Categoria: cronicario
Cronicario: E dopo l’orientamento accomodante, arriva il dazio flessibile
Proverbio dell’8 marzo Pensare due volte è sufficiente, tre è utile
Numero del giorno: 30,8 Età media della prima maternità di una donna italiana
Si preparano tempi duri, gentili signore e signorine che oggi festeggiamo intanto per il buon carattere, visto che la società remunera con paghe più basse degli uomini e lavoro gratis il vostro paziente e faticosissimo (sulle ordinate del grafico trovate le ore settimanali di lavoro) contribuire alla sua edificazione.
Si preparano tempi difficili perché – udite udite – oggi la Bce ha cancellato l’easing bias.
Si dai, quella formuletta nel papello che ogni maledetto giovedì in cui la Bce si riunisce viene confezionato per spiegare le decisioni di politica monetaria. Mica roba da poco. Si è creata una categoria di interpreti per questa liturgia. C’è un albo professionale informale e si vagheggiano cattedre universitarie dedicate proprio all’ermeneutica della comunicazione nel central banking. Capite subito perché i professionisti si siano subito accorti che dalla stele di Francorte era scomparsa l’espressione che il QE sarebbe stato aumentato “in termini di entità e/o volume” in caso le cose fossero andate storte. L’interpretazione unanime è stata: la Bce ha fatto un altro passo in avanti verso la normalizzazione monetaria.
E niente: Supermario s’è sgolato poco dopo in conferenza stampa a dire che i tassi bassi dureranno praticamente per sempre e che gli acquisti di titoli, fissati a 30 miliardi al mese fino a settembre, potrebbero anche proseguire. Ormai il dado era tratto. L’easing bias, chiamiamolo orientamento accomodante, è terminato. Niente sarà più come prima.
E c’è di più, gentili signore e signorine. Oggi il terribile Mister T. dovrebbe svelare gli arcani del suo piano di dazi col quale vuole punire tutti i malnati che fanno commercio con gli Usa e ci guadagnano. In pratica tutto il mondo.
Si ci siamo anche noi. E quindi capirete perché a qualcun gli fischiano le orecchie. Ma non agitatevi troppo. Lo stesso mister T vi spiega bene come andrà questa cosa dal suo podio di grande tuittero.
Com’è che si diceva da noi? Le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici. Siamo sempre avanti. I dazi flessibili di Trump sono la prova che il presidente deve avere qualche italiano nel suo albero genealogico.
E prima di salutarvi, una notizia probabilmente esagerata che proviene dal sud, che d’altronde è esagerato pure lui. Dicono che alcuni, molti dei quali giovani, si siano presentati al Caf di un paesino pugliese a chiedere i moduli per avere il reddito di cittadinanza, visto che ormai i 5 stelle hanno vinto le elezioni. Vera o falsa che sia, questa storia, è chiaro a chiunque abbia un grammo di cervello di cosa si tratta: una bella minchiata. Purtroppo sulle minchiate nessuno paga dazio.
A domani.
Cronicario: La maggioranza rumorosa dei benestanti
Proverbio del 7 marzo La lepre va dove nemmeno pensi
Numero del giorno: 30,1 Età media di permanenza dei giovani italiani nella casa dei genitori
E come da libretto evangelico, il terzo giorno è risuscitato.
Cosa?
Come cosa?
Tralascio il dibattito sul futuro del Pd perché sono certo ne avrete abbastanza, e mi concentro sul dibattito, assai più seducente, sulle ragioni dell’ennesima spinta elettorale verso le posizioni cosiddette populiste: mi fa morir dal ridere e spero anche a voi. Perché mai la gente vota i cattivissimi populisti/sovranisti/protezionisti? Facile: la crisi, gli esclusi, l’economia, le opportunità, il lavoro precario, la proletarizzazione (ma rigorosamente senza figli) del ceto medio: la solita solfa, con l’immancabile riferimento alla diseguaglianza e alla mancanza di opportunità che butta lo sconfortato e disilluso, e soprattutto impoverito, ceto medio fra le braccia dell’arruffapopolo di turno. Il tutto lo racconta questo grafico che stamattina una persona di indubitabile intelligenza ha postato on line nel bel mezzo del dibattito esploso come un fuoco d’artificio sulla rete.
Ed ecco là il nostro teorema in bella vista: i paesi in cima alla retta, ossia Uk, Usa e Italia, sono quelli che si segnalano per peggiore diseguaglianza o bassa mobilità sociale, secondo l’elaborazione che ne hanno fatto gli autori. Ed infatti hanno sperimentato nell’ordine la Brexit, Trump e adesso chissà cosa in Italia, con la Germania e la Francia a un pelo, mentre il Giappone chissà perché no. Ma vabbé, nessun teorema è perfetto. Vi convince?
Ma siccome mi piace pure guardare i dettagli, ecco che mi trovo a notare come i tre paesi incriminati per sospetto populismo siano al tempo stesso nella top ten dei paesi più ricchi del mondo, pure al netto delle numerose situazioni di disagio dissimulate dalle medie e dai valori mediani. A proposito: se poi vogliamo credere alla favoletta che il populismo segni la rivolta dei poveri contro i poteri forti della globalizzazione, allora vi faccio notare che i poveri, in Italia (e sono pure aumentati), secondo i dati raccolti da Eurostat sono all’incirca il 12% della popolazione. Che è un numero enorme, ma assai meno dei voti presi dai populisti.
Se poi volessimo dirla tutta, questa antipatica evidenza, dovremmo osservare che il pieno dei voti populisti ha riguardato anche la parte economicamente più ricca e vitale del nostro paese, dove lavorano praticamente tutti e si cresce al livello della Germania e forse più. Più che la rivolta dei poveri, la nostra, sembra la rivolta dei benestanti che temono di star male domani. La maggioranza silenziosa ha votato compatta, e ha fatto un notevole rumore.
Tanto forte che se sono accorti pure in Europa, dove oggi fra le altre cose si presentava il nuovo winter package dove si fa il punto sull’evoluzione economica dell’area e soprattutto della corrispondenza degli obiettivi dei paesi con quelli fissati. Figuratevi le risate.
La commissione ha riscontrato che 11 paesi su 12 paesi esaminati hanno una qualche forma di squilibrio. Si salva solo la Slovenia. E non vi devo dire nient’altro. Di fronte a questo notevole esempio di disciplina finanziaria, che peraltro arriva in uno dei momenti di espansione più forte degli ultimi decenni, noi italiani brilliamo come sempre. Ma non state a preoccuparvi di quello che dicono a Bruxelles. Preoccupatevi di quello che succede a Roma.
A domani.
Cronicario: L’invecchiamento precoce del ministero della gioventù
Proverbio del 23 febbraio L’ottimismo lo dona Dio, il pessimismo lo scopre l’uomo
Numero del giorno: 1.999 Salario mensile minimo in euro in Lussemburgo
Poiché è il penultimo venerdì prima dell’avvento della nuova legislatura, e quindi della Quaresima che seguirà al carnevale elettorale, decido di ignorare tutte le suggestioni economiche mi arrivano dal cronicario globale, come quella diffusa da Eurostat grazie alla quale scopro che in Irlanda il salario minimo è più alto di quello di impiegato anziano in Italia
o quell’altra che l’inflazione continua a rimanere bassa, per la gioia del nostro debito pubblico e della nostra crescita nominale e il tripudio degli amanti del QE
e decido invece di lasciarmi sedurre dal chiacchiericcio politico riportando la vera notizia del giorno che riassume, col grande genio tipico di chi l’ha diffusa, lo spirito della nostra ultima campagna elettorale e quindi del nostro paese. Prima vi dico cosa, poi chi (indovina indovinello): “Ho proposto un ministero per la terza età: gli italiani in questa fascia sono una moltitudine, serve un dicastero che si occupi dei loro problemi. Per loro proponiamo anche un aumento della pensione a mille euro”. Vedete che, gratta gratta, trovi sempre l’economia nel fondo dell’urna?
E chi sarà mai questo eroe del nostro tempo?
Certo, l’avevate già capito. Il Nostro deve aver sbirciato le statistiche demografiche e dev’essersi accorto che il 22% e passa dei cittadini italiani sono ultra65enni e probabilmente sono gli unici che si prenderanno il disturbo di votare. E perciò, ecco il lampo di genio: un ministero tutto per loro, che studi il modo di farli stare sempre meglio, visto che non stanno bene abbastanza, in un paese che ha un enorme bisogno di loro.
Ma aldilà delle aride convenienze, la trovata del Cavaliere è la metafora meglio riuscita del grande problema che affligge il nostro paese: il rischio di senilità precoce che affligge i nostri giovani. Un enigma che agita le menti dei più grandi scienziati del pianeta. Sarà colpa dell’aria, del cibo, dell’acqua; o forse dell’educazione, della storia o della geografia; dell’economia, della politica o della religione, ma in Italia i giovani diventano vecchi prestissimo. A vent’anni sono già maturi per la pensione. Sognano da pensionati pure da svegli.
Non ci credete? La sindrome è nota nei consessi più qualificati e ha generato anche strascichi istituzionali. Qualcuno ricorda del ministero del gioventù? Già, nessuno. Era stato istituito nel (non troppo) lontano 2008. Indovinate da chi.
Sempre lui appunto. Prima di quell’esperienza determinante si ricorda lo scialbo ministero delle politiche giovanile e attività sportive, di un paio di anni prima, che mostrava con l’associazione sport&gioventù di non avere alcuna dimestichezza con la complessità della questione giovanile, e poi un dicastero sui problemi della gioventù, nel secondo governo Andreotti fra il 1972 e 1973, quando i giovani erano numerosi più o meno quanto gli anziani di oggi ed erano sicuramente problematici e sembra siano rimasti problematici anche da vecchi, visto che si continua a parlare solo di loro.
Ma il ministero per la gioventù propriamente detto risale a dieci anni fa. Fu impersonato da una giovane ministra e durò un paio di anni. Il governo successivo incorporò la questione giovanile nel ministero per la cooperazione internazionale e l’integrazione, manco i giovani fossero extracomunitari, quello successivo nelle pari opportunità e sport (di nuovo), e infine l’attuale governo ha consegnato la questione giovanile al ministero del lavoro e delle politiche sociali, retto da un ministro pettinatissimo, che deve aver pensato ai giovani quando nel 2014 liberalizzò i contratti a termine provocando un incredibile boom dei lavoratori temporanei.
Nel corso della sua odissea, durata dieci anni come quella di Ulisse, finalmente il ministero della gioventù ha ritrovato la sua Itaca. Si è trasformato nel ministero della vecchiaia. Silenziosamente. E soprattutto, precocemente.
A lunedì.
Cronicario: E tutto d’un tratto arrivano 200 mila posti di lavoro
Proverbio del 21 febbraio Alla volpe addormentata non cade niente in bocca
Numero del giorno: 400.000.000 Valore mutui per spese mediche in Italia
E tutto d’un tratto capisco che ho sbagliato tutto. Traviato dalla malmostosità gufesca dei commentatori da salotto, mi sono perso l’autentico sentimento che anima una qualunque campagna elettorale che si rispetti, quindi la nostra in particolare: la gioia. E quando ci ricapita di sentire tante buone notizie in un arco di tempo così limitato? In un pugno di settimane ci hanno promesso e raccontato di tutto, dalle pensioni a dodici anni all’aumento del reddito nell’anno che verrà.
Il tripudio durerà ancora poco purtroppo. Ancora una decina di giorni e poi le urne si chiuderanno e con loro i buoni propositi. Tornerà la mestizia nazionale che dura circa cinque anni al netto dello scioglimento anticipato delle camere, purtroppo sempre più raro. Perciò mi sono detto: goditela finché dura, la bella stagione, e regala anche oggi una dose di ottimismo agli amatissimi che perdono il loro tempo a leggere le tue fregnacce raccontando loro quelle dei politici. Serviva giusto una buona ispirazione. E tutto d’un tratto…il coro: è arrivato il ministro Delrio.
Macché bravo, bravissimo: un ministro coi baffi (e pure col pizzo). Oggi è toccato a lui accendere il nostro entusiasmo così come ieri era toccato all’amabile Padoan con la storia dell’aumento di reddito da mille euro nel 2020. E Delrio, bravo com’è, non si è fatto pregare. Perla numero uno: Il piano infrastrutturale decennale messo a punto dal governo creerà 200 mila posti di lavoro in dieci anni (che immagino si aggiungeranno al milione già creato col Jobs Act di cui alla nota vulgata governativa). Una promessa decennale come un Btp. Solo che differenza del Btp dei duecentomila posti fra dieci anni non si ricorderà più nessuno, neanche Delrio che per allora avrà infrastrutturato chissà cosa. Ma tranquilli li ritireranno fuori in tempo per la campagna elettorale del 2028 e per allora saranno pure aumentati con gli interessi composti. Seconda perla: a fine 2017 siamo tornati a 290 miliardi di investimenti per le opere pubbliche, pure se gli investimenti pubblici, strano a dirsi, fanno ancora fatica a decollare malgrado abbiano tutte le carte in regola per spiccare il volo.
Percepisco un avvio di scricchiolio al buonumore che per fortuna viene subito obliterato dalla perla numero tre: “La prossima settimana sbloccheremo un miliardo per la ferrovia Ionica”, sottolineando che l’ultimo a spendersi per questa ferrovia era stato Cavour, che comunque fa tanto Risorgimento.
Se ne parla da un annetto di questa ferrovia a dirla tutta. Ma tant’è. La quarta perla ve la dico io: il nuovo governo, chiunque esso sia, tutto d’un tratto farà arrivare anche i treni in orario. E’ giunta l’ora fatale.
A domani.
I consigli del Maître: I lavoratori poveri e la guerra degli smartphone
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
L’undernet di Google. Dieci anni fa, a febbraio del 2008, Google annunciava sul suo blog aziendale di aver aderito a un consorzio per la realizzazione di un cavo sottomarino, dal nome icastico di Unity, destinato a migliorare i collegamenti fra Usa e Giappone. “Se vi state domandando se se stiamo entrando nel business dei cavi sottomarini, la risposta è no”, scrisse Francois Sterin, manager delle Network Acquisition. Dieci anni dopo Google ha annunciato con malcelato orgoglio, sempre dal suo blog aziendale, di aver speso 30 miliardi in tre anni per migliorare la sua infrastruttura di rete e ha presentato al mondo Curie, un nuovo cavo sottomarino che collegherà Los Angeles al Cile. Ma soprattutto con Curie, ispirato alla celebre scienziata Marie Curie, Google diventerà “la prima grande compagnia non telecom a costruire un cavo intercontinentale privato”. Curie è l’undicesimo progetto che vede la compagnia californiana nel ruolo di investitore nella posa di cavi sottomarini.
Dieci anni dopo, a dispetto delle dichiarazione di Sterin, Google si rivela come uno dei soggetti più attivi nel business del cavi sottomarini. D’altronde dieci anni sono un’era geologica nel mondo di internet. Nessuno nel 2008 avrebbe scommesso sulla straordinaria evoluzione dei servizi di cloud e sulla crescita vertiginosa dell’economia digitale. Google gioca da protagonista. Ma anche gli altri non stanno a guardare.
La crescita dei salari Usa e il calo della borsa. Va per la maggiore la tesi che i recenti cali della borsa sia da attribuire al fatto che Negli Usa sia salita l’inflazione a causa della crescita dei salari e ciò possa incoraggiare la Fed a stringere i tassi al punto da scoraggiare i mercati. Ma è davvero così. Una interessante ricognizione della Fed mostra che i salari reali, a seconda peraltro dell’indicatore scelto, sono cresciuti al massi del 4% reale circa da metà del 2009 alla fine del 2017.
Forse prima di fare congetture dovremmo vedere i dati. E magari iniziare a chiedere, qualora l’inflazione ritorni sul serio, quanto a ciò abbiano contribuito le politiche ultra espansive prolungate della stessa Fed, che oggi sta più o meno precipitosamente provvedendo a normalizzarle. Ma chiedersi questo significa dubitare di alcuni dogmi contemporanei. E nessuno vuole farlo.
I nuovi poveri sono i lavoratori. Uno studi di Ref ricerche solleva una interessante osservazione sull’andamento del mercato del lavoro in Europa e in Italia: il notevole aumento dei lavoratori in povertà, ossia di coloro che malgrado abbiano un lavoro non riescono a sbarcare il lunario, o ci riescono molto male. I ricercatori hanno raccolto i dati degli ultimi dieci anni e viene fuori che la percentuale di in-work poverty in Italia è cresciuta dal 9,3% del 2007 all’11,3 del 2017, seguendo una tendenza che non ha risparmiato nessun paese fra quelli censiti. Nella ricca Germania si è passati dal 7,4 al 9,5%. In Francia dal 6,5 al 7,9, in Spagna dal 10,2 al 13,1%. Sulle ragioni di tali andamenti, il ruolo di indiziato va al grande sviluppo dei contratti a tempo determinato, spesso per tempi brevissimi, che ha interessato tutta l’eurozona e l’Italia in particolare. E’ proprio in questa categoria infatti che si osserva il numero più alto di lavoratori in povertà.
Il problema oggi non è solo avere un lavoro. Ma riuscire a camparci.
La guerra degli smartphone. Ha fatto un certo scalpore l’allarme lanciato davanti al congresso Usa dei vertici dei servizi segreti americani circa i rischi di far entrare i telefonini cinesi, Huawey e ZTA, negli Usa per questioni legate alla cyber sicurezza. Huawey ha protestato ufficialmente, lamentando le iniziative del governo Usa per scoraggiare la diffusione commerciale dei suoi prodotti, che infatti sono stati banditi sia da Verizon che da AT&T pare su pressioni del governo. Sorge il sospetto che più di guerra di spie questa sia una guerra commerciale. Le vendita di telefoni cinesi, infatti sono esplose in pochi anni, in alcuni trimestre con tassi del 150%.
E anche se la Apple mantiene un ampio predominio, con oltre il 50% del mercato,
i cinesi sono ben posizionati, considerando la giovinezza dei loro prodotti. Forse negli Usa pensano che prevenire sia meglio che curare. Specie in un mercato, quello degli smartphone che si sospetta abbia raggiunto il picco nel 2015, ma che comunque nel 2016 ha generato vendite di telefoni per 1,5 miliardi di pezzi. Uno ogni cinque abitanti nel mondo. Abbastanza da motivare una guerra commerciale sotto mentite spoglie.
Cronicario: L’evoluzione della mancetta elettorale: la previsione del reddito futuro
Proverbio del 20 febbraio Fai attenzione a ciò che si dice non a chi lo dice
Numero del giorno: 64.400.000.000 Sofferenze bancarie italiane a dicembre
Dimostrando una raro talento futurista il nostro augusto ministro del Tesoro ha presentato al Parlamento una relazione che segna un passo evolutivo notevolissimo nell’abusata prassi della mancetta elettorale. Dopo il taglio del canone agli ultra75enni poveri, d’altronde cos’altro restava da fare? Ormai tutti si sono resi conto che siamo in campagna elettorale e che ogni promessa è debito impagabile.
E allora quel che rimane per incantare l’elettore è semplice e insieme geniale: vendere il futuro.
E questo è il risultato.
La stampa com’è noto si beve ogni cosa. Nel pregevole studio, che presenta il risultato di un nuovo metodo di calcolo degli indicatori del benessere, c’è pure scritto che la partecipazione al lavoro aumenterà insieme all’inflazione e che diminuirà anche la diseguaglianza…
E pazienza se il governo che verrà, che probabilmente sarà uguale a quello che l’ha preceduto oltre ad essere la fotocopia di quelli prima di lui, non centrerà gil obiettivi. Sono previsioni, mica promesse. Hanno il vantaggio di essere gratis e di sollevare comunque l’umore in tempi vagamente incupiti dai capitomboli delle borse, che ci avevano abituato al sorriso un po’ ebete degli eterni giocondi e adesso ci stanno terremotando lungo i crinali dell’incertezza. E mica solo le borse. Oggi Bankitalia ha presentato la consueta rilevazione fatta con gli agenti immobiliari secondo la quale sui prezzi insistono spinte ribassiste,
con sconti sui prezzi di richiesta ancora superiori al 10%. L’ottimismo fa capolino, ma su un orizzonte da due anni a questa parte. Anche gli agenti immobiliari come il governo sognano un 2020 rose e fiori. E ancora non abbiamo votato.
Ma la notizia più triste della giornata arriva dagli Usa. No, non è la storia che Trump sta pensando di derogare alla normativa Usa contro la proliferazione nucleare pur di riuscire a piazzare una ditta stelle&strisce mezza fallita nella competizione per il nucleare in Arabia Saudita – di queste roba non leggerete nulla sui giornali italiani e io sono troppo pigro per raccontarvela – ma riguarda un altro mito americano nonché della giovinezza di chiunque sia cresciuto a pane e rock: la mitica Gibson, che da 120 anni sforna chitarre meravigliose, rischia di chiudere i battenti, avendo sul groppone 375 milioni di dollari di debiti da restituire entro l’estate.
Speriamo che pure lei arrivi al 2020.
A domani.
Cronicario: E per non pagare il canone Rai invecchiate precocemente
Proverbio del 19 febbraio Il cuoco inesperto accusa sempre il forno
Numero del giorno: 3.200.000.000 Investimenti previsti dal Demanio in 10 anni
Ultimi sgoccioli di campagna elettorale e meno male. Rima a parte, l’abbrutimento del nostro dibattito pubblico, già carente di suo, tocca un apice sensazionale quando leggo che il nostro beneamato gentilissimo premier ha annunciato che taglierà il canone televisivo a 350 mila ultra 75 enni con reddito inferiore agli 8 mila euro l’anno, mostrando di ignorare la geografia anagrafica della distribuzione del denaro in Italia,
ma in compenso di conoscere benissimo quella demografica/elettorale.
Eccolo qua il ragionamento del politico medio: gli anziani sono un sacco, votano e guardano la tivvù. Che ci vuole a fare politica così?
Capirete il leggero rosicamento, che mai mi sarebbe sorto se questa mancetta elettorale una volta tanto fosse arrivata alle famiglie monoreddito con prole, che forse ne hanno più bisogno, anziché sostenere i soliti, che poi magari la imprestano al nipote inattivo. Ma capisco bene che da un premier che dice che “è inutile promettere improbabili miracoli” al massimo ti puoi aspettare la triste realtà. E quindi il miracolo tocca farcelo da soli, magari cominciando a invecchiare prima del tempo, perché solo quando saremo grigi e artritici meriteremo (e neanche tutti) l’attenzione del governo.
Fuori da queste miserie se ne consumano altre, un filo più preoccupanti. Oggi si è consumata l’ennesima giornata nera di Creval, alle prese con un aumento di capitale che ha fatto sprofondare il borsa il titolo del 7% e i diritti per l’aumento del 70. Un grande successo, evidentemente, che accende un’altra lucetta d’allarme sul nostro quadro bancario, che ha appena ritrovato un minimo di fiducia in sé stesso. Non bastasse questo, da Ocse arrivano segnali di rallentamento della crescita nell’area nel quarto trimestre 2017.
Per fortuna buone nuove arrivano da Bankitalia, che ha pubblicato gli ultimi dati sulla bilancia dei pagamenti e la posizione estera.
Nel 2017 il nostro surplus corrente è arrivato al 2,9% del pil, ben 50 miliardi, spinto dall’incremento dei redditi primari, ossia le nostre rendite sull’estero, cresciuti da 5 a 11 miliardi, dalla riduzione del deficit sui servizi, a -1,8 miliardi da -2,8, con l’avanzo delle merci che si contrae dai 59,8 miliardi del 2016 a 56,7. Se avessimo politici alfabetizzati, questi semplici numeri suggerirebbero loro che serve una strategia per rilanciare la nostra economia dei servizi per compensare gli andamenti avversi del saldo delle merci, che dipende, oltre che dalla domanda estera, dagli andamenti petroliferi. E poi magari fare una riflessione sulla rilevante quota di ricchezza estera degli italiani, che ha originato le rendite di cui sopra. Ma così sarebbe troppo difficile fare politica. Tagliamo il canone va.
A domani.
Cronicario: La carta stampata sparisce, ma c’abbiamo la smart home
Proverbio del 16 dicembre Tutto arriva per chi sa aspettare
Numero del giorno: 0,1 Crescita % pil mensile a febbraio secondo Confcommercio
Ora non fatemi diventare nostalgico, a me che son cresciuto pestando articoli sulle macchine da scrivere – una delle esperienze più devastanti per il sistema nervoso di una persona e chi dice il contrario mente – e non mi venite a raccontare, come ha fatto il boss del New York Times che fra dieci anni il giornale di carta non ci sarà più, visto che peraltro la davano già per estinto alcuni anni fa.
Niente nostalgie dicevo. Primo perché non c’è nulla di che essere nostalgici: i giornali di carta puzzano e ti sporcano le mani, sono scomodi da leggere e non entrano nel taschino. Dieci anni mi sembrano persino troppi coi tempi che corrono alla velocità dei click. Secondo, perché in Italia ce ne vorranno almeno venti: giusto il tempo che la natura faccia il suo corso. Avete mai visto un 15-30enne col giornale sotto l’ascella di recente? No, appunto. Ed ecco spiegato il motivo. Siccome i nostri anziani – Dio li benedica – godono di ottima salute e sono il 22% della popolazione, ecco spiegato perché da noi i giornali di carta resisteranno qualcosina in più. La loro speranza di vita è collegata a quella dei nostri nonni. Tutto chiaro? Bene. Ma allora perché mi sento nostalgico?
No davvero, è impossibile avere nostalgia di un oggetto che nasce già morto con le notizie di ieri ed è insostenibile, sia dal punto di vista finanziario che ambientale: ettari di foreste sacrificate alla vanità degli editorialisti! E tuttavia…
Peraltro essere nostalgici di un manufatto primitivo che in sostanza è l’anello mancante fra Gutemberg e l’IPhone è del tutto fuori luogo in un mondo dove succedono cose come questa.
Come cos’è? Non ditemi che vi siete persi l’evento della matinée hi tech: l’ultima release dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano. Chiedetevi se anche voi fate parte di quel 38% di consumatori italiani che ha almeno un oggetto connesso dentro casa (non lo smartphone, almeno una telecamera, o se fate parte di quel 51% che è preoccupato per la privacy e che tuttavia ha contribuito a creare quel mercatino da 250 milioni (per ora) che ruota attorno alle case del futuro. Quelle dove si parla con gli altoparlanti per accendere la tv, invece di chiederlo a vostra moglie (o marito, o altro) perché non avete avuto il tempo di trovarvene una, dovendo fare un doppio lavoro per pagarvi il wi fi.
D’accordo, niente nostalgie. Però siate consapevoli che fra “videocamere di sorveglianza, termostati, caldaie e lavatrici proliferano gli impieghi delle soluzioni Internet of Things per la Smart Home”. Ricordatevi che “i consumatori oggi hanno a disposizione diversi nuovi punti di contatto per acquistare soluzioni per la casa connessa, tra retailer (tradizionali e online), produttori, assicurazioni, utility e telco che coprono già il 30% dei canali di vendita”. E soprattutto state all’erta: “Ormai in Italia mancano all’appello solo i grandi operatori Over-The-Top come Amazon, Google e Apple, che all’estero hanno appena iniziato la battaglia globale degli assistenti vocali intelligenti (Smart Home speaker), destinata a rivoluzionare il settore”.
Ecco: adesso lo sapete. E adesso che lo sapete fate una cosa carina: andate in edicola e comprate un giornale per il week end. Non serve a niente, ma almeno non vi rompe le balle con le notifiche.
A lunedì.
Cronicario: Vino e pecorino si vendono meglio del telefonino
Proverbio del 15 febbraio Meglio un nemico intelligente che un amico sciocco
Numero del giorno: 36 Aumento % debito pubblico Italia nel 2017 sul 2016
Stai a vedere che la notizia del giorno è che abbiamo esportato un sacco di roba nel 2017, mi dico, osservando l’ultima release Istat sul commercio estero, prima di essere distratto da una notizia succulenta arrivata dall’estero.
E che ci può essere di più interessante di 47,5 miliardi di surplus commerciale in un anno, che sarebbero stati 81 senza la componente energetica, a parte il fatto che gas e petrolio si sono mangiati quasi la metà dei nostri profitti commerciali?
Gli Usa: what else? Accade tutto laggiù. Mentre i nostri teleradiowebgiornali ci stupidivano con le minchiate da campagna elettorale – se vi appassiona quella roba avete sbagliato canale – a un certo punto i capi di Fbi, Cia e Nsa, ossia i Grandi Spioni americani, lanciavano al Congresso Usa un allarme risuonato in tutto il mondo, come merita un allarme lanciato dai meglio ficcanaso conosciuti (quelli sconosciuti sono più bravi ovviamente): non comprate smartphone cinesi come quelli di Huawei o gli ZTE, rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale. “Il rischio principale – ha detto il boss dell’Fbi – è quello di permettere a società vicine al governo di Pechino di infiltrarsi nella rete tlc Usa, con la possibilità di rubare o modificare informazioni e di fare spionaggio”.
Vi sembra una cosa seria? A Verizon, che un paio di settimane fa ha deciso di non associare più Huawei alle sue offerte commerciali, facendo il paio con quanto deciso a inizio gennaio da AT&T, deve essere sembrata serissima. Ma il vostro Cronicario, che sente a miglia la puzza di fregature, non ci è cascato. La storiella che gli Usa temono lo spionaggio dei telefonini cinesi, in un mondo pervaso da una crescita costante di device e microchip prodotti in Asia, mi ha ricordato un bel paper diffuso qualche tempo fa dal Fmi dove si notava l’incredibile crescita dell’export cinese di smartphone, col picco del +150% raggiunto ai primi del 2016, con il mercato Usa a far la parte del leone col 28% del totale delle importazioni.
Questo in un mercato che nel 2016 ha contato un miliardo e mezzo di smarthone venduti, uno ogni cinque abitanti nel mondo, maturato in un pugno di anni tanto da far sospettare che ormai sia saturo.
Un mercato dove Apple fa la parte del leone. A proposito, ma gli IPhone (tutti) prodotti in Cina sono meno pericolosi dei Huawey? O il fatto che la Samsung abbia stracciato la Intel nella vendita di semiconduttori è un pericolo per la sicurezza nazionale?
Siccome nessuno sa dove si annodi il bug che ti spia quando c’è di mezzo l’hi tech, mi sorge il sospetto che l’allarme proditorio risuonato nelle aule del Congresso (a quando quello sugli antivirus russi?) sia il modo contemporaneo di declinare la competizione commerciale nel mercato dei telefonini, che si sospetta abbia raggiunto il picco nel 2015, tanto che Apple ormai deve rilasciare almeno tre telefoni l’anno per accendere la libidine dei consumatori.
Più che guerra di spie, guerra da bancarella, insomma. Una sensazione che mi viene confermata dal fatto che la Huawey poco dopo la sparata degli 007 abbia pubblicato una nota nella quale ha accusato il governo Usa di voler inibire il loro business, con chicca finale per gli appassionati delle risse: “Huawei gode della fiducia di governi e clienti in 170 paesi in tutto il mondo e non pone rischi di cyber security più elevati di qualsiasi altro fornitore del settore tlc, condividendo la catena distributiva e capacità produttive”. Come dire: chi non spia scagli la prima pietra.
Di fronte a questa sciarada, mi convinco che ancora una volta che la prima impressione è davvero quella che conta. Avevo colto il succo prima che gli spioni mi distraessero: la vera notizia del giorno è il nostro surplus commerciale, specie quando leggo che secondo Coldiretti abbiamo fatto il record, oltre 41 miliardi, di export dall’agroalimentare. Praticamente quasi quanto il totale del surplus. Primeggiano le esportazioni di formaggi (+9), salumi (+8%) e vino (+7%). Altro che smartphone. Il mercato per vino, prosciutto e pecorino non si satura mai. Al massimo si sazia.
A domani.
I consigli del Maître: L’estinzione degli italiani e gli anziani al lavoro
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
I progetti cinesi sull’Artico. Il governo cinese ha pubblicato alla fine di gennaio un paper molto interessante sulla Polar silk road, la via della seta sull’Artico, del quale molto poco si è discusso sulla stampa italiana al contrario di quella estera. Un peccato perché la tematica è di grande interesse atteso che nell’Artico sono custodite enormi riserve di risorse energetiche, il 13 di quelle petrolifere non scoperte e il 30% del gas, e soprattutto lo scioglimento dei ghiacci sta favorendo la nascita di nuove rotte commerciali, che minacciano di terremotare le consuetudini del commercio internazionale spostando i traffici dal sud al nord del mondo.
La Cina dal 2013 ha ricevuto lo status di osservatore in senso all’Arctic Council, il forum intergovernativo dei paesi che hanno prossimità con il Polo, ed è divenuta assai attiva in quel consesso, per lo più utilizzando le relazioni con la Russia, tramite le partecipazioni acquistate nella Russian Yamal Liquified Naturale Gas (LNG), una iniziativa della compagnia russa Yamal per estrarre gas dall’Artico. Anche l’Italia ha il ruolo di osservatore nel Consiglio Artico, ma a quanto pare non siamo molto attivi. Peccato, perché lo spostamento dei traffici commerciali verso nord dovrebbe interessare molto un paese che esporta come il nostro. Ma non è mai troppo tardi per applicarsi.
La lenta estinzione degli italiani. Gli ultima dati Istat sull’andamento della nostra demografia, aggiornati al 2017, confermano che la condizione della popolazione è in costante peggioramento. Anche l’anno scorso la popolazione è diminuita, di circa 100 mila unità, visto che sono morte più persone di quante ne sono nate e il saldo migratorio non è bastato a compensare. I nati sono stati il 2% in meno del 2016, 462 mila bambini, un nuovo minimo storico, 112 mila italiani sono emigrati, e ormai gli ultra65enni hanno superato il 22% della popolazione, a fronte di poco più del 13% degli 0-15enni. Gli immigrati sono circa 5 milioni, e senza di loro saremmo 55 milioni invece dei circa 60 che siamo adesso. La speranza di vita è stabile, intorno agli 80 anni per gli uomini e gli 84 per le donne. Ma con queste cifre, le speranze di crescere non sono certo esaltanti.
La crescita dell’occupazione di donne e anziani nell’EZ. L’ultimo bollettino economico della Bce ha sottolineato il notevole contributo dato alla crescita dell’occupazione nell’area nella fase della ripresa economica dall’aumentata offerta di lavoro da parte di donne e persone in età avanzata, oltre ai flussi migratori. A conclusione dell’osservazione gli economisti della Bce deducono che nel medio lungo termine l’offerta di lavoro diminuirà in corrispondenza dell’invecchiamento della popolazione per questo sarebbero necessarie politiche volte a sostenere la forza lavoro e la crescita dell’occupazione, ad esempio attraverso l’assistenza ai disoccupati di lunga durata, dei migranti e di altre categorie che si connotano per i bassi tassi di partecipazione. E’ interessante sottolineare, tuttavia, che all’aumentata offerta di occupazione registrata in questi ultimi anni ha contribuito significativamente anche l’aumento dell’età pensionabile.
Malgrado siano aumentati i pensionati, sono aumentate anche le persone di età superiori ai 55 anni che lavorano, anche per l’ingresso della generazione del baby boom in questa coorte. Di conseguenza cresce anche il tasso di partecipazione.
Noi italiani abbiamo lasciato solo l’anno scorso l’ultimo posto ai francesi. D’altronde siamo il paese dell’Ape. L’età pensionabile stabilita per legge è aumentata in tutti i principali paesi dell’area dell’euro. Tuttavia l’età pensionabile effettiva è cresciuta in maniera significativa solo in Germania, segnatamente da 59 anni nel 1996 a 62,7 anni nel 2014. Fra il dire e il fare…
Il profondo rosso del deficit commerciale americano. A dicembre il deficit commerciale Usa ha raggiunto un altro picco, superando i 53 miliardi di dollari, il più ampio dall’ottobre 2008 che tutti ricordano come il mese nero dell’economia Usa e poco dopo internazionale. Il deficit è cresciuto verso i principali partner, a cominciare dalla Cina ed è un segnale che le politiche intraprese dall’amministrazione Trump non sembra stiano raggiungendo l’obiettivo prefissato, ossia recuperare l’ampio deficit nei commerci dal parte del gigante americano.
Come si vede dal grafico, il deficit è migliorato solo in conseguenza del crollo del commercio internazionale. Se questo è il prezzo da pagare, forse gli Usa farebbero bene a tenerselo.




























































