Cronicario: Inflazionatemi tutto, ma non le vacanze

Proverbio del 28 giugno Mentre nuoti ricordati i vestiti a riva

Numero del giorno: 5.500.000.000 Calo raccolta risparmio gestito in Italia a maggio

E ad un certo punto della mattina il nostro amatissimo Istat produce la sua buona notizia del giorno. L’inflazione è ferma, immobile, marmorea. Neanche il caldo sorosiano riesce a scongelare i prezzi.

Una bellissima notizia, ne converrete. Specie adesso che cominciano le vacanze e uno riesce pure a risparmiare qualcosa.

No aspe’…

 

Per fortuna il carrello della spesa cresce solo dello 0,3%. Sarà un’estate bellissima (semicit.).

Buon week end.

A lunedì.

Cartolina: Toccata e fuga di capitali dall’Italia

Le fughe di capitali si somigliano tutte, almeno all’inizio. E infatti l’episodio di maggio 2018, come lo chiama benignamente Bankitalia, ricalca, nel primi due mesi del suo svolgersi, la profondità e la virulenza del più devastante episodio iniziato a luglio 2011, che si concluse dopo oltre un anno e costò al sistema Italia un salasso di capitali notevolissimo. Basti ricordare che tutti i sottoscrittori di debito pubblico italiano, incluse banche e assicurazioni, vendettero titoli, in quell’episodio, arrivando a disfarsi del 32 per cento dello stock iniziale. Le banche italiane videro calare la propria raccolta sull’interbancario internazionale di 130 miliardi, il saldo Target 2, che misura i nostri scambi di valuta con l’estero, peggiorò di 286 miliardi. Diversamente, l’episodio di maggio 2018, dopo un paio di mesi nel corso dei quali i disinvestimenti dai titoli di stato italiani raggiunsero i 90 miliardi, ha trovato una parvenza di equilibrio, pure se al costo di uno spread più elevato, che peraltro non è neanche bastato a riportare in Italia tutti gli investitori esteri. Toccata di nuovo con mano la nostra fragilità finanziaria, i capitali stanno sull’uscio. Pronti alla fuga.

Cronicario: Non c’è sfiducia, c’è solo caldo

Proverbio del 27 giugno Le chiacchiere non cuociono il riso

Numero del giorno: 20 Taglio % forza lavoro previsto dalla Ford in Europa

Oggi è uscita la solita nota della fiducia di Istat ed è venuta fuori una notizia che ha lasciato tutti a bocca aperta: siamo scesi sotto quota 100.

Ma no, che avete capito? Non si parlava mica (una volta tanto) di abbassamento dell’età pensionabile (purtroppo). Si parla di fiduci. Quelle delle famiglie a giugno è scesa sotto i 100, a 99,3. Quelle delle imprese da 111,6 a 109,6.

Vedete che belline le curve là sopra? Ecco, noterete che si sono un po’ ammosciate e francamente è una cosa  inspiegabile. Siamo circondati da notizie fantastiche. Per dire: l’Ilva chiuderà a settembre, così la finiamo di inquinare il litorale puglies: e uno. L’Alitalia si perde pure Atlantia, perché i due VicePremier non riescono a farne uno intero e litigano su tutto: e due. Di sicuro c’è la fila là fuori per comprarsi la compagnia. Aumentano pure le entrate fiscali: e tre. Che però verranno tagliate quanto prima: e quattro. Soprattutto aumentano le spese pubbliche che molto presto moltiplicheranno i pani e i pesci in modo da avere una fine d’anno bellissima (semicit.): e cinque.

E c’è anche una sesta ottima notizia. E’ stato approvato il decreto sulla crescita, che come ha prontamente tweettato il Primo Minestra “è il segnale di un Paese che fa sistema e rilancia l’economia. Agevolazioni fiscali per le imprese, promozione degli investimenti privati, tutela del made in Italy: il Governo è con i cittadini per continuare a crescere. Insieme”.

E allora come si spiega il calo di fiducia, per giunta proprio nella bella stagione? Facilissimo: fa troppo caldo. Vorrei vederlo il vostro sentiment a 38 gradi all’ombra. Il mio s’è squagliato. Mi sono ammosciato come un gelato sciolto. Peggio: come le curve dell’Istat. Ma non mica colpa mia, sia chiaro. Il cambiamento climatico indotto dalla globalizzazione voluta dal turboliberismo sorosiano che sponsorizza l’Ue ha guastato il nostro meraviglioso clima mediterraneo di una volta. Non ci sono più le mezze stagione, l’avrete sentito dire. Ma non state a preoccuparvi,il governo del cambiamento (climatico) sovrano ha una soluzione geniale pronta.

Più ghiaccio per tutti. Meglio nello spritz.

A domani.

Cosa succede ai redditi dei più poveri se aumenta l’Iva?

L’aumento dell’Iva, che tutti dicono di voler evitare, per il momento sta scritto sull’ultima legge di bilancio che, come le altre precedenti, ha rimandato il problema all’anno prossimo, ma peggiorandolo. Le aliquote dell’aumento, infatti, sono state aumentate per evidenti ragioni di coerenza contabile, portando così le previsioni di gettito, dopo l’attivazione delle clausole di salvaguardia, a 22,7 miliardi nel 2020 e 28,4 miliardi nel 2021, ai quali sommare altri 400 milioni per le accise, rispettivamente 3,9 e 9,2 miliardi in più rispetto a quanto previsto dalla legge precedente.

Il confronto fra le vecchie e le nuove aliquote correlate all’attivazione delle clausole si può osservare agevolmente nel grafico sotto estratto dalla relazione annuale di Bankitalia, che ospita anche una simulazione assai utile per comprendere gli effetti macroeconomici e soprattutto distributivi di un eventuale aumento dell’Iva.

Come si può osservare, rimandare ha sempre un costo, specie se nel frattempo si aumentano anche le spese. La conseguenza è che il governo dovrà trovare il modo per disinnescare la bomba che ha acceso e non sarà per niente facile, vista l’entità delle cifre in gioco e i proclami che ancora oggi annunciano nuove spese, sotto forma di taglio delle tasse e chissà cos’altro. E’ saggio perciò provare a capire cosa potrebbe succedere se questa bomba dovesse scoppiare.

Nello sviluppo della sua simulazione Bankitalia distingue il caso di un pass-through ordinario, ossia di una traslazione dell’effetto Iva pari a circa l’80% in due anni, da un effetto ridotto, quindi più ritardato e diluito nel tempo degli aumenti. In ogni caso, gli effetti macroeconomici sarebbero rilevanti.

Sul lato redistributivo la premessa è che la simulazione dell’effetto del rialzo dell’Iva impatti completamente sui prezzi dei beni e che le scelte di consumo delle famiglie rimangano stabili, senza osservare invece gli effetti indiretti sui salari, i redditi o l’occupazione dell’incremento delle imposte. “Sotto tali ipotesi – sottolinea – l’aggravio dell’IVA determinerebbe nel breve periodo un incremento della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi netti familiari equivalenti”. L’indice di Gini, che serve a misurare la diseguaglianza, aumenterebbe dello 0,2% portandosi al 32,4. “In particolare per le famiglie appartenenti al primo decimo della distribuzione il reddito netto diminuirebbe di circa l’1,5 per cento, mentre per quelle appartenenti all’ultimo decimo la flessione risulterebbe dello 0,7 per cento”. In sostanza il grosso del’aggravio verrebbe sopportato dalle fasce deboli della popolazione. Un effetto che però viene mitigato dall’adozione del reddito di cittadinanza, anche se non tutti i poveri ne hanno diritto.

La simulazione corretta per il reddito di cittadinanza conduce al grafico sotto, che esamina i due effetti congiuntamente.

In sostanza, il combinato disposto di Rdc e Iva condurrebbe in media a una “significativa crescita del reddito netto per il primo decimo della distribuzione dei redditi lordi; tale effetto si annullerebbe per il secondo decimo e diverrebbe negativo per i successivi”. Notate che il peggioramento è inversamente proporzionale al livello di reddito, com’è logico che sia. I più poveri avrebbero un maggior sollievo grazie al sussidio, ma sempre ricordando che fra costoro “sono presenti nuclei familiari che, non beneficiando dell’RdC, sarebbero comunque svantaggiati dall’incremento dell’IVA”. E questo spiega perché il governo dica che vuole evitare l’aumento Iva. Che è cosa diversa da dire che riesca.

 

Gli italiani vogliono un futuro anni ’70? Basta che se lo paghino

Questo articolo è stato pubblicato mercoledì 19 giugno sull’inserto economico del Foglio.

L’infinito dibattito sulla patrimoniale in Italia ormai si traveste con la sua maschera più presentabile, ossia il costante alludere al risparmio degli italiani. “Una forza dell’Italia”, lo ha definito di recente il capo di Intesa, Carlo Messina, aggiungendosi alla lunghissima fila degli estimatori della ricchezza finanziaria privata del nostro paese. Una semplice ricerca sul web alla chiave “risparmio degli italiani” restituisce una fila sterminata di dichiarazioni, dal governo in giù. E non da oggi. Oggi semmai di nuovo c’è che il risparmio degli italiani è l’ospite fisso del dibattito politico. Il presidente della Consob, Paolo Savona, ha sottolineato nella sua prima relazione annuale, venerdì scorso, che “il risparmio degli italiani sostiene il debito pubblico”, deducendone per conseguenza che quest’ultimo potrebbe arrivare anche al 200 per cento del pil. È un clamoroso paradosso che il presidente dell’autorità di Borsa dia un messaggio contrario al suo mandato perché in controtendenza con la possibilità di fare rifiatare un mercato azionario asfittico: storicamente il mercato del debito distrae e drena risorse che potrebbero essere destinate al settore privato, ovvero alla Borsa, e Savona – a quanto pare – vorrebbe che continuasse così.

Gli economisti del Fondo monetario internazionale, nel febbraio scorso, hanno pubblicato un paper che ipotizzava la creazione di una moneta elettronica che replicasse il conio di quella analogica, capace non solo di condurre gradualmente all’eliminazione del contante ma di portare i tassi di interesse sui depositi bancari in territorio negativo. Un modo per far girare “spintaneamente” le risorse del settore privato nell’economia e scoraggiare la tesaurizzazione. Echi geselliani in un mondo sempre più terrorizzato dal risparmio inoperoso. O meglio, dal risparmio che non opera secondo i desiderata dei governi. Perché, a ben vedere, il punto è tutto qua. I governi, o per meglio dire le classi dirigenti, dopo aver favorito per decenni la crescita della ricchezza privata, adesso rivendicano il diritto di dire ai privati cosa debbano farci con i loro soldi.

Sempre Savona, nel suo discorso, ha auspicato “un’azione congiunta di settore privato e pubblico italiano per attivare investimenti aggiuntivi nell’ordine di 20 miliardi di euro, utilizzando risparmio interno”. Una proposta arrivata poco dopo quella del capo di Intesa di trovare un modo per mobilitare i mille miliardi di asset nel bilancio dello stato per attrarre il risparmio degli italiani. Idea che trascura la circostanza che nello stesso bilancio ci sia un passivo quasi tre volte superiore. Ma tant’è. La parola patrimoniale non si può dire. Chiunque la pronunci viene immediatamente scomunicato. Si va perciò verso formulazioni più anodine, tecniche, ma dal sottotitolo chiaro: ti chiedo i soldi ma ti do qualcosa in cambio. Ma cosa vogliono in cambio gli italiani?

Il problema è tutto qua. E la risposta non può arrivare (o almeno non solo) dal semplice calcolo economico. Le vicende del nostro paese, che somigliano a quanto sta accadendo altrove, ci dicono una cosa precisa: gli italiani vogliono più sicurezza. Quindi anche più sicurezza economica. E poiché il governo sottolinea il fatto che vuole garantire questa sicurezza. “Spero che l’Ue non mi impedisca di dar da mangiare agli italiani”, ha detto sempre Salvini, allora la politica deve rendere chiaro che la sicurezza ha un costo, e quella economica non fa eccezione.

Nel 2001 gli americani accettarono di scambiare libertà, sotto forma di minori diritti civili, per avere più sicurezza temendo nuove aggressioni terroristiche e approvarono il Patriot Act. Nel 2019 gli italiani possono decidere – se il governo o l’opposizione rendono loro chiara la domanda – di rinunciare a un pezzo della loro libertà economica, ossia a parte dei loro risparmi, in cambio di maggiore sicurezza economica. La politica lo proponga, rinunciando una volta per tutta alla finzione demagogica di fare credere che sia possibile avere la botte piena della ricchezza privata e la moglie ubriaca di debito pubblico, e chieda i voti su questo. Almeno scopriremo come vota la democrazia del portafogli.

Un Patriot Act economico concepito in questi termini dovrebbe essere capace di realizzare quei sogni che sembrano appartenere alla maggioranza degli italiani. Quindi un posto di lavoro garantito a vita. Affitti a equo canone. Una bella flat tax, ovviamente, come in Ungheria. Magari dimezzare l’Iva, che scoraggia i consumi, e un bel piano di condoni, fiscali ed edilizi, perché c’è sempre qualcuno che ha bisogno. E dulcis in fundo la pensione a sessant’anni o anche prima, in una meravigliosa riedizione degli anni Settanta che molti rimpiangono e promettono, senza però rendere chiaro il costo economico e sociale di queste promesse. A cominciare dal fatto che un bilancio pubblico che assorbe risparmio privato fa concorrenza al settore produttivo e finisce con l’indebolirlo, proprio quanto auspicato paradossalmente dal presidente dell’autorità di Borsa.

In cambio di questo ritorno al passato, visto che possiamo permettercelo, cediamo parte del nostro risparmio allo stato, in una sorta di riedizione retail del vincolo di portafogli, che così abbatte il suo debito facendo insieme felice l’Europa e gli italiani. Smetteremmo anche di prestare all’estero un risparmio che servirebbe assai meglio al nobile scopo di farci felici in patria, come sembra di capire leggendo il recente discorso di Savona e le dichiarazioni di Salvini & CO. che vorrebbero trasformarsi in gestori dei nostri risparmi sull’onda del sovranismo economico.

È probabile che politiche del genere, tempo un trentennio, ci riportino dove siamo oggi, con una ricchezza finanziaria che è il doppio del debito pubblico. Ma potremmo sempre cavarcela con un altro Patriot Act. Salvo che, per allora, non avremo imparato l’inesistenza dei pasti gratis. Ai pochi che obietteranno che la perdita della libertà economica finisce sempre col coincidere con quella della libertà politica, si può rispondere, parafrasando un celebre libro di Von Hayek, che la via della schiavitù è lastricata di buone intenzioni. E che alla maggioranza piace.

Cronicario: Il governo taglia l’aumento delle tasse

Proverbio del 25 giugno Per chi le cose nel momento giusto ogni giorno vale tre

Numero del giorno: 1.440 Prezzo in dollari dell’oncia d’oro, al massimo da sei anni

Per chi si fosse sintonizzato solo adesso: va tutto bene. Il governo del cambiamento sta procedendo spedito verso il sol della governabilità a venire che, come ci ha ricordato uno dei VicePremier, è l’unica garanzia contro il temutissimo governo dei tecnici che potrebbe persino sapere quello che fa e perciò interrompere un’emozione.

Ma state sereni, siamo ancora lontani da certe derive. Me ne convinco leggendo alcune illuminate dichiarazioni del ministro dell’economia, che rima (e non a caso) con Mammamia, che, fra le altre cose, assicura la ferma volontà del governo “di tenere il deficit basso e continuare con l’obiettivo di diminuzione del debito non attraverso l’innalzamento delle tasse ma attraverso più basse spese correnti”.

La migliore comunque è arrivata dopo. A chi gli chiedeva se, come giurato e spergiurato, nella prossima finanziaria arriverà l’gognatissimo taglio delle tasse, il ministro della (fanta)economia ha detto: “Certamente fa parte dei nostri obiettivi”. Ci sarebbe quella cosetta da una ventina di miliardi di Iva, che sempre tasse sono. Ed è qui che si può apprezzare il genio del governo del cambiamento. Infatti il mi(ni)ster ha spiegato che in “il parlamaneto l’ha approvato e perciò fa parte dell’attuale legge dello stato”. Aggiungendo però che “stiamo lavorando per evitarlo”. Quindi si tagliano quest’anno le tasse aumentate l’anno scorso.

Questo si che è un cambiamento.

A domani.

 

 

Lo spread fra interessi e crescita che fa lievitare il debito italiano

L’allarme lanciato dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco circa la sostenibilità del nostro debito è una buona occasione per provare a chiarire uno dei meccanismi più perniciosi che operano dall’interno del bilancio pubblico e che è all’origine della crescita “automatica” dell’indebitamento. Quello che i tecnici chiamano snowball, che potremmo tradurre con “palla di neve”, anche se forse sarebbe più corretto parlare di slavina, visto che lo snowball, autoalimentandosi, rischia di abbattersi proprio come una valanga sui nostri conti pubblici.

Visco ha accennato al problema sottolineando che “l’Italia è l’unico paese in cui il tasso di interesse sul debito pubblico, cioé l’onere, supera il tasso di crescita: è un problema”. Talmente che Bankitalia, nella sua ultima relazione annuale, ha ritenuto opportuno dedicare alla questione un approfondimento che vale la pena qui riepilogare.

L’anno scorso, scrive Bankitalia, il differenziale fra l’onere medio del debito pubblico italiano e la crescita nominale del prodotto ha originato un peggioramento del debito pubblico pari all’1,5% del pil. Questo incremento che si è praticamente “mangiato” l’avanzo primario pari all’1,6%. Questo spiega perché, in assenza di una crescita nominale, quindi al lordo dell’inflazione, pari almeno all’onere medio del debito pubblico, e lasciando da parte per un momento le altre componenti che provocano l’aumento (o la diminuzione) dell’indebitamento, è praticamente impossibile venire fuori dal lento strangolamento della nostra contabilità pubblica.

Detto altrimenti, per far diminuire il debito pubblico è necessario che il tasso di crescita del pil nominale sia superiore a quello del costo medio del debito pubblico. Concetto quest’ultimo che a molti risulta astruso ma che si può semplificare con un esempio: quando prendo a prestito del denaro per svolgere un’attività devo essere sempre in grado di ricavare da questa attività non solo quanto mi serve per ripagare il capitale, ma anche gli interessi sul capitale. Quindi se il mio debito ha un costo annuo mettiamo del tre cento, dovrei essere in grado di ricavare dalla mia attività un rendimento pari o superiore per ripagarlo. I debito italiano costa più di quanto riusciamo a guadagnare (pil). Una situazione che alla lunga rischia di diventare insostenibile. Da qui l’allarme di Visco.

I numeri del nostro bilancio confermano questa dinamica. Bankitalia ha raccolto il consolidato delle amministrazioni pubbliche, dal quale si evince, fra le altre cose, che nel 2018 abbiamo pagato 65 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico, quasi il 4% del pil.

E il grafico sotto consente di apprezzare quanto questo livello esorbitante di interessi – peraltro in netto calo dal 2013 grazie alle politiche della Bce – pesi sulla dinamica del nostro debito pubblico.

L’istogramma azzurro del grafico di sinistra, che misura il contributo crescita, non riesce a compensare il peso degli interessi sul debito e, cosa ancora più grave, l’anno scorso non è bastata neanche l’aggiunta dell’avanzo primario.

Il grafico ci dice anche un’altra cosa. Nel 2012 il differenziale fra costo degli interessi e crescita nominale, che nel 2018 si è collocato all’1,2%, era circa il 6%. Da allora c’è stato un notevole miglioramento, ma l’Italia nel 2018 rimaneva l’unico paese, insieme con la Grecia, dove il differenziale fra onere medio del debito e crescita era positivo. Gli altri paesi, grazie a una maggior crescita e minore spesa per interessi, si trovavano nella situazione opposta, come si può vedere dalla tabella sotto.

In sostanza, all’Italia, fra il 2015 e il 2018, è mancato un punto di pil di crescita nominale per disinnescare l’aumento inerziale del debito. Fermare la “palla di neve” che minaccia la nostra contabilità pubblica. Purtroppo non è andata così. E questo malgrado il robusto dimagrimento della spesa per interessi.

Il problema è che le prospettive non sembrano migliori. Al contrario. Il calo dell’onere medio del debito, che dovrebbe collocarsi intorno al 2,8% dopo essere arrivato al 2,9% nel 2018, si associa a una diminuzione assai più robusta della crescita prevista nelle ultime stime dell’Ue, che porta il differenziale addirittura all’1,5%. Saremmo l’unica economia europa, senza neanche più la Grecia, ad avere un differenziale positivo.

Per questa ragione la Commissione europea aveva stimato che fosse necessario un avanzo primario superiore al 2% l’anno. La qualcosa suona vagamente improbabile considerando il clima politico nel quale si agita la maggioranza di governo. In questo contesto suona drammaticamente concreta la possibilità dell’apertura di una procedura di infrazione. Il binomio niente austerità e poca crescita ha un esito praticamente obbligato: maggior debito. E questo dovrebbe esser chiaro a tutti. Almeno, a quasi tutti.

 

Cronicario: Io so dove sono le coperture ma non ve lo dico

Proverbio del 24 giugno Giudica il mondo con la bilancia dell’innocenza

Numero del giorno: 150.099 Numero di domande per Quota 100 arrivate all’Inps

Allora: abbiamo una ventina di miliardi abbondanti di clausole Iva da disinnescare giusto? Poi dobbiamo fare la flat tax (e che, non fai la flat pax?) – e sono secondo le ultime stime social del VicePremier SoTuttoIo, evoluzione naturale del VicePremier Unoemezzo, un 10-15 miliardi. Quindi ci sono gli investimenti ad alto moltiplicatore che chissà quanto ci costano (e che, non fai gli investimenti produttivi? la crescitaaaaa). E poi ci sarebbe quell’agevolazione, quella deduzione, quell’incoraggiamento, quel sostegno. Tutta roba assolutamente necessaria, questo e quell’altro, senza dimenticare quell’altro ancora.

Ecco, di fronte a tutto ciò, a un’Europa minacciosa, a mercati schifiltosi (ma comunque cari), crescita da paralitici rimane appesa nell’aria la tremenda domanda: dove sono le coperture per queste qualche decina di miliardi di spese?

Lo so che voi – ma neanche io, figuriamoci – non vi occupate di queste quisquilie e pinzillacchere, che è roba da ragionieri che non sanno volare sul tappeto volante dei minibot o di chissà cos’altro ferve nella ripida immaginazione del governo del cambiamento. Epperò senza coperture, come insegnano i carpentieri, entra acqua dai tetti. E figuratevi che capita a un bilancio statale.

Perciò capirete che persino gli informatori nazionali, quelli che parlano coi politici credendo persino a quel che dicono, a un certo punto abbiano fatto la suddetta domanda (e le coperture?) a un sottosegretario del cambiamento, che ha risposto così: “Le coperture della flat tax? Non le dico altrimenti Xxxx me le ruba…”. Xxxx è un altro Vicepremier, ma di complemento (di Due) che appartiene pure al partito avverso/alleato. Al quale il nostro eroico sottosegretario, immagino per far capire quanto sta sul pezzo chiede le “coperture del salario minimo”, misura che in una certa forma “è dannosa per le imprese” ed è stata bocciata “da tutto il mondo economico”.

Io la so, la copertura, ma non ve la dico.

A domani.

 

Il peso insostenibile del ritardo digitale in Italia

Poiché tutto si tiene, non dovremmo stupirci che al livello di istruzione ancora carente nel nostro paese corrisponda un notevole ritardo digitale che ha effetti deprimenti sul nostro mercato del lavoro e sulla produttività delle imprese. E stendiamo un livello pietoso sulla qualità dei nostri servizi. Gli italiani sono molto indietro, come ci ricorda Bankitalia nella sua ultima relazione annuale, e il confronto con gli altri paesi europei è scoraggiante.

Peggio ancora, si va nelle direzione opposta di un miglioramento. “Nel 2010, scrive la Banca – in Italia il settore dell’economia digitale contribuiva per il 5,7 per cento al valore aggiunto del totale dell’economia, un livello inferiore al 6,5 per cento della media europea. Tale quota in Italia è diminuita al 5 per cento nel 2017, in controtendenza rispetto alla Germania e alla media dell’Unione europea”.

La prima conseguenza che deriva da questo stato di cose, che suona vagamente paradossale in un paese che primeggia per l’uso di smartphone, è che “l’impiego delle nuove tecnologie nelle diverse attività economiche è basso”. Siamo bravissimi a farci i selfie e postarli sui social, meno a usare la tecnologia per migliorare la qualità della nostra vita. Bankitalia ci fornisce alcuni dati di confronto molto istruttivi. “Nel 2018 solo il 10 per cento delle aziende italiane ha realizzato almeno l’1 per cento del fatturato attraverso il commercio elettronico, contro il 17 della media europea e il 20 in Germania. Rimane inferiore in Italia, seppure meno distante dagli standard internazionali, la quota di imprese che utilizzano servizi di cloud computing (23 contro 26 per cento nella media
UE). In Italia la presenza di robot industriali (2,6 robot ogni 1.000 addetti) risulta superiore rispetto alla Francia e alla Spagna, ma resta discosta dai valori raggiunti in paesi con una specializzazione produttiva simile (4,5 robot per 1.000 addetti in Germania)”.

Il ritardo digitale non riguarda solo le imprese, ovviamente. Sempre perché tutto si tiene.

“Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni – sottolinea Bankitalia – , nel 2018 solo il 33 per cento della popolazione italiana ha utilizzato strumenti digitali nello svolgimento delle proprie mansioni; nella media Ue la percentuale è pari al 42 per cento”. E non finisce qui. “È bassa anche la diffusione di competenze digitali nella popolazione: solo il 41 per cento degli adulti possiede abilità digitali di base, 15 punti in meno rispetto alla media UE”. Non è per nulla sorprendente che “il gap interessa tutte le fasce di età ed è particolarmente ampio tra gli individui che non hanno terminato il ciclo di studi superiori”.

Cosa provoca tutto ciò? Semplice: “Il basso fabbisogno di competenze digitali nel mercato del lavoro e la scarsa dimestichezza della popolazione con le tecnologie digitali interagiscono influenzandosi a vicenda: da un lato, gli individui possono trovare infatti poco conveniente acquisire capacità scarsamente richieste dalle imprese, dall’altro, la difficoltà di reperire forza lavoro con competenze adeguate può scoraggiare l’adozione di processi produttivi innovativi da parte delle aziende”.

Il costo del ritardo digitale non è soltanto quello che paghiamo oggi. Ma soprattutto quello che pagheremo domani. “A causa dei ritardi nella trasformazione digitale, l’Italia rischia dunque di perdere un’occasione che potrebbe consentirle di recuperare competitività”. E di questo non parla mai nessuno.

Cronicario: E dopo la Cassa ci mangiamo la cassata

Proverbio del 21 giugno Il petto dei saggi è la tomba dei segreti

Numero del giorno: 21.000.000.000 Bolletta petrolifera italiana nel 2019 nelle stime dell’UP

Ora che la Cassa depositi e (soprattutto) prestiti ha annunciato che verserà al governo del cambiamento, come da costui gentilmente richiesto, il resto del dividendo che aveva messo da parte per i tempi magri, non ci resta che prepararci alle cose belle che si stanno organizzando per noi, plasticamente illustrate nella meravigliosa lettera che il Primo minestra ha mandato a quegli insensibili della commissione Ue.

Peraltro non è che non ci stiamo provando a rispettare i patti. Per dire: il nostro ha ricordato che “per il 2020 il governo ha ribadito che intende conseguire un miglioramento di 0,2 punti percentuali nel saldo strutturale di bilancio. In linea con la legislazione vigente, il programma di stabilità prevede un aumento delle imposte indirette pari a quasi l’1,3% del pil, che entrerebbe in vigore nel gennaio 2020”.

Nel senso che è previsto l’aumento dell’Iva, ma al condizionale, quindi rassicuratevi. Ma nel caso ve lo foste dimenticato, ecco cosa ci aspetta l’anno prossimo se il governo del cambiamento di aliquote non trova una ventina di miliardi per cambiare le clausole di salvaguardia.

Paura? Non temete, perché a metà mattinata è planato su di noi Capitan Italia, meglio noto come Vicepremier Unoemezzo, che col suo scudo scacciaspread ha detto: “”I soldi ci sono, basta volerli usare”. E soprattutto: “Non ci sarà alcuna manovra correttiva”. E infine: “La Ue non impedirà la crescita dell’Italia”.

Così finalmente è diventato chiaro cosa ci aspetta, dopo che ci siamo mangiati la Cassa.

Poi caffé e ammazzacaffé. Giusto in tempo per l’inizio della Quaresima.

Buon week end.