Categoria: cronicario

Cronicario: Caro Babbo Natale, ti regalo un anno di successi

Proverbio del 22 dicembre Non c’è medicina per uno sciocco

Numero del giorno: 21 Perdita % di Bitcoin negli ultimi giorni

Caro Babbo Natale,

io lo so che ti sei scocciato di trainare pacchi con le renne manco fossi un corriere mistico di Amazon. So benissimo che sei un lavoratore precario a chiamata – lavori una volta l’anno – e che non andrai mai in pensione perché neanche in questi centinaia di anni di lavoro parasubordinato a progetto a collaborazione occasionale o come si chiama – e comunque avventizio e sottopagato – sei riuscito a raggranellare i contributi che servono ad andare in pensione. E infatti si capisce dalla barba bianca e dal pancione, sintomo di disordini alimentari e di stress, che sei vecchietto abbastanza e tuttavia stai sempre lì a smazzare pacchi e a leggere lettere illeggibili di bambini smaniosi di avere in regalo l’universo mondo.

Caro Babbo Natale, io lo so che ti sei scocciato di fare il postino e di fingere pure che te ne freghi qualcosa. Di fare il faccione sorridente e distribuire carezze. Di ridere di pancia quando qualche moccioso fa le smorfie, di mostrarti sempre solerte, attento e comprensivo, ben sapendo inoltre che quelli che credono in te sono sempre di meno, visto che i bambini si stanno lentamente estinguendo per la gioia dei millenaristi.

Ma soprattutto, caro Babbo Natale, io lo so che ti sei scocciato di portare pacchi e fare auguri mentre a te nessuno regala mai nulla, un po’ come accade ai contribuenti italiani col fisco. Di auguri, poi, manco a parlarne perché la gente, là fuori, si fa solo i fatti propri e di te si ricorda solo quando ha bisogno. Si e no una volta l’anno e per poco. E questo spiega perché ogni tanto ti senti triste e bevi.

Perciò, caro Babbo Natale, quest’anno ho pensato di scriverti la solita letterina – visto che non ho mai smesso di credere in te – non per chiederti qualcosa come faccio sempre, ma per offrirtene una. Un bell’augurio di un anno pieno di successi, alla faccia nostra che dovremo pure eleggere un nuovo parlamento, fare i conti con la Bce che smette di comprarci i titoli di stato, mentre l’universo mondo continua a rimproverarci i nostri debiti. Quest’anno invece sarà il tuo anno: un anno fortunatissimo e ricco. Anzi: opulento. Tanto che potrai concederti finalmente una vacanza per il prossimo Natale, visto che non riesci mai a festeggiarlo a casa con i tuoi amici cornuti. Per l’anno prossimo non serve che vieni a trovarci. Non servono i tuoi pacchi. Abbiamo imparato a farceli da soli. E ce li scambiamo volentieri.

Tanti auguri dal Cronicario.

Ci rivediamo nel 2018.

 

 

Cronicario: Splatter story: L’imBoschiata di Ghizzoni

Proverbio del 20 dicembre Parole sdolcinate, delizie degli sciocchi

Numero del giorno: 16.600/42.500 Pil pro capite in Calabria/pil pro capite a Bolzano

Visto che la tensione ormai scemava, specie dopo l’audizione del Visco maschio senza rischio di ieri, la commissione che indaga sull’orrore bancario non poteva che degenerare nello splatter sostituendo al discreto batticuore tipicamente horror quel vago senso di nausea che di solito si associa alle trippe esposte.

Di solito in queste storie c’è un individuo poco rassicurante armato di ascia che spezzetta una povera disgraziata e non si fa economia di primi piani alle frattaglie. Di solito il tipo s’imbosca, attende la vittima e poi la sfracella, per la gioia dei macellai. Nel caso della commissione bankhorror, che è organismo sobrio, si è optato per una sceneggiatura più sobria all’apparenza, ma assolutamente di genere. Come in ogni copione che si rispetti ci sono un lui dal ghigno vagamente inquietante e una lei bella e dannata dalla sorte.

Come da copione, lui prima s’imbosca e poi sferra il colpo mortale. Niente sangue però. Solo parole, taglienti come lame e altrettanto mortali, però, per la nostra bella, che finisce affettata per la gioia del pubblico pagante.

Il cattivo di questa storia è Federico Ghizzoni, da un pezzo ex ad di Unicredit. Da bravo cattivo in formazione si è celato nell’ombra di un qualche meritato riposo, dove magari sarebbe rimasto inerte come un residuato bellico inesploso, fino a che quei sadici della commissione, che tirano avanti lo show horror/splatter per la gioia dei taxpayer, non lo avessero tirato per i capelli chiedendogli della Boschi. L’imboscata è diventata un’imBoschiata.

Ed a questo punto il cattivo ha calato l’accetta. “La Boschi mi chiese di valutare l’acquisizione di Banca Etruria”. Ciò avvenne il 12/12 del 2014 e sicuramente sarà stato alle 12: un mezzogiorno di fuoco o una mezzanotte di ghiaccio, come sarebbe coerente col genere. In ogni caso “fu un colloquio cordiale – dice l’imBoschiato – non avvertii pressioni da parte del ministro”. Non sappiamo se ciò sia dipeso da insensibilità sua o dalla leggerezza di lei. Sappiamo però un’altra cosa che l’ex ad, che come tutti gli ex ha una memoria di ferro e ama le confidenze postume, rivelare agli spettatori nella immensa cattiveria: a gennaio ricevette una mail di Carrai (Marco) nel quale l’imprenditore amico di Renzi diceva che era stato sollecitato a chiedere notizie circa gli sviluppi dell’acquisizione di Banca Etruria.

Ghizzoni, che come tutti gli ex ha una memoria di ferro, ama le rivelazioni postume e ha un caratteraccio, prima decide di non rispondere. Ma poi il buon senso dell’ad che non è ancora ex gli fa propendere per una risposta diplomatica: “Ok, ti confermo che stiamo lavorando e contatteremo i vertici di Etruria”. Notate il tu, che i potenti usano fra loro riservando il lei a noi poveracci da bar.

E come finì la storia? La richiesta non pressante produsse un’analisi non pressata, che condusse alla decisione non pressapochista di comunicare il 29 gennaio ai vertici di Etruria che Unicredit l’avrebbe lasciata a patire le sue pene da sola. A noi, quindi. L’11 febbraio la banca dove allignava Boschi padre fu commissariata, finché il 24 febbraio non fu chiesto di nuovo a Ghizzoni, stavolta da Bankitalia, se fosse disposto a riaprire il caso. Ma quello, cattivo come tutti i cattivi, disse no. “Ma quando c’è stato bisogno di un intervento, come nel caso delle quattro banche, abbiamo fatto la nostra parte”, conclude l’ex, ora mutilatore in carica delle belle speranze della Boschi figlia, con un corollario che manderà in sollucchero gli amanti del genere: “Alla prima occasione di esporre i fatti, che è oggi, li ho esposti”, dice il nostro villain, evidentemente mai sentito/intervistato/invitato a parlare prima. Capito che succede a provocare i cattivi? Che poi quelli fanno cattiverie.

A domani.

Cronicario: Un Visco maschio senza rischio (con il fisco)

Proverbio del 19 dicembre Il vuoto dà la strada al pieno

Numero del giorno: 77.9 Aumento % lavoro a chiamata in Italia nel terzo trimestre

E adesso possiamo pure chiuderla questa benedetta commissione degli orrori bancari? Che tanto adesso va in vacanza e poi ci sono le elezioni. Dopo la rutilante audizione del Governatore di oggi, che altro c’è da dire? Ma poi soprattutto, che c’è da ascoltare? Il Governatore si è dimostrato maschio come deve esserlo un governatore, e vigile come deve esserlo il vigilante bancario. Nemico del rischio, come deve essere un buon padre di famiglia, e soprattutto del fischio, nel senso di spiffero maldicente, avendo cura delle risorse del fisco, che non a caso rima con Visco, e in ogni caso ripiana quando serve.

L’ultima performance di un vigile all’altezza di quella di oggi, non a caso rimasta nelle leggenda, è quella che vedete sopra, nel caso (improbabile) l’abbiate dimenticata. Ma nel caso rivedetela qua. Ha persino il vantaggio di durare meno di quella del vigile generale di Bankitalia. Che in compenso è assai più interessante, ça va sans dire, se vi piacciono le storie horror. Vi faccio giusto una rapida rassegna di alcuni titoli delle agenzie di stampa, nel caso (improbabilissimo) che evitiate di leggere integralmente l’intervento sul sito di Bankitalia.

Visco, agito con impegno, dolore perdite risparmiatori. Superate tante difficoltà nei limiti mandato;
Visco, mai da Bankitalia pressioni per Popolare Vicenza;
Visco, mai detto che andava tutto bene;
Visco, in 120 anni nessun ispettore Bankitalia colpevole;
Visco: vigilanza riduce probabilità crisi,non può annullarla;
Visco,su crisi banche non vigilanza disattenta ma malagestio;
Ha pesato anche peggiore crisi economica nella storia Italia;
Visco, crisi sette banche senza mala gestione si risolvevano;
Visco: con Consob collaborazione leale e costante;
Visco, in 2013 resistenza banche a rafforzare capitale: riunione tesa con manager su rischi npl;
Visco, mai telefonate con Zonin su Veneto Banca;
Visco,mai incontri banchieri da solo,ho registri telefonate;
Visco,su Etruria nessuna indicazione,recepito interesse Bpvi;
Visco, Vigilanza non può intervenire su base di ipotesi;
Visco, mai screzi con presidenti consiglio;
Visco, a governo spiegato bene problema bond 4 banche;
Visco: Renzi mi chiese di Etruria, io non risposi;
Visco, Boschi a Panetta, preoccupata crisi Etruria;
Visco, su vigilanza banche parlato solo con ministro economia;
Visco, sbagliata idea preservare banche del territorio;
Visco, da Boschi nessuna richiesta interventi Etruria;
Visco, anche a Bruxelles capito flessibilità crisi banche.

Perché se dopo tutto questo non avete ancora capito a che serve la commissione bankhorror siete senza speranza. Anzi siete maturi per Babbo Natale.

A domani.

Cronicario: L’Ape s’impenna, Mps va alla Grande Guerra

Proverbio del 18 dicembre Chi vede il leone corre più veloce di chi l’ha solo sentito

Numero del giorno: 5.000.000.000 Surplus commercio estero Italia a ottobre

Ognuno festeggia quel che può di questi tempi. E siccome viviamo tempi vagamente grami, ecco che tocca accontentarsi di quel che passa il convento politico, di questi tempi grami in grande spolvero per i saldi finanziari di fine anno.

E’ così: è il bello della politica e chi dice il contrario è un moralista fegatoso oppure uno che non è mai finito all’attenzione amorevole del governo e dei suoi derivati. Quindi peggio per lui e meglio per quegli altri. A cominciare da quei 20 mila che grazie a due spicci messi sul piatto – un piatto di lenticchie secondo il Baffino nazionale – andranno in pensione anzitempo caricandosi in massa sull’Ape social, il marchingegno per il quale gli altri vanno in pensione e noi più o meno giovinastri paghiamo. L’Ape ha festeggiato con una bella impennata: doveva portare 31.000 passeggeri nel 2018 e invece saranno 50.800, il 64% in più.

Ora non date retta, perché la vera notizia del giorno è l’audizione del beneamato Padoan, la nota evoluzione del ministro Padoa, che è stato ascoltato a labbra pendule dai parlamentari che indagano sull’orrore bancario dell’ultimo decennio. E qui il nostro ha dato il meglio di sé. Per dire: eh sì, sulle banche venete la vigilanza è stata insufficiente, ma ha agito in un contesto difficile, mentre il paese non poteva andare contro la Ue. Essì è vero che non è andato tutto bene però abbiamo fatto del nostro meglio…

No davvero sono good fellas questi banchieri. Sentite che dice l’Ad di Mps – la nostra banca – relativamente al percorso di recupero di redditività dell’istituto senese: “E’ come la guerra del 15-’18, si sposta il sacco di pochi metri e poi magari si torna indietro”.

Capito l’andazzo. Ma state sereni: con Mps lo stato farà un ottimo affare. Chi lo dice? sempre lui, l’uomo dal Monte. All’anagrafe Piercarlo.

A domani.

 

Cronicario: E per regalo di natale, iniziamo a dare i numeri

Proverbio del 15 dicembre Un ospite lieto non grava su nessuno

Numero del giorno: 339.000.000.000 Entrate fiscali italiane genn/ott 2017

La sentite, sì, quest’arietta frizzante da ultimo week end prima del Grande Month End natalizio? C’è quell’odorino di festa per le strade dove si mischiano i vapori seducenti del torrone con quelli delle carte di credito surriscaldate. E così tuttoduntratto anche il cronicario globale, dove presto leggeremo solo di cenoni e panettoni, diventa frizzante regalandoci gli ultimi brividi del 2017. L’Ocse, per dire, arriva a consigliare a noi italiani, notoriamente santi e navigatori, ma soprattutto poeti, di studiare più matematica e informatica per catturare le opportunità offerte dal progresso come se a) ci fregasse qualcosa del progresso e b) si potesse convincere un vegetariano a mangiare bistecche crude, che è più o meno quello che si chiederebbe a un poeta proponendogli di scrivere un algoritmo.

Ora sarà pure vero, come dice sempre l’Ocse che i nostri laureati sono in gran parte sovraistruiti (di cose futili) e così finiscono sottopagati (perché futile rima con inutile). Però è vero pure che noi italiani  siamo bravissimi quando si tratta di dare i numeri. Prendete Bankitalia. Oggi, nel pieno dell’entusiasmo pre natalizio ne ha sparati alcuni belli grossi.

I più ottimisti noteranno che le previsioni di fine anno sono migliorate rispetto a quelle d’inizio autunno, e sarà sicuramente merito dell’entusiasmo col quale sono state preparate. Ma anche, sospetto, di una certa invidia sociale derivante dal fatto che poco prima la Bundesbank aveva sparato le sue, di previsioni, secondo le quali l’economia tedesca crescerà il 2,6% nel 2017 e il 2,5% nel 2018, aumentandole parecchio dall’1,9 e 1,7 delle stime precedenti.

Il secondo numeretto niente male è il grande protagonista delle nostre cronache politico-economiche: il debito pubblico, senza il quale è impossibile immaginare l’Italia. Bene, a ottobre è arrivato a 2.289,7 miliardi, 5,8 in più del mese prima. Il che ci fa capire che godiamo di ottima salute – pensate a quanti creditori si preoccupano per noi là fuori – e che ci possiamo godere le feste senza troppi patemi. Anche perché poi ci sono le elezioni di primavera e lo sappiamo tutti che significa.

Non dovremmo preoccuparci del debito, infatti, che tanto sta lì e chi l’ammazza, ma del fatto che a parte l’eccesso di poesia che ci candida a ruoli improduttivi, ci stiamo pure guastando il carattere, a furia di guardarci in cagnesco l’un l’altro. Ecco un esempio: oggi Istat ha discusso la sua ultima fatica, il rapporto sul benessere equo e sostenibile, che non ho ancora capito che significa, ma dove leggo che “il 2016 restituisce l’immagine di un tessuto sociale che presenta criticità: scende la soddisfazione per le relazioni familiari (dal 34,6% al 33,2%) e per le relazioni amicali (dal 24,8% al 23,6%). La fiducia negli altri si mantiene piuttosto bassa, con solo una persona su cinque ritiene che la maggior parte della gente sia degna di fiducia”.

La dismissione della fiducia reciproca mi spiace persino più del nostro insuccesso economico, produttivo e magari anche matematico. Ma poi capisco che è la solita esagerazione della stampa. Non siamo diventati stronzi. Stiamo dando i numeri.

A lunedì.

Cronicario: Un’Ape ci salverà, alla faccia dei derivati

Proverbio del 13 dicembre Solo ciò per cui combatti è duraturo

Numero del giorno: 1,8 Accelerazione % inflazione a novembre in Germania

Oggi che è una giornata meravigliosa, in cui l’occupazione europea cresce come la produzione industriale – quella italiana di auto persino dell’11,7 a ottobre – e Calenda ed Emiliano se le suonano su Twitter per la storia dell’Ilva, facendoti sognare una vera classe politica, e Confindustria aumenta la stima del pil per il 2018 all’1,5%, mentre paventa i rischi di caos post elettorale, e nel Regno Unito si verifica un altro miracolo statistico, per cui l’occupazione cala insieme con la disoccupazione…

oggi dicevo, che in quella galleria degli orrori finanziari che è la commissione parlamentare di inchiesta sulle banche si è manifestato un pubblico ministero della Corte dei Conti che ha sparato a zero contro il ministero del Tesoro per la storia dei derivati del 1994, costati finora almeno quattro miliardi alle casse dello stato, sostanzialmente sputtanando tutta la classe politico-burocratica, che ha fatto girare i soldi negli ultimi vent’anni in Italia – ve le raccomando le esternazioni del pm: sono un campionario assai istruttivo sullo stato della nostra macchina pubblica – e mettendo in croce la povera dottoressa Cannata, che già cognome omen e per giunta è chiamata a tenere in piedi quel mostro che si chiama debito pubblico…

oggi quindi che nel mentre l’Istat e il Cnel firmano un accordo per misurare congiuntamente il benessere equo e sostenibile del paese – che chissà cos’è – e il cronicario globale torna a parlare di Giampiero Fiorani, indimenticato protagonista dell’estate dei furbetti del quartierino nonché banchiere popolari di Lodi, baciafronte del governatore di via Nazionale dell’epoca, presentandolo come il manager che guiderà la riscossa dell’holding Orlean Invest di Gabriele Volpi, petroliere nonché azionista di Carige, che finirà in borsa non oggi ma domani e comunque presto…insomma

è sbarcato in commissione bilancio alla Camera l’emendamento che allarga l’Ape social a 15 categorie di lavoratori, comprese quindi le 4 decise dopo l’accordo con i sindacati, per cui per tutti costoro potranno andare in pensione prima a spese dello stato. Con l’occasione è stato pure creato un fondo per eventuali proroghe anche a dopo il 2018.

L’Ape social ci salverà. #StateSereni.

A domani.

I consigli del Maître: Le esportazioni dell’America Saudita e le imprese zombie italiane

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Pensioni: gli italiani predicano bene ma… Ocse ha pubblicato i dati aggiornati sulla previdenza globale nel suo recente “Pension at glance”, che contiene analisi sui diversi paesi dell’organizzazione e li confronta. Una lettura senz’altro utile per tutti coloro che seguono le tormentate vicende previdenziali della contemporaneità e che in Italia sono numerosissimi, almeno a giudicare l’ampiezza del nostro dibattito pubblico sul tema. I dati sul nostro paese, peraltro, sono molto interessanti.

Cosa dicono questi grafici? Il replacement rate italiano, ossia quello che noi chiamiamo tasso di sostituzione che misura la percentuale della pensione in relazione all’ultima retribuzione lavorativa, in Italia si stima sarà l’83% per un lavoratore che vada in pensione con piena carriera, ossia col massimo dei contributi. Senonché la stessa Ocse ammette che gli alti tassi di disoccupazione giovanile renderanno molto difficile che i pensionati di domani avranno una carriera completa. C’è il rischio insomma di profonde discontinuità. L’età pensionabile per gli italiani si allungherà sempre più: si stima che un nato nel 1996 andrà in pensione a oltre 71 anni. Senonché questa previsioni teorica cozza col dato che l’Italia ha l’età effettiva di uscita dal lavoro fra le più basse dell’area. La differenza fra l’età programmata e quella teorica, al momento, è di 4.4 anni per gli uomini, 4.2 per le donne. Età effettiva attorno ai 62 anni e 61.

Predichiamo benissimo, ma razzoliamo maluccio.

L’export dell’America Saudita. Sappiamo già che grazie allo shale oil gli Usa sono diventati grandi produttori di petrolio e anche di gas, e che hanno persino surclassato i produttori tradizionali. Di recente, inoltre, è stato tolto il divieto di esportare all’estero prodotti petroliferi, con la conseguenza che gli Usa sono entrati nel grande gioco delle esportazioni.

Certamente, gli Usa sono ancora lontani dall’insediare i primati dei produttori tradizionali, ma non è di poco conto che le loro esportazioni siano più che triplicate in un anno. E buona parte le assorbe la Cina.

Trump non migliora il deficit commerciale Usa. L’antipatia di Trump per il deficit commerciale Usa è stato uno dei cavalli di battaglia del neo presidente che poco più di un anno fa assumeva l’incarico col fermo proposito di abbattere gli squilibri commerciali statunitensi, pure mettendo a brutto muso i partner eccedentari di fronte alle proprie responsabilità. Si è discusso molto delle politiche commerciali intraprese dall’amministrazione Usa che certo non sono state morbide, ma i risultati sono ancora poco coerenti con i propositi.

A ottobre 2017, infatti, il deficit è arrivato a 48,7 miliardi, il peggiore da nove mesi. E se guardiamo i dati dell’anno trascorso non ci sono segnali di un’inversione di tendenza. Forse il deficit commerciale Usa è una cosa troppo seria perché se ne occupino i presidenti.

Le imprese zombie in Italia. Ocse ha pubblicato uno studio dedicato al fenomeno sempre più diffuso delle imprese zombie, ossia quelle entità che con i profitti non riescono neanche a pagare gli interessi sui debiti.

Come si può osservare, noi italiani abbiamo una situazione abbastanza complessa, con un numero di aziende zombie raddoppiate dal 2010 e soprattutto un 20% del nostro stock di capitale imprigionato in questa aziende morenti, che impiegano circa il 10% della nostra forza lavoro. Non è così strano che la nostra produttività sia al lumicino.

Cronicario: L’alba italiana dei vivi morenti e dei morti viventi

Proverbio del 6 dicembre In tempi di carestia le patate non hanno bucce

Numero del giorno: 20,1 Crescita % occupazione nelle aziende familiari italiane in sei anni

Ora non vi offendete se i vostri amici dall’estero vi dicono che siamo un paese di poveracci. Anche perché ce lo diciamo da soli e l’Istat non si perita di ricordarcelo a ogni occasione buona elaborando statistiche meravigliose dalle quali si evince che quasi uno su tre vive praticamente in miseria.

Vedete no? Il 30% è a rischio di povertà o esclusione sociale che moltiplicato per 60 milioni e rotti..fate voi i conti. Se pure ci limitassimo alla voce Grave deprivazione, scopriremmo che riguarda il 12,1 degli italiani che, secondo le definizioni Istat hanno almeno quattro dei seguenti problemi:

1. essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito;
2. non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione;
3. non poter sostenere spese impreviste di 800 euro;
4. non potersi permettere un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni, cioè con proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano;
5. non potersi permettere una settimana di vacanza all’anno lontano da casa;
6. non potersi permettere un televisore a colori;
7. non potersi permettere una lavatrice;
8. non potersi permettere un’automobile;
9. non potersi permettere un telefono.

Questo nel paese che ha il record di auto per numero di abitanti e dove il 93,1% ha un cellulare, e oltre il 90% ha una tivvù. Sfido chiunque poi, a trovarne una in bianco e nero. Detto ciò mi guardo bene dal dubitare dell’accuratezza delle rilevazioni Istat: se dicono che siamo pieni di poveri che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena sarà sicuramente vero. Sono i nostri fratelli più disgraziati che muoiono letteralmente di fame e stanno al freddo e non tengono da conto neanche 800 euro per le emergenze. Questi vivi morenti abitano in uno dei paesi più ricchi al mondo.

dove si annida una tremenda diseguaglianza di reddito e ricchezza,

e i redditi sono vagamente crollati nell’ultimo decennio,

anche se non per tutti nello stesso modo.

Questo per gli amanti del piagnisteo nazionale. Prima che vi strappiate i capelli e iniziate una colletta per i nostri sette milioni di probabili deprivati, ricordatevi sempre che questi dati sono frutto di indagini campionarie, svolte in questo caso su 21.325 famiglie pari a 48.316 individui. Magari siamo stati sfortunati col campione. Oppure abbiamo beccato i pochi che pagano tutte le tasse, vai a sapere.

Il guaio è che insieme a quella dei vivi morenti – deprivati a rischio esclusione o sedicenti tali – in Italia stiamo assistendo all’alba di un altro fenomeno epocale: quello dei morti viventi.

Non è uno dei miei soliti meme cazzari. La foto è autentica, a dimostrazione del fatto che ormai il vostro Cronicario fa tendenza anche nei posti altolocati, mica solo nelle bettole dove ci incontriamo noi. Il tema è serissimo peraltro: le imprese zombie. Ossia quelle che coi profitti non riescono neanche a pagare gli interessi sui debiti che hanno sul groppone. Tema horror per eccellenza. E noi italiani, che non ci facciamo mai mancare niente, siamo avanguardisti.

La cosa più notevole di questa proliferazione di zombie è che quelli italiani sono raddoppiati in un decennio. Peraltro in queste aziende morte viventi ci sta bloccato il 20% del nostro capitale produttivo e il 10% dei nostri lavoratori occupati. Poi dice che uno è deprivato. Devitalizzato direi.

A lunedì.

 

Cronicario: Lettera a un bambino mai pensionato

Proverbio del 5 dicembre Baci avuti facilmente si dimenticano facilmente

Numero del giorno: 17 Paradisi fiscali individuati da Ecofin

Caro bambino,

c’era una volta una cosa che si chiamava pensione che ti consentiva, una volta che ci arrivavi, di goderti la vita esattamente come succede a te adesso, che sei coccolato e nutrito grazie a mamma e papà, solo che nel caso della pensione c’era un monogenitore che si chiamava Inps. Oggi l’Inps c’è ancora, ma sta per cambiare nome.

Ancora non si sa in giro, ma te lo posso anticipare: presto si chiamerà Istituto nazionale pensione sociale. Un’evoluzione dettata dai tempi. Provo a spiegartelo. Una volta c’erano tanti bambini e pochi vecchi. Oggi ci sono tanti vecchi e pochi bambini. E siccome insieme ai bambini sono diminuiti anche quelli che lavorano, che poi sono quelli che pagano da mangiare a vecchi e bambini, piano piano la pensione ha iniziato a liquefarsi.

Prima hanno detto che la pensione era troppo generosa. Poi che si prendeva troppo presto. Poi che era troppo generosa e si prendeva troppo presto. Hanno spiegato che si doveva lavorare di più, mentre il lavoro diventava mitico come gli unicorni e veniva retribuito con le paghette. E sai così successo? Aspetta te lo faccio dire da uno più intelligente di me che si chiama OCSE. Tu non lo conosci ma è una specie di superscuola di cervelloni dove sanno tutto e non combinano niente. Ecco che dice l’OCSE sulle pensioni italiane (scusa se parlo un po’ difficile, ma si fa così’ quando si vuole spaventare qualcuno senza fargli capire niente):

1) L’età normale di pensionamento per la generazione nata nel 1996 è prevista aumenti ulteriormente a 71,2 anni. Solo la Danimarca avrà un’età pensionabile più elevata rispetto all’Italia. Quindi tu che sei nato poco fa o giù di lì inizia a figurarti questa cosa della pensione verso i 75 anni, che non sbagli


2) A seguito dell’elevata età di pensionamento, il tasso di sostituzione lordo futuro per un lavoratore a piena carriera sarà al 83% rispetto alle media OCSE del 53%. Che sarebbe una buona notizia se nel frattempo non fosse diventato vagamente utopico avere una piena carriera. Anzi sempre OCSE dice che “fra i più giovani una carriera completa potrebbe non essere molto comune in futuro”.


Per farti capire cosa ci stiamo perdendo è bene tu sappia che il reddito medio delle persone oltre 65 anni di età al momento è quasi lo stesso dell’intera popolazione in Italia. Allo stesso tempo, l’età effettiva di uscita dal mercato del lavoro è di circa 3 anni inferiore alla media OCSE. Come dire: ci trattiamo bene. Anzi: ci trattavamo bene. E infatti i nostri pensionati erano talmente felici che non ci pensavano proprio a tornare a lavorare come alcuni loro coetanei all’estero: meno di un terzo di cittadini di età superiore ai 64 anni lavorano part-time contro circa la metà nei paesi OCSE.

Purtroppo, caro bambino, su questa bellissima pratica è intervenuto il progresso, che l’ha fatta talmente progredire che adesso le pensioni si sono praticamente estinte. Ci toccherà lavorare fino allo sfinimento, e pure a poco.

Ora siccome sei piccolo non ti devi dispiacere. Vedrai che per quando sarai vecchio ci saremo inventati qualcos’altro per farti stare in panciolle come ci stai adesso. Ci stiamo già lavorando. Abbiamo già trovato il trucco: insieme ai bambini, che sono sempre meno, aboliremo anche i vecchi, che sono sempre più. Saremo tutti come Peter Pan.

A domani.

Cronicario: Ci siamo bevuti 130 miliardi e si vede

Proverbio del 4 dicembre Un vecchio seduto vede più lontano di un giovane in piedi

Numero del giorno: 2,5 Inflazione % annua prezzi alla produzione EZ in ottobre

Ora non fate della facile ironia collegando il rinnovato entusiasmo economico di queste ultime settimane, con gli indici di fiducia che volano in alto come i vostri scoperti bancari, semplicemente perché Eurostat si è premurata di farci sapere che nel 2016 ci siamo bevuti, come europei e al netto di ristoranti e hotel, 130 miliardi di euro di cicchetti.

Sarebbe una roba ai confini della fake news. Nel senso che i nostri consumi alcolici – peraltro la spesa delle famiglie italiane è fra le più basse d’Europa –

sono stabili abbastanza da far sospettare che il nostro entusiasmo economico dipenda da altre ragioni.

E’ interessante tuttavia osservare che questa cifra equivale approssimativamente a ciò che le famiglie europee spendono per prodotti e attrezzature mediche e persino leggermente superiore alla spesa per protezione sociale o istruzione nel 2016.

Il senso di questa perla di saggezza m’appare in tutto il suo lucore non appena leggo sul Wall street journal che il contagio da Bitcoin, versione monetaria della dipendenza, potrebbe contagiare anche la Fed, come noto già pesantemente compromessa da quella droga rettangolare e verdona che viene spacciata nei mercati internazionali sotto il nome il codice di dollaro.

Di quest’ultimo si conoscono da tempo gli effetti collaterali, e tuttavia nessuno riesce a contrastarli. Anzi, sono stati osservati evidenti casi di esagerazione che dalla banca centrale sono percolati, per il tramite del sistema bancario, verso le famiglie. Americane, ma non solo.

Di fronte alla dipendenza valutaria, quella alcolica mi sembra persino innocua, visto che fra l’altro ci costa meno di quello che spendiamo per istruirci, altra pratica perniciosa che per fortuna il progresso tecnico sta degradando in quella dell’autoadorazione.

Quindi alzate i calici senza troppi sensi di colpa e ricordatevi che bere serve pure a dimenticare che gira una legge di bilancio che minaccia di svegliarvi bruscamente, per via fiscale, dal torpore etilico. Vi do giusto un paio di dati. Il passaggio al Senato della manovra finanziaria ha prosciugato il cosiddetto fondo esigenze indifferibili

e così ai camerieri, ossia gli onorevoli che abitano la Camera, rimangono appena 64,5 milioni per il 2018, 197,3 milioni per il 2019 e 347,0 milioni per il 2020. Quest’ultimo importo è stato rimpinguato grazie alla web tax, che è tutto dire. Sicché se i camerati, sempre quelli che stanno alla Camera, vorranno spendere di più per esigenze altrettanto indifferibili, dovranno trovare nuove risorse. E secondo voi dove le trovano?

Ecco appunto.

A domani.