Caccia al tesoro delle multinazionali

L’altra faccia della nuova globalizzazione, della quale abbiamo parlato sul numero otto di Crusoe, è inevitabilmente una nuova tassazione globale. In tal senso alle enormi opportunità che offre l’economia digitale, come strumento di diffusione di business, corrispondono enormi sfide sul versante della tassazione che per loro natura non possono che essere trans-statali. Ciò spiega perché la questione fiscale, una volta esclusivo appannaggio degli stati nazionali, sia finita sui tavoli delle organizzazioni internazionali che, meglio di altri, sono in grado di sfruttare gli asset che offre l’economia digitale: enormi basi di dati sulla ricchezza che viaggiano nello spazio di un click.

Si parte da qui per costruire strumenti capaci di captarne l’evoluzione e le furbizie, che inevitabilmente si annidano nelle pieghe di regimi fiscali sovente compiacenti. La polemica sui paradisi fiscali è troppo nota perché si abbia bisogno di ricordarla qui. Meno nota, e assai più interessante, è il dibattito che si sta sviluppando sulla questione della tassazione dei grandi giganti di internet, che poi sono le colonne dell’economia digitale. Dalle cronache emergono ogni tanto sbuffi di fumo che fanno capire che qualcosa cuoce in pentola, ma di concreto si è visto ancora poco. La natura stessa dell’economia digitale, smaterializzata, invisibile e sfuggente, rende molto difficile immaginare che uno stato possa inventare da solo gli strumenti necessari per costringere i signori della rete a versare qualche goccia dei loro profitti nelle sue esauste contabilità. Anche perché questi giganti, in gran parte residenti in California, le tasse le pagano già negli Stati Uniti.

Ciò che si vorrebbe aggredire infatti non è l’evasione, ma l’elusione fiscale, ossia gli stratagemmi per pagare meno quello che dovrebbe essere più caro. Il caso sollevato dall’Unione Europea su Apple e le tasse irlandesi è l’esempio forse più noto degli ultimi tempi. Mentre di recente l’Australia ha iniziato a discutere di una tassa su tutte le transazioni on line, che valgono circa 7,3 miliardi di dollari.

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Il nuovo numero di Crusoe: La globalizzazione delle tasse. Grazie a @Keynesblog per la splendida Chat

Questa settimana Crusoe ti racconta l’altra faccia della nuova globalizzazione, della quale abbiamo discusso nel numero otto: la globalizzazione delle tasse. Dal 2009 sono state sviluppate diverse iniziative internazionali per provare a drenare ricchezza dalle casseforti delle multinazionali, che fanno arbitraggio fiscale sfruttando le asimmetrie regolatorie che insistono fra i differenti paesi. Anche questa è una delle conseguenze della crisi, che ha reso gli stati sempre più bisognosi di risorse, e insieme del progresso tecnologico, che ha semplificato e reso endemiche la pratiche di elusione fiscale.

L’occhio degli osservatori, che sono entità sovranazionali come l’Ocse o il Fmi, si è concentrato sui giganti di internet, che però non sono gli unici ad aver goduto dei vantaggi della globalizzazione. Ma spuntarla è molto difficile.

Di globalizzazione parliamo anche con @Keynesblog, nella nostra Chat, dove abbiamo affrontato un viaggio straordinario nella cronaca e nella storia, con un occhio sui tormenti dell’eurozona, alle prese con l’ennesima messa in discussione del suo futuro, fra crisi greca ed elezioni franco-tedesche (e forse italiane) e l’incognita Trump+Brexit che sembra fatta apposta per generare inquietudini.

La lettura di questa settimana è una sintesi dell’ultimo Quarterly bulletin della BoE, dove si analizzano la ragioni per le quali le imprese britanniche hanno investito meno di quanto avrebbero potuto, utilizzando una nuova metodologia di raccolta delle informazioni che permette una visione più dettagliata dei problemi incontrati. La questione dell’andamento stracco degli investimenti, che abbiamo affrontato nel numero nove di Crusoe, merita di essere seguita a approfondita, trattandosi di questione strategica per il nostro futuro.

Chiude il numero una selezione delle nostre “notizie invisibili”, ossia quelle che trovi solo su Crusoe.

Ci rivediamo il 17 febbraio.

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Cronicario: Mister T e le real fake news di Fitch

Proverbio del 10 febbraio Fare domande non è segno di stupidità

Numero del giorno: 1999 Salario mensile minimo in Lussemburgo

A un certo punto una nota agenzia stampa che inizia con la A e finisce con la A lancia questa bombetta:

++Trump: Fitch, rischio per condizioni economia mondiale ++

mecojoni

E poi dice “L’amministrazione Trump rappresenta un rischio alle condizioni economiche internazionali e ai fondamentali globali de rating”.

toccaferro

Chi è del mestiere lo sa che vogliono dire quelle crocette. E’ il modo paraculo che hanno le agenzie di stampa di far saltare all’occhio del caporedattore bolso una notizia giudicata imperdibile dagli imperscrutabili deus ex machina che dettano l’agenda dei nostri giornali, che inevitabilmente ci cascano. L’ha detto la nota agenzia  che comincia e finisce con la A, mica mi devo sforzare.

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Ci casco anch’io epperò mi metto a cercare la fonte perché sono un dannato ficcanaso. Un minuto dopo trovo l’origine qui. Caspita la nota agenzia non esagera (a parte le crocette, vabbé). Fitch ha denominato mister T pericolo pubblico numero 1. Rimango ammaliato e la leggo tutta, questa nota, ma solo per scoprire quello che ci ripetono da novembre, ossia che quando il più bello dei bulli ha vinto le presidenziali: le politiche protezioniste minacciata da Trump possono danneggiare l’economia. E qual è la notizia?

Eccola: ++Trump: Fitch, rischio per condizioni economia mondiale ++

La notizia è il terzetto Fitch, Trump, Pericolo. Un pregevole e assai comune esemplare di real fake news, ossia notizia vera che dice il falso, o notizia falsa che dice il vero, come meglio preferite. Una di quelle robe che vive fra la scolastica medievale   e l’idealismo tedesco. Domani i giornali titoleranno che Trump è un pericolo pubblico perché l’ha detto Fitch. Il che è vero e falso insieme. Siamo andati oltre la post verità. Siamo in piena post minchiata. L’ideale per il venerdì pomeriggio.

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A lunedì.

Cartoline dal Maître: L’età dell’acciaio in Europa

acciaio-ue

L’acciaio è la materia dei nostri sogni di progresso, che decliniamo in grattacieli sempre più grandiosi, e quindi costruzioni, mezzi di trasporto sempre più veloci, e quindi mobilità, scambi internazionali,  e quindi commercio. L’acciaio, perciò, è stato sin dal dopoguerra ed è tuttora al centro di infinite diatribe. Delle più recenti trovo traccia nell’ultimo Economic and steel market report rilasciato da Eurofer, associazione europea di produttori di acciaio dal quale ho estratto la cartolina di oggi, che racconta l’evoluzione della domanda di acciaio nel 2016, cresciuta a una percentuale pressoché uguale a quella del Pil (1,8% vs 1,7%). La materia dei nostri sogni, appunto.

Insieme crescono le tensioni verso chi esporta acciaio a basso costo in Europa, che ne ha importato il 25% dall’estero, nella seconda metà del 2016. Poco più del 50% di questo export in Europa lo fanno Russia, Cina e Corea del Sud. In alcune produzioni la Cina pesa oltre il 60% dell’export totale in Europa. Perciò i produttori europei chiedono protezione alla Commissione Ue, lamentando che molte economie sussidiate possano vendere a prezzi che spiazzano i concorrenti. Fra i sogni, dell’età dell’acciaio quello della protezione è il più confortevole. E insieme il più ingannevole.

Cronicario:Il surplus biondo che fa impazzire il mondo

Proverbio del 9 febbraio L’invidia per l’amico ha il sapore della zucca amara

Numero del giorno: 600.000 Barili di petrolio iraniano venduti ogni giorno all’India

E per cominciare in bellezza: il surplus tedesco. Nel 2016 il saldo di conto corrente è stato positivo per 266 miliardi, fra merci e redditi, in crescita rispetto ai 252,6 del 2015, quindi se vi volete incazzare coi tedeschi è un’occasione d’oro.

trump

Poi se proprio volete approfondire – ma di sicuro non è il caso dei tanti che si vogliono solo incazzare – dovreste notare che è vero che i tedeschi hanno esportato beni per 1.207 miliardi nel 2016, ma è vero pure che ne hanno importati per 954.

fumetto

Perché è vero pure che i tedeschi hanno fatto il record commerciale di sempre nel 2016, superando l’altro record dell’anno scorso, ma altrettanto che se si spezzano le reni ai tedeschi, succede la stessa cosa pure a quelli che vendono loro varie robe, fra i quali, manco a dirlo, ci siamo noi. Perché questo è il paradosso del commercio tedesco che fa impazzire il mondo: a loro rimane il grosso, ma una bella fetta lo ridanno indietro. Dall’eurozona, in dettaglio, prendono 441 miliardi per le loro vendite, ma ne restituiscono in forma di acquisti 428. E scusate se è poco. Sicché ve la faccio semplice: volete punire la Germania per il suo successo? Fate pure, ma state punendo anche voi stessi.

fenomeni

Vorrei che qualcuno lo spiegasse anche a Mister T, che ce l’ha con la Germania e con il resto dei suoi partner commerciali eccedentari, ma non ci spero, anche perché laggiù tira tutta un’altra aria. Raccontano che tre grandi industrie che rappresentano i colossi della produzione di grano e etanolo si siano rivolti al governo per chiedere protezione contro le importazioni di questi prodotti dalla Cina, dimenticando però che gli Usa sono il maggiore esportatore, dopo la Germania, di carne di maiale in Cina. Ora non è uno ti compra il maiale se tu gli impedisci di venderti il grano. Lo capirebbe un bambino. Quindi per gli adulti è impossibile.

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A quelli che oggi hanno letto sui giornali la notizia che la paura dell’eurocrack (reloaded) sta spingendo i capitali verso i paesi emergenti consiglio di guardare questa bella figurina diffusa oggi dall’IIF

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perché sarà pure bello credere a certe storie, ma non credeteci troppo, sennò poi vi tocca fare come quel tale che un bel giorno si sveglia e scopre che le banche portoghesi hanno un problema. S’è svegliatooo (cit.). Notizia che merita di finire d’ufficio nei

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Ai più feticisti suggerisco invece di sbirciare le principali voci dei bilanci bancari diffuse da Bankitalia dove c’è persino una buona notizia, laddove i prestiti alle famiglie a dicembre sono cresciuti dell’1,9%. Preferisco non sapere per cosa.

Concludo con una nota di ottimismo che arriva dritta dall’Ocse.

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La trappola della bassa crescita persiste dice l’ottima Catherine L. Mann, capo economista. A nessuno viene il dubbio che non sia un problema. Infatti è un’opportunità.

A domani.

La verità nascosta del commercio Usa con i cinesi

Ora che il mondo ha riscoperto il protezionismo, si dibatte lungamente sui mali provocati dalla globalizzazione e gli Usa hanno eletto un presidente che ha fatto dello stigma verso i suoi creditori commerciali – Cina in testa – la cifra del suo successo, vale la pena spendere qualche minuto per ascoltare, sul sito della Fed di S. Louis, il podcast con Max Dvornik, economista ricercatore della banca, che un paio di anni fa ha rilasciato insieme con altri un paper interessante quanto dimenticato che si intitolava Trade and labor market dynamics. 

Lo so, il titolo è scoraggiante, come quasi sempre accade nelle ricerche economiche, ma la resa vale la spesa, se lo leggete, perché aiuta il curioso che voglia capire senza pregiudizi a ricordare che c’è sempre un rovescio della medaglia nelle storie che sono diventate popolari, come quella – addirittura popolarissima – che la Cina abbia distrutto milioni di posti di lavoro nel mondo, e particolarmente negli Stati Uniti, finendo così col generare quella sorta di rivolta sociale, ormai etichettata col nome di populismo, che ha condotto all’elezione di Trump, alla Brexit e chissà a cos’altro condurrà quest’anno.

Ora se si accetta l’idea che l’ingresso della Cina nel mercato internazionale abbia distrutto posti di lavoro nei paesi avanzati si dovrebbe accettare anche quella, mostrata nello studio, che al tempo stesso l’arrivo della Cina ne abbia creati, e che, al tempo stesso, la diminuzione dei prezzi – la Grande Deflazione esportata dalla Cina – abbia condotto a un aumento del potere d’acquisto per i consumatori che gli autori del paper, riferendosi al mercato americano, calcolano in 260 dollari annui a persona, permanentemente. Riportare questa ricerca, che non ha pretesa di verità ma di semplice testimonianza, spero serva a guardare al problema del commercio con i cinesi con sguardo più equilibrato, senza nascondere le grandi tensioni sociali che sono state determinate da questo cambiamento storico dell’economia internazionale, ma neanche i vantaggi che le popolazioni ne hanno tratto.

Qualche numero servirà a contestualizzare meglio. La ricerca è concentrata negli anni fra il 2000 e il 2007, ossia dalla vigilia dell’ingresso della Cina nel WTO, che data il 2001, e al momento del picco pre crisi. Gli autori hanno costruito un modello calibrato su 50 stati americani e 22 settori, dal quale hanno tratto la stima che il trade shock provocato dall’ingresso massiccio dell’export cinese nei mercati statunitensi, più che raddoppiato nel periodo considerato, ha provocato la perdita di 800 mila posti di lavoro nella manifattura. Ma questo, appunto è solo un lato della medaglia. “Abbiamo contato la distribuzione dei vincitori e dei perdenti lungo i settori e le regioni Usa causate dall’aumento di competitività cinese”, spiegano gli autori, che sottolineano di aver rilevato che “i lavoratori si sono riallocati nel settore dei servizi che ha beneficiato dall’accesso a beni intermedi più economici provenienti dalla Cina”. Questo grafico riepiloga alcune delle conclusioni cui sono giunti gli autori, secondo cui l’aumentata competizione cinese avrebbe ridotto il tasso di disoccupazione permanentemente di 0,03 punti percentuali grazie soprattutto al ruolo svolto dai beni intermedi, che, diminuendo di prezzo, hanno generato un miglioramento dei costi per alcune imprese americane e un aumento dell’occupazione. Addirittura “l’aumento dell’occupazione in questi settori più che compensa il calo dell’occupazione manifatturiera generando un declino del tasso di disoccupazione”. Anche se questo risultato non vale per tutti gli stati esaminati.

Se guardiamo ai dati settoriali, quest’altro grafico mostra come l’impatto dell’aumentato import dalla Cina non sia stato uniforme  e come alcuni abbiano sofferto più di altri, mentre qualcuno ha pure guadagnato occupati. Il fatto rilevante è che “l’attività economica degli Usa non è distribuita uniformemente nello spazio” e questo unito alla circostanza della variegata esposizione settoriale all’economia cinese genera una notevole variabilità degli impatti occupazionali nelle varie località statunitensi. La California, ad esempio, è quella che ha pagato il prezzo più alto, visto che pesa il 20% del totale degli occupati nel settore computer, molto penalizzato dalla concorrenza cinese. Ma al tempo stesso la California ha tratto vantaggi dal fatto che ha un notevole accesso ai beni a basso costo prodotti in Cina.

Gli esempi potrebbero continuare, ma il significato è chiaro. In un’economia integrata e complessa come quella degli Usa si rischia di commettere errori di giudizio semplificando troppo. Lo studio della Fed può essere sicuramente contestato – qui trovate un altro studio che dice il contrario – ma rimane un ottimo spunto su cui riflettere. Purché se ne abbia voglia.

Cronicario: Fra la terra di Vichinghia e il “defecit” Usa

Proverbio dell’8 febbraio Il sole e la luna sono le migliori lampade

Numero del giorno: 2.800.000 Aumento occupati a tempo indeterminato nell’Ue nei primi nove mesi del 2016

Poiché ieri mi sono intristito col pianto greco, oggi decido di regalarmi un bel viaggio in Vichinghia, la terra dei biondi pallidi ai confini dell’Artico, più comunemente nota come Svezia che, fra le altre cose, ha lo straordinario vantaggio di stare fuori dall’euro e così almeno per oggi non ci penso.

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Lo sapete già. Nella terra di Vichinghia la vita va che è una bellezza. Vi do giusto un paio di dritte per farvi schiattare d’invidia.

Ecco la prima: il mercato immobiliare.

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Prezzi (e debiti delle famiglie) alti come si deve, mentre noi ci dobbiamo accontentare dell’Istat che rilascia i dati di compravendite e mutui, che al terzo trimestre 2016 crescono fra il 19 e il 20% rispetto a un anno prima. E dovremmo pure essere contenti.

La seconda è anche peggio. In Svezia il congedo parentale lascia nelle tasche dei bravi genitori il 60% del reddito. Da noi il 30.

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Pure là, come dappertutto, la diseguaglianza è aumentata, ma comunque anche quelli più poveri qualcosina in più l’hanno mangiata, al contrario di quello che è accaduto qua.

ricchezza

E infatti la diseguaglianza misurata dall’indice di Gini è assai minore rispetto a quella da noi, dove lo stato spende un fracco di soldi e non conclude nulla.

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Concludo in bellezza con una panoramica yankee-teutonico-vichinga.

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Vedete: i vichinghi sono imbattibili. Nel caos del cronicario globale, che è tutto un rumoreggiare di crash in atto e in potenza, la Svezia è un’oasi nordica dove la mente si riposa e vede tutto d’un azzurrino boreale.

boreale

Socchiudo gli occhi e mi immagino vichingo anch’io, almeno per dieci minuti. Solo che quando riapro gli occhi la realtà mi aggredisce così

obama

L’uomo più felice del mondo, sospetto. Ma il resto dell’America chissà. Non saranno rovinati come noi o quei poveracci dei greci, però guardate che gli capita.

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E non è tanto la cifra, ma è il refuso che mi sconcerta. L’immagine l’ho presa dal WSJ, che notoriamente non sbaglia mai. Mi sorge il sospetto, perciò, che non sia un refuso. Che volessero davvero scrivere defecit invece di deficit. Forse ci vogliono dire qualcosa. E poi capisco: è latino: finalmente gli americani più istruiti hanno deciso di imparare un’altra lingua. Cosa non farebbero per dar fastidio a Mister T.

A domani.

I consigli del Maître: Camera con vista da 25 miliardi

 

Anche questa settimana siamo andati in radio a parlare con gli amici di SpazioEconomia. Ecco cosa gli abbiamo raccontato. 

Camera con vista da 25 miliardi. Si definisce una “Camera company”, così almeno ha fatto scrivere nel prospetto di IPO (initial public offering) con il quale Snapchat si è presentata al mercato chiedendo soldi, tantissimi soldi. Si parla di una cifra intorno ai 25 miliardi di dollari alla scopo di reinventare la Camera, ossia la macchina fotografica, “per migliorare il modo in cui le persone vivono e comunicano”. “Il nostro prodotto dà la possibilità alle persone di esprimersi, vivere il momento, imparare dal mondo e divertirsi insieme”. Snapchat, per chi non lo sapesse, è usata dai giovanissimi e si caratterizza per la funzionalità di cancellare tutto ciò che è stato condiviso dopo 24 ore. Idea geniale che ha già convinto Instagram a far lo stesso e a breve anche Facebook. Idea geniale anche perché consente ai proprietari di risparmiare cifre enormi sullo storage. I soldi dell’Ipo serviranno a Snapchat ad investire sul progetto degli Snapchat glasses, occhiali equipaggiati con una telecamera che ricordano i vecchi Google glasses. Il loro nome è Spectacles e dicono tutto ciò che c’è da sapere. Camera con vista sull’effimero, smemorata e costosa: è il way of life del XXI secolo.

snapchat 

Peggiorano di qualità i debiti delle imprese. S&P ha rilasciato una nota che contiene un dato sorprendente.  Il settore corporate globale maturerà debiti per 9,6 trilioni nei prossimi quattro anni, ossia per 9.600 miliardi. Il picco di maturazioni si raggiungerà proprio nel 2021, quando dovranno essere rinnovati 2,02 trilioni di dollari di debiti. La cosa che si osserva, osservando la suddivisione di queste obbligazioni è il costante assottigliarsi di quelle a tripla A, ossia le più sicure, a vantaggio di quelle a tripla B, doppia B e B singola, ossia l’anticamera della tripla C, che misura i titoli di maggiore rischiosità perché meno sicuri, anche se più remunerativi.

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A questi rischi fisiologici si sono aggiunti quelli geopolitici, spiega S&P per cui il roll over di queste obbligazioni dovrà essere osservato sempre più da vicino per prevenire eventuali tensioni finanziarie. Anche perché le aziende in cerca di credito troveranno concorrenti agguerriti. A cominciare dagli stati, una volta che le banche centrali smetteranno di comprare i loro bond. L’anno scorso il totale delle obbligazioni accese, private e pubbliche, aveva superato i 100 trilioni di dollari.

La carica delle auto elettriche. Secondo il World economic forum la diffusione massiccia delle auto elettriche potrebbe arrivare assai prima di quanto si pensi. Nell’arco di un lustro, secondo una ricerca prodotta dall’Università di Leeds alcune innovazioni tecniche potrebbero favorire il transito dell’auto elettrica da fenomeno di nicchia a strumento massificato, soprattutto in ragione del costo declinante del carburante, che già viene giudicato più economico sia della benzina che del gasolio. Secondo le previsioni dei ricercatori nell’arco di un ventennio le auto elettriche, complice una radicale evoluzione dell’infrastruttura energetica grazie allo sviluppo delle fonti rinnovabili, arriveranno a pesare il 35% di tutti i veicoli venduti.

autoelettriche

4) La Cina e i lavoratori Usa. Uno studio della Fed di Saint Louis solleva interessanti riflessioni sull’impatto autentico che l’apertura del commercio internazionale alla Cina ha avuto per i lavoratori del settore manifatturiero nel mondo occidentale. Lo studio è del 2015 e si riferisce agli anni fra il 2000 e il 2007, quando gli Usa conobbero una rigogliosa crescita delle importazioni dalla Cina, più che raddoppiate, specie dopo l’ingresso del paese asiatico nel WTO. La ricerca stima che il settore manifatturiero, specie in alcuni settori come quello dei computer, ha sofferto la perdita di 800 mila posti di lavoro, in conseguenza dell’arrivo delle merci a basso costo negli Stati Uniti, ma al tempo stesso osserva che i lavoratori espulsi sono stati ricollocati in altri settori, per lo più nei servizi, talché il saldo è stato lievemente positivo. Non solo. L’arrivo delle merci a basso costo ha generato un aumento del potere d’acquisto per i consumatori americani stimato in 260 dollari l’anno, permanentemente.

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Lo studio ovviamente non ha pretesa di verità, anche perché se ne trovano altri che sostengono altri numeri e altre tesi, ma è un utile stimolo alla riflessione. Il diavolo non è mai brutto come si dipinge.

Qui trovate il podcast con tutta la puntata. Buon ascolto.

Cronicario: Riparte il pianto greco dell’eurozona

Proverbio del 7 febbraio Un amico nel bisogno è un amico fedele

Numero del giorno: 79 Percentuale di cinesi titolari di un conto corrente

Sicché è ufficiale: la Grecia e l’eurozona si portano sfiga a vicenda. Laggiù, zona Balcani, i bond a due anni arrivano a un rendimento del 10%, visto che i pezzi grossi, che poi sono quelli che dovrebbero prestare i soldi, non si mettono d’accordo. Il debito rimane insostenibile, dice uno del Fmi da una riunione a porte chiuse che però non sfugge agli occhiuti ficcanaso del Financial Terror, ops, Financial Times. E non si capisce che dovrebbero fare i greci. Anzi si capisce che dovrebbero fare i loro creditori. Solo che non si può dire.

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E questa cosa accade proprio all’indomani del possente discorso all’umanità del Mago di EZ, dove peraltro il nostro SuperMario ha pure parlato di Grecia, spiegando che l’accesso ai programma di QE della Bce da parte dei bond ellenici è condizionato dall’approvazione del pacchetto di aiuti da parte dei creditori.

draghi

Già m’immagino il pianto greco. E come ogni volta che questa cosa succede, rieccoli: gli spread. E mica solo per i greci. Pure quello francese è raddoppiato, e lasciamo perdere il nostro. Peggio dei gremlins impazziti, gli spread dilagano dalle cronache ai conti correnti, spaventano i ricchi e alimentano la voglia di riscatto dei poveri. Nutrono i sogni dei sovranisti e le speranze dei qestuanti (non è un refuso) che campano la giornata grazie alla generosità della Bce e al suo QE.

spread

E la Grecia? Pazientasse, prima o poi la moneta arriva (semicit.).

Quello che non arriva, semmai, è un po di tranquillità. Non bastasse l’anno elettorale franco-alemanno-olandese-forseitaliano, che vuol dire sentire un sacco di discorsi inutili e vere e proprie minchiate, è stata una giornata da dimenticare per le grandi banche francesi buttate a terra dai cattivi risultati di BNP Paribas, che ha pubblicato un trimestrale bruttina.

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Almeno per oggi, non parliamo di banche italiane. E poi c’è la sterlina, che ha ricominciato i suoi saliscendi. Oggi dicono che sia colpa del dollaro, ma chi ci crede..

sterlina

Ma la vera uscita del giorno è la nota mensile Istat sull’economia italiana, che parla di segnali positivi nella manifattura, negli scambi con l’estero, specie verso i paesi extra Ue, che mi ricorda d’improvviso Mister T.

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Per non pensarci mi concentro sulle costruzioni, che però vanno così così, con i prezzi del terzo trimestre ad aumentare dello 0,1%.

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No scusate questi sono i prezzi inglesi.

In compenso cresce la nostra domanda interna e soprattutto crescono gli occupati a termine su quelli a tempo indeterminato. La qualcosa mi convince che siamo finalmente transitati nella contemporaneità.

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Il Jobs act no.

A domani.

La Chat di Crusoe con @gdivaio: Rischio estero per il 2017

Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Gianfranco Di Vaio @gdivaio (G)

C. Buongiorno Gianfranco vorrei iniziare la nostra chat dall’ultimo World Investment Report dell’Unctad. Il report osserva che nel 2015 il flusso degli investimenti internazionali è notevolmente aumentato, soprattutto nelle economia avanzate. Tuttavia ciò non si è tradotto in aumenti di produttività. Vorrei conoscere la tua opinione in proposito. Poi se hai dati relativi al 2016 ti siamo grati se vorrai condividerli con noi.

G. Buongiorno. Le condizioni finanziarie globali sono sicuramente migliorate negli ultimi anni. Ciò ha consentito una ripresa dei flussi internazionali di capitale, anche se con dinamiche leggermente diverse rispetto a quelle a cui eravamo abituati. In particolare, c’è stato un reversal dei flussi dai paesi emergenti ai paesi avanzati, in particolare dalla Cina, causati da dinamiche di breve periodo, tra cui l’apprezzamento del dollaro. Per quanto riguarda la produttività, vi sono fattori secolari che, soprattutto nei paesi avanzati, contribuiscono a mantenerla bassa. Penso ad esempio al fenomeno dell’ageing. Molto dipenderà dal progresso tecnologico e da quanto la cosiddetta “manifattura 4.0” si tradurrà in guadagni di produttività per i paesi avanzati. Per quanto riguarda i dati, trovo molto utili quelli della BIS (Bank for International Settlements), che sono pubblici e di facile accessibilità, anche se la fruizione riesce più agevole agli addetti ai lavori che ai neofiti.

C. Puoi darci qualche assaggio magari riferito al nostro paese?

G. L’economia italiana, come noto, soffre a causa di fenomeni sia di breve (demand side) che di lungo periodo (supply side). Per quanto riguarda la produttività, da circa vent’anni – più o meno da metà degli anni Novanta – l’Italia cresce ad un ritmo prossimo alla stagnazione. A mio giudizio ciò è stato dovuto alle modalità con cui il nostro Paese ha affrontato la globalizzazione, che in parte ha minato il modello di espansione a cui eravamo stati abituati nei vent’anni precedenti. A questo si aggiunge la carenza di riforme strutturali. Gli ultimi governi hanno fatto notevoli progressi, ad esempio siamo riusciti a contenere la dinamica del sistema pensionistico, ma molto resta ancora da fare. Per quanto riguarda le dinamiche di breve periodo, la crisi di debito ha imposto il consolidamento fiscale, generando politiche pro-cicliche restrittive che, sebbene fossero una scelta pressoché obbligata, hanno compresso la domanda interna e quindi rallentato l’uscita dalla crisi. Da un paio d’anni si è avviata la ripresa, ma la crescita rimane ancora debole e soggetta a fragilità. Molto dipenderà anche dal contesto internazionale, non esente da rischi in questo 2017. Mi riferisco alle politiche di Trump negli USA e all’impatto che esse avranno sul resto del mondo, al rialzo dei tassi di interesse da parte della Fed e, per quanto riguarda l’Europa, a eventuali rischi politici derivanti dalle elezioni in Francia e Germania e alle modalità delle negoziazioni commerciali tra Regno Unito e UE che seguiranno alla Brexit.

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