Categoria: Annali
Cartolina. Aspettati e spera

Le aspettative sull’inflazione migliorano, dice l’ultima rilevazione di Bankitalia, ma rimangono piuttosto tese e ben oltre il target della banca centrale. Il mitico 2 per cento, che fino a prima della pandemia sognavamo come la terra promessa, visto che i prezzi non crescevano, oggi è tornato ad esserlo, ma al contrario. Prima lamentavamo i prezzi bassi, ora quelli alti. Adesso ci aspettiamo fino al 5 per cento di inflazione per i prossimi due-tre anni. E lo speriamo persino, visto che al momento patiamo prezzi cresciuti del 10 per cento su base annua, con buona pace per il nostro potere d’acquisto. Ciò per dire che dovremmo pensare bene a ciò che desideriamo. A volte potrebbe finire molto male. Potrebbe diventare realtà. Buona pasqua.
Quel legame inosservato fra inflazione e slowbalisation

I tanti che auspicano l’ingresso del mondo nell’età della deglobalizzazione dovrebbero dedicare qualche minuto alla lettura di un bell’intervento di Federico Signorini, direttore generale della Banca d’Italia, dedicato proprio a questo tema che ha il pregio, fra gli altri, di provare anche a misurare, dal punto di vista dell’economista gli esiti degli ultimi decenni.
Ai tanti che auspicano l’innalzarsi di frontiere e la frantumazione degli scambi, conviene partire da qui: “Nelle economie avanzate, i benefici della globalizzazione (la disponibilità di beni e servizi a basso costo, la spinta alla crescita proveniente dalla domanda dei paesi emergenti), sono diffusi e per questo poco salienti, appena notati nonostante la loro vastità e pervasività, dati quasi per scontati; invece taluni costi connessi all’integrazione internazionale, soprattutto se concentrati in determinati settori o fasce della popolazione, sono più manifesti. Soprattutto, è aumentata la percezione che i benefici del processo fossero distribuiti in maniera diseguale”.
La parola percezione non è scelta a caso. Perché questa reazione contro l’internazionalizzazione nasce nella nostra società affluente, sempre più fortemente “percettiva”. Nel senso che nella formazione della realtà è sempre più difficile distinguere le componenti di quello che Pierre Francastel, in un bel saggio del lontano 1976, gli Studi di sociologia dell’arte, chiamava “l’incontro fra il fenomeno e la coscienza”. Perché il fenomeno economico della globalizzazione ha finito con l’essere sostanzialmente seppellito, nel senso di sommerso, dalla coscienza, più o meno cattiva, di parti importanti dell’élite della nostra società e di masse sterminate di popolazione. Stranamente – ma forse neanche troppo – quelli che più di altri avrebbero dovuto comprenderla perché dotata di strumenti culturali adeguati, accesso alle informazioni e, soprattutto, risorse. Come mai questa élite ha alimentato la “cattiva” coscienza collettiva sulla globalizzazione?
Per adesso contentiamoci di porre la domanda. E torniamo ai fenomeni, che poi sono ciò che interessa il nostro discorrere. Signorini ci fornisce alcuni fatti. “L’incidenza globale delle persone in condizioni di malnutrizione si è ridotta dal 34 al 13 per cento nell’ultimo mezzo secolo, e la popolazione è più che raddoppiata”, esordisce. La Banca mondiale, ricorda, stima che almeno un miliardo di persone sia uscita da condizioni di estrema povertà fra il 1990 e il 2015. Il tutto accompagnato da un clima politico internazionale fortemente inclusivo, che ha condotto giganti come Cina e India a ruoli di rilievo negli organismi di governance globale.
Effetti visibili? Il commercio internazionale: “Le tariffe medie sulle importazioni di beni sono scese dal 13,6 per cento del 1986 al 7,5 per cento del 2008”. Questo ha avuto notevoli effetti sul costo dei beni intermedi e quindi su quello dei beni finali, con evidenti benefici per i consumatori. Le catene di valore si popolarono di merci: il commercio a loro associato è passato dal 30 per cento di fine anni ’80 a oltre il 45 per cento del 2008. Cosa poteva andare storto?
Praticamente tutto. Le crisi, a cominciare da quella del 2008 e poi quelle vicine a noi, culminate nella guerra. Ma soprattutto il sorgere, proprio nei paesi che più di tutti avrebbero ragione di non lamentarsi, ossia quelli ricchi, di una opinione pubblica sempre meno favorevole all’internazionalizzazione, che veniva percepita come generatrice di ingiustizie, innanzitutto distributive: la famosa diseguaglianza.
La reazione è arrivata, come sappiamo tutti, con la fioritura dei più disparati populismi, culminati nella Brexit del 2016. Ma la globalizzazione ha retto bene, ha solo frenato. “La crisi finanziaria globale ha rallentato questa dinamica impetuosa, ma il processo in realtà non si è interrotto. Secondo il fortunato termine introdotto dall’Economist, più che di de-globalisation si è trattato di slowbalisation, globalizzazione lenta”.
Quali siano gli esisti di questa slowbalisation è evidente a tutti, ma forse non quanto dovrebbe. Ne sottolineiamo uno, che forse sembrerà sorprendente ma a pensarci bene non lo è: l’inflazione. Quando la globalizzazione correva veloce, i prezzi rimanevano ostinatamente bassi. Adesso che la globalizzazione rallenta i prezzi salgono. Curiosamente, gli stessi studiosi che ieri facevano notare il contributo dell’internazionalizzazione al raffreddamento dei prezzi non si interrogano su quanto l’imbruttirsi del clima internazionale, che ha evidenti conseguenze sulla globalizzazione, pesi sul ritorno del carovita.
I tanti che in questi anni hanno predicato benissimo contro la globalizzazione, oggi si trovano a comprare le merci con un potere d’acquisto falcidiato e osservano con raccapriccio che l’inflazione è assai peggio della globalizzazione, quanto agli effetti sulle diseguaglianze. Che faranno adesso? A cosa daranno la colpa?
Là fuori, intanto, si osserva che “il numero di misure protezionistiche è in aumento, comprese le restrizioni sugli investimenti diretti esteri”. Le imprese quotate “dichiarano di star considerando strategie di “re-shoring”, “near-shoring” o “friend-shoring” in risposta alle tensioni internazionali e alle politiche di sussidi introdotte da molti paesi”.
Un altro toccasana per l’inflazione, sicuramente. Abbiamo già visto come internalizzare la produzione dei beni intermedi, che una certa politica di facili consensi giudica l’unico rimedio per restituire dignità ai lavoratori, finisca col far salire i prezzi e insieme la domanda di lavoro poco qualificato, ossia quello a minor valore aggiunto.
Inoltre, “secondo il Fondo monetario internazionale, l’introduzione di massicce restrizioni al commercio di beni e servizi potrebbe determinare perdite fino al 7 per cento del PIL mondiale. La stima non considera l’ulteriore impatto che avrebbero, in questo scenario, la probabile riduzione della mobilità del lavoro e della diffusione delle tecnologie fra paesi”.
Quanto alle conseguenze economiche della slowbalisation, insomma, non dovremmo avere molti dubbi: crescita più lenta e prezzi più veloci. Forse dovremmo smetterla di farci abbindolare da parolieri in cerca di facili consensi o sedicenti esperti da talk show che predicano la decrescita felice. Dicono che non ci sia felicità nella crescita economica, perché è diseguale, alienante, eccetera eccetera. Ma pensare di trovarla nella decrescita sarebbe comico, se non fosse potenzialmente tragico.
Perciò merita di essere riportata la conclusione dell’allocuzione di Signorini, che non ha bisogno di commenti: “La ricostruzione avviata nel secondo dopoguerra trovò il suo fondamento e principale fattore di stimolo nella cooperazione internazionale. Nascevano in quegli anni il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e le Nazioni Unite; si apriva una fase di progressiva apertura e di crescente prosperità destinata a durare più di 60 anni. Voglia il cielo che l’umanità abbia imparato questa positiva lezione”. E speriamo soprattutto che lo vogliamo noi.
La deglobalizzazione ci immiserisce, non la globalizzazione

Bisogna ripetere l’ovvio, che la storia conferma in ogni sua pagina: la globalizzazione ci arricchisce, sotto ogni punto di vista. E se anche ci limitassimo al dato economico, il suo contrario, ossia la frantumazione commerciale “sarebbe notevolmente costosa, in termini di distorsioni consistenti degli scambi, diminuzione del benessere sociale e aumento dei prezzi”. Parola della Bce, che al tema ha dedicato una interessante simulazione nel suo ultimo bollettino.
Nel modello, che ipotizza una sorta di nuova cortina di ferro fra blocchi, che impedisce notevolmente lo scambio di beni intermedi e ostacola i flussi commerciali, le conclusioni lasciano poco spazio all’ottimismo. Chi auspica la deglobalizzazione, pensando così di tornare al piccolo mondo antico di una volta – che peraltro non si capisce bene in quale epoca storica si trovi – sta semplicemente dicendo che vuole prezzi più alti e meno ricchezza diffusa. Per tutti. La deglobalizzazione non troverebbe vincitori e vinti, solo perdenti.

Ovviamente non si tratta di prendere per buone le stime degli economisti, che sono semplici congetture, come è opportunamente segnalato. Ma capire le tendenze che le esprimono. L’idea di chiudersi in recinti è di per sé involutiva, e non dovrebbero servirci gli economisti per capirlo. L’uomo è andato avanti nella storia perché ha deciso di passare alla posizione eretta, con tutti i terribili rischi che ciò deve aver comportato per i nostri progenitori – ce li ricordano vagamente i bambini che imparano a camminare – che però in cambio ne hanno avuto l’intuizione dello spazio, che da lì a quale millennio avrebbe portato con sé quella squisitamente economica, del tempo.
Se torniamo alla nostra simulazione, c’è un altro elemento che vale la pena mettere in rilievo. Anzi, due: l’impatto sui prezzi e sui salari. Si accusa la globalizzazione di avere impoverito le grandi masse a privilegio di pochi, di aver amplificato le diseguaglianze. E si possono portare molti elementi di fatto a conferma di questa convinzione. L’analisi svolta dagli economisti della Bce ci dice altro. Ad esempio che uno degli effetti della frantumazione commerciale è la crescita dei prezzi, guidata dalla carenza di beni intermedi che, dovendo essere riallocati nei “recinti” territoriali creano uno shock di di offerta.

E prezzi più alti, lo stiamo vedendo proprio in questi mesi, pesano innanzitutto sulle persone più fragili. Non esattamente un buon affare.
La seconda evidenza è ancora più interessante. L’aumentata domanda di beni intermedi, quindi a basso valore aggiunto, avrebbe un impatto positivo sulla domanda di lavoro poco qualificato, il cui prezzo, perciò, aumenterebbe. Ciò significa che – sogno proibito di molta politica – i lavoratori meno qualificati vedrebbero aumentare le retribuzioni relativamente di più di quelli più qualificati. Questo nei paesi avanzati: in Asia accadrebbe il contrario.

Anche qui, non si tratta di credere a queste previsioni, che sono ovviamente incerte. Si tratta di chiedersi se davvero vogliamo abitare in un mondo dove i prezzi sono più alti e si premia la poca qualificazione, che significa un capitale umano meno attrattivo e quindi un potenziale immaginativo più basso. La deglobalizzazione, in fondo, chiudendo le frontiere chiude anche la nostra immaginazione.
A qualcuno questa prospettiva potrà piacere. Ma si rassegni. Ci hanno provato in tanti, ma non c’è mai riuscito nessuno. Abbiamo sempre aumentato le connessioni. Per dirla diversamente, saremo globali o non saremo. Semmai dobbiamo capire come farlo meglio.
La globalizzazione e l’odissea del petrolio russo

Sarebbe troppo facile, e in fondo superficiale, notare come dal gran rumore delle sanzioni sul petrolio russo sia derivato il poco o niente degli effetti sull’export complessivo, come si potrebbe dedurre leggendo l’ultimo bollettino della Bce che dedica alla questione un utile approfondimento. Perché non è questo l’insegnamento principale che possiamo trarre da questa vicenda.
Per trovarlo, forse, dobbiamo guardare altrove. Osservando magari come le previsioni funeste di chi immaginava crisi petrolifere incipienti siano state ancora una volta smentite. Per dire: l’Opec + ha dovuto annunciare nuovi tagli di produzione per ridare ossigeno ai corsi petroliferi che, anzi, dopo l’applicazione delle sanzioni si sono persino depressi.

Attenzione però: il grafico sopra fa riferimento alle quotazioni Brent. Se andiamo a vedere quelle dell’Urals, ossia il petrolio russo che veniva esportato in Europa, si osserva che questo prodotto viene venduto a forte sconto rispetto al Brent. Il differenziale fra i due, che era di 3 dollari prima dell’invasione, è arrivato a 35, crescendo persino dopo l’applicazioni delle sanzioni.
Questo mentre il petrolio di qualità Espo (Eastern Siberian-Pacific Ocean), che viene di solito esportato in Asia è rimasto più vicino alle quotazioni internazionali. Probabilmente anche perché questo greggio viene esportato tramite oleodotti non soggetti alle sanzioni occidentali o mediante petroliere con bandiere non registrate, e quindi capaci di sfuggire alle ultime sanzioni entrate in vigore.
Ciò per dire che dobbiamo sapere di che petrolio russo parliamo, quando guardiamo i volumi. E soprattutto anche di chi lo compra. Perché l’effetto realmente visibile delle sanzioni non si è visto sui volumi, sostanzialmente stabili a parte in alcuni momenti, ma fra gli acquirenti.

Di fatto, il petrolio russo, dall’inizio della guerra, va sempre più in Asia e sempre meno in Europa. Che è un modo come un altro per notare come la crisi internazionale non abbia interrotto la globalizzazione: l’ha solo orientata diversamente. E questo è un primo insegnamento che possiamo trarre da questa vicenda: la globalizzazione è resiliente, nostro malgrado.
Il secondo insegnamento è che in questa resilienza c’è una grande capacità di trasformazione. La Russia è riuscita a orientare anche il suo export di prodotti raffinati, per i quali la domanda asiatica è meno pronunciata, verso l’Africa e altre destinazioni sconosciute, col risultato che “rispetto al gennaio 2023 le esportazioni aggregate di petrolio sono diminuite soltanto del 3 per cento dall’applicazione delle sanzioni”.
Si potrebbe dedurne che le sanzioni sono inutili, ma sarebbe una conclusione errata. Lo scopo delle sanzioni non era impedire l’export del petrolio russo. Era che l’occidente smettesse di comprarlo. E quindi far sterzare altrove la globalizzazione, non interromperla. Questo almeno, ormai, dovremmo averlo capito.
Cartolina. L’occupazione batte la preoccupazione

L’occupazione nell’area euro, in espansione dal secondo trimestre 2021, continua a crescere associandosi a un tasso decrescente di disoccupazione, mai così basso da un biennio. Si intravedono segnali di rallentamento, e tuttavia il trend sembra ancora robusto abbastanza al punto, semmai di generare qualche preoccupazione. Da un parte un mercato del lavoro teso riscalda i prezzi. Dall’altra si vede la domanda privata contrarsi, nel quarto trimestre 2022, a causa della diminuzione del reddito disponibile, al quale l’inflazione ha sicuramente contribuito. Insomma: l’occupazione aumenta, i prezzi salgono, per le più svariate ragione, ma i lavoratori hanno sempre meno soldi in tasca. Esito prevedibile: un rallentamento della crescita, o magari una recessione. E invece no. L’ultimo bollettino della Bce vede una crescita della domanda al dettaglio nel primo trimestre 2023. Le famiglie si aspettano un’inflazione più bassa e temono meno l’incertezza. L’occupazione batte la preoccupazione. Per adesso.
Cartolina. I chatbot siamo noi

Abbiamo paura delle macchine da quando abbiamo iniziato a costruirne. Temiamo l’innovazione, e tuttavia non riusciamo a farne a meno. Almeno da quando siamo diventati capaci di creare tecnologie. Vale per la ruota, il fuoco – pensate a quanto doveva spaventarci il fuoco, ci fa paura ancora oggi – , i telai meccanici e oggi l’intelligenza artificiale. Siamo scimmie vestite che hanno paura di ciò che indossano, perché temono di trasformarsi nel vestito. Lo spauracchio verso l’IA è solo la versione riveduta a corretta di quello che all’inizio del XIX si chiamava luddismo, e il fatto che gli ultra-miliardari firmino manifesti per invitare alla prudenza contro le macchine cosiddette intelligenti non è diverso da quando i Tudor inglesi vietavano le macchine per stampare fibbie. La paura è un sentimento democratico e trasversale. Esattamente come il coraggio. Il punto però non qui temere le macchine perché ci rubano il lavoro. Ciò che è davvero importante è capire che se abbiamo paura che un computer, che non fa altro che rimescolare idee e fatti noti, scriva meglio di noi un testo, una poesia, una musica o quello che volete voi, significa che abbiamo paura di non aver più nient’altro da dire. Nulla da aggiungere a ciò che è stato scritto, suonato, dipinto e, in sostanza immaginato. Ma in questo caso i bot saremmo noi. E’ di questo che abbiamo paura.
L’Italia non ha un problema di spesa pubblica. Ne ha due

La recenti disavventure dei fondi Pnrr, che non è ben chiaro che fine faranno, ci ricorda una elementare verità contenuta nel grande libro del debito pubblico che però si legge solo se lo si guarda in controluce. Che il debito dipenda anche dalla gestione della spesa pubblica è chiaro a tutti, infatti. Meno che la spesa pubblica, volendo semplificare, si divida in spesa corrente e spesa in conto capitale. Questo vuol dire che se un paese ha un problema di spesa pubblica molto probabilmente ne ha due.
Prendiamo il nostro caso. L’Italia da anni non riesce ad esprimere una spesa efficiente sul versante degli investimenti. Prima perché – così almeno racconta la vulgata – non c’erano le risorse. Magari dimenticando la quantità di fondi europei che perdiamo ogni anno. Poi perché la stessa insipienza di molte delle nostre pubbliche amministrazione mette a rischio un paio di centinaia di miliardi sempre di provenienza europea. Peraltro smentendo un’altra annosa vulgata, ai confini del pensiero magico, secondo la quale se arrivassero tanti soldi risolveremmo tutti i nostri problemi.
Che sarebbe pure vera, questa affermazione, se fosse riferita al secondo problema che abbiamo, sul versante della spesa pubblica: quello delle spesa corrente. Consumiamo una grande quantità di risorse correnti, e tuttavia sembra non bastino mai. Peggio ancora, sembra non ci portino da nessuna parte.
Proviamo a dirlo semplicemente: se l’Italia fosse un’automobile, la spesa corrente sarebbe rappresentata da copertoni e benzina, ossia ciò che serve per farla camminare. Noi spendiamo moltissimi soldi per far camminare un’automobile che, pur consumando molto, cammina male e ci fa viaggiare in modo poco confortevole, proprio perché nel tempo non abbiamo investito ciò che serviva – problema di incapacità a spendere risorse – per tenere in ordine il motore e la carrozzeria.
Questo duplice problema, restando sempre al nostro esempio, ci porta alla conclusione che spendiamo molto per fare pochi chilometri. Siamo come un’auto d’epoca tenuta male. Bella, costosa e scomoda.
Fuori dall’esempio, bruciamo molte risorse ma produciamo poco pil. L’esempio del superbonus è abbastanza eloquente e non ha bisogno di altri commenti. Peggio ancora: sembra che siamo del tutto privi della consapevole che una spesa in conto capitale generi una spesa corrente. Se investendo mi compro un’altra auto, devono comunque garantirle benzina e copertoni che aumentano ciò che spendo per queste voci. Fuori di metafora: non basta fare un ponte, per essere felici: poi bisogna mantenerlo in efficienza spendendo ogni anno quel che serve. Cosa che tendiamo a dimenticare.
Avere una spesa pubblica corrente costantemente insufficiente e poco efficace significa produrre servizi scadenti e soprattutto costringe le autorità a spostare costantemente l’attenzione su questo versante della spesa trascurando quello degli investimenti. Per il quale, peraltro, non basta avere risorse disponibili, ma serve anche capacità di spesa: quindi di pianificare e gestire procedure complesse. Quindi personale in grado di fare questo lavoro. Ma se non si investe sulle persone, poi non si riesce ad investire i soldi quando è necessario. Insomma: uno dei tanti circoli viziosi nei quali ci agitiamo.
Avere due problemi sul versante della spesa pubblica genera il terzo: il debito pubblico. Che cresce non solo perché aumenta la spesa, ma anche perché non aumenta – o aumenta poco – il prodotto il cui tasso di crescita dovrebbe più che compensare il costo medio del debito per evitare l’effetto snowball, ossia la “palla di neve” che per pura inerzia fa aumentare lo stock del debito.
Questa situazione non ha soluzioni facili. Non c’è alcuno slogan che possa risolverla. E anche l’idea che basti avere tanti soldi per risolvere i problemi è fallace, come mostra il caso Pnrr.
Forse è più utile, con molta umiltà, ammettere le nostre difficoltà e, senza metterci in croce da soli, provare a risolverle facendo appello a un comune senso di responsabilità e a uno spirito collaborativo. Vaste programme.
Saremo meno, non soltanto di numero

Nei giorni scorsi è stato diffuso un rapporto dal gruppo Earth4All che ha fatto tirare un sospiro di (quasi) sollievo fra i molti osservatori per i quali la crescita della popolazione è la prima causa della nostra incipiente crisi ambientale. Il motivo è presto detto: fra gli scenari elaborati dagli autori ce n’è uno che prevede un picco di popolazione a 8,5 a metà del secolo e un rapido declino fino addirittura a sei miliardi, nel 2100, più o meno al livello dell’inizio del nostro secolo.
Una così rapida decrescita della popolazione sarebbe poi raggiunta grazie a “investimenti senza precedenti nella riduzione della povertà, in particolare nell’istruzione e nella sanità, insieme a straordinari cambiamenti politici in materia di sicurezza alimentare ed energetica, disuguaglianza ed equità di genere. In questo scenario la povertà estrema viene eliminata in una generazione (entro il 2060) con un forte impatto sui trend della popolazione mondiale”.
L’associazione fra diminuzione della povertà e della popolazione è sicuramente interessante da sottolineare. Il pensiero che ci sarebbero meno poveri se fossimo meno numerosi è tanto diffuso quanto poco fondato, visto che la storia ci dimostra che è accaduto il contrario: l’espansione della ricchezza si è infatti accompagnata a quello della longevità e quindi della popolazione. Ne parlo diffusamente nel mio libro, La Storia della ricchezza. Chi volesse saperne di più può approfondire leggendolo.
Un’altra idea contenuta nello studio merita una menzione. “Sappiamo che il rapido sviluppo economico nei paesi a basso reddito ha un enorme impatto sui tassi di fertilità. I tassi di fertilità diminuiscono man mano che le ragazze ottengono l’accesso all’istruzione e le donne acquistano indipendeza economica e hanno accesso a un’assistenza sanitaria migliore”. Così almeno dice Per Espen Stoknes, uno dei dirigenti del gruppo che ha rilasciato il rapporto. Insomma: viene sottolineato quel dilemma fra produzione e riproduzione che abbiamo tante volte osservato qui.
In ultimo, ma non certo per ordine d’importanza, la constatazione che “contrariamente ai miti popolari, il team ha scoperto che la dimensione della popolazione non è il motore principale di eventi come il cambiamento climatico. Piuttosto, sono i livelli estremamente elevati di impatto ambientale del 10% più ricco del mondo a destabilizzare il pianeta”. Cioè siamo noi ricchi che facciamo male alla Terra. Ossia gli stessi che, nei numeri di oggi, non di domani, si stanno estinguendo. Ma se trasferiamo la nostra ricchezza altrove, non c’è il rischio che poi queste popolazioni diventino cattivi come noi con l’ambiente?
Ed ecco il succo di questa nuova vulgata: i ricchi fanno male al pianeta. Quindi rendiamoli più poveri spostando risorse su chi ne ha bisogno e così facendo diminuiamo anche la popolazione, che pure se non provoca il cambiamento climatico è meglio tenere sotto controllo. Sottotitolo: meglio pochi, non troppo ricchi, ma buoni.
L’ennesima versione della decrescita felice, che comprensibilmente suscita molti entusiasmi, non tiene conto di alcune complessità e diverse evidenze. La prima è che la ricchezza non è un interruttore che si può accendere o spegnere, e tantomeno un elenco di beni materiali: è un processo sociale e culturale che richiede secoli per consolidarsi e attivarsi. Una volta disinnescato questo processo non possiamo stabilire un livello per noi “giusto” e fermarci là. L’unico limite in basso è la miseria.
Secondo, più determinante: se saremo meno non vuol dire solo che saremo meno numerosi. Saremo meno in tutto, anche nella nostra capacità di immaginare un futuro migliore di quello che disegnano questi scienziati dell’infelicità.
La grande convergenza sul paradigma dello squilibrio

Oggi proviamo a levare lo sguardo da ciò che ci è più prossimo per indirizzarlo verso ciò che appare distante. Un esercizio di osservazione che forse è più utile dell’ennesima riproposizione dei soliti punti di vista per scrutare ai fatti economici.
Cominciamo dai due problemi più urgenti che ci propone l’attualità: la crisi bancaria, che potrebbe diventare finanziaria, e quella inflazionistica, che ha già gravi ricadute sociali. Cosa hanno in comune queste due crisi? Sono frutto di un qualche squilibrio.
I manuali di economia, da tempo immemore, insegnano (vorrebbero almeno) che lo scopo dei sistemi economici è perseguire l’equilibrio. Questo pensiero parte da lontano e non è questo il luogo per ripercorrerne la genealogia. Tuttavia vale qui leggere le parole scritte su libro pubblicato un decennio fa.
“Probabilmente la concezione metafisica della realtà atemporale ha causato il danno più grave attraverso la sua influenza sull’economia. Il difetto fondamentale nel pensiero di molti economisti è la convinzione che il mercato sia un sistema con un unico stato di equilibrio. Esiste persino un teorema matematico che afferma che nello stato di equilibrio nessuno può essere reso più felice senza che qualcun altro diventi meno felice”.
Quindi, la conseguenza: “Se esiste un solo equilibrio stabile, non ci sono molte possibilità per l’azione umana e la cosa migliore da fare è lasciare libero il mercato di raggiungere quell’equilibrio. Se invece gli equilibri possibili sono molti, e nessuno è completamente stabile, allora l’azione umana deve partecipare e guidare la dinamica in base alla quale si sceglie un equilibrio tra i molti possibili”.
Prima di sapere chi ha scritto queste parole, conviene capirle bene. L’idea di equilibrio nasce da un paradigma – sostanzialmente quello newtoniano – nel quale spazio e tempo sono enti assoluti all’interno dei quali, conoscendo le condizioni iniziali, possiamo dedurre quelle finali applicando delle regolarità in forma matematica che vengono chiamate leggi. Da questo paradigma all’equilibrio generale di Walras il passo è molto breve.
La conseguenza di questo paradigma è una realtà pre-determinata, il cui ordinamento è affidato a una logica esterna – quella di mercato nel caso di Walras, quella di Dio nel caso di Newton – dove di fatto il futuro è determinato dal passato. Le condizioni iniziali, appunto.
Se il punto d’arrivo è l’equilibrio, tutto ciò che vi si oppone è un disturbo che deve essere eliminato, per la semplice ragione che non corrisponde allo stato ideale. Ogni realtà atemporale è deterministica quindi non crede nella libertà: il futuro è sostanzialmente scritto e deve solo essere scoperto.
Proviamo adesso a capovolgere il paradigma. Diciamo che lo stato di equilibrio è illusorio come l’idea che esista una realtà atemporale. Poiché viviamo nel tempo, dobbiamo convivere con lo squilibrio ed è in questo squilibrio che troviamo ogni volta le risorse per generare la nostra prosperità. Quindi lo squilibrio è nostro amico: l’equilibrio una pericola illusione.
Accettare la realtà dello squilibrio significa coglierne le opportunità grazie all’uso intelligente della nostra immaginazione, che ha notevoli capacità. Lo scopo del pensiero economico, non è insegnare a perseguire l’equilibrio, e tantomeno teorizzarlo, ma insegnare a gestire in maniera creativa lo squilibrio. Non esiste la dicotomia fra stato e mercato. Esistono persone che devono decidere e agire.
Quanto all’immaginazione, vale la pena leggere un’altra citazione presa dallo stesso libro. “Tutto il progresso delle civiltà umana, dall’invenzione dei primi strumenti alle nascenti tecnologie quantistiche è il risultato dell’applicazione disciplinata dell’immaginazione”. E poi confrontarla con quest’altra, che è più recente ed è stata scritta prima di conoscere la prima. “Un libro non è soltanto un mucchio di parole: è nutrimento per l’immaginazione, ossia il nostro superpotere. Ne abbiamo un gran bisogno per scrivere il nostro futuro”.
E veniamo, infine alle fonti. Le prime tre citazioni sono estratte dal libro “La rinascita del tempo”, di Lee Smolin, famoso fisico teorico statunitense che ha come sottotitolo “Dalla crisi della fisica al futuro dell’universo”. Quella sul superpotere l’ho estratta dal mio libro, “La Storia della ricchezza” che ha come sottotitolo “L’avvento dell’Homo Habens e la scoperta dell’abbondanza”. Non certo per vanità. Ma perché è interessante osservare come uno scienziato che studia la fisica arrivi sostanzialmente alle stesse conclusioni di uno storico dell’economia quanto agli strumenti da utilizzare e alla visione che dobbiamo coltivare di fronte all’idea del futuro. Significa che è in corso una straordinaria convergenza fra scienze della natura e scienze sociali che di fatto rende insignificante questa distinzione. Gli scienziati della natura somigliano sempre più a quelli sociali, e viceversa. Quindi non c’è ormai più nessuna differenza. Ciò che conta è, appunto, il paradigma.
Qualunque sia la disciplina da cui si proviene, oggi il problema non è capire se l’universo abbia undici dimensioni o se l’inflazione sia un fatto di squilibrio monetario. Il problema è se vogliamo scriverci il futuro da soli o farcelo scrivere da altri. Questo è l’autentico problema proposto da tutta la scienza.
Nel primo caso dobbiamo salutare lo squilibrio come fattore evolutivo, non averne paura e imparare a gestirlo. Nel secondo farci addormentare da una qualunque narrazione, come si dice oggi. Abbracciare la realtà o scegliere una favola. A noi la scelta.
Cartolina. Investire su di noi

Non ci sono molte possibilità di sfuggire all’obbligo che i nostri tempi – ma solo i nostri poi? – ci impongono. Ossia quello d’esser migliori di quello che siamo già, e continuare a migliorarci. Piaccia o meno, in un’economia della conoscenza, alla quale ormai ci pregiamo di trasformarci, le competenze sono l’asset principale di ogni agente economico. Perciò bisogna studiare, e ancora studiare. Farsi venire continuamente idee. Provare a realizzarle. Imparare cose nuove. Non fermarsi mai. Trasformarsi in cacciatori e raccoglitori della conoscenza. Perché questa irrequietezza è il carburante dell’immaginazione, ossia ciò che rende interessante il nostro andare avanti. Non si tratta di candidarsi a una vita faticosa, che avremo comunque. Ma di sceglierla per farne qualcosa di buono. Chi si contenta gode, dice la saggezza popolare. Chi non lo fa ha qualcosa di meglio: una nuova saggezza.
