Cartolina. Ma la Cina (e il Giappone) no

E adesso spiegatemelo voi, che sapete tutto, perché in Cina e in Giappone non c’è l’inflazione. Che, rima a parte, è davvero un mistero gioioso. Uno dice: è colpa (merito) del comunismo. E allora il Giappone? Un altro dice: è merito (colpa) del capitalismo. E allora in Cina? E un altro ancora: è merito della posizione geografica. E via discorrendo. E noi, poveracci, travolti dall’ignoranza. Una cosa però la sappiamo, e possiamo urlarla ai quattro venti, senza tema di essere smentiti. Da noi l’inflazione è all’8 per cento o giù di lì. In Cina (e Giappone) no.

Cartolina. CriptoSvaluta

Non siamo tipi che amano gongolare della disgrazie altrui, specie quando abbiamo già le nostre a ricordarci che la vita è una cosa meravigliosa che riposa su un letto di spine. Tantomeno gongoliamo quando queste disgrazie erano ampiamente previste e prevedibili. Sapevamo tutti che prima o poi la giostra del denaro facile si sarebbe fermata e i primi a piangere sarebbero stati gli asset speculativi, fra quali ormai s’iscrivono d’ufficio anche le mitiche criptovalute che solo pochissimi maneggiano con consapevolezza, mentre la maggioranza semplicemente ci casca. Ecco, adesso che ci sono cascati tutti, e hanno iniziato la lasciarci le penne, suggeriamo pacatamente un emendamento alla vulgata, che magari può servire a rendere chiaro al pubblico cosa siano questi arnesi. Una proposta semplicissima. Chiamiamole criproSvalute.

La Bis propone il Sistema monetario 2.0

Abbiamo bisogno di pensare ai grandi sistemi, visto che quelli piccoli stanno franando davanti ai nostri occhi. Dobbiamo alzare il capo dalle rovine della cronaca, cercare il filo del tempo fra le pagine della storia e da lì tentare di agganciarlo al treno del futuro, che passa davanti ai nostri occhi spesso troppo velocemente per essere intercettato.

Perciò bisogna leggere quello che scrive la Bis di Basilea in uno dei capitoli del suo ultimo rapporto annuale per la semplice ragione che discute di sistema monetario internazionale, ossia una cosa che ancora sostanzialmente deve essere reinventato dall’epoca del crollo del gold standard, nel 1914. Perché all’epoca una moneta internazionale c’era – l’oro – che aveva in una valuta nazionale di largo consumo che denominava ogni cosa – la sterlina – la sua controfigura. Mentre oggi abbiamo solo la controfigura – il dollaro – ma non abbiamo la moneta internazionale.

Poiché è difficile immaginare che emerga una nuova moneta capace di essere davvero internazionale perché non nazionale – l’oro era oro, non era emessa da uno stato – a meno di rivolgimenti geopolitici per adesso solo auspicabili, dobbiamo spostare il focus dell’attenzione non tanto sull’identità di questa moneta, quanto sulla sua morfologia. Ed è quello che fa la Bis, che punta su un concetto – la moneta è un affare della banca centrale, qualunque essa sia – e una tecnologia: la valuta digitale emessa dalla banca centrale. Questo è il punto focale.

Che la moneta di domani sarà in larga parte smaterializzata è di fatto una non notizia. E’ già così. L’uso di banconote fisiche, seppure ancora molto diffuso, declina costantemente. Ma soprattutto il contante fisico viene usato solo per piccoli pagamenti al dettaglio – escludendo dal computo l’economia illegale, ovviamente – mentre nei circuiti internazionali ormai il denaro è solo una scrittura su un libro mastro. Prevale di gran lunga il denaro bancario, insomma, che è una moneta creata dal settore privato, ma sostenuta dalla fiducia che prodotta dalla banca centrale. Per dirla più semplicemente: i depositi sono in euro, ma l’euro lo gestisce la Bce, con tutto quello che duecento anni di evoluzione del central banking significano.

Ribadire che la moneta di domani sarà smaterializzata, tuttavia, non è un semplice vezzo da banchieri. Bisogna ricordarlo nel momento in cui certi fenomeni legati al fintech – si pensi alle criptovalute – premono sull’acceleratore dell’innovazione proponendosi addirittura come validi succedanei della moneta bancaria “garantita” dalla banca centrale. Le varie stablecoin, ad esempio, che cercano di aggrapparsi a uno standard per risultare affidabili, salvo poi evaporare – è successo di recente con TerraUsd, non a caso ricordata dalla Bis – non appena gira il vento della fiducia.

Una innovazione importante, quella delle criptovalute, non tanto per gli esiti che andrà a interpretare nel grande gioco della moneta del futuro – al momento nessuno che sia privo di interessi in questo mercato può sul serio credere che una qualunque di queste monete sia davvero concorrenziale con una moneta di banca centrale, specie se di riserva – quanto per il fatto che ha costretto le banche centrali a svegliarsi. A nessun incumbent piace avere il fiato sul collo, e figuratevi quanto piace a chi ha vissuto per secoli in posizione di monopolio.

La nostra Biancaneve Centrale, perciò, si è messa a capo chino e ha cominciato a studiare. E il paper che avete sotto gli occhi ne è il risultato. Il sistema monetario 2.0 immaginato dalla Bis è disegnato per dare spazio ampio al settore privato, esattamente come adesso, stimolare l’innovazione tecnologica, favorire l’inclusione finanziaria e, dulcis in fundo, una sana circolazione monetaria internazionale. Con la Banca centrale a recitare insieme il ruolo di asse portante e tetto – canopy, il termine usato – di questo ampio ecosistema di soggetti. Come adesso, ma in maniera ancora più strutturale.

Il futuro, insomma, per come lo vede e lo propone la Bis, non sarà tanto diverso dal presente. Sarà solo digitale. E scusate se è poco.

Le imprese energivore non solo quelle che producono di più

Poiché dobbiamo iniziare a immaginare qualunque tipo di scenario, visto che la guerra in Ucraina non solo non rallenta ma “potrebbe durare per anni”, come ha osservato qualcuno della Nato giorni fa, può essere utile conoscere chiaramente non solo la struttura della nostra domanda di energia, ossia il mix di fonti che utilizziamo insieme ai loro luoghi di provenienza, ma anche come la utilizziamo. Può aiutarci a capire meglio quali possono essere le conseguenze di una carenza sulla struttura della nostra economia.

Alcune di queste informazioni sono contenute nell’ultimo rapporto di Bankitalia, e contengono spunti molto interessanti. Cominciamo dal mix energetico, nel raffronto fra noi e l’Europa, con la quale condividiamo il difficile destino di essere dipendenti dalle forniture estere per i nostri fabbisogni.

Come si può osservare dal grafico, l’Italia è una grande consumatrice di gas naturale e di petrolio, rispetto alla media europea. Non gode di fonti nucleari e ha una minore dipendenza dal carbone. Complessivamente (dato 2020) consumiamo 5,9 milioni di terajoule lordi, il 10,6% dell’Unione europea, una “quota inferiore di circa due punti percentuali rispetto alla corrispondente quota di pil”. Insomma, consumiamo più di quello che produciamo, si potrebbe dire.

L’altra notizia, certo poco rassicurante, è che copriamo il 93 per cento dei nostri fabbisogni con l’importazione, a fronte dell’84 per cento della media Ue per il gas e del 106 per i prodotti petroliferi. Insomma, forse siamo un po’ più dipendenti dall’import degli altri, ma nessuno in Europa se la passa bene. Dulcis in fundo, “la Russia è un fornitore importante di combustibili fossili, sia per il nostro paese, sia per la UE: nel 2020 forniva all’Italia il 43,3 per cento del gas naturale importato (38,7 per la UE) e il 52,7 del carbone (45,6 per la UE)”. La Russia pesa un po’ meno per il petrolio, che comunque pesa sempre il 12,5 per cento per l’Italia e il 22,8 per cento per la Ue.

Questo rende problematico lo scenario qualora la Russia decidesse di interrompere le forniture. Bankitalia ipotizza, con molti distinguo, che potremmo compensare nell’immediato quasi due quinti delle mancate importazioni. Quindi ci mancherebbe più della metà del fabbisogno, visto che la possibilità di ricorrere ad altri fornitori è limitata a quelli collegati ai gasdotti che arrivano da noi e che le importazioni di gas liquefatto sono condizionate dalla capacità di rigassificazione.

E questo ci conduce al problema di fondo. Come consumiamo queste risorse? E’ chiaro che di fronte a una eventuale carenza è opportuno avere una idea per quanto possibile chiara di chi ne patirà di più le conseguenze. I dati, estratti da un database Istat, sono aggiornati al 2019, ma servono a dare un’idea.

Per la famiglie, il prodotto energetico più utilizzato è il carburante per le auto, che pesano il 41 per cento dei loro consumi. Segue il gas naturale, che pesa il 31 per cento, quasi tre quarti dei quali per il riscaldamento. Quindi l’energia elettrica, che pesa l’11 per cento. Ricordate che circa la metà di questa energia è prodotta col gas.

Se guardiamo al settore produttivo, gli utilizzi “sono altamente concentrati in pochi settori, sia nel complesso sia con riferimento al solo gas naturale”. I dati sono molto eloquenti. Sempre nel 2019 sui 60 comparti censiti, i primi 10 per intensità di consumo energetico “bruciavano” il 59 per cento dei consumi nazionali, a fronte di un produzione di valore aggiunto di soli 8,5 punti. Di questi settori, la fornitura di energia e la manifattura assorbivano da sole il 72 per cento dei consumi di gas. I primi cinque comporti per consumo di gas naturale, che utilizzavano il 57 per cento delle forniture globali producono una quota di valore aggiunto pari a solo il 3,5 per cento. Insomma, le imprese più energivore non hanno un grande impatto dal punto di vista produttivo. Meglio saperlo.

La tensione sul lavoro spinge il governo in un vicolo cieco

Ormai è chiara a tutti la complessità del problema di fronte al quale ci troviamo. Proviamo a riepilogare prendendo a prestito alcuni dati diffusi da Ocse nel suo ultimo outlook. Primo tema: i salari. In alcuni paesi, come il nostro, già sottodimensionati da tempo, adesso vengono rapidamente impoveriti da un’inflazione molto veloce.

A peggiore la situazione l’ovvia considerazione – ogni volta sembra una scoperta ma dovrebbe essere chiaro a tutti – che i primi a pagare il conto di questa ondata inflazionistica sono i ceti più fragili.

I governi perciò, che nel frattempo hanno aumentato notevolmente la propria esposizione debitoria, si trovano di fronte a una domanda densa di dilemmi: come fare a garantire il potere d’acquisto della popolazione, unica garanzia di tenuta non solo economica, ma anche sociale?

Una prima riposta l’abbiamo letta sui giornali, quando hanno dato notizia della decisione europea di fissare un salario minimo. Ossia: agendo sui salari, quindi incrementando i redditi nominali per pareggiare l’erosione inflazionistica, o quantomeno ridurla. Ci siamo già passati, e ci passano continuamente in tanti. Molto spesso una dinamica salariale che accelera finisce col fornire carburante anche all’accelerazione dei prezzi, e quindi diventa un boomerang.

Una seconda risposta l’abbiamo intravista raccontando del dibattito Usa per diminuire i dazi alla Cina, visto che l’amministrazione si è resa conto – incredibile ma vero – che contribuiscono ad aumentare molti prezzi. E questo merita un piccolo approfondimento, giusto per ricordare che la formazione del prezzo coinvolge sia componenti di mercato – il famoso incrocio fra domanda e offerta – sia componenti fiscali: le tasse. I dazi, ma anche le imposte indirette, appartengono a questa capiente quota.

Purtroppo non dispongo di una analisi che suddivida nelle varie quote la componenti dei prezzi, ma sarebbe molto utile poterne disporre per decidere – avendoci un governo capace di farlo – dove agire per diminuire la pressione sui prezzi. Sarebbe un lavoro certosino, di tipo microeconomico più che macroeconomico, quindi non plausibile, in un tempo che vuole risposte semplici a problemi complessi. Tipo: c’è l’inflazione aumentiamo i salari.

Quindi questa analisi non la farà nessuno. Anche perché contiene una terribile controindicazione: agire sulla componente fiscale del prezzo implica una diminuzione degli incassi per il governo, e quindi un problema di spesa pubblica. E nessuno vuole tornare a sentire le sirene anti-austerità all’opera, me compreso.

Come ulteriore elemento di complessità vale la pena aggiungere che i mercati del lavoro rimangono molto tirati. La disoccupazione – e stendiamo un velo sul tipo di occupazione che cresce – tende a diminuire, e quindi aumentano le tensioni sul costo del lavoro anche da questa minore disponibilità (labour shortage).

Non serve altro per capire in che razza di vicolo cieco il governo – qualunque governo – si sia cacciato, alla fine del quale peraltro trova il sorriso per nulla rassicurante della sua banca centrale che gli dice dolcemente che la pacchia è finita. Niente più tassi a zero. Niente più acquisti di titoli a pie’ di lista.

Gli toccherà governare, insomma. E non sarà per nulla piacevole. Per fortuna esiste sempre la possibilità dell’opposizione.

Cartolina. Finché la barca va…

Fare arrivare merci in Italia dall’estero tramite container costa quasi il doppio di un paio di anni fa. Lasciando da parte la differenza fra costo nominale e costo reale, che appassionerà solo gli specialisti, il fatto nudo e crudo è che poiché costa di più far arrivare la roba dall’estero, la roba finisce col costare di più anche in Italia. Non è certo questo che fa schizzare l’inflazione, ma certo aiuta. E soprattutto lascia aperta la domanda: fino a quando sarà sostenibile far arrivare cargo sulle nostra coste senza rimetterci definitivamente il portafoglio? Interrogato sul tema, un grande economista risponderebbe: finché la barca va…

Perché in Giappone l’inflazione non aumenta?

Avendo dedicato in tempi non sospetti numerosi approfondimenti all’enigma rappresentato dal Giappone, non potevamo mancare di ritornare a Tokyo – purtroppo solo virtualmente – per osservare come ancora una volta ami distinguersi. E per non sprecare troppe parole, basterà guardare anche solo distrattamente il grafico sotto per capirne la ragione.

Lo tsunami inflazionistico che sta terremotando le economie di Europa e Stati Uniti si infrange senza fare il minimo danno sulle coste del Giappone, dove invece i prezzi viaggiano intorno al 2%, ossia prossimi al target della banca centrale, che perciò sta continuando le sue politiche monetarie estremamente aggressive di QQE, quantitative e qualitative easing.

Com’è possibile? Il Giappone non ha risorse energetiche, e quindi deve comprarle all’estero, esattamente come noi. E tuttavia sembra che da loro l’indice dei prezzi, al netto del cibo fresco, ne risenta meno. Prima di iniziare a tirare a indovinare, rispolverando il solito arsenale di luoghi comuni – dalla sovranità monetaria giapponese in poi – guardate quest’altro grafico che racconta qualcosa della mentalità giapponese.

Le famiglie giapponesi sono le uniche nel campione osservato che di fronte a un aumento dei prezzi del 10 per cento al solito supermercato, non solo non ridurrebbero le quantità, ma neanche cambierebbero il supermercato. Anzi: da agosto 2021 ad aprile 2022, quindi al picco della crisi inflazionistica (degli altri) il numero di coloro che non cambierebbero nulla è addirittura aumentato.

Sono abitudinari? Tradizionalisti? Chiamateli come volete. Di sicuro hanno maggiore resilienza di fronte all’inflazione di quanto ne abbiamo noi europei, che stiamo già agitandoci come formiche impazzite. E forse questo troppo agitarsi non aiuta a raffreddare i prezzi.

Se poi si volesse andare un po’ più a fondo nell’analisi, si può sfogliare un intervento del governatore della Banca centrale giapponese, che comincia sottolineando la convinzione che la Banca debba ancora persistere con le politiche monetarie fortemente espansive perché “il Giappone è ancora sulla via della ripresa” visto che “a differenza degli Stati Uniti e dell’Europa” non ha ancora recuperato il livello di pil pre Covid.

In Giappone infatti il primo quarto del 2022 ha esibito una crescita negativa (-1%), con il livello del pil reale ancora sotto del 2,7% rispetto al livello prima della pandemia, a fronte del +3,7 Usa e del +0,6% Ue. Ma basta questa lentezza dell’economia a spiegare un’inflazione praticamente assente?

Il banchiera osserva che l’aumento dell’indice di inflazione osservato ad aprile – +2,1% escludendo il cibo fresco – è stato in gran parte dovuto ai rincari energetici, che hanno finito col compensare “gran parte dell’impatto della riduzione delle tariffe dei telefoni cellulari dello scorso anno”. Ma se dall’indice togliamo cibo fresco ed energia, l’inflazione si abbassa allo 0,8%.

Per giunta la previsioni della Banca sono di un CPI, senza cibo fresco, all’1,9% visto addirittura in decelerazione all’1,1% l’anno prossimo. Quindi, Giappone ancora lontano dal target inflazionistico del 2%, e Banca libera di perseguire il suo QQE, che prevede anche un’esplicito controllo dei rendimenti dei titoli di stato decennali fermi a zero da diverso tempo. Un’altra gioia dell’economia giapponese, per la quale il mondo, a differenza di quanto sta capitando a noi, è rimasto quello di due anni fa.

Come mai? Se lo chiedono anche i giapponesi, che nel marzo scorso, su iniziativa della Banca, hanno svolto un workshop pieno di accademici ed economisti nel tentativo di spiegare come mai “solo il Giappone continua ad avere una bassa inflazione”. L’analisi è stata condotta innanzitutto osservando cosa è accaduto agli altri, e in particolare nelle grandi economie assimilabili, quindi Usa e Ue.

Negli Stati Uniti l’accelerazione dei prezzi viene motivata sottolineando la carenza di forza lavoro – tassi di partecipazione ancora bassi – e aumento significativo della domanda aggregata. Quindi a una combinazione di pressioni sul lato dell’offerta e della domanda che hanno determinato una richiesta di maggiori salari. Da qui la decisione della Fed di stringere i cordoni della borsa, con tutte le complicazioni del caso – crollo delle borse, aumento degli spread e altre amenità – che stiamo osservando in questi giorni.

Quanto all’eurozona, le dinamiche sono state leggermente diverse – il peso dell’energia sul CPI è più rilevante e la crescita dei salari meno – ma gli esiti sono stati simili. E questo se vogliamo aggiunge complessità all’analisi.

Ma quello che ci interessa di più è ovviamente il Giappone, dove nulla del genere si è verificato, confermandosi anzi una tendenza ai prezzi freddi, per non dire gelidi, che ormai dura da qualche decennio. In particolare per i servizi, i prezzi sono rimasti “estremamente rigidi a differenza che in Europa e negli Stati Uniti e sono appena saliti durante la pandemia”.

Questa tendenza si inserisce in quella più ampia che il banchiere chiama “zero-inflation norm” che fino ad oggi ha caratterizzato l’economia giapponese. Ed è per questa caratteristica, che finisce col ripercuotersi su tutta la struttura dei prezzi che il caso Tokyo diventa così interessante. La “zero inflation norm”, spiega infatti il banchiere, “significa che tutti agiscono essenzialmente di concerto per mantenere i prezzi invariati”.

Addirittura, gli economisti hanno ipotizzato che in Giappone la curva di domanda sia “piegata” – cd “kinked demand curve”, ossia esibisca un andamento tale da rendere funzionale per le esigenze delle imprese prezzi stabili.

Ciò in quanto un piccolo aumento dei prezzi produrrebbe un calo della domanda più che proporzionale, mentre una diminuzione non provocherebbe miglioramenti significativi. Quindi, meglio tenere i prezzi fermi.

Ammesso che questa congettura sia valida, e che quindi a raffreddare i prezzi sia l’atteggiamento delle imprese, tutto ciò potrebbe mutare se aumentassero i salari in modo che agendo sui costi delle imprese queste ultime sarebbero incentivate ad aumentare i prezzi. Tutto ciò può accadere, dice il banchiere, se la Banca continua la sua politica monetaria e se i salari mostreranno segni di ripresa nel prossimo round di negoziazioni fra lavoratori e imprese. Circostanza che finora non si è verificata, malgrado un aumento costante della paga base “aumentata per nove anni consecutivi compreso quest’anno fiscale”. E tuttavia l’aumento medio delle retribuzioni è stato in questo periodo intorno allo 0,5%, “basso se confrontato con l’Europa e gli Stati Uniti”.

Una delle ipotesi emersa durante il workshop per spiegare questi andamenti così particolari è che “le famiglie non hanno riconosciuto l’inflazione e quindi hanno prestato minore attenzione ai prezzi”. E’ quella che la letteratura economica recente chiama “disattenzione razionale”: le persone si disinteressano di alcune informazioni giudicate non rilevanti quando prendono decisioni economiche. E per i giapponesi, come mostra la survey che abbiamo visto all’inizio, evidentemente le informazioni sull’inflazione non lo sono.

Ma se l’inflazione in qualche modo “evade” dal mondo quantitativo disegnato dai modelli matematici, alla base delle predizioni della banche centrali, perché ha a che fare più con i comportamenti, più o meno razionali, che con gli aggregati macroeconomici, come si può pensare di fare politiche anti-inflazionistiche, o pro-inflazionistiche?

Se infine guardiamo alle aspettative, il Tankan di marzo – survey di breve termine svolta sulle aziende giapponesi – le vede in crescita a un livello mai visto dal 1980 per le industria manifatturiere e dal 1990 per quelle non manifatturiere. Il fatto che le imprese si attendano una maggiore inflazione, non vuol certo dire che alla fine i prezzi si sblocchino, ma se le imprese si decideranno ad aumentare i prezzi, questo potrebbe a sua volta influenzare le aspettative delle famiglie e far cessare questa gelata ormai ultradecennale.

E tuttavia, rimangono diversi dubbi. Commentando la survey che abbiamo visto all’inizio sulla risposta delle famiglie a un aumento dei prezzi del 10%, il banchiere ipotizza che le restrizioni pandemiche abbiano aumentato la disponibilità economica delle famiglie e quindi la loro tolleranza all’aumento del prezzi. Si continua quindi a dare una risposta “quantitativa”, a un problema che forse non lo è.

L’alternativa, d’altronde, è difficile contemplarla. Una “disattenzione razionale” è ancora tollerabile, all’interno di un ragionamento economico. Un comportamento irrazionale decisamente no. Tantomeno può tollerarlo una banca centrale.

Alle radici dell’inflazione. Il rincaro del trasporto merci

Poiché rischia di essere di poca utilità guardare dove guarda la maggioranza, proviamo a osservare ciò che di solito si trascura, distratti come siamo dal trambusto delle voci in coro, per aggiungere qualche nuova tessera al composito puzzle che disegna l’immagine di questa tremenda inflazione che si è abbattuta sulle nostra economie come la classica piaga biblica. Così come prima non si vedeva come potesse iniziare, adesso non si vede come possa finire.

Perciò vale la pena provare ad osservare l’aumento dei prezzi nel suo dispiegarsi di ragioni che lo motivano. Oltre alle solite che conosciamo bene, intendo dire. E’ chiaro che i prezzi salgono perché la pandemia e la guerra, eccetera eccetera. Però, come abbiamo accennato parlando di dazi, non è tutto qua.

Oggi ci occupiamo di un’altra voce di costo, che ovviamente dipende anch’essa dalla pandemia e la guerra, ma non solo. Ci riferiamo al costo dei trasporti internazionali di merci, al quale Bankitalia ha dedicato un recente approfondimento che contiene molte informazioni utili.

I dati sono riferiti a tutto il 2021, il secondo anno che confermava il trend ascendente dei costi di trasporto, riferiti sia alle merci esportate che a quelle importate. Quanto alle prime, l’aumento è stato del 3,3 per cento a fronte del 3,1 del 2020. Per le importazioni, si è arrivati al 4,9 per cento del 2021, a fronte del 4,3 del 2020.

Notate che i rincari dell’ultimo biennio hanno interrotto un trend discendente che proseguiva da oltre 15 anni. E se concentriamo la nostra attenzione sui costi di trasporto delle importazioni, notiamo che solo quelli che più di tutti hanno patito i rincari.

Questi ultimi si sono concentrati sui trasporti marittimi, che più volte abbiamo osservato essere particolarmente penalizzanti. Ma queste tensioni si osservavano anche molto prima della pandemia. Il notevole rincaro dei container ha coinvolto le rotte che vanno e tornano in Cina e dal resto dell’Asia, nonché per quelle che conducono in Nord America. Sono quelle che hanno patito i maggiori rincari e non certo casualmente, visto che sono le più affollate.

Rincari peraltro non distribuiti in maniera uniforme. Nel bulk liquido, ossia il materiale sfuso che comprende ad esempio il petrolio e i suoi derivati, il costo dei noli è diminuito a causa di un eccesso di offerta di stiva, mentre nel bulk solido – ad esempio minerali e granaglie – è accaduto il contrario. Altrettanto nel comparto general cargo.

Nel settore RoRo, ossia del trasporto di veicoli stradali, i costi sono rimasti stabili. Al contrario, nel trasporto aereo i noli sono ai massimi storici a causa soprattutto della ridotta disponibilità di stive per la drastica diminuzione dei voli indotta dalla pandemia.

In aumento anche i costi medi nei trasporti terrestri, che hanno dovuto fare i conti con l’aumento del costo dei carburanti. Soprattutto se allunghiamo il periodo di osservazione notiamo come il trend di rincari per i trasporti stradali sia ormai consolidato.

Questi dati, è bene ripeterlo, sono relativi al 2021, quindi prima della guerra. E già allora avevano provocato un sensibile peggioramento del deficit dei trasporti mercantili della nostra bilancia dei pagamenti, arrivato a 10,9 miliardi di euro, a fronte dei 6,8 del 2020.

Su queste tendenze, l’impatto della guerra non sarà certo benefico. Bankitalia non si sbilancia in previsioni, ma è ragionevolmente immaginabile che il drastico peggioramento dei costi energetici e le frizioni che ancora insistono sul lato dell’offerta ci conducano verso un peggioramento di questo deficit, e quindi a un aumento ulteriore dei costi di trasporto. Non sarà questo che porterà l’inflazione a due cifre. Ma darà un buon contributo.

Il reddito aumenta anche per chi non lavora

Sfogliando l’ultimo rapporto annuale di Bankitalia capita d’imbattersi in una buona notizia che racconta della nostra straordinaria capacità di cavar sangue dalle rape. E che ha sicuramente diverse buone spiegazioni, sulle quale però il rapporto non si sbilancia. In sostanza, il reddito è aumentato per (quasi) tutti, ma più di altri per gli inoccupati.

Reddito cittadinanza, forse. Ma chi può dirlo? Anche perché questo nuovo miracolo italiano, che si è verificato fra il 2016 e il 2020, non riguarda solo chi non lavora, ma anche i lavoratori indipendenti, quindi “liberi professionisti, i lavoratori autonomi, gli imprenditori, i soci o i gestori di società, i lavoratori atipici”. Tutti i particolari li trovate nella tabella sotto.

Per il totale delle famiglie, nei quattro anni considerati, il reddito medio equivalente è cresciuto in termini reali di circa il 4 per cento, grazie all’andamento favorevole dall’economia fino al 2019. Per chi non lo ricordasse, il reddito medio equivalente “è una misura che approssima il reddito di cui un membro di una famiglia dovrebbe disporre per raggiungere lo stesso livello di benessere che otterrebbe se vivesse da solo”.

La tabella sopra ci comunica altre informazioni. Il reddito equivalente per i nuclei dove vivono pensionati è rimasto stabile, mentre “l’incremento è stato decisamente più marcato della media per quelli in cui il principale percettore è lavoratore indipendente o non lavora”. Il reddito dei lavoratori autonomi è stato sostenuto dal capitale finanziario, spiega Bankitalia, che include anche il risparmio sugli interessi sui debiti concesso dalle moratorie.

Si osserva inoltre un aumento più sostenuto fra il primo quintile, ossia i più poveri, e i più ricchi, ossia il quinto quintile di reddito. I primi hanno goduto di sostegni pubblici – il famoso miracolo italiano -; i secondi hanno semplicemente aumentato i risparmi per effetto delle restrizioni. Quindi la diseguaglianza è rimasta costante. Senza sostegni, invece, sarebbe aumentata di un punto. Un altro miracolo italiano. Fatto a debito.

Cartolina. Forza Australia

I prezzi reali degli immobili in Australia stanno decelerando. Nell’ultimo trimestre del 2021 sono cresciuti di appena il 19 per cento su base annua, esibendo un triste declino rispetto a un anno fa, quando crescevano ben oltre il 20 per cento, per la gioia dei compratori di casa. Adesso lo sprint pare si sia spostato in Nuova Zelanda, dove la crescita annuale dei prezzi, nell’ultimo quarto, è arrivata al 20 per cento, seguendo una curva di rincari che farebbe emozionare qualunque palazzinaro. Meno magari le famiglie, ma ce ne faremo una ragione. E sicuramente anche loro. Ma non è detto che sia finita, per gli australiani, che hanno visto crescere di oltre il 40 per cento il costo delle abitazioni dal 2010, con la metà di questi aumenti concentrati negli ultimi due anni. Ci sono ancora ampi spazi per tornare in vetta. Quindi che dire? Forza Australia.