Categoria: Annali
Cartolina: Il futuro del future cinese sul petrolio
La Storia, di tanto in tanto, si annida nei dettagli di una piccola storia, come quella che inizierà lunedì prossimo, 26 marzo, quando allo Shanghai International Energy Exchange, unità del più ampio Shanghai Futures Exchange, vedrà la luce il primo future sul petrolio quotato in yuan. Una storia che fa Storia per la semplice ragione che tale obiettivo viene perseguito con cinese pazienza fin dal lontano 1993, quando il future cinese che si propone di gareggiare con quello angloamericano del Brent e del WTI, nacque e morì in poco tempo, stravolto dal volatilità. Ma era un altro mondo, ed era un’altra Cina. Oggi la nuova Cina, che, come riporta Bloomberg, importa più petrolio degli Usa, è accorta e metodica e c’è da credere che non si sarebbe lanciata in questa storia, l’ennesima a insidiare primati consolidati nella Storia, se non avesse già pensato alle contromisure. La storia entra nella Storia anche perché è la prima volta che i cinesi invitano gli stranieri a partecipare al grande gioco finanziario nel loro mercato delle commodity, uno dei più frizzanti al mondo: pensate che gli speculatori cinesi sono riusciti a tradare 11 miliardi di future sulle mele in quattro ore, all’inizio di questo mese al Zhengzhou Commodity Exchange, costringendo la borsa, dopo pochi giorni, ad alzare i margini per i future sulla frutta. Perché la nuova Cina somiglia alla vecchia America. Per questo l’incontro della storia cinese con la Storia americana rischia di propiziarne un’altra che potrebbe cominciare già da lunedì: quella di una nuova rivalità.
Cronicario: Daziamo la spia di Mister G perché Mister T intenda
Proverbio del 22 marzo Quando si muove il salice, arriva la primavera
Numero del giorno: 22,7 Paga oraria media di un lavoratore italiano nel 2017
Se vi suona esagerata la notizia che il nostro amatissimo Mister T stia pensando di scaricare sulla spalle capienti dei cinesi una cinquantina di miliardi di danni, fra dazi e altro, è perché magari vi è sfuggito questo Tweet che disegna bene il carattere del nostro uomo a Washington.
Perché Trump fa Trump, come sottolineano estasiati gli eredi di monsieur Lapalisse che si ergono a suoi ermenuti. E poiché il popolo (e non certo Facecook) l’ha voluto presidente del paese più potente del mondo, ecco che improvvisamente il mondo gli s’intona per simpatia e parte la rissa collettiva.
E infatti la Cina continua a ripetere da giorni – l’ha fatto pure oggi dal sito del ministero del commercio estero – che si difenderà. “La Cina – scrivono – non si siederà pigramente a vedere i suoi legittimi interessi danneggiati”.
Tutto questo mentre si moltiplicano gli allarmi sui rischi di una guerra commerciale – oggi è toccato alla Bce, che ne ha accennato nel suo Bollettino – e gli scambi internazionali, che sono uno dei motori della crescita, già rallentano.
Anche noi europei, lo sapete sì, siamo in corsa per finire nella tagliola di Mister T, e non a caso.
Per questo i nostri politici europei stanno negoziando a rotta di collo per trovare un accordo con il daziator scortese. Girano pure pallide speranze. La sora Cecilia Malmstroem dice che oggi stesso Mister T potrebbe dire che l’Ue nel suo insieme non ci rientra, nei dazi sull’acciaio, ma per non sapere leggere né scrivere, come dicevano i miei avi, bisognerebbe portarsi avanti e colpire Mister T dove fa più male: Mister G.
Ora non fraintendetemi. Non amo la rissa. A scuola i bulli, che c’erano come ci sono sempre stati pure se ancora non facevano notizia, li rabbonivo raccontando barzellette. Però oggi mi è cascato l’occhio sulla notizia che dal prossimo 27 marzo nei negozi italiani saranno in vendita gli assistenti digitali di Google, che manco a sforzarsi troppo si chiamano Google home.
Ora trovo fantastico che questi aggeggi che costano fra i 59 e 149 euri, entrino in casa nostra dissimulando il loro essere spie al soldo del Made in Usa comportandosi come servizievoli maggiordomi. Per dire: vi accendono la tv con un tono di voce, la luce con uno schiocco di dita, vi sintonizzano su Netflix – basta la parola – oppure vi lanciano l’ultima minchiata su Youtube, magari passando da Chromecast (che sempre roba Google è). E così facendo, mentre vi blandiscono obbedendo ai (pochi) comandi che capiscono, raccolgono dati su di voi e li spediscono alla casa madre, che vi iconizza in User e sa sostanzialmente tutti i cazzi vostri e può farci ciò che vuole. Ora dovreste pure aver imparato qualcosa dal caso Facebook, che almeno era gratis. Ma adesso dobbiamo pure pagare per aver le spie in casa?
Vabbé. Siamo irrecuperabili. E allora almeno daziamo la spia di Mister G. Vederete che Mister T non ci dazia, ma ci grazia.
A domani.
Chi sono e cosa hanno vinto i campioni della globalizzazione
Lasciamo da parte per un attimo i discorsi, ormai notori, su come la globalizzazione abbia contribuito a diminuire la diseguaglianza mondiale al prezzo di un aumento di quella locale, e concentriamoci su un altro aspetto: quali paesi e quali attori economici hanno tratto maggior vantaggio dell’infittirsi delle relazioni commerciali e finanziarie dell’ultimo ventennio.
Per arrivare al punto serve una breve premessa. I processi di internalizzazione hanno provocato una sostanziale mutazione delle posizioni estere in alcuni paesi, talché è accaduto che le rendite estratte dagli investimenti esteri, conseguenze della delocalizzazione, ha compensato il calo degli attivi puramente commerciali. Usando il linguaggio della bilancia dei pagamenti si potrebbe dire che il conto dei redditi primari ha compensato il conto delle merci. Questo andamento è chiaramente visibile per alcuni paesi ad alta vocazione di internazionalizzazione,
ed è una conseguenza del fatto che negli ultimi vent’anni c’è stata una notevole accelerazione degli investimenti diretti dai paesi avanzati e dai centri finanziari, che generano i relativi rendimenti ai proprietari delle azioni.
In fondo l’andamento della globalizzazione si può misurare anche da questo punto di vista. Per dare l’idea di quanto questo processo sia stato pervasivo, basta considerare che, secondo l’analisi fatta dalla Bis nel suo ultimo quarterly report, fra la metà degli anni ’90 e l’inizio della crisi il totale di asset e debiti esteri sono passati da meno del 150% del pil globale nel 1995 a oltre il 400% nel 2007. Ciò che ha determinato una crescente importanza relativa del peso dei flussi (ossia i redditi) di questi stock rispetto a quelli delle merci e dei servizi nella bilancia dei pagamenti. “Questo trend – spiega la Bis – è stato molto più pronunciato per i centri finanziari dove il rapporto fra i redditi primari lordi e i flussi commerciali lordi sono più che quadruplicati, dal 14% nel 1995 al 65% nel 2007”. Ma soprattutto, “l’importanza relativa dei redditi primari è cresciuta considerevolmente anche per le economie avanzate non sede di centri finanziari, dal 12% al 23%”, nello stesso arco di tempo. Anche dopo la crisi, che ha stoppato il processo di internazionalizzazione, tali rapporti sono rimasti elevati.
E qui veniamo al punto: questi redditi, che entrano nella contabilità nazionale aumentando il reddito nazionale lordo, chi beneficiano? Risposta facile: agli azionisti. In fondo si tratta di profitti realizzati dalle aziende che hanno delocalizzato. Risposta più ragionata: dipende. E in particolare dipende dalla configurazione che ha preso la delocalizzazione.
Vediamo il caso più semplice: un’azienda che agisce dentro il suo paese. In questo caso i suoi profitti impattano sia sul prodotto interno lordo che sul reddito nazionale lordo, senza che però abbiano conseguenze sul conto corrente. In sostanza non c’è stata internazionalizzazione. Diversamente, se l’azienda di un paese A sposta la sede centrale nel paese B. In questo caso i profitti partecipano al reddito nazionale lordo ma non al prodotto interno lordo. Nella bilancia dei pagamenti vengono registrati come un credito da investimento diretto e fanno salire il saldo corrente. Poi c’è un terzo caso, ossia quello di un’azienda del paese B che realizza profitti nel paese A. In quest’ipotesi il paese A conteggia i profitti all’interno della sua ricchezza domestica ma i risultati positivi non fanno parte del reddito nazionale. Sulla bilancia dei pagamenti sono registrati come debito da investimento diretto e hanno un impatto negativo sul conto corrente. In sostanza gli investimenti diretti riducono il conto corrente dei paesi che l’hanno generato e aumentano quello dei paesi i cui residenti possiedono le aziende che operano laggiù. Gli azionisti quindi sono i grandi protagonisti. Ma non gli unici. Per un’asimmetria nel funzionamento dei flussi contabili sulla bilancia dei pagamenti, alla quale abbiamo già accennato, l’impatto positivo dei flussi di reddito in entrata viene suddiviso fra i paesi che ne sono destinatari in due gruppi, uno che riceve il frutto dei propri investimenti diretti e un altro che riceve il rendimento di quello che viene classificato come investimento di portafoglio e quindi genera flussi di reddito solo in determinati momenti mentre il resto viene classificato come profitto non distribuito, che viene addizionato alla liquidità corrente della multinazionale.
Questa pratica “contabile” genera effetti rilevanti, sia per i paesi, visti come entità economiche, che per le aziende. Quanto ai primi, ci sono paesi come la Svizzera, l’Olanda e il Regno Unito, che, essendo sede di multinazionali e “trattenendo” quote di investimenti diretti vedono gonfiarsi gli attivi di conto corrente. Poi ce ne sono altri, come Germania, Svezia e Danimarca, che si godono flussi analoghi, ma in qualità di investimenti di portafoglio. E poi ci sono quelli che vedono i loro conti correnti prosciugarsi, dovendo pagare i redditieri, come il Sud Africa, la Turchia e il Brasile.
Ma l’aspetto più interessante da osservare riguarda le imprese. L’aumento dei profitti globali non distribuiti ha manifestato i suoi effetti anche nel possesso di liquidità delle grandi multinazionali non finanziarie, che sono cresciuti notevolmente.
Notate che la linea rossa riguarda le prime 100 aziende globali: sono loro le vere vincitrici della globalizzazione. “Come risultato – scrive la Bis – le aziende sono diventate importanti prestatrici per un certo numero di settori importanti”. Una volta si diceva che le aziende agissero come prenditori dai mercati finanziari, accendendo prestiti. Ma la globalizzazione, che le ha riempite letteralmente di soldi, ha cambiato tutto ciò. “Ad esempio – scrivono – forniscono credito agli stati e alle altre aziende attraverso l’acquisto di bond”. E non solo “le NFCs (non financial corporation) sono anche importanti fornitrici di fondi per le banche. Al punto che si è osservato un notevole aumento di depositi in dollari fuori dagli Usa che ha addirittura compensato la fuga dal mercato degli eurodollari osservata nel 2016”. Questa enorme riserva di liquidità sta mantenendo i mercati finanziari provvisti e quindi sta contribuendo al mantenimento delle politica accomodante delle banche centrali.
Ora a questo punto sarebbe troppo facile limitarsi a osservare che queste super multinazionali hanno semplicemente guadagnato molto, specie dopo la crisi. La cosa interessante è che sono diventate entità che prestano agli stati e “collaborano” più o meno intenzionalmente con le banche centrali e sovvenzionano quelle commerciali. Non hanno semplicemente guadagnato denaro. Hanno guadagnato potere.
(3/fine)
Cronicario: Salvate il soldato Facecook
Proverbio del 21 marzo Chi frena la lingua ha somma prudenza
Numero del giorno: 10 Aumento % compensi capi aziende Usa nel 2017
Lo stanno proprio cuocendo a puntino, il povero Facebook, che per anni ha coccolato e ancora adesso solletica la vanità di quegli stessi che lo mettono all’indice, accusandolo di aver sovvertito la democrazia, provocato la fame nel mondo e magari anche l’estinzione dei rinoceronti bianchi, per colpa dei suoi post. Anche oggi la borsa lo punisce. E così il povero Facebook, stracotto al punto da esser diventato Facecook, trascina nella sua ombra anche i suoi cugini social, che improvvisamente vengono riconosciuti per ciò che sono: fabbriche di dati personali (i nostri) estorti subdolamente manovrando la debolezza della nostra vanità, usati a fini più o meno leciti, a cominciare da quello basico di fare soldi.
Tralascio il fatto che questa storia è troppo ridicola persino per il vostro amato Cronicario: pensare che i voti della gente possano essere deviati subdolamente da un post di Facecook è la versione 2.0 della tivvù brutta e cattiva che faceva vincere Berlusconi, ma su scala globale. Segno evidente che il rincitrullimento italiano ormai è pandemico.
Il ridicolo diventa tragico quando leggo che alcuni leader del mondo occidentale, che poi sarebbero quelli che hanno tratto vantaggio dal dataleak di Facecook, sono indignati, e che il popolo bue come sempre social-reattivo, posta a rotta di collo su questa straordinaria fesseria. Sicché, vittima anch’io della pulsione cliccarola, conio un hashtag: #SalvateIlSoldatoFacecook (a seguire una foto dei tempi buoni, così vi commuovete).
Perché in fondo il giovane Zuckenberg è soltanto un soldato eroico del nostro tempo, dove il denaro ha assunto la sua forma più pura, quella dell’informazione, finendo col confondersi con essa. E soprattutto ha usato la nostra vanità, e soprattutto quella del potere, per avere potere. Esattamente come fanno molti di quelli che oggi ipocritamente lo criticano e lo accusano di nefandezze che sono anche le loro. Per dire: mentre i socialesagitati postano contro Facecook, o annunciano che si cancelleranno, finiscono nell’ombra notizie un filo più interessanti, come quella rilanciata dal Financial Times, secondo cui nel 2017 le fusioni e acquisizioni di imprese globali hanno superato i mille miliardi di dollari. D’altronde mai come oggi le multinazionali sono state così gonfie di liquidità.
Prendersela con Facecook, che è solo uno di queste entità, e dargli la colpa, come suggerisce il linciaggio mainstream, dell’avanzata del populismo, che dipende da fattori un filo più complessi di un quelli che possono entrare fra le righe di un post, serve ad assolvere le altre 99 grandi imprese rappresentate nella linea rossa di questo grafico, che hanno raccolto ampie messi di denaro dalla globalizzazione e fatto incazzare alcuni decine di milioni di cittadini che si sfogavano sui social. Poveracci loro e poveraccio Facecook. E chissà chi sarà il prossimo.
A domani.
Il miracolo contabile del boom irlandese
La tensione, come la chiamano gli autori di uno studio molto interessante pubblicato nell’ultimo quarterly report della Bis, fra le regole di contabilità nazionali e la realtà globalizzata dell’economia genera fenomeni molto curiosi da osservare che sollevano dubbi sull’adeguatezza del nostro apparato statistico che, in ultima analisi, determina la nostra conoscenza del mondo economico.
Per apprezzare questo discorso, che può apparire sofisticato mentre in realtà è molto semplice, serve ricordare alcune definizioni di contabilità nazionale di uso comune nei discorsi economici ma che spesso vengono equivocati. Il prodotto interno lordo (gross domestic product, Gpd) che misura l’attività economica di un paese, si determina sommando il consumo di beni e servizi del settore privato e quello del settore pubblico e aggiungendo il totale degli investimenti e l’export netto. Accanto a questa definizione c’è quella di reddito nazionale lordo (gross national income, Gni) che si ottiene sommando i redditi guadagnati dai residenti del paese, compresi quelli generati all’estero. In sostanza si tratta di aggiungere al pil la voce dei redditi primari netti (net primary income, Npi), ossia la differenza fra i flussi di reddito che i residenti ottengono dai non residenti e i deflussi che i residenti pagano ai non residenti. Tali flussi sommano retribuzioni per impiegati, reddito da investimenti esteri e altri redditi. L’export netto e i redditi primari netti sono componenti del conto corrente (current account, CA), che misura l’interscambio di beni e servizi, dei redditi e dei trasferimenti di un determinato paese verso tutti gli altri. Il conto corrente si compone anche della voce dei redditi secondari. Il saldo di conto corrente è associato dinamicamente con l’acquisizione netta o la vendita di asset esteri, ossia la posizione netta degli investimenti esteri (net international investment position, NIIP). Un CA positivo implicherà che la NIIP di oggi sarà maggiore di quella di ieri, se mettiamo per ipotesi che gli aggiustamenti di valutazione (stock flow adjustment, SFA) siano pari a zero. Questi ultimi misurano i cambiamenti di valore degli asset determinati dai prezzi e dai movimenti valutari, ma anche la rilocalizzazione della proprietà degli asset intangibili di capitale e gli asset finanziari fuori dai confini. La NIIP a sua volta si compone di investimenti diretti (direct investment, DI), investimenti di portafoglio, altri investimenti, asset di riserva e derivati finanziari. In dettaglio, gli investimenti diretti rappresentano interessi di lungo periodo di un soggetto di un paese A che investe in un paese B. Si definiscono tali quando l’investitore acquisisce almeno il 10% di azioni con diritto di voto o anche meno a patto però di avere voce in capitolo nella gestione. In alternativa si parla di investimento di portafoglio, ai quali sono assimilati anche gli acquisti di obbligazioni o strumenti del mercato monetario. Queste definizioni, che sono ampiamente condivise a livello internazionale, nascondono notevoli complessità. Gli studiosi della Bis osservano che ormai risulta chiaro che il concetto del conto corrente (CA) non è abbastanza illustrativo dei collegamenti che insistono nella trama delle relazioni economiche internazionali e gli esempi addotti nell’articolo ne danno un’ampia prova.
Il primo caso da esaminare è quello dell’offshoring, che si verifica quando un processo economico viene spostato da un paese a un altro o tramite l’avvio di una controllata estera o attraverso un contratto con un’azienda estera. Questa tabella esemplifica cosa accade alle grande di contabilità che abbiamo osservato.
Prima dell’offshoring il paese che produceva ed esportava in eccedenza otteneva un attivo di conto corrente che derivava dal conto merci. Nel secondo caso il pese dove si svolge la produzione registra un’eccedenza sul conto merci e un debito sul conto dei redditi primari, che corrisponde all’attivo sullo stesso conto del paese che ha esternalizzato la produzione. Rimane l’attivo di conto corrente per il paese A, ma muta la natura: dalle merci ai redditi.
Se adesso ripetiamo l’esempio ponendo come punto di osservazione non più la residenza del paese produttore, ma il domicilio del quartier generale della ditta che produce, osserviamo un notevole cambiamento.
L’azienda del paese A ha tessuto relazioni economiche con i paesi B e C. In particolare ha deciso di domiciliare la sua sede nel paese B. Ciò non produce alcuna attività economica reale nel paese B, ma legale sì. E la conseguenza si vede nella tabella. Mentre prima della nuova domiciliazione il paese A incassa tutto il reddito dell’investimento estero, dopo il reddito per il paese A si riduce a un quinto, mentre i quattro quinti rimangono nel paese dove è stata domiciliata la società, malgrado non abbia prodotto nulla. Ciò dipende dalle regole con le quali vengono contabilizzati gli investimenti diretti e quelli di portafoglio e questo “distorce la misura del reddito nazionale lordo (GNI) e del conto corrente”. Tale effetto è conseguenza del fatto che gli azionisti dell’azienda che lavora nei tre paesi continuano a risiedere nel paese A, ma quello che prima era un credito che derivava da un investimento diretto del paese A verso il paese adesso diventa un investimento di portafoglio di A verso B e quindi i flussi di reddito fra i due paesi sono limitati al pagamento dei dividendi. “Questo riduce il saldo di conto corrente per il paese A perché alcuni profitti sono trattenuti e vanno ad alimentare gli utili non distribuiti”. Al contrario accade per il paese B che riceve tutto il frutto degli investimenti di A derivanti da C e restituisce solo la quota di dividendi ad A e perciò “gonfia” di attivi, che di fatto non sono suoi, il conto corrente del paese. Evidenze di questo tipo sono state osservate, ad esempio, in Svizzera, dove i robusti attivi correnti dipendono in buona parte proprio dalla presenza di multinazionali estere. Ma tale meccanismo è ancor più visibile in Irlanda. Nel decennio scorso diverse aziende britanniche e statunitensi hanno spostato il domicilio aziendale laggiù determinando un notevole incremento alla voce centrate da redditi di capitale per il paese che a sua volta ha guidato l’incremento dei redditi primari e quindi del conto corrente.
Un altro fronte di complessità risiede nella gestione dei diritti di proprietà intellettuale come capital asset, che hanno un ruolo crescente nella misurazione e interpretazione del pil. Secondo le regole del 2008 del System of national account (SNA) l’assegnazione alla categoria di importazione o esportazione dipende dalla proprietà economica del diritto di proprietà intellettuale (Intellectual property, IP). Anche qui, questioni di convenienza fiscale spingono le multinazionali a delocalizzare anche questi diritti e con ciò contribuendo ad annebbiare una corretta rappresentazione della realtà. Un’altro esempio mostrerà con chiarezza questa situazione.
Come si vede, il paese A, che ha trasferito al paese B non solo il domicilio ma anche i diritti di proprietà intellettuale, incassa sempre 25 ma tutto sulla voce dei redditi, quindi senza alcun effetto sulla bilancia commerciale, quattro quinti dei quali derivanti da proprietà intellettuale e un quinto in qualità di profitto estratto dal paese produttore C. Ciò significa che il paese B accumula debiti verso il paese A che corrispondono a un aggiustamento di valutazione (SFA) per il paese che lo decide. Ciò in quanto il diritto trasferito viene trascritto come attivo nella contabilità dell’azienda estera domiciliata in B e come debito per la sussidiaria che risiede nel paese A, che corrisponde a sua volta a un aumento degli investimenti diretti del paese A tramite la componente SFA.
Ancora una volta, si apprezza questo meccanismo all’opera osservando il caso dell’Irlanda. La rilocalizzazione delle aziende unita a quella degli asset intangibili e la notevole globalizzazione dei processi produttivi, ha significativamente modificato i conti nazionali. A luglio del 2016 “i dati delle entrate e delle uscite del 2015 hanno registrato una crescita del PIL reale del 26% e una crescita reale dell’RNL (GNI) del 19%”. Ciò costrinse l’ufficio di statistica irlandese a pubblicare una serie di indicatori economici modificati che spiegassero “le distorsioni derivanti dalla natura globalizzata dell’economia irlandese”. Il miracolo economico irlandese c’era. Ma solo nella contabilità.
(2/segue)
L’ultima frontiera del conflitto fra sovranisti e mondialisti: la contabilità
Leggo l’abstract di un bell’articolo pubblicato sull’ultimo quarterly report della Bis e improvvisamente mi compare l’ultima frontiera lungo la quale si articola il conflitto, chiamiamolo così, fra i sovranisti e i mondialisti che tratteggia la nostra contemporaneità: la contabilità. Vale la pena riportarlo pressoché integralmente: “Man mano che l’economia globale diventa più integrata, aumenta la tensione tra la natura dell’attività economica e il sistema di misurazione che tenta di adeguarvisi. Molte politiche sono ancora determinate misurando l’attività economica a livello nazionale. Ma, sempre più, le aziende e la loro proprietà sono globali, e l’attività economica si svolge in modo geograficamente sparpagliato. Analizziamo diversi problemi importanti creati da questa tensione”.
Una tensione innocua, per carità. Roba da studiosi dei flussi finanziari. Epperò fonte di preoccupazione perché le rappresentazioni che arrivano dalle contabilità nazionali, che come abbiamo già intuito sono in qualche modo distorte dalla realtà della mondializzazione, sono poi la base dati sulla quale vengono costruite le politiche economiche. Un esempio chiarirà subito la complessità della questione. Nelle sue dichiarazioni rilasciate in occasione della presentazione del rapporto, Hyun Song Shin, capo della ricerca della Bis, ha ricordato il caso dell’Irlanda che “nel 2015 ha registrato una crescita del 26% del pil sebbene l’attività economica interna sottostante fosse rimasta invariata”. Questo risultato è conseguenza proprio del modo in cui la contabilità nazionale misura i flussi globali.
“I conti nazionali – spiega Shin – si basano sulla nozione di residenza, ma “residenza” è un concetto giuridico che non coincide sempre con la localizzazione fisica dell’attività di produzione di una società e con il luogo dove i suoi dipendenti lavorano”. La conseguenza di questa impostazione, che deriva dalla consuetudine di analizzare i dati economici degli stati come se fossero isole, frutto della tradizione che vuole lo stato come unità economica, porta con sé alcune conseguenze importanti nel momento in cui le unità economica agiscono su base globale. “Una società che delocalizza la produzione in centri offshore e che vende ai consumatori di tutto il mondo è spesso considerata come esportatrice di beni dal paese di origine, specie quando sono usati apporti di proprietà intellettuale. La rilocalizzazione del domicilio legale può provocare una serie di cambiamenti nella bilancia dei pagamenti di quei paesi che fanno parte della catena di approvvigionamento. Nelle economie aperte di piccole dimensioni, le partite correnti e il PIL sono sensibili alla rilocalizzazione delle multinazionali”. E qui arriviamo al caso dell’Irlanda, dove molte multinazionali hanno delocalizzato e che quindi è un laboratorio ideale per osservare le distorsioni che la “tensione” fra le pratiche di contabilità nazionale e la realtà multinazionale.
Un altro semplice esempio servirà a illustrare tale complessità. Un’azienda residente in uno stato A – gli autori parlano di isola, riferendosi all’unità economica ma il senso è quello di una singola nazione – può siglare un contratto con uno stato B per produrre dei beni e poi può vendere questi beni a uno stato C. “Il bene viene spedito da B a C – spiegano – senza mai toccare le coste di A. La vendita sarebbe comunque considerata come un’esportazione dell’isola A ed entrerebbe nelle sue statistiche commerciali e del PIL. Il PIL dell’isola A salirà anche se nessun lavoratore è impiegato sull’isola”. Questa situazione viene determinata dall’applicazione del concetto di residenza che, riferito a un’azienda, vuol dire per grandi linee che questa azienda ha un forte connessione con un territorio che sta al centro del suo predominante interesse.
Se prendiamo in considerazione il caso del domicilio, somiglia a quello di residenza, ma se ne distingue perché indica la permanenza di un soggetto in un determinato territorio. Per un’azienda di solito si intende il luogo dove tiene la sua sede centrale. E questo non è un semplice dettaglio, visto che tutte le relazioni giuridiche che legano all’azienda le sue filiali e i subappaltatori fanno riferimento proprio al domicilio. “Quando un’azienda cambia il suo domicilio, ne derivano una serie di altri cambiamenti”.
Il punto è che, secondo gli autori, in un contesto globale le due tipologie residenza/domicilio generano due diverse prospettive contabili, statistiche, legali e regolatorie. “Nel quadro statistico internazionale, la vista sulle isole assegna gli agenti economici al paese in cui si ritiene risiedano. Un approccio alternativo è quello di assumere una visione consolidata, che assegna entità economiche al paese di sede dell’istituzione madre. Quest’ultimo approccio è, quindi, più strettamente allineato con la nozione di domicilio. In un quadro consolidato, l’intero gruppo aziendale è assegnato al paese dove si trova il quartier generale, indipendentemente da dove possano risiedere le sue unità operative costitutive”.
E’ utile ricordare che il sistema dei conti nazionali su sviluppato negli anni ’30 e ’40, quindi in un’epoca in cui la mondializzazione era terminata da un pezzo e prevaleva l’idea degli stati nazionali. Da allora il mondo è molto mutato e non è certo un caso che il Fmi abbia più volta aggiornato il manuale della bilancia dei pagamenti (il cosidetto BPM6, del 2009) che ha proprio lo scopo di creare una cornice di regole comuni alle quali i paesi possono far riferimento per redigere la loro contabilità estera. Senza regole comuni sarebbe impossibile qualunque confronto, evidentemente. Ma evidentemente la globalizzazione è stata più veloce di quanto si potesse prevedere, “aumentando la tensione fra la natura dell’attività economica e la sua misurazione”. L’economia si disperde in diversi paesi, lungo i quali si articolano le proprietà delle imprese e la loro produzione e questo “richiede di riorganizzare le unità istituzionali disperse intorno al mondo”.
Osservare il mondo attraverso le nuove lenti globali può condurre a scoperte stupefacenti. Ma soprattutto genera un’altra tensione assai più difficile da distendere: quella fra ciò che crediamo di sapere, e sulla cui base prendiamo decisioni, e ciò che ignoriamo, che perciò non viene considerato e quindi aumenta le probabilità di commettere errori di valutazione. E questo, in un momento nel quale l’economia genera molti problemi, non è il miglior viatico per la loro risoluzione.
(1/segue)
Cronicario: I lavoratori poveri del Lussomburgo
Proverbio del 16 marzo Dove parla l’oro, tutto tace
Numero del giorno: 70.000.000.000 Costo cancellazione legge Fornero secondo la Uil
Stavo arrotando l’urlo di dolore quando ho saputo che Eurostat stava per rilasciare i dati sull’aumento notevolissimo dei lavoratori in povertà. Mi ricordavo infatti che noi italiani abbiamo assicurato una performance niente male, di sicuro aiutati dall’andamento soddisfacente del nostro costo del lavoro, che anche oggi ci regala ampie soddisfazioni.
Lo so che è scritto piccolo, ma fidatevi: nel quarto trimestre 2017 è sceso dello 0,2%, contribuendo sicuramente ad alimentare la nostra spettacolare crescita dei redditi.
Dicevo, mi stavo preparando ad arrotare l’urlo di dolore, pronto a squadernare la difficile condizione di componente di una famiglia monoreddito con prole che bordeggia con gioia lo scoperto di conto corrente, quando improvvisamente Eurostat ha pubblicato questo grafico:
Ora non è tanto avere la conferma che in Italia più di uno su dieci che lavora sta in povertà che mi manda in confusione: lo sospettavo. Quanto scoprire che i lavoratori in povertà sono più numerosi in Lussemburgo che da noi: addirittura il 12%. Peggio stanno solo in Spagna, Grecia e Romania. Il Lussemburgo, capite?
Dovrebbe chiamarsi Lussomburgo, altroché. Non ci credete. Vabbé: vi do una dritta. Sapete quant’è il salario minimo lassù?
Ripetete con me: millenovecentoventitré euri al mese. Chiudete gli occhi e adesso visualizzate il reddito medio italiano (il salario minimo manco esiste da noi perché siamo pudibondi).
I dati sono vecchiotti, ma non state a preoccuparvi, la situazione non sarà cambiata granché, anzi forse è peggiorata. In sostanza il nostro salario medio somiglia alla paga minima dei poveri lavoratori del Lussemburgo. Eh, direte, ma chissà quanto costa la vita laggiù. Ve lo dico io.
Un 20% scarso in più (dati 2017) a fronte di uno stipendio medio che è quasi il doppio. Pensa che vitaccia che fanno i lavoratori poveri in Lussomburgo.
Beati loro.
A lunedì.
Cartolina: Il vero obiettivo degli anti global
C’è un gran girarci intorno al vero obiettivo dei vari profeti anti global, sovranisti, populisti o come meglio suggerisce la vostra fantasia. Qualcuno parte da lontano, evocando il continuo prosciugarsi della labor share, effetto di una storica ricomposizione dei pesi fra capitale e lavoro. Altri, ugualmente sofisticati, scomodano stagnazioni secolari e deflazioni dei salari che seguono trend altrettanto epocali determinati dalle orde asiatiche, entrate a pieno giro nella giostra dell’economia globale e invocano, keynesianamente, interventi pubblici, più o meno nazionali, monetari o fiscali. I meno scafati se la prendono col libero commercio, che uccide il negozio del vicino e l’industria nazionale, e spacciano il protezionismo come la panacea di tutti i mali di oggi infischiandosene di quelli di domani. Poi ci sono gli amanti delle semplificazioni, che riducono tutto al reddito e allora perché non darne uno a ognuno e risolvere d’incanto i nostri problemi? Tutti costoro indicano la direzione ma si guardano bene dal puntare il dito, forse per un residuo senso del pudore, o forse perché notare che le uniche ad averci guadagnato dalla globalizzazione, e specialmente a partire dalla crisi, sono state le multinazionali darebbe ai loro discorsi un sapore troppo retro’ persino in un tempo denso di nostalgie come il nostro. Gli anti global, sovranisti, populisti o come si chiamano, lo sappiano o no, ce l’hanno a morte con le multinazionali, che vivono e prosperano nella globalizzazione. Non vogliono che le imprese siano libere di fare affari dove e come meglio loro convenga e sognano uno stato che le metta in riga e provveda a loro come a ogni cosa, a partire da ognuno di noi. Questo è il vero obiettivo. Tutto il resto è noia.
Il futuro della globalizzazione passa dal Mare Cinese meridionale
Lunedì mattina, 5 marzo, la portaerei Usa Carl Vinsom si è fatta vedere nel porto vietnamita di Da Nang. Fatto storico, visto che è la prima portaerei americana a costeggiare il Vietnam dal 1975, quando terminò il conflitto, e insieme simbolico, visto che il Vietnam è uno degli stati impegnati nella lunga tenzone che da anni si combatte silenziosamente, a suon di isole artificiali e insediamenti militari, nel mare meridionale della Cina. Ovviamente i cinesi sono stati i primi a reagire. Il ministro degli esteri cinese, parlando dopo pochi giorni a una conferenza stampa a margine del National People’s congress, la sessione annuale del parlamento cinese, ha detto genericamente che “poteri esteri” stanno mostrando i muscoli e creando grandi disturbi nella regione del Mare cinese meridionale. E così, d’improvviso, la questione del conflitto silenzioso è tornata attuale, proprio nel momento in cui l’amministrazione Trump svela il suo piano di dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio che sembra fatto apposta per penalizzare, oltre all’industria europea, quella cinese.
I dazi, che certo non lasceranno indifferente Pechino, sono solo l’ultimo fronte di tensione che gli Usa dovranno affrontare con i cinesi. Ma probabilmente il caso della portaerei in Vietnam ha creato maggiore nervosismo al governo cinese per la semplice ragione che si tratta di una interferenza in un processo assai complesso che Pechino sta portando avanti da anni con i paesi dell’Asean e che dovrebbe condurre alla redazione di un codice di condotta, annunciato nel novembre scorso, per la gestione della regione del Mare cinese meridionale, zona tanto contesa quanto strategica. Le ragioni sono molteplici. I fondali sono molto pescosi e si pensa contengano anche importanti riserve di idrocarburi. Ma soprattutto è una zona da dove si dipanano importanti rotte commerciali, attraversate da numerose navi piene di container, ossia l’ossigeno che alimenta l’economia esportatrice della Cina.
Come si può osservare dal grafico, oltre alla linea diretta di trasporto marittimo verso gli Usa attraverso il Nord Pacifico, esistono almeno quattro rotte che attraversano il Mar cinese meridionale che sono vitali per i traffici diretti verso l’Europa, l’Africa e il Sud America. Alcuni specialisti stimano che attraverso il Mare cinese meridionale passi la metà del traffico merci del mondo. In sostanza, si tratta di una regione altamente strategica per il futuro della globalizzazione, che com’è noto procede innanzitutto per mare, con la stragrande maggioranza delle merci trasportate su container e cargo. Un grafico tratto dall’ultima Review of maritime transport dell’Unctad illustra benissimo questa situazione.
Come si può osservare, l’andamento del trasporto marittimo di merci segue pressoché quello del commercio internazionale. E non è certo un caso che la Cina possegga (insieme alla Germania e alla Grecia) il 39% delle flotte commerciali del mondo. Si stima che Pechino disponga di 5.000 navi mercantili e abbia costruito, insieme a Giappone e Corea del Sud, le navi sulle quali ha il 92% delle merci nel 2016.
Al tempo stesso, lungo il Mare cinese meridionale transitano un terzo dei trasporti di greggio globale e la metà del gas naturale destinati alla Cina, ma anche alle altre potenze asiatiche. E la Cina, in particolare, vede passare il 70% dei suoi acquisti di petrolio attraverso lo stretto di Malacca.
L’economia del mare, per la Cina, è a dir poco vitale, e perciò non deve stupire che qualche anno fa, nell’ambito del tredicesimo piano quinquennale, gli estensori abbiano ribadito che una delle priorità assolute è diventare una “potenza marittima”, attraverso la modernizzazione della flotta e insieme tramite l’occupazione di territori strategici nel Mar Cinese meridionale e orientale. In uno dei libri bianchi della difesa pubblicato dal governo cinese, si legge che Pechino conferisce “grande importanza alla gestione dei mari e degli oceani e alla protezione dei diritti e degli interessi marittimi”. Ecco perché la Cina deve rafforzarsi e “costruire una marina da combattimento efficiente e multifunzionale”. Il passaggio dalla marina commerciale a quella militare spiega bene il notevole incremento nella spesa militare, che abbiamo già osservato, e insieme ricorda l’epopea della marina tedesca prima della Grande Guerra, che la Germania di allora creò per insidiare la supremazia inglese sui mari, prima commerciale e poi militare per soddisfare le sue velleità coloniali. La storia tende a ripetersi, pure se cambiano i personaggi e gli interessi.
Questa chiave di lettura spiega perché Pechino da parecchio tempo abbia tracciato la sua linea immaginaria, conosciuta come Linea dei nove trattini, lungo il Mare Cinese meridionale e anche perché, come di recente è stato documentato, vi abbia costruito intorno delle isole artificiali dove ha installato infrastrutture militari che hanno mandato su tutte le furie gli altri paesi che insistono sul Mare, fra i quali il Vietnam, appunto, e anche le Filippine. Tale modo di fare è proseguito noncurante anche di una sentenza della Corte dell’Aja, richiesta proprio dalle Filippine, che nel luglio 2016 stabilì che le acque rivendicate dai cinesi erano acque internazionali, che però è rimasta lettera morta. E spiega anche perché gli Usa, sostenuti anche da altri paesi come la Gran Bretagna e l’Australia, si erigano a paladini della libera navigazione dei mari e ogni tanto facciano capolino nel Mare cinese meridionali esibendo l’artiglieria. Perché la diplomazia è una bella cosa, ma alla fine è la spada che traccia il solco dove passano i mercati. La Cina lo sa e gli Usa meglio di lei. E non c’è rischio che lo dimentichino.
(2/fine)
Cronicario: Anche Supermario s’appella a San Precario
Proverbio del 14 marzo L’avidità sminuisce ciò che si raccoglie
Numero del giorno: 3,14 Oggi si festeggia il pi greco
Mi ero ripromesso di parlare solo della giornata del pi greco oggi, perché nella mia sostanziale devianza economica avevo capito che era la giornata del pil greco, che in Grecia va come va anche se ormai non ne parla più nessuno perché la Grecia è demodé come il ghigno di Varoufakis.
Ma poi mi è cascato l’occhio sulla locandina delle festa ed è stato ancora più esaltante: festeggiare il pi greco, senza l, è addirittura geniale: il numero più bello e sconclusionato del mondo che se ve lo chiedo a bruciapelo manco vi ricordate cos’è.
Tranquilli, neanche ve lo dico. Sappiate solo che la comunità statistico-scientifica internazionale si è mobilitata per celebrare questo numeretto, peraltro approssimato, che sta alla base di una miriade di applicazioni tecnologiche che se ve le dicessi rimarreste a bocca aperta. Ma tranquilli, non vi dico neanche questo perché il mio proposito di fare un giorno di vacanza e trasformarmi in Piero Angela ha cozzato duramente con la realtà. E non mi riferisco al fatto che proprio nel giorno del pi greco è morto Stephen Hawking, ma che sempre nella giornata del pi greco un altro grande scienziato ha rivelato al mondo una dura verità:
Antefatto. Oggi il nostro Supermario Draghi si è trovato a parlare a un convegno a Francoforte dove ha detto un sacco di cose bellissime. Tipo che entro il 2020 la Bce stima che la disoccupazione arriverà al 7,2% e che da metà 2013 sono stati creati 7,5 milioni di posti di lavoro. Meglio ancora: “Tutti i posti di lavoro persi durante la crisi sono stati recuperati e il tasso di disoccupazione è ai minimi da dicembre 2008”.
Ma poi, mentre gli ascoltatori pendevano dai suoi occhiali, lui li ha fulminati con una scioccante rivelazione: “Ci sono interrogativi sulla qualità di questi posti di lavoro” con “un aumento del part-time e di quelli a termine”.
Ma chi l’avrebbe mai detto?
Lo choc della rivelazione dura finché non mi ricordo che anche il nostro Supermario è un precario. Gli hanno fatto un contratto a otto anni, ma fra poco termina e chissà che gli riserverà il futuro.
Lui si che ci capisce.
A domani.



































