Categoria: Annali

Cronicario: Torna alla carica l’Italia dello Zerotré

Proverbio del 2 maggio Quello che devi fare oggi fallo subito

Numero del giorno: 52.200.000 IPhone venduti nel primo trimestre 2018

Va tutto bene, state sereni. Infischiatevene dei tormenti della politica, della direzione (in senso stretto) incerta del Pd, degli egotismi a cinque stelle e l’incarichite ormai pandemica nel centro destra. Quello che conta (sempre in senso stretto) ossia i numeri – ci rassicurano: è tornata l’Italia dello Zerotré.

Stiamo rallentando, ma pazienza. Andremo sani e chissà quanto lontano, ma intanto sappiate che pure se facessimo crescita zero per il resto dell’anno avremmo comunque un +0,8 nel 2018 e che il grosso della nostra buona salute (si fa per dire) dipende dalla domanda interna, visto che l’export netto non ha portato nulla sulla crescita nel trimestre il che non è certo un buon viatico per il futuro. Consolatevi pensando che siamo in crescita da 15 trimestri, anche se siamo sotto il livello del 2011. E poi pensando che stiamo entrando nel primo trimestre senza governo, che meriterebbe una contabilità analitica a parte.

L’Italia dello Zerotré va alla grande al punto che anche l’occupazione ne ha tratto giovamento.

La crescita dell’occupazione (+0,3 come il pil) è il segnale che tutto va meravigliosamente bene nel nostro mercato del lavoro dove, su base annua, la crescita dei posti di lavoro riguarda esclusivamente i contratti a termine, che funzionano talmente bene da far scendere persino gli inattivi, oltre ai disoccupati. Una tendenza europea, a quanto pare.

E per completare questa rassegna del buonumore, necessaria all’indomani di un ponte lungo come quello che abbiamo alle spalle, non poteva mancare una menzione a uno dei mercati più in salute del nostro tempo, di fronte al quale persino quello degli smartphone impallidisce: quello delle armi.

Il mercato globale ha superato i 1.700 miliardi a valore 2017, con un aumento dell’1,1% dal 2016, proseguendo un trend di crescita che dura da vent’anni. Tutte queste armi in giro per il mondo vi spaventano? Tranquilli, gli stati spendono per la nostra sicurezza.

A domani.

 

I consigli del Maître: L’Europa diseguale e la spesa pro capite per i farmaci

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

L’Europa diseguale. La diseguaglianza è aumentata in quasi tutti i paesi europei, dice Eurostat in una recente ricognizione che misura la differenza nei redditi fra il 20% più ricco della popolazione eil 20% più povero. Ma laddove è aumentata non è cresciuta per tutti con la stessa intensità.

Rispetto al 2008, la Lettonia ha registrato il più grande calo del rapporto disuguaglianze di reddito (da 7,3 nel 2008 a 6,3 nel 2017, un calo di 1), seguita dal Regno Unito (-0,5), Belgio e Polonia (entrambi -0,3). L’aumento maggiore è stato registrato in Bulgaria (da 6,5 nel 2008 a 8,2 nel 2017, o +1,7), Italia (+1,1), Spagna e Lituania (entrambe +1,0). In Italia, al netto delle inevitabili distorsioni generate dall’economia sommersa, risulta che il 20% più ricco della popolazione ha un reddito (la ricchezza è un’altra cosa) 6,3 maggiore del 20% più povero. Non siamo la Bulgaria, ma poco ci manca.

Il costo dei farmaci: gli Usa e noi. Negli Usa il dibattito è sempre più scatenato relativamente al costo dei farmaci che le statistiche mostrano essere ben superiore a quello di altri paesi.

Sbaglierebbe chi pensasse che l’elevato costo dei farmaci dipende dal fatto che il governo non contribuisce alla spesa sanitaria. Negli Usa, infatti la spesa per farmaci con obbligo di prescrizione è stata pari a circa 330 miliardi di dollari nel 2016, l’1,8% del PIL, e il governo ne ha pagato più del 40%. La spesa sanitaria è pari al 18% del PIL e l’assistenza sanitaria è il terzo settore di occupazione. Ciò malgrado molti cittadini sono costretti a scegliere fra mangiare e curarsi a causa dell’alto costo dei farmaci che non è soggetto ad alcuna regolazione.

Le banche giapponesi battono tutti. La Bis di recente ha diffuso le statistiche bancarie che mostrano come le banche giapponesi siano diventate le prime prestatrici al mondo per asset totali. Ormai siamo oltre i 4 trilioni di dollari, ben sopra la Gran Bretagna, le cui banche sono le second prestatrici al mondo. La lunga marcia delle banche giapponesi è cominciata all’indomani della crisi, complice anche il QQE varato dalla BoJ che ha aumentato notevolmente le riserve delle banche commerciali dotandole perciò di enormi risorse per prestiti potenziali.

Dal 2008 in poi le banche giapponesi hanno superato prima quelle francesi e poi quelle statunitensi e ormai sono stabilmente in testa alla classifica. Rimane la grande incognita delle banche cinesi, che ancora non dichiarano i propri attivi alla Bis, ma alcune studi osservano che il sistema bancario cinese è in grande crescita nella sua dimensione estera. Un altro segnale della supremazia incipiente dell’Oriente sull’Occidente. Anche per i prestiti.

Il boom dello shadow banking cinese. La Banca di Francia ha svolta una interessante ricognizione sull’andamento globale dello scado banking, ossia il proliferare di quelle entità che non sono banche ma che si comportano come banche perché prendono a prestito indebitandosi e danno a prestito a loro volta. Si tratta delle entità che hanno concorso alla grande crisi finanziaria del 2008, a causa delle loro pratica vagamente anarchiche, visto che, non essendo propriamente anarchiche, non sono soggette alla stessa regolazione. Il fenomeno più interessante è il caso cinese, dove le banche ombra, pressoché inesistenti fino a pochi anni fa hanno visto una crescita spettacolare.

Sappiamo già che la Cina è in cima alla lista per quantità di debito privato, ormai superiore al 200% del pil. Il proliferare delle non banche ha sicuramente incoraggiato questa crescita dell’indebitamento. E si capisce perché gli osservatori siano sempre più in quieti al riguardo. Ciò anche in conseguenza del fatto che le non banche sono legate a filo doppio alle banche tradizionali, che in larga misura accordano loro i prestiti necessari alla loro attività.

Proprio come accadeva nel 2008 nel settore dei mutui subprime.

La marina cinese scava il solco di un’altra via della seta

Aprile 2018 sarà ricordato nell’annalistica cinese come il mese in cui nell’affollato Mare Cinese  meridionale è apparsa la prima portaerei cinese nell’ambito di una straordinaria esibizione di forza marinara che ha coinvolto oltre 10 mila uomini, fra i quali, impettito e in divisa, anche il presidente Xi, 76 jet da combattimento e 48 fra navi e sottomarini. La più grande esercitazione navale nella storia cinese. Un colpo d’occhio notevolissimo in una zona pure usa ad essere teatro di esercitazioni cinesi. Una mobilitazione di forza armate così imponente, dicono alcuni osservatori, non si vedeva dalla fine degli anni ’40, e la circostanza che si sia conclusa con una esercitazione proprio nello stretto davanti a Taiwan la dice lunga sul senso politico di questa performance.

La Cina ha voluto mostrare al mondo non solo la straordinaria crescita della sua marina militare, la metà dei 48 vascelli utilizzati nella parata sono stati costruiti dopo il 2012, ossia dopo che Xi si è insediato al potere, ma anche confermare di essere disposto a usarla per tutelare le sue prerogative territoriali, fra le quali primeggiano, oltre a Taiwan, proprio il Mare cinese meridionale al centro di una disputa internazionale e fonte di tensione per tutta la regione. Pechino lo considera una sorta di mare nostrum cinese. Il tribunale dell’Aja, che si è pronunciato sulla questione nel 2016, lo considera come territorio internazionale. Gli Usa ogni tanto si fanno vedere nella zona con le loro portaerei in nome, dicono, del diritto alla libera circolazione nella acque internazionali, mentre i paesi che gravitano attorno al mare, quindi Vietnam, Malesia, Filippine, Brunei, tentano con poco successo di convincere il gigantesco e scomodo vicino cinese a concordare un codice di condotta per l’utilizzo del mare, che oltre ad essere un notevole serbatoio di risorse naturali, petrolio e gas, ma anche pesci, è uno dei luoghi centrali delle rotte commerciali marittime internazionali che collegano la Cina agli Stati Uniti lungo il Pacifico del Nord, e poi con l’Europa, attraverso lo stretto delle Molucche, dove passa gran parte del petrolio diretto in Cina, e poi l’Oceano Indiano e da lì verso Suez o attraverso l’Africa fino all’Atlantico.

La disputa sul Mare cinese meridionale si alimenta costantemente di momenti di tensione – pochi giorni fa l’Australia ha lamentato che alcune navi cinesi hanno fronteggiato alcuni loro vascelli che navigavano in zona – ma ciò non ha impedito ai cinesi di installare apparecchiature militari su alcune isolette, alcune poco più di scogli peraltro rivendicati da altri paesi, garantendosi un notevole vantaggio strategico. Questa pratica, secondo quanto raccontato dall’ammiraglio Philip Davidson al Senato Usa, è iniziata a dicembre 2013, quando ormai Xi era Presidente da oltre un anno, ed è cominciata nella Spratly Islands, un gruppo di piccole isole che ha la ventura di trovarsi proprio nel cuore del Mare cinese meridionale. Ciò ci permette di comprendere con quanta pervicacia la Cina persegua la sua intenzione di “riappropriarsi” di questa porzione di mare e al tempo stesso suggerisce di prendere molto sul serio quanto dichiarato a proposito del futuro delle forze armate cinesi, sempre dal Presidente Xi al congresso del partito comunista dell’ottobre scorso. Ossia la circostanza che entro il 2035 si sarebbe arrivati alla completa modernizzazione delle forze armate e che entro il 2050 sarebbero stati forze armate di livello globale. Tale miglioramento non può che passare dalla marina militare, non a caso destinataria di grandi quote di investimenti da parte del governo. La Cina deve recuperare il proprio deficit di tonnellaggio di navi militari, dicono gli esperti, mentre è ampiamente in cima alla catena alimentare quando si tratta della marina mercantile. E tuttavia buona parte del gap più rilevante con la marina militare Usa, quello legato alla tecnologia e alla capacità di operare, è stata in buona parte colmato.

La Cina insomma ha reso chiaro al mondo, partendo proprio da un disputa insieme territoriale e strategica – quella sul Mare cinese meridionale – che ha intenzione di assumere un ruolo di portata globale lungo le rotte commerciali oceaniche, che sono nientemeno che vitali per un paese che basa buona parte della sua economia sul commercio e che ambisce a giocare un ruolo di player globale. Non a caso, evidentemente, la State Oceanic Administration cinese ha definito il XXI secolo come “il secolo degli oceani”. Per interpretare questo ruolo al meglio è necessaria una marina militare che scavi il solco dove far viaggiare senza troppe perturbazioni le navi mercantili. Questo scenario ha impatti molto rilevanti per l’Europa, come viene molto opportunamente messo in evidenza in un policy brief pubblicato di recente dall’European Council on foreign relations, dove si osservano le notevoli implicazioni che possono derivare da una crescita ulteriore dell’economia cinese legata all’utilizzo degli oceani che, secondo alcune stime che risalgono al 2014, valeva già quasi 240 miliardi di pil e impiegava nove milioni di persone. Già nel dodicesimo piano quinquennale la Cina aveva fissato come obiettivo di sviluppare l’economia degli oceani, che fa il paio con l’impegno più volte ribadito di far crescere la cosiddetta blue economy, ossia un’economia legata a uno sfruttamento sostenibile delle acque.

Nella sua analisi l’Ecfr stima che oggi la blue economy cinese valga già il 10% del pil e osserva come l’intenzione della Cina di investire sulle “vie della seta marittime” è il segno di una chiara volontà di contare nei consessi internazionali, con l’Europa a dover fare i conti con una evoluzione dello scenario che sarà sfidante non solo per gli equilibri di politici, ma anche per quelli economici. Il cammino cinese per diventare una nuova superpotenza marinara impatterà sul commercio marittimo, ma anche nel settore della costruzione degli scavi e nelle varie nicchie produttive che si stanno formando nella blue economy globale. E soprattutto apre diverse incognite sulle conseguenze che ciò potrà determinare sugli equilibri globali. Come sarà un mondo sempre più popolato da navi che battono vessillo cinese? Probabilmente più complicato.

(1/segue)

Puntata successiva: La ragnatela cinese che avvolge gli oceani

 

Cronicario: Noi Italia: braccia rubate che tornano all’agricoltura

Proverbio del 27 aprile Chi vede le piccole cose ha una vista limpida

Numero del giorno: 0,1 Crescita % pil UK nel primo trimestre 2018

Se proprio non avete nulla di meglio da fare per quest’ennesimo infinito, defatigante ponte di metà primavera vi suggerisco di sfogliare l’ultima fatica dell’Istat che si chiama Noi Italia e propone un centinaio di statistiche alcune delle quali sono edificanti e di sicuro sostegno per il buonumore nazionale. Ne ho scelte due a caso perché non voglio approfittare della vostra pazienza. La prima la dedico all’istruzione che chissà perché mi ostino a credere che faccia la differenza, oggi come ieri, e soprattutto come domani, fra la vita e la morte sociale di una persona.

E adesso che vi siete depressi, osservando quante braccia rubate all’agricoltura, come si diceva una volta, campeggino nel nostro paese, consolatevi con quest’altra statistica.

Se avete la sensazione che alcune di questa braccia rubate stiano tornando alla terra avete perfettamente ragione. Il problema è, semmai, che sono troppo poche. Le braccia intendo. Per una di quelle cose che succedono, proprio oggi la Coldiretti ha diffuso alcuni numeri parlando addirittura di “Ritorno alla terra”.

Pare che circa trentamila dei nostri giovani “con un ritorno epocale che non avveniva dalla rivoluzione industriale” abbiano presentato domanda per l’insediamento in agricoltura dei piani di sviluppo rurale dell’Ue. “Il mestiere della terra non è più considerato l’ultima spiaggia di chi non ha un’istruzione e ha paura di aprirsi al mondo, ma è la nuova strada del futuro per giovani generazioni istruite e con voglia di fare tanto”, giura il presidente Roberto Moncalvo.

Ma c’è sempre un ma. Per fare i contadini serve la terra purtroppo. E in Italia la terra coltivabile costa una quaresima. Sempre Coldiretti dice che “quella arabile in Italia è la più cara d’Europa con un prezzo medio di 40.153 euro all’ettaro: si va dai 17.571 euro della Sardegna ai 30.830 euro della Puglia, dai 40.570 euro del Lazio ai 42.656 della Toscana, dai 65.759 della Lombardia ai 68.369 del Veneto fino al record europeo della Liguria con 108mila euro all’ettaro. Terreni agricoli per un valore di 9,9 miliardi in Italia sono in mano alle amministrazioni pubbliche che hanno addirittura incrementato il valore di queste attività del 31% negli ultimi quindici anni secondo l’analisi della Coldiretti su dati Istat”.

Poiché la Coldiretti è un’associazione chiaramente di cultura liberale, la proposta è che lo stato si disfi di questi terreni affidandoli ai giovani, meglio se iscritti alla Coldiretti immagino, “per i quali la mancanza di disponibilità di terreni da coltivare rappresenta il principale ostacolo all’accesso al settore. Infatti, se si considera che la dimensione media di un’impresa agricola italiana è di circa otto ettari – sottolinea la Coldiretti – è chiaro che il “prezzo d’ingresso” per un giovane rischia di diventare proibitivo”.

Ora è verissimo che le amministrazioni pubbliche hanno terre per un valore di 9,9 miliardi, ma è vero altresì che questa cifra rappresenta il 4% dei 246 miliardi di valore dei terreni agricoli italiani (anno 2016), 218 dei quali sono in mano alle famiglie. L’aumento di valore dei terreni in mano alle amministrazioni pubbliche, inoltre, dal 2001 al 2016 è stato di poco inferiore al 30% (da 7.670 a 9.907) mentre per i terreni delle famiglie è stato di poco superiore al 2%. Rimane un mistero gioioso la ragione per la quale le terre del governo siano cresciute così tanto in valore e quelle dei privati così poco. Ma se i prezzi sono così alti, la colpa non è certo dello stato, che pesa il 4% del mercato. Per tornare all’agricoltura queste braccia, più che bussare alla porta dello stato, dovrebbero bussare a quella di mamma e papà.

Ci rivediamo dopo il ponte.

Cartolina: La lunga marcia delle banche giapponesi

Si potrebbe pensare a un sussulto di generosità, osservando come le banche giapponesi ormai siano diventate le prime prestatrici al mondo, ma si sbaglierebbe. Nell’arido mondo dell’interesse, e quello composto che ispira il prestito bancario non fa certo eccezione, non c’è spazio per nulla di diverso dal calcolo, ossia un ragionamento utilitaristico fondato su dati di fatto. E ciò che ha motivato i banchieri giapponesi a prestare al mondo oltre 4 trilioni di dollari, staccando di oltre mezzo trilione i secondi prestatori al mondo che una volta erano i primi, ossia i banchieri britannici, ha il nome illustre della Banca del Giappone. Quest’ultima dall’indomani della crisi è impegnata in un estenuante e indefesso allentamento monetario quantitativo e qualitativo, come ama sottolineare la sua pubblicistica, che gonfiando allo stremo il bilancio della banca centrale, e per conseguenza le riserve delle banche commerciali, ha conferito a costoro una scorta inesauribile di munizioni che in qualche modo devono essere “sparate”. Cosicché le banche giapponesi hanno superato quelle francesi nel 2011, quelle statunitensi nel 2013 e quelle britanniche nel 2015. A questo punto possono solo superare se stesse. E poiché la BoJ ha detto che non smetterà di gonfiare i suoi asset, aspettando un’inflazione che non arriva, è sicuro che ci riusciranno.

La vita (lavorativa) inizia a 50 anni

Una illuminante ricognizione della Banca di Francia ci consente di comprendere con una semplice occhiata la tendenza più autentica che da un decennio, ossia da quando è esplosa la crisi subprime, informa gli andamenti del mercato del lavoro nell’eurozona. Ossia la circostanza che, da allora, gli ultra50enni sono l’unico gruppo che ha visto crescere l’occupazione, al contrario di quanto è avvenuto per i più giovani.

Il grafico  misura il numero delle persone al lavoro nell’eurozona diviso per gruppo di età. Sulle ordinate, in migliaia di unità, si registra il cambiamento intervenuto nel numero degli occupati. Questa curiosa circostanza, che sembra fatta apposta per dare corpo alle più esilaranti distopie – chi non ha sognato di iniziare a lavorare a 50 anni dopo essersi goduto la vita fino ad allora? – diventa interessante in quanto mostra che sono all’opera forze profonde che stanno cambiando seriamente la fisionomia delle nostre società. La demografia, senza dubbio, ma anche i cambiamenti sostanziali che stanno avvenendo nell’organizzazione del mercato del lavoro che in qualche modo vedono i più giovani penalizzati nel confronto con i più attempati.

Nella loro analisi gli economisti francesi spiegano questo andamento, oltre che osservando l’invecchiamento della popolazione – e quindi anche quella in età lavorativa – anche con l’aumento effettivo dell’età nella quale si va in pensione. Ma questo forse non ci dice tutto. L’allungamento della vita lavorativa, in qualche modo coerente con quello della speranza di vita, non spiega perché mai il numero dei lavoratori under 50 “sia diminuito marcatamente”, malgrado di recente il trend si sia stabilizzato, né la ragione per la quale gli over 60 non abbiano goduto di miglioramenti nelle loro retribuzioni fra il 2010 e il 2014, altra peculiarità osservata dagli economisti della Banca.

Partiamo dai dati. Fra il 2008 e il 2017 la forza lavoro dell’eurozona, quindi il gruppo delle persone di età comprese fra i 15 e i 74 anni sia che risultino occupati o disoccupati, è aumentata del 3%, a fronte di un aumento del numero totale di questa popolazione dell’1%. Ciò significa in pratica che è aumentato il tasso di partecipazione al lavoro, ossia che soggetti che prima risultavano inattivi adesso o hanno trovato un’occupazione o sono iscritti alle liste come disoccupati. Questo fenomeno – l’aumento della partecipazione – è comune in vari paesi pure se a diversa intensità.

“Quest’andamento moderato – osservano gli economisti – maschera un notevole incremento nel tasso di partecipazione nella classe d’età dei 50-74enni, aumentata dal 41% del 2008 al 49% del 2017”. Tale aumento è stato particolarmente rilevante in Germania, dove la partecipazione è cresciuta del 14% fino ad arrivare al 58% nel 2017 e anche in Italia, dove si è registrato un aumento dell’11%. con la differenza che la Germania partiva già da un tasso di partecipazione superiore alla media e l’Italia da uno inferiore.

Il grafico riporta sull’asse delle ordinate il tasso di partecipazione al lavoro nel gruppo di età compresa fra i 60 e i 74 anni, come percentuale del numero totale delle persone di questa classe d’età. Qui si osserva che l’aumenta del tasso di partecipazione della classe più anziana è stato superiore alla media. In Germania addirittura del 16%: dal 15% del 2008 al 31% del 2017, con l’Italia a inseguire: +9%, dall’11% del 2008 al 20% del 2017. Al contrario in Francia gli over 60 hanno aumentato il tasso di partecipazione di circa 7 punti, collocandosi fra i più bassi dell’area. Non a caso. La Francia, infatti, mantiene un’età effettiva di pensionamento fra le più basse, come mostrano i dati Ocse.

In effetti, “il tasso di partecipazione più elevato riflette essenzialmente le riforme pensionistiche realizzate nell’ultimo decennio che hanno innalzato l’età”. Tali riforme sono state particolarmente efficaci in Germania e in Italia dove, sempre secondo Ocse, l’età di pensionamento è aumentata notevolmente, specialmente fra le donne.

Ma l’aumento della partecipazione dei senior è anche l’effetto dell’invecchiamento della popolazione. “In tutta l’eurozona, ma specialmente nelle tre economie più grandi (Francia, Germania e Italia) l’aumento nel numero dei senior occupati fra il 2008 e il 2017 coincide quasi completamente con l’aumento della forza lavoro di questa età. Ciò riflette l’aumento dell’età pensionabile accoppiato con l’ingresso della generazione dei baby boomers nella classe dei 60-74enni. Anche questo andamento è visibile grazie a questo grafico.

In pratica, nel periodo considerato si osserva, specialmente nel caso tedesco, che la crescita della forza lavoro over 60 ha coinciso esattamente con quello dei posti di lavoro di questa classe d’età. Ciò si potrebbe semplificare così: chi aveva un lavoro ha continuato a lavorare, pure se invecchiato, principalmente a causa dell’allungamento dell’età lavorativa. E’ probabile che questi lavoratori godessero di forme contrattuali che in qualche modo hanno reso possibile questa prosecuzione. Avere un lavoro stabile in tal senso ha sicuramente aiutato. e questo può spiegare anche perché l’andamento dell’occupazione in fasce d’età diverse, dove magari prevalgono diverse forme contrattuali magari meno stabili, non sia stato analogo. E’ interessante osservare che in Italia e in Francia i senior over 60 hanno contribuito meno alla crescita dell’occupazione rispetto alla Germania. E questo se tornate a vedere il grafico Ocse sull’età effettiva delle pensioni, dipende dal fatto che, aldilà di ciò che dicono le leggi, l’Italia ha un’età di pensionamento effettivo più vicino alla Francia che alla Germania.

C’è un’altra circostanza che merita di essere sottolineata. “Il cambiamento nella composizione dell’età nella forza lavoro può avere avuto un effetto sulla crescita delle retribuzioni medie”. Alcuni studi infatti che osservano il legame fra inflazione salariale e tasso di partecipazione degli anziani ipotizzano che quest’ultimo abbia un impatto negativo sula crescita dei salari. ” L’indagine quadrimestrale Eurostat sulla struttura dei guadagni nell’area dell’euro – sottolineano gli economisti francesi – mostra che le retribuzioni orarie lorde tendono ad essere in media più elevate per i lavoratori anziani, ma aumentano solo in misura minima. Al contrario, i lavoratori più giovani hanno generalmente salari orari più bassi, ma vedono una forte crescita dei salari nelle fasi iniziali e intermedie delle loro carriere”. E in effetti l’analisi dei dati mostra che nel periodo 2010-2014 le retribuzioni sono aumentate per tutti i gruppi di età tranne che per gli over 60, per i quali sono declinate dello 0,8%. “Con l’eccezione di Italia e Francia – spiegano – questo andamento può essere osservato in tutti i paesi dell’area”. In Spagna il calo è stato addirittura del 9,8%.

Ricapitoliamo. La crescita dell’occupazione ha riguardato principalmente gli over 50, con un picco per i senior over 60, probabilmente anche in virtù delle forme contrattuali più stabili di cui mediamente godono che hanno generato un effetto di “trascinamento”, pure se questo gli economisti francesi non lo dicono. L’aumentata partecipazione al lavoro dei più anziani è dovuto alle riforme pensionistiche, dove sono state effettive (Germania) e all’invecchiamento della popolazione. E ha avuto come controindicazione che la crescita complessiva delle retribuzioni ha subito un rallentamento, frenando quindi la componente inflazionistica dei salari. In questo scenario i grandi assenti sono i più giovani, che sembra vivano ai margini del mercato del lavoro. Ma forse questo è l’ennesimo segno dei tempi.

Il gas cinese vola con lo shale

Se la tecnologia del fracking ha fatto miracoli negli Usa, divenuti grandi produttori di shale oil&gas, esiste qualche possibilità che accada qualcosa di simile anche in Cina? La domanda parrà peregrina e tuttavia è giusto farsela, specie dopo aver letto l’ultimo rapporto di Wood Mackenzie, una società di consulenza energetica che dedica proprio allo shale gas cinese un corposo approfondimento, secondo il quale la produzione è destinata a raddoppiare nel prossimo triennio.

Certo, siamo ben lontani dal livello Usa. Ma rimane la previsione che si basa su un semplice dato: la Cina è riuscita a produrre 9 miliardi di metri cubi di gas l’anno scorso. Utilizzando i progressi nell’estrazione i miliardi di metri cubici potranno diventare 17, raddoppiando quasi, entro il 2020 mettendo a punto tecnologie ritagliate sulle caratteristiche del territorio cinese. Anche qui, il confronto con gli Usa serve a farsi un’idea di quanto siano lontani i due paesi quanto a potenzialità di produzione. Sempre nel 2017, gli Usa hanno prodotto 474,6 miliardi di metri cubici di gas dallo shale. Ma aldilà dei volumi molto diversi, per la Cina avrebbe molto senso investire su questa tecnologia – l’obiettivo è arrivare a 30 miliardi di metri cubi entro un decennio – per ridurre la dipendenza ancora molto forte nei confronti dei carbone. E si tratta di un obiettivo estremamente sfidante per le aziende energetiche cinesi, malgrado queste ultime abbiano sviluppato tecnologie che hanno consentito di tagliare i costi di esplorazione ed estrazione, addirittura del 40% rispetto al 2010, e sfruttare al meglio il bacino Sichuan, che si trova nella Cina sud-occidentale, dove lavorano la Sinopec e la PetroChina. E pare che ci sia spazio per ulteriori risparmi: si punta a tagliare di almeno il 20% i costi del 2017, che comunque sono elevati rispetto al livello Usa.

Rimangono aperte una serie di questioni legate alla peculiarità del territorio cinese. I bacini shale cinesi, innanzitutto, si trovano i regioni montagnose remote, totalmente prive di infrastrutture per il trasporto delle risorse, come i gasdotti. Ciò obbliga i produttori a sopportare costi gravosi di spedizione, oltre che di preparazione dei pozzi. Inoltre le formazioni shale cinesi sono più profonde di quelle Usa, il che richiede perforazioni più difficoltose, che sono più costose sia da realizzare che da gestire. Infine ci sono le differenze squisitamente istituzionali. I produttori Usa di shale hanno potuto godere di un ambiente favorevole al business e alla competizione, che ha finito col giovare alla produzione. Nel curioso capitalismo cinese, ancora basato sullo società possedute dallo stato (SOEs) tale dinamismo è difficilmente replicabile. Almeno finora.

Una blockchain russa per le banche euroasiatiche

E’ chiaramente un segno dei tempi, questo voler rifondare – strappandosene – consuetudini e burocrazie, con ciò volendo significare insieme rinnovamento e autonomia. Succede nel discorso politico, che si nutre di parole d’ordine vagamente retrò come sovranità e dazi tariffari, ma anche nei circuiti più esotici che pochi conoscono come lo Swift, che potremmo definire come il sistema attraverso il quale le banche di tutto il mondo si scambiano messaggi per regolare le loro operazioni. Una piattaforma che serve oltre 11.000 istituzioni finanziarie attraverso 200 paesi, attraverso la quale questi soggetti condividono informazioni di pagamento e tutto ciò che serve nella loro attività quotidiana. Parliamo di miliardi di messaggi che vengono trasmessi ogni anno. Si tratta di una delle tante istituzioni a vocazione internazionale, create per facilitare la globalizzazione dell’economia, che oggi vengono in qualche modo questionate dopo una lunga storia di onorato servizio.

Swift fu realizzato addirittura nel 1973 quando 239 banche appartenenti a 15 diversi paesi si posero il problema di come comunicare fra loro per regolare i pagamenti transfrontalieri. Fu fondata una cooperativa, che oggi agisce sotto la legislazione belga e nel 1977 Swift iniziò ad operare, sviluppando uno standard di trasmissione dati capaci di superare gli ostacoli burocratici e linguistici, fino ad arrivare a quello che è oggi: uno strumento oscuro ma efficace che contribuisce al funzionamento dell’economia internazionale.

Senonché lo spirito del tempo non poteva risparmiare Swift. Da diversi anni, almeno dal 2014, da quando le relazioni fra la Russia e l’Occidente hanno iniziato a deteriorarsi a causa della crisi della Crimea, si parla della possibilità che le sanzioni arrivino al punto da “staccare” la Russia dalla rete Swift, in qualche modo isolandola dalla comunità finanziaria internazionale. Una ipotesi che i vertici del provider anche di recente hanno fatto capire di non gradire, visto che la neutralità rispetto alle vicende politiche è uno dei valori aggiunti del sistema. Ma si tratta di un’eventualità alla quale credono poco anche i banchieri russi se è vero, come riporta la Tass, che anche il CEO della Sberbank, una delle principali banche russe, ha detto di recente che crede poco a questa eventualità.

E tuttavia, in tempi di piani B, anche la Russia sembra averne ideato uno. La banca centrale russa starebbe considerando la possibilità di usare una blockchain basata sulla tecnologia di ethereum, una Masterchain sviluppata dalla Fintech association russa insieme con banche e banca centrale per creare uno spazio di pagamenti comune all’interno dell’Unione economica euroasiatica, lo strumento istituzionale attraverso il quale Putin sogna di organizzare lo spazio economico e politico del continente. Un sistema della messaggistica dei pagamenti proprietario è solo uno strumento, evidentemente. Ma il fine è chiaro.

Cartolina: La guerra dei debitori

Si peccherebbe di materialismo storico, se non addirittura di vetero-marxismo, a voler credere che le tensioni globali che agitano il nostro tempo siano il riflesso degli squilibri dei pagamenti che insistono fra i diversi paesi. E tuttavia è suggestivo osservare la coincidenza in virtù della quale il più grande dei debitori è al tempo stesso quello che più di altri alimenta le tensioni commerciali puntando l’indice verso le sue controparti che abitano dall’altra parte del bilancio, ossia i creditori. La Cina, quindi, ma anche il Giappone, peraltro assai più creditore globale della Cina, e soprattutto i creditori europei, una famiglia composita dentro la quale c’è innanzitutto la Germania, ma anche l’Austria, il Belgio, la Danimarca, la Finlandia, il Lussemburgo, l’Olanda, la Norvegia, la Svezia e la Svizzera. Una pattuglia già nutrita alla quale dal 2012 si sono aggiunti anche i paesi europei che prima erano debitori, fra i quali ci siamo anche noi italiani. Poi ci sono i paesi dell’Asia avanzata, quindi Hong Kong, la Corea del Sud, Singapore e Taiwan, e infine gli esportatori di petrolio, un mondo composito dove si trovano insieme paesi che vanno dall’Iran, all’Arabia Saudita, all’Azerbaijan, passando dalla Russia. Se la bilancia dei pagamenti globali fosse un campo di battaglia, le truppe sarebbero già schierate e le alleanze sarebbero sorprendenti. Ma per fortuna non è l’economia a determinare la politica. Semmai il contrario.

Cronicario: Anno 2028, odissea nel pannolone

Proverbio del 19 aprile L’umiltà conduce alla grandezza

Numero del giorno: 2,2 Crescita % Pil tedesco prevista nel 2018

Chissà quanto c’è rimasto male il vecchio Abe, mi chiedevo leggendo del fallimento dell’intesa con gli Usa per rimuovere i dazi al Giappone su acciaio e alluminio, quando d’improvviso i pensieri elevati che m’ispirano i vertici commerciali…

sono stati interrotti da una notizia deflagrante diffusa dal Rapporto Osservasalute, che fra le altre cose osserva che fra dieci anni, cioé domani,  avremo 6,3 milioni di persone anziani non autosufficienti, a occhio e croce il 10% della popolazione. Ora se vi ricordate che in Italia il numero degli abitanti diminuisce da anni e che il 20% della popolazione ha già più di 65 anni, cominciate a inquadrare il disastro che si va preparando per il nostro sistema di assistenza pubblica. Specie se ricordate pure che il 30% questi anziani ha già adesso grosse difficoltà persino a usare il telefono. Se allunghiamo lo sguardo e ci spingiamo ancora più avanti, questo è il paese che si prepara.

Quindi un ospizio a cielo aperto che dovrà dissanguarsi per pagare pensioni e pannoloni, con i parenti a badare ai nonni, in un tripudio di legge 104.

In attesa che si compia la beata speranza di andare all’altro mondo, dove di sicuro non esistono la partita doppia né il debito pubblico, decido di rifocalizzare l’attenzione sulle imperscrutabili decisioni di Mister T(weet) visto che nel frattempo Eurostat ha pubblicato una ricognizione che mostra come il precedente giapponese, ossia il mancato accordo sui dazi, dovrebbe toglierci qualche ora di sonno.

Ve la faccio facile: gli Usa sono i primi nostri compratori e i secondi fra nostri venditori, dopo la solita Cina. Non c’è bisogno di conoscere la teoria del commercio internazionale per fiutare l’armageddon potenziale che potrebbe scatenarsi a casa nostra qualora il pettinatissimo presidente Usa decidesse di daziarci come fa coi cinesi. A proposito, ricordo che ai primi di maggio dovrebbe arrivare la decisione Usa sui dazi su acciaio e alluminio, al momento sospesi.

E poiché siamo in vena di ottimismo, vi saluto con gli ultimi dati sulla nostra bilancia dei pagamenti, e in particolare l’andamento della nostra posizione netta, che misura in sostanza come stiamo messi coi debiti esteri.

In sostanza abbiamo un deficit diminuito al 6,7% del pil e per apprezzare come stavamo messi nel 2014 ricordatevi che eravamo al 25%. Ora magari vi chiederete cosa abbia provocato ‘sto miracolo. Ve lo dico un’altra volta.

A domani.