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In Italia serve subito un governo, ma anche no

Eletto finalmente il nuovo Parlamento, ci aspetta una maratona chissà quanto lunga prima che i partiti riescano a trovare un accordo che consenta al paese di avere un governo. La prospettiva che potrebbe volerci molto tempo spaventa molti, ma forse a torto. La situazione economica del paese, che può contare su una riserva di energia frutto del buon andamento del 2017 e insieme è ancora alle prese con gravi difficoltà, consiglia di prendersi tutto il tempo necessario per arrivare a un esecutivo ben congegnato. Un buon governo tardivo è sicuramente meglio di un brutto governo balneare. E d’altronde non mancano i precedenti. Gli appassionati di vicende politiche ricorderanno, negli ultimi anni, il caso belga, quello olandese, quello spagnolo e adesso quello tedesco, dove il governo deve ancora arrivare dopo oltre sei mesi dalle elezioni.

Questa riflessione la suggerisce una recente analisi di Ref ricerche, basata sull’osservazione dei dati di contabilità nazionale diffusi alla fine dell’anno scorso che consentono di farsi un’idea chiara dello stato generale della nostra economia. La diagnosi è presto fatta: “Il quadro congiunturale si presenta in recupero. Resta però aperta la doppia chiave di lettura già da tempo evidenziata, ovvero il fatto che la nostra crescita si è rafforzata contestualmente a un quadro internazionale in deciso miglioramento. Il gap di crescita fra l’Italia e gli altri paesi dell’eurozona resta però ampio e questo conferma la nostra vulnerabilità rispetto all’eventualità di un contesto internazionale meno favorevole”. Insomma, stiamo andando meglio ma non stiamo ancora bene. E questo si intravede confrontando gli andamenti della nostra crescita con quelli degli altri paesi europei.

L’economia italiana “ha acquisito maggiore vivacità”, ma sono rimaste criticità che hanno impedito al nostro tasso di crescita di convergere verso quello di altri paesi dell’area: “L’Italia resta indietro a fronte di una ripresa che sta raggiungendo
ritmi significativi anche in alcuni paesi periferici, come Irlanda, Spagna e Portogallo”. Una “devianza” che potrebbe risultare problematica qualora la congiuntura dell’eurozona dovesse perde slancio. Con un gap di crescita di circa l’1%, secondo i calcoli dell’istituto, ci si mette poco a tornare a una crescita zerovirgola, specie se l’inflazione non aiuta il pil nominale. E i prezzi sono ancora freddi, al netto delle variazioni collegate alle dinamiche petrolifere.

La buona notizia è che l’anno trascorso lascia in dota una buona eredità che consente di stimare una dinamica di crescita già acquisita di quasi mezzo punto,

che gli indicatori congiunturali, ad esempio il clima di fiducia delle imprese e delle famiglie, sembrano sostenere. Il 2017 peraltro ci consegna anche il quadro di un’economia trainata dall’industria e soprattutto dalle esportazioni, cresciute del 6% agganciandosi molto bene alla ripresa del commercio mondiale e superando anche i tassi di crescita dell’export di altre economie dell’euro. Ciò può esser dipeso dal “graduale miglioramento della posizione competitiva dell’industria per effetto dell’apertura del differenziale nelle dinamiche salariali rispetto ai partner europei”.

L’altra buona notizia è che il ciclo dei investimenti, spinto notevolmente da quelli in macchinari e mezzi di trasporto, è ripartito, e si vede qualche spiraglio di miglioramento anche nel settore delle costruzioni, che agonizza da anni.

 

Questo ciclo probabilmente è stato favorito anche dagli incentivi fiscali per l’acquisto di macchinari, concessi nel 2016, che fanno il paio con quelli triennali concessi sul versante contributivo a partire dal 2015, quando fu approvata la normativa sui contratti a tutela crescente, che ha attuato il cosiddetto Jobs Act. Peraltro proprio quest’anno scadono i primi incentivi concessi nel 2015 e sarà interessante osservare che effetto avrà sul mercato del lavoro.

Un’altra buona notizia riguarda il settore dei servizi, nel quale l’Italia ha uno storico deficit con l’estero e che perciò dovrebbe sforzarsi di migliorare, per sostenere i nostri attivi di conto corrente.

Anche nel 2017 la dinamica della crescita nel settore dei servizi è stata più debole di quella dell’industria, con l’eccezione però di quelli legati al turismo, che ha goduto del notevole aumento della crescita delle spese dei non residenti. Complessivamente il nostro saldo estero è in ottima forma, avendo ormai un attivo consolidato pari a circa il 3% del pil.

I segnali di debolezza semmai arrivano dall’interno. “La ripresa degli investimenti è molto legata alle condizioni favorevoli dal lato delle tassazione, e non sono esclusi contraccolpi in negativo quando gli incentivi si esauriranno. D’altra parte, la ripresa dei consumi si è materializzata contestualmente a una crescita ancora molto debole dei redditi delle famiglie, soprattutto a causa della protratta fase di stagnazione dei salari”. Finite le buone notizie, iniziano quelle cattive, che in qualche modo ad esse sono conseguenti. Così come la crescita degli investimenti dipende dagli incentivi (e chissà che accadrà quando finiranno), il miglioramento dei differenziali di competitività dipende dalla stagnazione dei salari che a sua volta indebolisce la domanda interna. Quest’ultima subisce anche il lieve aumento dell’inflazione, cresciuta lentamente di circa l’1% riflettendo “l’assenza di tensioni sul versante del mercato del lavoro”. Un’inflazione insufficiente a dare una sterzata al pil nominale, che avrebbe aiutato la nostra contabilità pubblica, ma più che sufficiente per abbattere i redditi privati, cresciuti assai meno

Proprio sul lavoro si concentrano le maggiori criticità. Nel 2017, per l’intera economia, il salari nominali sono cresciuti in media dello 0,2% “cui corrisponde una contrazione in termini reali di circa l’1%”, scrivono gli studiosi. La domanda di lavoro delle imprese è stata vivace, e per la prima volta dopo tre anni di stagnazione la produttività del lavoro ha mostrato un modesto incremento. Ma questo incremento ha avuto un costo. “Dato il recupero della produttività e tenendo conto della stagnazione del costo del lavoro, la crescita del costo unitario del lavoro è risultata di segno negativo (-0.3 per cento per l’intera economia, anche questo un minimo storico). La (poca) inflazione dell’anno è quindi andata interamente a beneficio dei margini delle imprese”. Quindi ancora meno reddito (e risparmio) per i lavoratori. Non finisce qui. Il lavoro italiano si caratterizza sempre più per l’elevato numero di contratti a termine “che potrebbero avere favorito la formazione di uno stock di lavoratori con contratto a termine relativamente ampio e di carattere permanente”. Non a caso in Italia è molto elevato il numero di lavoratori che risultano in povertà.

Di fronte a questo scenario a dir poco complesso la cosa peggiore sarebbe semplificare. Non serve un governo frettoloso. Ne serve uno paziente.

 

 

 

Cronicario: Dalla Cina con furore contro i dazi di Mister T.

Proverbio del 9 marzo Chi vuole fare qualcosa trova sempre il modo

Numero del giorno: 2,7 Crescita % annua credito ai privati in Italia a gennaio

Un applauso al nostro beneamato Mister T, che con la sua idea di daziare l’import di acciaio (al 25%) e di alluminio (al 10%) ha fatto incazzare mezzo mondo, che poi è quello che si arricchisce anche grazie agli Usa. Per farvene un’idea, guardate questa agile rappresentazione.

Ecco, ora provate a graduare l’incazzatura misurandola col metro dell’attivo commerciale. Cominciamo dall’Unione europea. I diplomatici reggitori del moccolo di Bruxelles cercano ancora di capire se il principio di esentare gli amici, la dottrina Trump diffusa su Twitter,

varrà anche per i disponibilissimi europei.

Almeno fino a quando dalla Germania non arriva la Confindustria tedesca che parla di “affronto” e a ruota la ministra tedesca dell’economia che accusa gli Usa di protezionismo e promette reazioni. A quel punto anche la Francia “deplora la decisione di Trump” costringendo l’Ue, per bocca del vicepresidente Katainen a dire di esser pronta a portare gli Usa davanti al WTO.

La Cina, per questione di fuso orario, ha reagito prima, ma il tono era simile: “Difenderemo i nostri diritti e interessi”, ha detto il ministro del commercio cinese, mentre l’associazione cinese dei produttori ha chiesto misure contro l’import di prodotti made in Usa.

La Corea del Sud, anche lei diuturna per i nostri standard, annuncia che potrebbe rivolgersi al WTO anticipando di qualche ora la trovata Europea, mentre il Giappone, assai più mansueto, chiederà a Trump di essere esentato. In conferenza stampa i giapponesi hanno detto che le loro esportazioni non costituiscono un problema per gli Usa e anzi aiutano l’occupazione americana.

A seguire le associazioni di produttori e poi direttamente i produttori, come la divisione olandese della Tata Steel (che è indiana) hanno rivolto accorati appelli agli americani perché non li penalizzino. Eurofer, l’associazione europea, parla di decine di migliaia di posti di lavoro a rischio nell’Ue, facendo senza saperlo il verso alla Casa Bianca che ieri ha diffuso questa tabella.

E così discorrendo. La paura dei dazi si è diffusa come una pestilenza in tutto il mondo. Persino Federalimentare, che al massimo produce broccoletti, a un certo punto si è sentita in dovere di ricordare che i dazi fanno male al commercio e quindi all’economia. “Bisogna tuttavia riconoscere che Trump ha ragione quando afferma la necessità di difendersi”, ha chiosato il presidente. I dazi sono come le seccature. Sono inevitabili. Ma solo per gli altri. O almeno uno ci spera.

A lunedì.

 

 

Cartolina: Era meglio indebitarsi da piccoli

Ora che il debito delle famiglie Usa ha finalmente superato il livello pre crisi, affermandosi così la definitiva normalizzazione delle pratiche che pure a tale crisi hanno condotto, val la pena osservare il mutamento antropologico di questo debito, nel suo distribuirsi all’interno della società per capire dove si annidino le prossime linee di faglia. Così facendo scopriremo che addirittura il 10 per cento di questi 13,15 trilioni di debiti, contati al quarto trimestre 2017, erano prestiti per gli studenti, che perciò devono badare ad oltre 1.300 miliardi di obbligazioni, quasi quanto il nostro pil, senza che ci riescano troppo bene. E’ una novità assoluta, figlia della crisi: mai i debiti studenteschi sono cresciuti così tanto in così poco tempo nella storia americana. Il problema è che “non solo i debiti aumentano – nota una banchiera della Fed – ma aumentano anche le insolvenze”. Ben l’11 cento di queste obbligazioni, infatti, ha generato ritardi nei pagamenti superiori a 90 giorni o è finito in default. Parliamo di oltre 130 miliardi, più del pil dell’Ungheria. Molti di questi giovani iniziano la loro vita adulta già falliti, e tuttavia sono loro il futuro del paese. Forse per questo è meglio indebitarli da piccoli.

Cronicario: E dopo l’orientamento accomodante, arriva il dazio flessibile

Proverbio dell’8 marzo Pensare due volte è sufficiente, tre è utile

Numero del giorno: 30,8 Età media della prima maternità di una donna italiana

Si preparano tempi duri, gentili signore e signorine che oggi festeggiamo intanto per il buon carattere, visto che la società remunera con paghe più basse degli uomini e lavoro gratis il vostro paziente e faticosissimo (sulle ordinate del grafico trovate le ore settimanali di lavoro) contribuire alla sua edificazione.

Si preparano tempi difficili perché – udite udite – oggi la Bce ha cancellato l’easing bias.

Si dai, quella formuletta nel papello che ogni maledetto giovedì in cui la Bce si riunisce viene confezionato per spiegare le decisioni di politica monetaria. Mica roba da poco. Si è creata una categoria di interpreti per questa liturgia. C’è un albo professionale informale e si vagheggiano cattedre universitarie dedicate proprio all’ermeneutica della comunicazione nel central banking. Capite subito perché i professionisti si siano subito accorti che dalla stele di Francorte era scomparsa l’espressione che il QE sarebbe stato aumentato “in termini di entità e/o volume” in caso le cose fossero andate storte. L’interpretazione unanime è stata: la Bce ha fatto un altro passo in avanti verso la normalizzazione monetaria.

E niente: Supermario s’è sgolato poco dopo in conferenza stampa a dire che i tassi bassi dureranno praticamente per sempre e che gli acquisti di titoli, fissati a 30 miliardi al mese fino a settembre, potrebbero anche proseguire. Ormai il dado era tratto. L’easing bias, chiamiamolo orientamento accomodante, è terminato. Niente sarà più come prima.

E c’è di più, gentili signore e signorine. Oggi il terribile Mister T. dovrebbe svelare gli arcani del suo piano di dazi col quale vuole punire tutti i malnati che fanno commercio con gli Usa e ci guadagnano. In pratica tutto il mondo.

Si ci siamo anche noi. E quindi capirete perché a qualcun gli fischiano le orecchie. Ma non agitatevi troppo. Lo stesso mister T vi spiega bene come andrà questa cosa dal suo podio di grande tuittero.

Com’è che si diceva da noi? Le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici. Siamo sempre avanti. I dazi flessibili di Trump sono la prova che il presidente deve avere qualche italiano nel suo albero genealogico.

E prima di salutarvi, una notizia probabilmente esagerata che proviene dal sud, che d’altronde è esagerato pure lui. Dicono che alcuni, molti dei quali giovani, si siano presentati al Caf di un paesino pugliese a chiedere i moduli per avere il reddito di cittadinanza, visto che ormai i 5 stelle hanno vinto le elezioni. Vera o falsa che sia, questa storia, è chiaro a chiunque abbia un grammo di cervello di cosa si tratta: una bella minchiata. Purtroppo sulle minchiate nessuno paga dazio.

A domani.

Cronicario: La maggioranza rumorosa dei benestanti

Proverbio del 7 marzo La lepre va dove nemmeno pensi

Numero del giorno: 30,1 Età media di permanenza dei giovani italiani nella casa dei genitori

E come da libretto evangelico, il terzo giorno è risuscitato.

Cosa?

Come cosa?

Tralascio il dibattito sul futuro del Pd perché sono certo ne avrete abbastanza, e mi concentro sul dibattito, assai più seducente, sulle ragioni dell’ennesima spinta elettorale verso le posizioni cosiddette populiste: mi fa morir dal ridere e spero anche a voi. Perché mai la gente vota i cattivissimi populisti/sovranisti/protezionisti? Facile: la crisi, gli esclusi, l’economia, le opportunità, il lavoro precario, la proletarizzazione (ma rigorosamente senza figli) del ceto medio: la solita solfa, con l’immancabile riferimento alla diseguaglianza e alla mancanza di opportunità che butta lo sconfortato e disilluso, e soprattutto impoverito, ceto medio fra le braccia dell’arruffapopolo di turno. Il tutto lo racconta questo grafico che stamattina una persona di indubitabile intelligenza ha postato on line nel bel mezzo del dibattito esploso come un fuoco d’artificio sulla rete.

Ed ecco là il nostro teorema in bella vista: i paesi in cima alla retta, ossia Uk, Usa e Italia, sono quelli che si segnalano per peggiore diseguaglianza o bassa mobilità sociale, secondo l’elaborazione che ne hanno fatto gli autori. Ed infatti hanno sperimentato nell’ordine la Brexit, Trump e adesso chissà cosa in Italia, con la Germania e la Francia a un pelo, mentre il Giappone chissà perché no. Ma vabbé, nessun teorema è perfetto. Vi convince?

Ma siccome mi piace pure guardare i dettagli, ecco che mi trovo a notare come i tre paesi incriminati per sospetto populismo siano al tempo stesso nella top ten dei paesi più ricchi del mondo, pure al netto delle numerose situazioni di disagio dissimulate dalle medie e dai valori mediani. A proposito: se poi vogliamo credere alla favoletta che il populismo segni la rivolta dei poveri contro i poteri forti della globalizzazione, allora vi faccio notare che i poveri, in Italia (e sono pure aumentati), secondo i dati raccolti da Eurostat sono all’incirca il 12% della popolazione. Che è un numero enorme, ma assai meno dei voti presi dai populisti.

Se poi volessimo dirla tutta, questa antipatica evidenza, dovremmo osservare che il pieno dei voti populisti ha riguardato anche la parte economicamente più ricca e vitale del nostro paese, dove lavorano praticamente tutti e si cresce al livello della Germania e forse più. Più che la rivolta dei poveri, la nostra, sembra la rivolta dei benestanti che temono di star male domani. La maggioranza silenziosa ha votato compatta, e ha fatto un notevole rumore.

Tanto forte che se sono accorti pure in Europa, dove oggi fra le altre cose si presentava il nuovo winter package dove si fa il punto sull’evoluzione economica dell’area e soprattutto della corrispondenza degli obiettivi dei paesi con quelli fissati. Figuratevi le risate.

La commissione ha riscontrato che 11 paesi su 12 paesi esaminati hanno una qualche forma di squilibrio. Si salva solo la Slovenia. E non vi devo dire nient’altro. Di fronte a questo notevole esempio di disciplina finanziaria, che peraltro arriva in uno dei momenti di espansione più forte degli ultimi decenni, noi italiani brilliamo come sempre. Ma non state a preoccuparvi di quello che dicono a Bruxelles. Preoccupatevi di quello che succede a Roma.

A domani.

I debiti delle famiglie Usa superano il livello 2008

Gli appassionati delle ricorrenze osserveranno con un certo sconcerto la curva dei debiti delle famiglie Usa superare ampiamente il picco del terzo trimestre 2008, all’esplodere della crisi, quando avevano raggiunto i 12,68 trilioni di dollari, 2,69 dei quali erano debiti non collegati alle abitazioni a differenza del resto (9,99 trilioni). Crisi che ormai è stata dimenticata, a quanto pare, visto che al quarto trimestre 2017 il debito totale si collocava 13,15 trilioni di dollari, dopo un anno di crescita straordinaria.

In sostanza, dal secondo trimestre 2013, quando il debito totale giunse al suo picco più basso, la crescita è stata a dir poco rigogliosa: in poco più di quattro anni il debito totale è cresciuto del 17,9%, connotandosi per una crescita relativa del debito non housing più elevata rispetto al passato.

Relativamente al quarto trimestre, si osserva una notevole aumento dei mutui immobiliari, dove si è concentrata la crescita del debito. Prosegue anche l’aumento delle obbligazioni collegate alle auto e ai prestiti agli studenti, dove circa l’11% del totale registra ritardi nei pagamenti superiori ai 90 giorni o addirittura default.

D’altronde proprio il debito degli studenti è una delle categoria non housing dove si è concentrato l’incredibile aumento dei debiti privati Usa.

Il concentrarsi di debiti così rilevanti (1,38 trilioni) sui più giovani potrebbe provocar loro parecchie difficoltà nel momento in cui si troveranno a dover affrontare la vita adulta. I debiti sulle spalle rendono più difficile pianificare il futuro. E forse Trump dovrebbe pensare a questo, più che ai dazi.

 

Cronicario: Fate l’amore, non il governo

Proverbio del 6 marzo I saggi si accontentano di poco

Numero del giorno: 17.000.000 Barili di petrolio prodotti negli Usa nel 2023

In pieno delirio lisergico, i nostri analisti politici, sempre più calati nel loro ruolo di osservatori di buchi neri, stanno provando a miscelare in tutti i modi possibili le sigle dei partiti pur di tirare fuori una qualche poltiglia governativa da servire agli elettori, che tanto comunque saranno scontenti, perché siamo scontenti per principio e chi dice il contrario dice una fesseria. Siamo arrivati al punto che sogniamo un salvatore della patria per poterlo prima adorare e subito dopo lapidare. Solo che invece di curarci coi farmaci, o almeno coi rimedi omeopatici, pensiamo di usare le urne.

Detto ciò, siccome esattamente come voi sono soggetto al rincoglionimento post-elettorale ho passato le ultime 24 ore ad ascoltare/leggere/discutere dei 5S che si dovrebbero alleare col Pd, ma anche con LeU oppure con la Lega senza FI, ma chissà se anche con Fratelli d’Italia, e peccato che Potere al popolo non ha preso seggi sennò era l’ideale visto che i 5S sono quelli del potere al popolo del web. Qualcuno ha disegnato come scenario probabile un’alleanza di pezzi del centrodestra con pezzi del centrosinistra e altri pezzetti dei 5S e trasformare questo spezzatino in un governo, col povero Mattarella a ruminare ‘sta minestra, visto che tutti si aspettano che faccia il miracolo di sposare l’acqua con l’olio, con rischio di saltare dalla finestra di nuove elezioni.

Poi a una cert’ora, proprio mentre qualcuno vagheggiava un monocolore a 5Stelle con l’appoggio esterno del PD, che intanto continuava a spaccarsi, ma anche della Lega e pure no, è arrivata l’Istat che ha pubblicato la sua nota mensile sull’economia: un raggio di sole nella nebbia del dopovoto.

Eccole, proprio nelle prime righe, le paroline magiche, che hanno acceso dentro di me la luce della speranza e finalmente dissipato il rammarico della confusione post elettorale: “Per i prossimi mesi si conferma uno scenario espansivo”. Boom. E il caso vuole che mentre leggo queste parole profetiche, trovi quest’altra perla in uno studio.

In perfetta coerenza col costume nazionale, ci salva l’eredità. Quella statistica intendo, almeno per quest’anno. E siccome partiamo da un +0,5 di Pil, a occhio e croce, e c’è pure un profilo espansivo la cosa migliore che possano fare, i fortunatissimi eletti di Camera e Senato, è assolutamente nulla. Lasciate che l’Italia superi il Belgio che qualche anno fa rimase senza governo per più di 500 giorni mentre l’economia macinava buone notizie. O almeno provi ad imitare l’Olanda, che ci ha messo un po’ più di 200 giorni prima di averne uno, mentre il pil galoppava, esattamente come la Spagna, dove dopo un anno senza ministri è finita con un governo di minoranza, anche se il mio sogno proibito è la Germania che ha votato a settembre e forse il governo arriverà dopo Pasqua, mentre il paese chiudeva il 2017 con il pil al suo massimo e in surplus fiscale per oltre 36 miliardi.

Insomma, nel mio viaggio al termine delle elezioni sono arrivato a una decisione: rivolgere un appello ai 945 fortunatissimi che per i prossimi cinque anni non avranno il problema di lavorare, venendo peraltro remunerati in maniera signorile (capite l’invidia): “Cari deputati e senatori, non abbiate fretta. Prendetevi tutto il tempo che vi serve per conoscervi, iniziare a volervi bene, scambiarvi opinioni e punti di vista su ciò che serve al paese senza neanche provare a realizzarlo. Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle che un governo è capace di fare danni straordinari. Fatelo per noi, ma soprattutto per voi stessi, che poi una volta che il governo è fatto vi tocca giocare a maggioranza e opposizione, prendervi gli insulti dei cittadini e recitare a soggetto davanti alla stampa. Una prospettiva che spaventerebbe chiunque. Ora che siete eletti riposatevi. Fate l’amore, non il governo. Noi ce la caviamo benissimo senza.

A domani.

La Germania ha un surplus pubblico più alto del nostro deficit

La Germania è riuscita a chiudere il 2017 con un surplus di bilancio record, persino più elevato del nostro deficit pubblico. Si tratta del risultato migliore della sua storia post unificazione: 36,6 miliardi di attivo, l’1,1% del Pil. Ciò è stato ottenuto riuscendo nel frattempo a concedere generosi aumenti degli stipendi pubblici (+4,2%) e dei trasferimenti sociali (+4%), con particolare riferimento a quelli per i bambini. E’ facile essere generosi quando hai i soldi.

Può sembrare inelegante accennare ai successi fiscali di un paese lontano dovendo fare sempre i conti con i deficit nostrani. E tuttavia vale la pena riportare questi dati perché mostrano come conti pubblici in salute siano un buon viatico per una società.

Il surplus è stato ottenuto malgrado maggiori spese cui ha dovuto far fronte il governo federale, fra le quali spiccano i 7,3 miliardi che ha dovuto restituire alle imprese dopo che la corte Costituzionale tedesca ha giudicato illegittima la tassa sui combustibili nucleari. Senza questa decisione l’attivo di bilancio avrebbe superato di molto i 40 miliardi.

Altro dettaglio non trascurabile, il surplus finanziario non è stato fatto solo dal governo federale, ma anche dai governi statali e da quelli locali. E’ tutto il perimetro dello stato che, ormai da anni, sta suonando lo stesso spartito di un consolidamento che adesso inizia a restituire risorse alla collettività. Il fatto che il 2017 sia stato insieme l’anno del surplus fiscale record e della crescita altrettanto record del 2,9% è una coincidenza troppo suggestiva per essere ignorata.

A questa specie di miracolo hanno concorso ovviamente anche i risparmi sul pagamento degli interessi sul debito, scesi del 6,4% rispetto al 2016, che in parte sono stati erosi dai minori dividendi incassati dalla Bundesbank, i cui profitti sono molto diminuiti. Alla crescita degli incassi ha contribuito anche l’aumento degli incassi da tassazione su reddito e patrimonio, cresciuti del 6,4%. Sicché il totale degli incassi pubblici, pari a 1.476 miliardi di euro, è stato in eccesso di circa 37 miliardi rispetto ai 1.438 miliardi di spese pubbliche.

La buona performance del mercato del lavoro, infine, ha fatto sentire i suoi effetti non solo incrementando gli incassi da tassazione sui redditi, ma anche quello contributivo, con al conseguenza che anche i fondi della social security hanno generato un surplus di oltre 10 miliardi. Insomma, la Germania è uno dei pochi paesi dell’eurozona ad avere un notevole spazio fiscale per manovre espansive. Una dotazione non da poco che sicuramente faciliterà l’operato del governo a venire. Anche trovare gli accordi sulle cose da fare è più facile quando ci sono i soldi. Al contrario la scarsità di risorse favorisce la litigiosità. E noi lo sappiamo bene.

Cronicario: E alla fine le elezioni le ha vinte il PUD

Proverbio del 5 marzo Chi semina orzo non può raccogliere grano

Numero del giorno: 173.000.000.000 Spesa militare cinese in dollari nel 2018

E niente: oggi tocca parlare di elezioni. L’ultimo neurone che mi è rimasto sembra essersi sintonizzato sul pensiero fisso di questa turbolenta vicenda elettorale che ha lasciato sul tappeto cadaveri illustri, facendo assurgere al contempo agli altari della celebrità legioni di sconosciuti senza arte né parte che non sia quella di saper giocare la partita delle elezioni, l’unico talent show nazionale che promette il successo.

Quanto a noi, sinistrati dalle urne per la semplice ragione che non eravamo in partita, rimane solo la consolazione di osservare e provare a indovinare chi sia l’autentico vincitore di questa fiera strapaesana. Ora non mi riferisco a quello che potete facilmente notare da soli – i partiti sono là, nudi alla mèta –  ma al sottotesto che dovrebbe accompagnare la lettura delle informazioni, come sempre troppo fissate col dito al punto da ignorare la direzione. E ciò malgrado tale direzione sia stata ampiamente annunciata.

Già, eccolo qua il vero vincitore di queste elezioni: il PUD, acronimo ancora poco conosciuto ma che presto scalerà le tendenze dei social, che sta per Partito unico del deficit. O del debito se preferite, tanto l’uno genera l’altro com’è (o dovrebbe essere) noto. S’era capito appunto, dal tono entusiastico col quale in campagna elettorale si annunciavano interventi di spesa capaci di fare impallidire Trump. E nel post partita, quando i filistei dei palazzi faranno qualsiasi prodigio per cucire addosso al paese una maggioranza purchéssia, sarà proprio il PUD a trionfare. Niente come il denaro altrui, di cui peraltro non si dispone, induce alla concordia e alla responsabilità di governo. Chiunque sarà il primo ministro del PUD avrà il compito lieto di stampare tante buone notizie e magari qualche euro di debito in più, con l’Ue a strillare e perdonare perché in fondo siamo italiani, brava gente.

Tutto questo finché non si tratterà di fare la prima legge finanziaria, che matura sotto il contesto di una congiuntura internazionale minacciosa. I tuoni e i fulmini di Trump illuminano di bagliori inquietanti il commercio internazionale, e presto potrebbero finire anche la benevolenza monetaria della banca centrale e il petrolio cheap che hanno accompagnato la nostra piccola ripresa del 2017, della quale a quanto pare hanno goduto gli oppositori più del governo. Ma c’è tempo fino all’autunno. Che succederà allora? M’immagino risuonare, lungo il Transatlantico parlamentare, le note di una vecchia canzone.

E poi magari un ritorno alle urne. D’altronde ogni volta il PUD ne esce più forte.

A domani.

Le famiglie dell’EZ sono più ricche, ma sono aumentati anche i poveri

Nel tempo confuso che stiamo vivendo, dove ogni informazione viene utilizzata per servire una qualche fazione, è opera di sana divulgazione ricordare il rovescio che ogni medaglia porta con sé e con questo riportare il discorso sui binari della ragionevolezza. O almeno provarci. Opera tanto più utile quando si scomodano categorie che di per sé provocano invidie e risentimenti, come quella della ricchezza, ossessione perniciosa di un tempo economicamente malato perché ammalato di economia.

Come pretesto si può far riferimento agli ultimi dati diffusi da Eurostat sulla ricchezza delle famiglie dell’eurozona, nella sua accezione peculiare di ricchezza finanziaria al netto dei debiti. Il primo grafico contiene una buona notizia.

Come si può osservare, il livello totale degli asset finanziari ha superato quello pre crisi. In particolare erano al 213% del pil nel 2006 e sono arrivati al 230% nel 2016, raggiungendo quota 33,850 trilioni di euro. Quanto alla loro composizione, il 38,8% sono assicurazioni e strumenti previdenziali, depositi e cash occupano il 30,4%, azioni e fondi il 25,2%. Relativamente ai debiti, che sono stabili intorno al 70% del pil malgrado l’altalena della crisi e valgoo circa 10 trilioni, il grosso riguarda mutui per le abitazioni. E poiché da anni i tassi sono bassi e il mattone è in ripresa, si può dire che complessivamente la condizione finanziaria e patrimoniale delle famiglie dell’eurozona è in ottima forma. In sostanza, sono uscite dalla crisi più ricche di prima.

E tuttavia le medie, com’è noto, celano grandi differenze, non solo fra i singoli paesi, ma anche all’interno dei singoli paesi. Cominciamo con l’osservare la ricchezza finanziaria netta nei singoli paesi.

Come si può osservare le famiglie italiane hanno debiti più bassi della media e asset più elevati. Con la conseguenza di totalizzare una ricchezza finanziaria netta di tutto rispetto, il 193% del pil, a fronte di una media dell’EZ a 19 del 151%. Le famiglie italiane sono molto ben posizionate anche nel confronto con gli altri partner, collocandosi dopo il Belgio (251%) e Olanda (213%) e UK se usciamo fuori dal perimetro dell’EZ e rimaniamo nell’UE. In Germania, dove l’economia è fra le più robusta dell’area, le famiglie arrivano al 133% circa di ricchezza netta e la Francia al 163%. Nelle economia che hanno sofferto di più la crisi, come ad esempio Grecia e Spagna, tale ricchezza si colloca all’81% e al 116%. Insomma, noi italiani non dovremmo lamentarci troppo.

E tuttavia, parliamo sempre di medie. Se andiamo a guardare i dati Eurostat sul numero di persone che soffrono di gravi deprivazioni materiali, uno dei tanti indicatori che misurano i livelli di povertà, osserviamo che sempre nel decennio considerato le cose sono andate al contrario di quanto si potrebbe pensare osservanzo l’aumento della ricchezza netta. Nel senso che le famiglie sono più ricche, ma è aumentato il numero di quelli che sono poveri.

L’istogramma verde si riferisce al 2006, quello blu al 2016. Notate che il numero delle persone in difficoltà è aumentato in tutta l’EZ, mentre è diminuita in Germania e in Francia, fra i paesi considerati, mentre è esploso in Italia. Il paese che ha una ricchezza finanziaria netta fra le più alte dell’area ha visto una crescita abnorme dei cittadini in difficoltà. Forse dipende da questioni distributive, dagli andamenti del mercato del lavoro, o magari da fenomeni che le statistiche non riescono a catturare. Ma rimane il punto: siamo più ricchi, ma abbiamo più poveri.