che adesso si è arricchito di un altra scocciatura: il bitcoin.
Anche oggi due palle con quelli che avvertono dei rischi – nell’ordine Blackrock e UBS – e quelli che urlano al gomplotto sperticandosi nelle lodi della criptovaluta che fa figo pronunciare. Poi magari i criticoni ci fanno i soldi grazie a noialtri fessi che ne parliamo, ma pure questo è un segnale dello spirito del tempo.
Sicché ho pensato di chiudere parlandovi di soldi veri, visto che tutti si ostinano a sognare i soldi falsi. E ne ho trovato un campione interessante nei 47 miliardi che secondo Assofondipensione raccolgono i risparmi previdenziali di quelli che li hanno versati nei fondi pensione negoziali credendo al fatto che un giorno quei soldi verranno restituiti in una qualche forma.
E come ti adescano questi simpatici fondi, che adesso sognano di investire nell’economia reale? Col rendimento: “La media dei rendimenti degli ultimi 5 anni è stata del +29,1% contro l’8,9% di rivalutazione del Tfr”, dicono astuti. Manco fossero minatori di Bitcoin.
A domani
La fuga dei giovani dall’ospizio Italia
Non riesco a dar torto a quei 38 mila giovani adulti, il 28,5% dei quali laureati, che nel 2016 hanno abbandonato l’Italia secondo quanto ci racconta Istat. Questo dato, che fa riferimento alla classe d’età dei 25-39enni, è solo la punta di un iceberg sul quale la nostra già periclitante demografia rischia di andare a sbattere, affrettando quella trasformazione dell’Italia in un gigantesco ospizio a cielo aperto, visto che sempre nel 2016 i dati Istat ci dicono che sono nati circa 12 mila bambini in meno.
Non riesco a dar loro torto per la semplice ragione che molto probabilmente là fuori troveranno quello che qui non c’è, malgrado se parli tantissimo. Un lavoro decente, quindi, ma soprattutto le grandi assenti nel nostro paese: le opportunità. Noto peraltro che questo pensiero sembra essere sempre più diffuso visto che Istat nota con un certo sconcerto che il saldo demografico dei residenti, ossia la differenza fra gli italiani che rientrano dall’estero e quelli che si cancellano dall’anagrafe per andare all’estero, è in costante peggioramento da dieci anni, passando da praticamente zero a 80 mila.
Per essere ancora più precisi, “sono 81 mila gli emigrati italiani con più di 24 anni nel corso del 2016, l’11% in più rispetto all’anno precedente. Di questi, quasi 25mila posseggono la laurea (31%)”, Parliamo quindi di tutte le classi di età superiori ai 24 anni. Complessivamente gli italiani finiti all’estero sono stati 115 mila, il 73% del totale delle emigrazioni dall’Italia per l’estero. “Il numero degli emigrati italiani si è più che triplicato rispetto a dieci anni prima passando da 36mila del 2007 a 115mila del 2016. Le immigrazioni, d’altro canto, interessano i nostri connazionali solo nel 13% dei casi (38mila). I due flussi danno origine così a un saldo migratorio dei soli cittadini italiani di -77mila unità”. Quanto alle destinazioni, il 2016 è stato l’anno del Regno Unito, probabilmente perché molti hanno pensato di farsi registrare laggiù nel timore che la Brexit chiudesse i cancelli di accesso. Ma poi rimangono le destinazioni classiche, nell’ordine la Germania, la Svizzera e la Francia, con la Spagna a chiudere la classifica dei principali paesi di arrivo. Quanto alle regioni di provenienza, si segnalano i movimenti migratori di confine, ossia dalle regioni del nord verso i paesi limitrofi, e poi dalla Sicilia. E’ interessante poi osservare che la voglia di stare in Italia scema anche fra gli stranieri.
Arrivano sempre meno persone dall’estero, mentre aumentano sempre più le emigrazioni, in gran parte italiane, come abbiamo visto. Tutto ciò, che rende vagamente surreale il dibattito sull’immigrazione, non fa altro che peggiorare la nostra piramide demografica, ormai sempre più sbilanciata verso la cima (gli anziani) a scapito della base (i giovani). A fronte di questi numeri è più che legittimo chiedersi quanto il recente miglioramento della disoccupazione giovanile, registrato sempre da Istat negli ultimi dati relativi al mercato del lavoro in ottobre, dipenda dall’emigrazione piuttosto che dal miglioramento del mercato del lavoro. Cancellarsi dall’anagrafe italiana porta con sé anche la cancellazione dalle liste di disoccupazione, evidentemente.
Ma aldilà di questa circostanza, non riesco a dar torto a questi giovani più o meno adulti e istruiti che hanno la (s)ventura di esser nati in un paese che ormai, per evidenti ragioni di senilità incipiente, volge la sua attenzione alla popolazione anziana assai più che a quelli che lo diventeranno. Basti ricordare l’ossessione del nostro dibattito pubblico per le pensioni che anche in occasione della ultima legge di bilancio ha dato ampia prova di sé. E’ sufficiente un semplice esperimento per verificarlo. La voce “pensioni”, ricercata in una agenzia di stampa, ha originato 920 record dall’1 novembre all’1 dicembre. La voce “lavoro giovani” più o meno la metà, circa 500. La voce bebé 217. Per quanto rudimentale, questo metodo consente di misurare l’attenzione della stampa e della politica su questi argomenti in occasione del Grande Dibattito che si sta consumando sulla manovra finanziaria. E se andiamo a vedere gli stanziamenti osserviamo anche come questa differenza si replichi nelle risorse che queste categorie mobilitano. L’ennesima riforma delle pensioni, che allarga la platea dell’Ape social, costerà circa 250 milioni in più di spesa pensionistica fino al 2020. Costi che certo non si esauriscono in un triennio. Al contrario durerà solo un triennio il bonus bebé per il quale sono pure stati ridotti i fondi. Ciò a fronte di una situazione di grave denatalità.
Ce n’è abbastanza per comprendere chi decida di tentare la fortuna fuori dall’ospizio Italia. Si comprende un po’ meno come sia possibile che tutto ciò non susciti granché attenzione: nel migliore dei casi, una rassegnata alzata di spalle.
Cronicario: Le banche soffrono meno, beate loro
Proverbio dell’11 dicembre Una freccia, quando è lanciata, non torna indietro
Numero del giorno: 16.700 Picco della quotazione in dollari raggiunto da Bitcoin dopo quotazione future a Chicago
E’ lunedì, giorno da cani notoriamente, specie dopo il ponticello immacolato. E perciò solo i sadici possono tirare fuori notizie amarostiche come ha fatto Istat che neanche il tempo di digerire il caffé della colazione, ha sparato una delle sue release insolitamente depressiva.
E che sarà mai successo ai nostri consumatori? Si saranno mica dimenticati di fare la spesa?
Maddai, ma chi ci crede. C’è gente che fa la fila per comprarsi i bitcoin, figuratevi. Poi però esce un’altra notizia da lunedì, stavolta da Bankitalia. E cosa dice? Che sempre a ottobre le sofferenze lorde sono aumentate di un’anticchia, dai 173 di settembre a 173,8 miliardi. Ma non preoccupatevi: su base annua le sofferenze sono scese del 5,5%, comunica senza indugio la Banca d’Italia.
Mi rassicuro finché, poco fa, non viene presentato un rapporto congiunto fra Istat, ministero del Lavoro, Inps, Inail e Anpal dove si legge fra le altre cose che fra il 2013 e il 2016 sono stati attivati 40,68 milioni di posti di lavoro e ne sono stati cancellati 39,15. Sicché ne rimangono 916 mila “viventi”: il famoso milione di posti di lavoro d’antan.
Poi però cominciano ad uscire grafici come questo.
o questi
per non parlare di questo.
e per concludere con quest’altro.
Per fortuna calano le sofferenze. Delle banche
A domani.
Il progresso ha depresso i matrimoni più delle guerre
E’ un semplice dato di fatto: l’istituto del matrimonio è entrato in una crisi forse irreversibile. La coppia tradizionale che si unisce sotto un vincolo religioso e/o legale resiste, ma malamente. Basta dare un’occhiata agli ultimi dati diffusi da Istat.
Il dato diventa meritevole di riflessione perché questo istituto ha precise implicazioni economiche, oltre che sociali. Il matrimonio, infatti, è il luogo tradizionale nel quale si sviluppa la natalità, non a caso parimenti declinante, e inoltre incorpora una serie di istituti giuridici che hanno chiare ricadute economiche: pensate alla reversibilità pensionistica.
Sarebbe errato immaginare che queste tendenze riguardino solo noi. E’ tutto un mondo di consuetudini sociali che è entrato in crisi da almeno mezzo secolo e possiamo averne contezza osservando un grafico molto illuminante diffuso dalla Fed di S. Louis che ha il pregio di farci osservare l’andamento dei nuovi matrimoni a partire dall’inizio del XIX secolo, e quindi indietro abbastanza da fotografare un trend.
I dati sono relativi alla Francia e la serie si conclude all’inizio degli anni ’80. Da allora non bisogna aspettarsi certo inversioni di tendenze. Il trend francese si ricollega idealmente al nostro, che abbiamo visto data dalla metà degli anni ’90, e fa parte di un cambiamento che ha investito i costumi al punto che i matrimoni sono calati in tempo di pace più che in tempo di guerra.
Il picco al ribasso di cinque matrimoni per mille abitanti si è toccato infatti solo durante la prima guerra mondiale, che fu una devastazione demografica senza precedenti nella storia e lasciò un’ampia coorte di donne in età da marito senza più partner papabili. La generazione di donne nata in Francia fra il 1880 e il 1900, che quindi entrarono nell’età del matrimonio proprio sul limitare della guerra e del dopoguerra non avevano praticamente più coetanei con cui ammogliarsi, visto che moltissimi maschi erano morti o erano rimasti invalidi. I maschi della generazione successiva o erano già impegnati o erano morti anch’essi. E tuttavia il picco di matrimonio che si osserva nel grafico ci dice che queste donne riuscirono comunque a sposarsi. I dati confermano che solo il 12% di queste donne nate alla fine del XIX secolo erano single (una volta si chiamavano zitelle) all’età di 50 anni, appena l’1% in più delle donne della generazione precedente, ossia nate fra il 1850 e il 1880. Insomma: le donne dell’epoca oggi le definiremmo resilienti alla guerra. La seduzione del matrimonio era forte abbastanza da infischiarsene delle milionate di morti fatte dalla Grande Guerra.
Come riuscirono a sposarsi? Secondo i demografi non avendo coetanei o partner più attempati, iniziarono a puntare i maschi della coorte più giovane, mettendosi quindi in concorrenza con le donne nate dopo di loro ed evidentemente con successo. A dimostrazione anche questo di come la forza della tradizione tenda a sopperire alle difficoltà delle circostanze. “Questo meccanismo cambiò l’età della composizione dei nuovi matrimoni e riguardò non solo le generazioni direttamente esposte alla guerra, ma anche le generazioni seguenti”, spiegano gli autori della ricerca.
La guerra, insomma, modificò la composizione delle coppie – introducendo magari una nuova poetica matrimoniale – ma non incise profondamente nel numero dei matrimoni. Altrettanto accadde nella seconda guerra. Negli anni ’60 del XX secolo il numero dei nuovi matrimoni era praticamente lo stesso del 1801. Ma poi è arrivato il progresso, guidato dal benessere del dopoguerra, e nel 1981 i matrimoni stavano già al livello del 1941, nel pieno della guerra. Non c’è ragione di credere che la situazione sia migliorata. Forse siamo in guerra anche adesso. Ma non lo sappiamo.
Cronicario: L’alba italiana dei vivi morenti e dei morti viventi
Proverbio del 6 dicembre In tempi di carestia le patate non hanno bucce
Numero del giorno: 20,1 Crescita % occupazione nelle aziende familiari italiane in sei anni
Ora non vi offendete se i vostri amici dall’estero vi dicono che siamo un paese di poveracci. Anche perché ce lo diciamo da soli e l’Istat non si perita di ricordarcelo a ogni occasione buona elaborando statistiche meravigliose dalle quali si evince che quasi uno su tre vive praticamente in miseria.
Vedete no? Il 30% è a rischio di povertà o esclusione sociale che moltiplicato per 60 milioni e rotti..fate voi i conti. Se pure ci limitassimo alla voce Grave deprivazione, scopriremmo che riguarda il 12,1 degli italiani che, secondo le definizioni Istat hanno almeno quattro dei seguenti problemi:
1. essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito;
2. non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione;
3. non poter sostenere spese impreviste di 800 euro;
4. non potersi permettere un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni, cioè con proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano;
5. non potersi permettere una settimana di vacanza all’anno lontano da casa;
6. non potersi permettere un televisore a colori;
7. non potersi permettere una lavatrice;
8. non potersi permettere un’automobile;
9. non potersi permettere un telefono.
Questo nel paese che ha il record di auto per numero di abitanti e dove il 93,1% ha un cellulare, e oltre il 90% ha una tivvù. Sfido chiunque poi, a trovarne una in bianco e nero. Detto ciò mi guardo bene dal dubitare dell’accuratezza delle rilevazioni Istat: se dicono che siamo pieni di poveri che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena sarà sicuramente vero. Sono i nostri fratelli più disgraziati che muoiono letteralmente di fame e stanno al freddo e non tengono da conto neanche 800 euro per le emergenze. Questi vivi morenti abitano in uno dei paesi più ricchi al mondo.
dove si annida una tremenda diseguaglianza di reddito e ricchezza,
e i redditi sono vagamente crollati nell’ultimo decennio,
anche se non per tutti nello stesso modo.
Questo per gli amanti del piagnisteo nazionale. Prima che vi strappiate i capelli e iniziate una colletta per i nostri sette milioni di probabili deprivati, ricordatevi sempre che questi dati sono frutto di indagini campionarie, svolte in questo caso su 21.325 famiglie pari a 48.316 individui. Magari siamo stati sfortunati col campione. Oppure abbiamo beccato i pochi che pagano tutte le tasse, vai a sapere.
Il guaio è che insieme a quella dei vivi morenti – deprivati a rischio esclusione o sedicenti tali – in Italia stiamo assistendo all’alba di un altro fenomeno epocale: quello dei morti viventi.
Non è uno dei miei soliti meme cazzari. La foto è autentica, a dimostrazione del fatto che ormai il vostro Cronicario fa tendenza anche nei posti altolocati, mica solo nelle bettole dove ci incontriamo noi. Il tema è serissimo peraltro: le imprese zombie. Ossia quelle che coi profitti non riescono neanche a pagare gli interessi sui debiti che hanno sul groppone. Tema horror per eccellenza. E noi italiani, che non ci facciamo mai mancare niente, siamo avanguardisti.
La cosa più notevole di questa proliferazione di zombie è che quelli italiani sono raddoppiati in un decennio. Peraltro in queste aziende morte viventi ci sta bloccato il 20% del nostro capitale produttivo e il 10% dei nostri lavoratori occupati. Poi dice che uno è deprivato. Devitalizzato direi.
A lunedì.
L’alba del secolo americano dell’energia
Figurarsi il futuro è esercizio prediletto delle persone dotate di grande immaginazione che, insospettabilmente, si annidano anche all’interno di blasonatissime organizzazioni tutt’altro che frivole. La complessità della nostra realtà, d’altronde, sembra sia fatta apposta per fornire alimento alle visioni di costoro, pudicamente definiti analisti, che con grande sussiego tentano l’impossibile: osservare il futuro a uso del presente. Ci sarebbe da sorridere di questo sforzo estenuante, se non fosse tremendamente serio. E lo dimostra il fatto che queste previsioni si aggiornano ogni anno generando grandi suggestioni che fluttuano aeree su grandi masse concrete di dati. E sono queste ultime a suscitare l’interesse maggiore degli osservatori come noi. Il futuro germina dal presente, ma è quest’ultimo che ha dignità di cronaca, appartenendo il resto al variopinto mondo delle opinioni, la cui maggiore o minore fondatezza dipende proprio dall’accuratezza della base dei dati a cui vengono riferite. In tal senso la lettura dell’ultimo World energy outlook dell’IEA è sicuramente fonte di grande ispirazione, visto che l’Agenzia raccoglie e ordina con grande accuratezza i dati del mercato energetico mondiale. Giocoforza le sue osservazioni sulle possibili evoluzioni del settore energetico diventano degne di attenzione elevandosi quasi al rango di previsioni fondate. Tanto più come quando, in occasione della recente edizione 2017, si individuano trend globali che l’Agenzia è convinta caratterizzeranno sempre più il futuro per la semplice circostanza che stanno già caratterizzando il presente, uno dei quali riguarda la crescente importanza della produzione statunitense nel mercato del petrolio e del gas. Gli Usa sono diventati da un pezzo i maggiori produttori del mondo e solo la nostra costante distrazione ci impedisce di cogliere la portata straordinaria di questa rivoluzione.
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Cronicario: L’Istat pilucca un pilino di pil
Proverbio del 1 dicembre Chi spreca tempo deruba se stesso
Numero del giorno: 0,8 Accelerazione % inflazione in Giappone ad ottobre
Vinceremo, altroché, tuona stentorea e anonina sulle agenzie di stampa la voce del MEF poco dopo che l’Istat rivede al ribasso la stima del pil per il terzo trimestre e il suo omologo annuale. L’occhiuta micragnosità dell’Istituto, evidentemente non ancora consono alle semplificazioni dei tempi moderni, atterra col fragore dell’elefante ubriaco nel negozio di bicchieri e scatena le notifiche dei telefonini di giornalisti e politici.
Stiamo parlando di un misero 0,1 per cento in meno, in pratica l’equivalente dell’errore statistico, che riduce a +0,4% il dato trimestrale e a 1,7 quello annuale, ma che nel paese dello zeroqualcosa scatena immancabilmente scene isteriche. Anche perché quelli che si spingono a leggere oltre il numero, e persino capendoci qualcosa, sono rari come fenicotteri gialli.
Panico che diventa orrore e raccapriccio quando i più istruiti leggono che la crescita acquisita per il 2017 è pari all’1,4% dopo che si è detto dovunque e da chiunque, a cominciare dal governo, che quest’anno ci aspetta almeno l’1,5%.
Insomma, l’Istat pilucca un filino di pil – un pilino diciamo – ed ecco che succede: week end rovinato. Capirete che il governo doveva intervenire. E perciò al fuoco di mezzogiorno arriva la fonte MEF che rassicura: i dati sul pil resi noti oggi dall’Istat confermano la tendenza al rafforzamento della crescita economica nel Paese. Capito? Nessun pilino di pil ci fermerà: avremo il nostro +1,5% di pil reale per il 2015.
Purtroppo è meno sicuro che vinceremo un po’ di inflazione in più, che sarebbe un toccasana per la nostra contabilità pubblica. Il pil nominale, infatti, che poi è quel numero che si ottiene sommando al pil reale il deflatore del pil, è arrivato al 2,4% e sarebbe molto bello se magari arrivasse al 3,6%, quale sarebbe se l’inflazione fosse al 2%. Ecco perché il beneamato Padoan si lamenta: “Il governo può forse (forse, ndr), sostenere la crescita reale ma non può fare quasi nulla sull’inflazione e oggi ci manca l’1% medio di inflazione”.
Ora dovete sapere che il pil nominale è quel numeretto che serve a stimare la sostenibilità del nostro debito pubblico e il denominatore dei vari debiti/pil coi quali ci affliggono e perciò l’inflazione bassa….. Oh, ma qui stiamo scivolando rischiosamente sul palloso, quindi emigro e vi porto altrove con me. Dove? A Chicago.
Non a caso laggiù prospera il CME, che sta per Chicago mercantile exchange che è il Mercatone di varie cose, fra i quali i derivati. Un ricettacolo di amanti del rischio col grilletto facile. Ebbene, le autorità americane, che poi sono le stesse che insieme con altre stigmatizzano i rischi che arrivano da Bitcoin, hanno autorizzato la borsa di Chicago a contrattare future sui Bitcoin dal prossimo 18 dicembre. Giusto in tempo per le feste.
That’s all folks.
Buon week end
Cronicario: Niente Nazionale per l’Italia, solo multinazionali
Proverbio del 29 novembre Chi ti vuol bene ti fa piangere
Numero del giorno: 3,9 Crescita % Pil Usa nel III trimestre stimata da Trump
Vabbé la Nazionale è andata: ci faremo un mondiale senza la squadra del cuore e dovremo pure abituarci. La crisi della Nazionale è la spia del tempo che viviamo, in cui tutto ciò che inizia con nazione è sospetto e vagamente reazionario. Pure gli azzurri, per dire: quanti di voi hanno ancora il coraggio di alzarsi in coro e gridare Forza Italia eccetera eccetera?
D’altronde fa parte pure dello spirito del tempo che il nostro paese sia diventato una cellula del capitalismo internazionale – e già mi immagino le proteste – dove corporation sociopatiche – così ce le raccontano – hanno messo radici ai danni del nostro patrimonio socio-naturalistico.
Oppure uno può dirla con l’Istat, secondo la quale ” le multinazionali consolidano il contributo positivo alla crescita del sistema produttivo italiano, rafforzandone la prospettiva di crescente apertura e integrazione internazionale. Le imprese a controllo estero in Italia sono 14.007 (+438, con quasi 6 miliardi di fatturato in più rispetto al 2014), le controllate italiane all’estero ammontano invece a 22.796 (+408 unità e +13 miliardi di fatturato all’estero).
Mentre decidete da che parte stare, magari sfogliate l’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato dalla Bce proprio stamattina. Scoprirete che viviamo in un mondo ricco e fragile dove gli elevati debiti, privati e pubblici, pendono sul nostro capo come spade di damocle pronte a sganciarsi e che solo il miglioramento delle condizioni economiche evita di farci finire a fette. E molto di questo miglioramento dipende da quanto siamo bravi a stare al gioco, visto che è vagamente velleitario pensare di poter fissare le regole.
Se invece state seguendo come tifosi sfegatati della fu Nazionale le vicende di Bitcoin, che oggi ha superato gli 11 mila dollari, e magari tifate Bitcoin, notate che pure oggi la criptovaluta è stata oggetto delle amorevoli attenzioni dell’ennesimo banchiere centrale che ha spiegato all’universo mondo che è una roba pericolosa mentre il solito premio Nobel Stiglitz ha detto che è una bolla che dovrebbe essere vietato. Gente che non ama le bollicine, evidentemente.
Per concludere una considerazione che mi tengo sul gozzo da quando Istat ha pubblicato due statistiche che dicono la stessa cosa pure se non sembra. La prima riguarda la nostra popolazione imprenditoriale che, si osserva, ha un solo under 35 ogni quattro imprenditori.
Poi quell’altra che mostra il costante crollo della nostra natalità.
Come si fa ad avere imprenditori giovani se ci sono sempre meno bambini? Nel caso vi fosse sfuggito nel 2016 sono nati 12 mila bimbi in meno rispetto al 2015. Nell’arco di otto anni le nascite sono diminuite di 100 mila unità.
Giuro. E infatti il governo ha deciso di confermare il bonus bebé anche per il futuro. Purtroppo le finanze pubbliche sono quello che sono, e bisognava pure dare qualche centinaio di milioni di euro ai pensionati, sennò chi la sente la Camusso che comunque si lamenta? E quindi toccherà accontentarsi di 40 euro al mese di bonus bebé. Sempre se avete un Isee di 25 mila euro massimo.
A domani
Il mattone nelle economie avanzate torna al livello pre crisi
Bisogna sempre diffidare un po’ degli aggregati, pure se è difficile resistere alla seduzione in essi implicita: quella di semplificare concetti complessi. E tuttavia qualunque aggregato contiene sempre informazioni che è utile osservare per farsi un’idea chiara, anche se semplificata, di alcuni trend. In tal senso le ultime statistiche immobiliari pubblicate dalla Bis ci comunicano un’informazione rilevante: nei paesi avanzati i prezzi reali del mattone, ossia deflazionati per l’indice dei prezzi al consumo, dopo esser cresciuti in media del 4% nel secondo trimestre 2017 su base annua hanno ormai praticamente raggiunto il livello pre crisi.
In sostanza ci sono voluti nove anni per recuperare il punto di partenza che, è bene ricordarlo, molti sospettavano fosse esagerato. Il fatto che siamo tornati dove eravamo, se farà piacere agli ottimisti che credono si possa crescere per sempre, preoccuperà un pochino i pessimisti, anche perché si aggiunge a un’altra constatazione visibile dal grafico. Nel tempo che i paesi avanzati recuperavano – in aggregato – le loro quotazioni reali, i paesi emergenti aumentavano del 17% circa il livello del 2008. Come si può osservare, infatti, questi paesi non hanno subito i crolli registrati in diversi pezzi dell’Europa e negli Stati Uniti, ma anzi dopo un breve periodo di incertezza hanno cominciato ad accumulare notevoli tassi di crescita fino ai giorni nostri, accrescendo i timori di un mercato immobiliare globalmente troppo surriscaldato.
Il problema, perciò, è disaggregare l’aggregato per capire se e quanto le situazioni di tensione in un determinato paese possono provocare contagi distruttivi agli altri, come accadde nei paesi avanzati nel 2008 dopo il crollo del mercato dei mutui subprime.
Il Canada si conferma il mercato più caldo fra quelli esaminati, con un tasso di crescita annua del 16%. Australia e alcuni paesi nordici stanno intorno all’8%. Gli Usa devono accontentarsi del 4%, che comunque è un risultato notevole confrontato con la decrescita italiana che non si arresta. Eurozona e Uk stanno intorno al 2%. Come abbiamo già osservato, nei paesi avanzati i prezzi sono cresciuti parecchio, e in particolare negli ultimi cinque anni, e adesso stanno appena l’1% sotto il livello pre crisi: avevano perduto più del 15% al picco del ribasso fra il 2011 e il 2012. L’Eurozona però è ancora lontana dal livello del 2008 con circa il 9% di scostamento. Al contrario negli Usa il recupero è quasi del tutto compiuto, mentre in Giappone i prezzi sono addirittura leggermente più elevati.
Fra gli emergenti il quadro è parecchio composito. Da una parte regioni come l’Asia, dove i prezzi continuano a salire (+6%), con la Cina a guidare la classifica (+8%) e la l’India a seguire (+6%). Hong Kong si conferma il mercato dove la crescita dei prezzi è più esuberante, con un +19% su base annua. In altre regioni, al contrario, i prezzi sono in caduta. L’America Latina vede il Brasile anche in calo deciso (-6%) mentre la media regionale perde il 2%. Tuttavia, se si guarda all’andamento complessivo, viene fuori che i prezzi reali in Asia e America Latina sono rispettivamente sopra del 27 e del 41% il livello pre crisi. I paesi del centro-est Europa sono anch’essi in arretramento, con il calo guidato dalla Russia (-8%) e anche nell’arco di tempo dei nove anni considerato rimangono depressi.
Rimane aperta la domanda se questi dati siano la spia di rischi crescenti nel settore immobiliare. Ma per adesso la risposta non la conosce nessuno.
Cronicario: Se vi piacciono le bollicine assaggiate Bitcoin
Proverbio del 27 novembre Quando un elefante combatte soffre l’erba
Numero del giorno: 386.000.000.000 Profitti industriali mondiali fra 2001-14
A chi non piacciono le bollicine? Vanno giù che è una bellezza, tolgono la sete, provocano piacevoli capogiri, seducono gli amanti dei sapori millesimati e infine fanno sparire i dispiaceri almeno per la durata di una cena. Come resistere? Cin cin.
Perciò oggi mi sono deciso a presentarvi una nuova marca che promette di non farvi rimpiangere le vecchie abitudini da alcolisti finanziari quali in fondo siamo tutti: le bollicine Bitcoin.
Checché ne dicano i detrattori, Bitcoin non è una bolla, per niente proprio: è una collezione di bollicine. E’ uno spumante assai frizzante, talmente esuberante che ogni tanto fa saltare il tappo con la violenza di un geyser e straripa per ogni dove, inondando di migliaia di bollicine noi poveri, astemi per incapienza, e facendoci sognare sogni da lotteria del tipo: “Ah se avessi comprato un Bitcoin annata 2015, quando ti portavi via una cassa per poche centinaia di dollari: oggi sarei un alcolista finanziario ricco e felice”.
Lo so che l’avete pensato. E perciò non mi stupisco quando leggo certi geni che sospettano che il boom di questi ultimi giorni delle bollicine Bitcoin, che già fanno sognare quota 10 mila per un assaggio di niente, venga dalla clientela retail, ossia noi polli da batteria, nutriti a sogni e valute virtuali che neanche sapremmo tradurre in linguaggio corrente.
M’inquieta di più leggere, come ho letto in una qualche articolessa assolutamente rispettabile che il boom dipenderebbe da imprecisati investitori istituzionali – tipo il vostro fondo pensione per dire – che hanno scoperto il piacere della sbronza da bollicine dopo decenni di noiosissimi birre statali.
Oppure quando sento alludere a misteriose speculazioni sui mercati giapponesi, dopo aver letto per settimane di tortuosi giri di denaro cinesi. La spiegazione è molto più semplice e arriva dalla fisica: le bollicine frizzano. E poi stendono.
Adesso che vi ho dato un consiglio finanziario per gli acquisti in perfetto spirito Mifid II, lasciate che altre notizie vengano a voi come sono arrivate a me. La prima, vagamente depressiva (e questo spiega perché mi sono rivolto alle bollicine già di mattina), m’è arrivata da Istat che mi ha comunicato che a novembre c’abbiamo avuto come società un calo di fiducia.
E vorrei vedere: iniziare un mese con il giorno dei morti e finirlo con l’acconto Irpef azzopperebbe chiunque. Neanche la sponsorizzatissima droga Black Friday è riuscita a far tornare il sorriso all’italiano. Si coltivano speranze per il mese di dicembre, quando una nota festa dal sapore mistico usualmente fa trascendere il nostro sentire dalla materialità a vette più elevate.
E siccome saremo tutti più fiduciosi, invito anche i nostri cugini britannici, che hanno talmente fiducia in se stessi da voler parlare solo fra loro, a ricordare che la fiducia è una bella cosa, ma che non basta se uno poi produce a ritmi tardo sovietici.
Per dire: l’UK ha un livello di produttività più bassa della nostra, che è tutto dire. Servirà più di una Brexit temo. Magari un po’ di bollicine…
A domani.

























































