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Cartolina. La speranza del progresso

Quando chiediamo al mondo di fermarsi, o almeno di rallentare, perché non siamo più capaci di stare al passo, sappiamo esattamente cosa stiamo chiedendo? Perché il progresso, che evidentemente ormai ci è venuto a noia, non vuol dire solo inquinamento, globalizzazione, turboliberismo ed altre amenità che fanno orrore alle anime belle. Significa anche crescita della conoscenza, dei servizi, dell’offerta di benessere (e della domanda), ed altre amenità che hanno come indiretta conseguenza la crescita della speranza di vita alla nascita. Detto in parole povere, dove c’è progresso si vive di più. Un fatto che magari preoccuperà i teorici della decrescita (anche demografica) felice, ma non chi crede che insieme alla popolazione cresca la nostra capacità di gestire la complessità, e quindi in sostanza il progresso. La speranza è l’ultima a morire, dicono i proverbi. Quella del progresso ci sopravviverà.

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Cartolina. Fattore 42

Le gioie della transizione energetica minacciano di essere davvero notevoli, se le previsioni Ocse sulla fame di minerali dei prossimi due decenni misurano addirittura un incremento di un fattore 42 la domanda di litio. Non che vada molto meglio per grafite, cobalto e magnesio. Da qualunque minerale la si veda, il mondo nuovo che stiamo immaginando ne consuma parecchi. Magari diversi da prima, ma ugualmente abbondanti, se non di più. Perché come non esistono pasti gratis, non esistono neanche transizioni gratis, tantomeno energetiche. E su quanto siano davvero pulite lo vedremo. Intanto segnamoci che sono costose.

Cartolina. Tira e molla monetario

Immaginate di avere in mano un elastico, di allungarlo e poi rilasciarlo di botto: tutti sappiamo cosa succede: si rischia di farsi male. Adesso guardate il grafico sopra che mostra praticamente la stessa cosa con la politica monetaria al posto dell’elastico. Tutti sappiamo cosa succede. Si rischia di farsi male, pure se è per il nostro bene. Questa situazione è una simpatica conseguenza dei nostri anni Venti, che con quelli di un secolo fa hanno in comune il fatto di dover gestire un debito da dopoguerra, e per giunta nel mezzo di una crisi inflazionistica. Il rischio di farsi male è giù notevole. Anche senza il tira e molla monetario.

Cartolina. Ancóra l’àncora

L’ancóra dura àncora: e occhio agli accenti, che dicono tutto quello che dobbiamo sapere di questa straordinaria convenzione, a metà fra la statistica e la credulità, che regge buona parte del nostro discorso economico. L’accento, in fondo, ha a che fare con l’intonazione, e quest’ultima con l’umore volatile dei nostri ragionamenti, sempre più istantanei, da un lato, e sempre più bisognosi di proiettarsi nel futuro nel disperato tentativo di controllarlo. L’ancora regge ancora, perciò. Le aspettative a cinque anni vedono l’inflazione poco più alta di prima della pandemia. In fondo non sarà successo niente nel frattempo. Guerra, pandemia, potere d’acquisto esausto. Ci aspettiamo che tutto andrà bene. E di questi tempi questa è già un’ottima notizia.

Cartolina. Aspettati e spera

Le aspettative sull’inflazione migliorano, dice l’ultima rilevazione di Bankitalia, ma rimangono piuttosto tese e ben oltre il target della banca centrale. Il mitico 2 per cento, che fino a prima della pandemia sognavamo come la terra promessa, visto che i prezzi non crescevano, oggi è tornato ad esserlo, ma al contrario. Prima lamentavamo i prezzi bassi, ora quelli alti. Adesso ci aspettiamo fino al 5 per cento di inflazione per i prossimi due-tre anni. E lo speriamo persino, visto che al momento patiamo prezzi cresciuti del 10 per cento su base annua, con buona pace per il nostro potere d’acquisto. Ciò per dire che dovremmo pensare bene a ciò che desideriamo. A volte potrebbe finire molto male. Potrebbe diventare realtà. Buona pasqua.

Cartolina. L’occupazione batte la preoccupazione

L’occupazione nell’area euro, in espansione dal secondo trimestre 2021, continua a crescere associandosi a un tasso decrescente di disoccupazione, mai così basso da un biennio. Si intravedono segnali di rallentamento, e tuttavia il trend sembra ancora robusto abbastanza al punto, semmai di generare qualche preoccupazione. Da un parte un mercato del lavoro teso riscalda i prezzi. Dall’altra si vede la domanda privata contrarsi, nel quarto trimestre 2022, a causa della diminuzione del reddito disponibile, al quale l’inflazione ha sicuramente contribuito. Insomma: l’occupazione aumenta, i prezzi salgono, per le più svariate ragione, ma i lavoratori hanno sempre meno soldi in tasca. Esito prevedibile: un rallentamento della crescita, o magari una recessione. E invece no. L’ultimo bollettino della Bce vede una crescita della domanda al dettaglio nel primo trimestre 2023. Le famiglie si aspettano un’inflazione più bassa e temono meno l’incertezza. L’occupazione batte la preoccupazione. Per adesso.

Cartolina. I chatbot siamo noi

Abbiamo paura delle macchine da quando abbiamo iniziato a costruirne. Temiamo l’innovazione, e tuttavia non riusciamo a farne a meno. Almeno da quando siamo diventati capaci di creare tecnologie. Vale per la ruota, il fuoco – pensate a quanto doveva spaventarci il fuoco, ci fa paura ancora oggi – , i telai meccanici e oggi l’intelligenza artificiale. Siamo scimmie vestite che hanno paura di ciò che indossano, perché temono di trasformarsi nel vestito. Lo spauracchio verso l’IA è solo la versione riveduta a corretta di quello che all’inizio del XIX si chiamava luddismo, e il fatto che gli ultra-miliardari firmino manifesti per invitare alla prudenza contro le macchine cosiddette intelligenti non è diverso da quando i Tudor inglesi vietavano le macchine per stampare fibbie. La paura è un sentimento democratico e trasversale. Esattamente come il coraggio. Il punto però non qui temere le macchine perché ci rubano il lavoro. Ciò che è davvero importante è capire che se abbiamo paura che un computer, che non fa altro che rimescolare idee e fatti noti, scriva meglio di noi un testo, una poesia, una musica o quello che volete voi, significa che abbiamo paura di non aver più nient’altro da dire. Nulla da aggiungere a ciò che è stato scritto, suonato, dipinto e, in sostanza immaginato. Ma in questo caso i bot saremmo noi. E’ di questo che abbiamo paura.

Cartolina. Investire su di noi

Non ci sono molte possibilità di sfuggire all’obbligo che i nostri tempi – ma solo i nostri poi? – ci impongono. Ossia quello d’esser migliori di quello che siamo già, e continuare a migliorarci. Piaccia o meno, in un’economia della conoscenza, alla quale ormai ci pregiamo di trasformarci, le competenze sono l’asset principale di ogni agente economico. Perciò bisogna studiare, e ancora studiare. Farsi venire continuamente idee. Provare a realizzarle. Imparare cose nuove. Non fermarsi mai. Trasformarsi in cacciatori e raccoglitori della conoscenza. Perché questa irrequietezza è il carburante dell’immaginazione, ossia ciò che rende interessante il nostro andare avanti. Non si tratta di candidarsi a una vita faticosa, che avremo comunque. Ma di sceglierla per farne qualcosa di buono. Chi si contenta gode, dice la saggezza popolare. Chi non lo fa ha qualcosa di meglio: una nuova saggezza.

Cartolina. L’autunno del mattone

Non stupisce ovviamente nessuno la circostanza che la primavera dei tassi di interesse, fioriti a livelli impensabili nello spazio di pochi trimestri, si associ all’autunno del mattone, gonfiato all’inverosimile quando i tassi di interesse erano congelati a zero. In quel complicato sistema di vasi comunicanti che è il nostro sistema economico – qualunque sistema in effetti – certi meccanismi funzionano con una regolarità che quasi ci spingono ancora a coltivare l’illusione che esistano davvero le relazioni causa effetto e altre amenità alle quali ormai credono solo i giornalisti e i politici. Il fatto è che i prezzi delle case iniziano a scendere perché erano saliti troppo, mentre i tassi salgono perché erano scesi troppo. Si può anche credere che questi due fenomeni siano collegati. E può anche esser vero. Ma non vuol dire che sia reale.

Cartolina. L’inverno della produttività

Salvo pochi paesi emergenti, la produttività del lavoro sta diminuendo ovunque, con un evidente peggioramento nell’ultimo quinquennio, al quale certo ha contributo il caos pandemico. L’Ocse, che ha diffuso queste rilevazioni, fra le varie cause sottolinea quella dell’inverno demografico, ormai avanzato nei paesi più sviluppati e alle porte anche nei campioni emergenti – si pensi alla Cina – che tende a far diminuire la crescita potenziale. Fra i guai del diventar vecchi c’è anche quello di essere meno produttivi, evidentemente. Sicché l’inverno demografico ha finito col contagiarsi alla crescita. A furia di privilegiare la produzione, a scapito della riproduzione, abbiamo finito col segare il ramo sul quale si poggia la nostra prosperità. Rimane da capire come sosterremo questa mole crescente di anziani, che chiederanno – e giustamente – un welfare adeguato, in cambio del quale hanno investito la loro vita professionale. Sarà interessante da osservare. Non vuol dire che sarà piacevole.