Categoria: Annali
L’alba del secolo americano dell’energia
Figurarsi il futuro è esercizio prediletto delle persone dotate di grande immaginazione che, insospettabilmente, si annidano anche all’interno di blasonatissime organizzazioni tutt’altro che frivole. La complessità della nostra realtà, d’altronde, sembra sia fatta apposta per fornire alimento alle visioni di costoro, pudicamente definiti analisti, che con grande sussiego tentano l’impossibile: osservare il futuro a uso del presente. Ci sarebbe da sorridere di questo sforzo estenuante, se non fosse tremendamente serio. E lo dimostra il fatto che queste previsioni si aggiornano ogni anno generando grandi suggestioni che fluttuano aeree su grandi masse concrete di dati. E sono queste ultime a suscitare l’interesse maggiore degli osservatori come noi. Il futuro germina dal presente, ma è quest’ultimo che ha dignità di cronaca, appartenendo il resto al variopinto mondo delle opinioni, la cui maggiore o minore fondatezza dipende proprio dall’accuratezza della base dei dati a cui vengono riferite. In tal senso la lettura dell’ultimo World energy outlook dell’IEA è sicuramente fonte di grande ispirazione, visto che l’Agenzia raccoglie e ordina con grande accuratezza i dati del mercato energetico mondiale. Giocoforza le sue osservazioni sulle possibili evoluzioni del settore energetico diventano degne di attenzione elevandosi quasi al rango di previsioni fondate. Tanto più come quando, in occasione della recente edizione 2017, si individuano trend globali che l’Agenzia è convinta caratterizzeranno sempre più il futuro per la semplice circostanza che stanno già caratterizzando il presente, uno dei quali riguarda la crescente importanza della produzione statunitense nel mercato del petrolio e del gas. Gli Usa sono diventati da un pezzo i maggiori produttori del mondo e solo la nostra costante distrazione ci impedisce di cogliere la portata straordinaria di questa rivoluzione.
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Cronicario: L’Istat pilucca un pilino di pil
Proverbio del 1 dicembre Chi spreca tempo deruba se stesso
Numero del giorno: 0,8 Accelerazione % inflazione in Giappone ad ottobre
Vinceremo, altroché, tuona stentorea e anonina sulle agenzie di stampa la voce del MEF poco dopo che l’Istat rivede al ribasso la stima del pil per il terzo trimestre e il suo omologo annuale. L’occhiuta micragnosità dell’Istituto, evidentemente non ancora consono alle semplificazioni dei tempi moderni, atterra col fragore dell’elefante ubriaco nel negozio di bicchieri e scatena le notifiche dei telefonini di giornalisti e politici.
Stiamo parlando di un misero 0,1 per cento in meno, in pratica l’equivalente dell’errore statistico, che riduce a +0,4% il dato trimestrale e a 1,7 quello annuale, ma che nel paese dello zeroqualcosa scatena immancabilmente scene isteriche. Anche perché quelli che si spingono a leggere oltre il numero, e persino capendoci qualcosa, sono rari come fenicotteri gialli.
Panico che diventa orrore e raccapriccio quando i più istruiti leggono che la crescita acquisita per il 2017 è pari all’1,4% dopo che si è detto dovunque e da chiunque, a cominciare dal governo, che quest’anno ci aspetta almeno l’1,5%.
Insomma, l’Istat pilucca un filino di pil – un pilino diciamo – ed ecco che succede: week end rovinato. Capirete che il governo doveva intervenire. E perciò al fuoco di mezzogiorno arriva la fonte MEF che rassicura: i dati sul pil resi noti oggi dall’Istat confermano la tendenza al rafforzamento della crescita economica nel Paese. Capito? Nessun pilino di pil ci fermerà: avremo il nostro +1,5% di pil reale per il 2015.
Purtroppo è meno sicuro che vinceremo un po’ di inflazione in più, che sarebbe un toccasana per la nostra contabilità pubblica. Il pil nominale, infatti, che poi è quel numero che si ottiene sommando al pil reale il deflatore del pil, è arrivato al 2,4% e sarebbe molto bello se magari arrivasse al 3,6%, quale sarebbe se l’inflazione fosse al 2%. Ecco perché il beneamato Padoan si lamenta: “Il governo può forse (forse, ndr), sostenere la crescita reale ma non può fare quasi nulla sull’inflazione e oggi ci manca l’1% medio di inflazione”.
Ora dovete sapere che il pil nominale è quel numeretto che serve a stimare la sostenibilità del nostro debito pubblico e il denominatore dei vari debiti/pil coi quali ci affliggono e perciò l’inflazione bassa….. Oh, ma qui stiamo scivolando rischiosamente sul palloso, quindi emigro e vi porto altrove con me. Dove? A Chicago.
Non a caso laggiù prospera il CME, che sta per Chicago mercantile exchange che è il Mercatone di varie cose, fra i quali i derivati. Un ricettacolo di amanti del rischio col grilletto facile. Ebbene, le autorità americane, che poi sono le stesse che insieme con altre stigmatizzano i rischi che arrivano da Bitcoin, hanno autorizzato la borsa di Chicago a contrattare future sui Bitcoin dal prossimo 18 dicembre. Giusto in tempo per le feste.
That’s all folks.
Buon week end
Cartolina: Little (debt) Italy
Il debito pubblico totale degli Stati Uniti, nota la Fed, è ormai stabilmente sopra il 100 per cento del pil dalla fine del 2012, dopo una lunga corsa in salita iniziata col nuovo secolo, quando i guasti della cosiddetta new economy, lo condussero dal 54 al 60 per cento in un paio d’anni. Fu un’anteprima del grande spettacolo andato in scena dal 2007 in poi, quando la consapevolezza di dover salvare da se stesso il sistema finanziario Usa, e quindi quello globale, condusse il governo a non risparmiarsi, e quindi non risparmiare. Sicché dal sonnacchioso 65 per cento di fine 2007 si arrivò all’80 per cento di fine 2009 e da lì, gradino dopo gradino ben oltre il tetto del 100 per cento del pil, che noi italiani frequentiamo da un ventennio abbondante. Eravamo più o meno da quelle parti prima del 2008. Ma mentre gli Usa arrivavano, noi stavamo già ritornando da dove venivamo: lassù e sempre più in alto, ormai a circa il 130 per cento del pil, prosciugando il nostro avanzo primario per servire le nostre mille prebende. La Little Italy (dal grande debito) fa tendenza negli Usa, tuttavia. E d’altronde è sempre stato così.
La Fed prova a spiegare il mistero dell’inflazione
Poiché l’inflazione che non riparte è diventata addirittura un mistero – così almeno l’ha definita la presidente uscente della Fed Janet Yellen – è del tutto evidente perché gli economisti appassionati di questioni monetarie stiano tirando qualunque coniglio fuori dal loro cilindro di presti-digitatori di dati. Svelare un mistero è seduzione antica. Specie quando si parla di un mistero che ha ricadute notevolissime sulle policy che le banche centrali sono chiamate a interpretare ed adottare. Ne abbiamo parlato diffusamente, fra l’altro qui e qui. Quindi non ci tornerò sopra.
Preferisco dedicare qualche riga all’ennesimo tentativo di far luce sul mistero pubblicato da alcuni economisti della Fed di Cleveland che si domandano se ai giorni nostri siano mutate le dinamiche inflazionistiche. Domanda retorica, viene da dire. Ma non c’è mai nulla di scontato nel mondo della macroeconomia che nutre le congetture dei banchieri centrali.
L’origine del mistero è nota. L’inflazione è risalita nella seconda metà del 2016 e nella prima parte di quest’anno, ma ha di nuovo cominciato a rallentare negli ultimi mesi malgrado un livello basso e declinante di disoccupazione, prezzi del petrolio stabili, per non dire vagamente depressi, e il deprezzamento del dollaro. Tutte variabili che nel migliore dei mondi possibili disegnato dai modelli macroeconomici non avrebbero dovuto certo favorire la discesa dell’inflazione, ma semmai il suo contrario.
Per svelare il mistero invece è stato costruito un modello che costruisce due set di dati di previsioni. La prima basata sul comportamento più recente dell’inflazione e del tasso di disoccupazione. Nel secondo set di dati invece si presume che l’inflazione sia governata dai fattori già visibili nei tardi anni ’90, quando sia la disoccupazione che l’inflazione erano basse, pure se ancora le dinamiche inflazionistiche non erano sensibili alle conseguenze della globalizzazione e della tecnologia (si pensi al commercio elettronico ai giorni nostri) come lo sono oggi. Sulla base di questi assunti sono state tratte delle previsioni per i prossimi tre anni.
Da questo esercizio la Fed deduce che “la proiezione dell’inflazione basata sulle dinamiche del 2017 è più solida della proiezione basata sulle dinamiche del 1999”. Ciò in quanto “l’inflazione corrente è attualmente meno inerziale rispetto a prima” e ciò provoca che l’inflazione “ritorni al suo livello di lungo termine più rapidamente oggi di quanto non sarebbe avvenuto alla fine degli anni ’90”. Inoltre, “in entrambi i casi, il basso livello del tasso di disoccupazione sta esercitando pressioni al rialzo sull’inflazione attraverso gli effetti della curva di Phillips, ma la forza di questo effetto è quantitativamente simile per entrambe le previsioni. Questi risultati sono in contrasto con la congettura secondo cui le forze in crescita – come le crescenti pressioni derivanti dalla globalizzazione in corso e dall’aumento della concorrenza sui prezzi da Internet – stanno deprimendo l’inflazione e continueranno a farlo in futuro”.
Rimane la domanda su quanto siano fondate, queste congetture. Le previsioni basate sullo schema di fine anni ’90 lasciano credere che il rialzo dell’inflazione sia vicino, pure se la storia ci ricorda che tale progresso fu interrotto dalla crisi del 2001 e bisognò attendere la fine del 2004 per tornare a vedere i prezzi al 2%. Perciò la conclusione non può che essere una: non lo sappiamo. “L’economia oggi è soggetta a shock più grandi e un allentamento del rapporto fra inflazione e disoccupazione”. E così, anziché risolversi il mistero s’infittisce.
Cronicario: Niente Nazionale per l’Italia, solo multinazionali
Proverbio del 29 novembre Chi ti vuol bene ti fa piangere
Numero del giorno: 3,9 Crescita % Pil Usa nel III trimestre stimata da Trump
Vabbé la Nazionale è andata: ci faremo un mondiale senza la squadra del cuore e dovremo pure abituarci. La crisi della Nazionale è la spia del tempo che viviamo, in cui tutto ciò che inizia con nazione è sospetto e vagamente reazionario. Pure gli azzurri, per dire: quanti di voi hanno ancora il coraggio di alzarsi in coro e gridare Forza Italia eccetera eccetera?
D’altronde fa parte pure dello spirito del tempo che il nostro paese sia diventato una cellula del capitalismo internazionale – e già mi immagino le proteste – dove corporation sociopatiche – così ce le raccontano – hanno messo radici ai danni del nostro patrimonio socio-naturalistico.
Oppure uno può dirla con l’Istat, secondo la quale ” le multinazionali consolidano il contributo positivo alla crescita del sistema produttivo italiano, rafforzandone la prospettiva di crescente apertura e integrazione internazionale. Le imprese a controllo estero in Italia sono 14.007 (+438, con quasi 6 miliardi di fatturato in più rispetto al 2014), le controllate italiane all’estero ammontano invece a 22.796 (+408 unità e +13 miliardi di fatturato all’estero).
Mentre decidete da che parte stare, magari sfogliate l’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato dalla Bce proprio stamattina. Scoprirete che viviamo in un mondo ricco e fragile dove gli elevati debiti, privati e pubblici, pendono sul nostro capo come spade di damocle pronte a sganciarsi e che solo il miglioramento delle condizioni economiche evita di farci finire a fette. E molto di questo miglioramento dipende da quanto siamo bravi a stare al gioco, visto che è vagamente velleitario pensare di poter fissare le regole.
Se invece state seguendo come tifosi sfegatati della fu Nazionale le vicende di Bitcoin, che oggi ha superato gli 11 mila dollari, e magari tifate Bitcoin, notate che pure oggi la criptovaluta è stata oggetto delle amorevoli attenzioni dell’ennesimo banchiere centrale che ha spiegato all’universo mondo che è una roba pericolosa mentre il solito premio Nobel Stiglitz ha detto che è una bolla che dovrebbe essere vietato. Gente che non ama le bollicine, evidentemente.
Per concludere una considerazione che mi tengo sul gozzo da quando Istat ha pubblicato due statistiche che dicono la stessa cosa pure se non sembra. La prima riguarda la nostra popolazione imprenditoriale che, si osserva, ha un solo under 35 ogni quattro imprenditori.
Poi quell’altra che mostra il costante crollo della nostra natalità.
Come si fa ad avere imprenditori giovani se ci sono sempre meno bambini? Nel caso vi fosse sfuggito nel 2016 sono nati 12 mila bimbi in meno rispetto al 2015. Nell’arco di otto anni le nascite sono diminuite di 100 mila unità.
Giuro. E infatti il governo ha deciso di confermare il bonus bebé anche per il futuro. Purtroppo le finanze pubbliche sono quello che sono, e bisognava pure dare qualche centinaio di milioni di euro ai pensionati, sennò chi la sente la Camusso che comunque si lamenta? E quindi toccherà accontentarsi di 40 euro al mese di bonus bebé. Sempre se avete un Isee di 25 mila euro massimo.
A domani
I consigli del Maître: Nuove supremazie Usa e i posti di lavoro in Italia
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
Un’altra supremazia per gli Usa. Il World energetic outlook dell’IEA; l’agenzia per l’energia internazionale dell’energia individua nella straordinaria crescita della produzione Usa un dei trend principali per il futuro più o meno vicino a noi.
Come si può osservare, al declino delle fonti convenzionali si associa una crescita straordinaria di quelle non convenzionali, a cominciare dalla tecnica dello shale, che già da adesso sta mostrando risultati straordinari. L’America è giù il primo produttore di petrolio e produce sempre di più.
Come sarà il mondo sotto l’ennesima supremazia Usa possiamo solo immaginarlo. Ma sappiamo già che sarà diverso da questo.
I prezzi del mattone tornano a prima della crisi. Nei paesi avanzati i prezzi del mattone sono tornati al livello pre crisi, secondo le statistiche diffuse dalla Bis.
I paesi emergenti hanno superato questo livello da diverso tempo. Ma certo, non tutte le situazioni sono uguali. Se andiamo a disaggregare le aree geografiche scopriamo molte differenze. Fra gli avanzati, ad esempio, l’Europa è ancora indietro del 9% rispetto al livello pre crisi, mentre gli Usa sono sotto di appena l’1%. La ripresa non è mai uguale per tutti.
I signori dell’evasione. Mediobanca ha pubblicato un rapporto molto interessante sui giganti della rete che si confermano come il fenomeno economico più dinamico del XXI secolo, visti gli ottimi risultati che raccolgono su utili e fatturato.
La notizia interessante è che questi soggetti sono anche maestri nell’elusione fiscale. Pochi sanno ad esempio che le compagnie cinesi del web hanno sede nelle isole Cayman mentre molte di quelle Usa, con l’eccezione di Microsoft, nel Delaware che ha leggi fiscali particolari. Mediobanca ha calcolato che finora abbiano eluso almeno 46 miliardi di dollari, risparmiati sulle tasse. Inoltre grazie alle azioni privilegiate la gran parte di loro sono saldamente in mano ai fondatori: i signori dell’elusione fiscale.
Quanto sono cresciuti i posti di lavoro? Ocse ha calcolato l’aumento di posti di lavoro nei diversi paesi dell’area fra il 2010 e il 2016. Gli Usa battono tutti, con oltre 12 milioi di posti creati mentre in Europa si segnalano il Regno Unito, con quasi 2,5 milioni di posti di lavoro e la Germania che li supera di poco. L’Italia ha un saldo fra cessazione e creazione di posti di appena 44 mila unità. E per fortuna c’è stato il Jobs Act.
Il mattone nelle economie avanzate torna al livello pre crisi
Bisogna sempre diffidare un po’ degli aggregati, pure se è difficile resistere alla seduzione in essi implicita: quella di semplificare concetti complessi. E tuttavia qualunque aggregato contiene sempre informazioni che è utile osservare per farsi un’idea chiara, anche se semplificata, di alcuni trend. In tal senso le ultime statistiche immobiliari pubblicate dalla Bis ci comunicano un’informazione rilevante: nei paesi avanzati i prezzi reali del mattone, ossia deflazionati per l’indice dei prezzi al consumo, dopo esser cresciuti in media del 4% nel secondo trimestre 2017 su base annua hanno ormai praticamente raggiunto il livello pre crisi.
In sostanza ci sono voluti nove anni per recuperare il punto di partenza che, è bene ricordarlo, molti sospettavano fosse esagerato. Il fatto che siamo tornati dove eravamo, se farà piacere agli ottimisti che credono si possa crescere per sempre, preoccuperà un pochino i pessimisti, anche perché si aggiunge a un’altra constatazione visibile dal grafico. Nel tempo che i paesi avanzati recuperavano – in aggregato – le loro quotazioni reali, i paesi emergenti aumentavano del 17% circa il livello del 2008. Come si può osservare, infatti, questi paesi non hanno subito i crolli registrati in diversi pezzi dell’Europa e negli Stati Uniti, ma anzi dopo un breve periodo di incertezza hanno cominciato ad accumulare notevoli tassi di crescita fino ai giorni nostri, accrescendo i timori di un mercato immobiliare globalmente troppo surriscaldato.
Il problema, perciò, è disaggregare l’aggregato per capire se e quanto le situazioni di tensione in un determinato paese possono provocare contagi distruttivi agli altri, come accadde nei paesi avanzati nel 2008 dopo il crollo del mercato dei mutui subprime.
Il Canada si conferma il mercato più caldo fra quelli esaminati, con un tasso di crescita annua del 16%. Australia e alcuni paesi nordici stanno intorno all’8%. Gli Usa devono accontentarsi del 4%, che comunque è un risultato notevole confrontato con la decrescita italiana che non si arresta. Eurozona e Uk stanno intorno al 2%. Come abbiamo già osservato, nei paesi avanzati i prezzi sono cresciuti parecchio, e in particolare negli ultimi cinque anni, e adesso stanno appena l’1% sotto il livello pre crisi: avevano perduto più del 15% al picco del ribasso fra il 2011 e il 2012. L’Eurozona però è ancora lontana dal livello del 2008 con circa il 9% di scostamento. Al contrario negli Usa il recupero è quasi del tutto compiuto, mentre in Giappone i prezzi sono addirittura leggermente più elevati.
Fra gli emergenti il quadro è parecchio composito. Da una parte regioni come l’Asia, dove i prezzi continuano a salire (+6%), con la Cina a guidare la classifica (+8%) e la l’India a seguire (+6%). Hong Kong si conferma il mercato dove la crescita dei prezzi è più esuberante, con un +19% su base annua. In altre regioni, al contrario, i prezzi sono in caduta. L’America Latina vede il Brasile anche in calo deciso (-6%) mentre la media regionale perde il 2%. Tuttavia, se si guarda all’andamento complessivo, viene fuori che i prezzi reali in Asia e America Latina sono rispettivamente sopra del 27 e del 41% il livello pre crisi. I paesi del centro-est Europa sono anch’essi in arretramento, con il calo guidato dalla Russia (-8%) e anche nell’arco di tempo dei nove anni considerato rimangono depressi.
Rimane aperta la domanda se questi dati siano la spia di rischi crescenti nel settore immobiliare. Ma per adesso la risposta non la conosce nessuno.
Cronicario: Se vi piacciono le bollicine assaggiate Bitcoin
Proverbio del 27 novembre Quando un elefante combatte soffre l’erba
Numero del giorno: 386.000.000.000 Profitti industriali mondiali fra 2001-14
A chi non piacciono le bollicine? Vanno giù che è una bellezza, tolgono la sete, provocano piacevoli capogiri, seducono gli amanti dei sapori millesimati e infine fanno sparire i dispiaceri almeno per la durata di una cena. Come resistere? Cin cin.
Perciò oggi mi sono deciso a presentarvi una nuova marca che promette di non farvi rimpiangere le vecchie abitudini da alcolisti finanziari quali in fondo siamo tutti: le bollicine Bitcoin.
Checché ne dicano i detrattori, Bitcoin non è una bolla, per niente proprio: è una collezione di bollicine. E’ uno spumante assai frizzante, talmente esuberante che ogni tanto fa saltare il tappo con la violenza di un geyser e straripa per ogni dove, inondando di migliaia di bollicine noi poveri, astemi per incapienza, e facendoci sognare sogni da lotteria del tipo: “Ah se avessi comprato un Bitcoin annata 2015, quando ti portavi via una cassa per poche centinaia di dollari: oggi sarei un alcolista finanziario ricco e felice”.
Lo so che l’avete pensato. E perciò non mi stupisco quando leggo certi geni che sospettano che il boom di questi ultimi giorni delle bollicine Bitcoin, che già fanno sognare quota 10 mila per un assaggio di niente, venga dalla clientela retail, ossia noi polli da batteria, nutriti a sogni e valute virtuali che neanche sapremmo tradurre in linguaggio corrente.
M’inquieta di più leggere, come ho letto in una qualche articolessa assolutamente rispettabile che il boom dipenderebbe da imprecisati investitori istituzionali – tipo il vostro fondo pensione per dire – che hanno scoperto il piacere della sbronza da bollicine dopo decenni di noiosissimi birre statali.
Oppure quando sento alludere a misteriose speculazioni sui mercati giapponesi, dopo aver letto per settimane di tortuosi giri di denaro cinesi. La spiegazione è molto più semplice e arriva dalla fisica: le bollicine frizzano. E poi stendono.
Adesso che vi ho dato un consiglio finanziario per gli acquisti in perfetto spirito Mifid II, lasciate che altre notizie vengano a voi come sono arrivate a me. La prima, vagamente depressiva (e questo spiega perché mi sono rivolto alle bollicine già di mattina), m’è arrivata da Istat che mi ha comunicato che a novembre c’abbiamo avuto come società un calo di fiducia.
E vorrei vedere: iniziare un mese con il giorno dei morti e finirlo con l’acconto Irpef azzopperebbe chiunque. Neanche la sponsorizzatissima droga Black Friday è riuscita a far tornare il sorriso all’italiano. Si coltivano speranze per il mese di dicembre, quando una nota festa dal sapore mistico usualmente fa trascendere il nostro sentire dalla materialità a vette più elevate.
E siccome saremo tutti più fiduciosi, invito anche i nostri cugini britannici, che hanno talmente fiducia in se stessi da voler parlare solo fra loro, a ricordare che la fiducia è una bella cosa, ma che non basta se uno poi produce a ritmi tardo sovietici.
Per dire: l’UK ha un livello di produttività più bassa della nostra, che è tutto dire. Servirà più di una Brexit temo. Magari un po’ di bollicine…
A domani.
Chi sono, cosa fanno e cosa sono diventati i giganti del websoft
Mai così tanto potere è stato concentrato nelle mani di così pochi. Mai un pugno di compagnie ha avuto così tanta influenza sulla vita di così tante persone. E tuttavia dei giganti del websoft, quelli che vi guardano dallo schermo del vostro smartphone, si sa ancora pochissimo malgrado siano così noti. Ognuno di noi custodisce i suoi segreti in device che vanno sempre più virtualizzandosi, credendo fideisticamente che queste informazioni non verranno usate contro di lui, magari sotto forma di consigli per gli acquisti. Il device, associato all’imprescindibile connessione, caratterizza l’uomo d’inizio XXI secolo, e i giganti di Internet sono i pastori che conducono queste greggi informatizzate ma poco informate, che per questo non temono nulla quando invece dovrebbero. Perché nulla impedisce a questi soggetti di esercitare i loro servizi sulla base dei loro personalissimi convincimenti, che al momento hanno il profitto come motivazione, ma domani chissà. E sempre domani, quando sarà sempre più difficile fare a meno di loro, potremmo scoprire che non solo i loro intendimenti non ci piacciono, ma che non abbiamo neanche costruito nessun contropotere davvero efficace al loro dominio. Raccogliere e diffondere informazioni su questi soggetti, perciò, è o dovrebbe essere un preciso dovere civico.
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Cartolina: Le signorie dell’effimero (e del fatturato)
Sono bastati un pugno di anni alle compagnie che vivono del web per raddoppiare i ricavi. Più che raddoppiarli. Gli altri settori, quelli che amministrano le noie della nostra vita quotidiana, vivacchiano. Ma i padroni del websoft, che amministrano le gioie dell’effimero, prosperano. Gli analisti di Mediobanca ci dicono infatti che queste compagnie devono il loro successo principalmente a due fattori: l’e-commerce e la gestione delle piattaforme social, metafore neanche troppo celate del desiderio compulsivo e del narcisismo che albergano in ognuno di noi. E subito si capisce che parliamo di giganti del calibro di Amazon o Facebook, ma anche del più recente Netflix che, sempre in un pugno di anni, ha quasi decuplicato il suo valore di borsa. Queste società nuotano letteralmente nella liquidità, che tengono immobilizzata nei loro forzieri. Alcune, come Facebook, non hanno neanche debiti. Altre, come la capofila di Google, Alphabet, hanno un capitale netto tangibile pari a 30 volte i debiti finanziari. In sostanza sono grossi e invincibili come tirannosauri. Il nostro bisogno ossessivo d’esser connessi e zuppi di informazioni più o meno futili consente loro di lucrare persino sui nostri dati personali. Sicché i loro profitti crescono ripidamente, mentre il loro talento fiscale per l’elusione gli evita di pagare tutte le tasse che dovrebbero. Soprattutto, più che società sarebbe più corretto chiamarle signorie, visto che gran parte di queste entità sono legate col filo doppio delle azioni privilegiate ai fondatori, che con un pugno di azioni controllano come signori rinascimentali le loro comunità. Il cittadino digitale del XXI secolo abita le signorie dell’effimero (e del fatturato). E lì vive, a caro prezzo, inconsapevole e felice.




































