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Fenomenologie giapponesi. L’età della rendita


Anziani sempre più avanti con gli anni, accuditi da macchine, in una società che invecchiando diventa sempre meno produttiva e tuttavia esosa, riuscendo al contempo a saziare i propri appetiti grazie ai risparmi accumulati nel passato e oculatamente investiti all’estero. All’elenco delle nostre fenomenologie giapponesi non poteva mancare il corollario finanziario, che si esprime nella crescente ricchezza del paese ormai naturalmente associata alla sua crescente vecchiezza.

Questa società, che in qualche modo sembra far da apripista alle altre del ricco Occidente, deve alla sua opulenza l’idea stessa di futuro che sta preparando per se stessa. E questa ricchezza, icasticamente rappresentata dalla sua contabilità con l’estero, racconta di un paese che ha smesso di fare profitti con il commercio estero – o quantomeno ne fa assai meno di prima – limitandosi ad alimentare il suo conto corrente con i rendimenti dei suoi investimenti all’estero. La rendita è il complemento naturale di una società che invecchia. E anche noi italiani, che tanto somigliamo ai giapponesi almeno quanto agli esiti demografici, abbiamo imparato a scoprirlo.

Quanto al Giappone, basta osservare qualche grafico elaborato dal Fmi per farsi un’idea chiara di cosa stiamo parlando.

Come si può osservare, nel tempo il peso specifico dei redditi primari, frutto degli investimenti esteri al netto di quelli estero in Giappone, è andato crescendo sostanzialmente al decrescere del peso della bilancia delle merci, che nell’ultimo decennio è divenuto sostanzialmente residuale.

Guardano il grafico di destra, si osserva come l’incremento delle rendite corrisponda a una crescita sostanziale dei net foreign asset (NFA) che, mentre erano praticamente a zero nel 1980, oggi pesano il 60% del pil, per un valore di tre trilioni di dollari, il più alto al mondo. Vale la pena sottolinea che “l’incremento del saldo dei redditi, fin dalla metà degli anni ’90, può essere attribuito al settore corporate ed è collegato all’incremento dei risparmi”. In sostanza, come una valanga che si autoalimenta, il saldo corrente positivo si incrementa di anno in anno a causa del suo confermarsi. Un meccanismo che vediamo all’opera anche in casa nostra, ma soprattutto in Germania e in Olanda.

Proprio nel confronto con gli altri paesi emerge l’eccezionalità del caso giapponese, dove all’abbondanza del saldo corrente corrisponde una posizione allineata con la mediana del commercio estero. Il che fa risaltare l’abbondanza del saldo dei redditi (il 3,5% del pil) sugli altri.

Vari fattori concorrono a determinare questa situazione. Il Giappone, tanto per cominciare, ha investito bene. Una quota dei suo investimenti diretti esteri (Foreign direct investment FDI) è allocata nell’Asia emergente e negli Stati Uniti.

Questa allocazione vantaggiosa dovrebbe spiegare almeno in parte quel punto abbondante di rendimenti degli investimenti giapponesi rispetto agli altri paesi che si può osservare nella figura di destra.

Un’altra ragione di questa differenza risiede nel fatto che il Giappone paga poche rendite sugli investimenti dall’estero, per la semplice ragione che sono pochi. Altrettanto vale per i debiti di portafoglio, per i quali il Giappone paga poco per la semplice ragione che i rendimenti sono negativi e l’ammontare ridotto rispetto agli altri paesi.

E basta questo a comprendere lo spirito del Giappone contemporaneo. Il risparmio interno (e la banca centrale) provvedono a gran parte del debito del governo, mentre il paese si arricchisce estraendo risorse dall’estero tramite le rendite assai più che vendendo beni e servizi.

Ed è in questo impigrirsi, che evoca molto bene l’avanzare inesorabile delle primavere, che il Giappone individua una delle sue tante fisionomie.

(5/segue)

Puntata precedente: La civiltà delle macchine

Puntata finale: La centralità della Banca

Fenomenologie giapponesi. La persistenza dello stimolo fiscale


Leggo alquanto divertito nell’ultimo Bollettino della Bce che “in Giappone il governo ha preparato un pacchetto di stimolo a sostegno della crescita economica”. Penso di essere finito in un tunnel temporale e di essere tornato improvvisamente negli anni Novanta del secolo scorso, quando il Giappone iniziò a sperimentare stimoli fiscali e monetari per uscire dal tunnel della recessione patrimoniale indotta da crash di fine anni ’80.

E invece no: siamo nel 2020, e il Giappone – come d’altronde il resto del mondo ad economia avanzata del quale il Giappone è stato chiaro antesignano – pensa di fare nuovi stimoli fiscali. Ciò a fronte di un calo del pil nel quarto trimestre 2019 dell’1,2% che su base annuale arriva a -6,3% per i soliti motivi di circostanza – il calo dei consumi indotto dall’aumento Iva, il solito tifone, l’insolito calo degli investimento malgrado gli stimoli del governo – che non riescono più a celare il fatto che la crisi del Giappone è molto più che cronaca: è storia.

E la storia si nutre di somiglianze e verosimiglianza, come gli eterni stimoli fiscali del governo giapponese, che da trent’anni conducono a una crescita verosimile che s’ammoscia al minimo stormir di fronde. Una storia che sembra essere diventata comune.

Sempre la Bce ci ricorda che nel dicembre scorso il governo Abe ha annunciato un pacchetto di stimoli “per affrontare i rischi al ribasso per l’attività economica derivanti dalla debolezza del contesto esterno e dalle recenti calamità naturali”. Ovviamente gli stimoli si traducono in una maggiore spesa pubblica che vale il 2,4% del pil, “che lo rende uno dei pacchetti di stimolo fiscale più consistenti introdotti nel corso dell’Abenomics”.

Del nuovo stimolo è utile sapere che “sarà in gran parte implementato nel
2020-2021” e che “compensa in parte il recente aumento dell’Iva”, perché com’è noto, nel moto perpetuo dello stimolarsi fiscale giapponese, il governo oggi toglie e domani dà, e magari più di quanto abbia tolto.

La Bce prevede che l’economia torni “a una moderata crescita positiva all’inizio del 2020”, anche grazie allo stimolo fiscale, “che comincia a produrre i suoi effetti”. Un po’ come scrive per gli Usa, dove, come probabilmente avverrà anche in Giappone, il venire meno degli stimoli fiscali ha raffreddato la crescita. Chi volesse avere un quadro più analitico dell’outlook giapponese, può scorrere un pregevole intervento di Masai Takako, del board della BoJ, che ha parlato a un meeting a Nara illustrando la situazione del paese, complessivamente buona, ma afflitta da problemi antichi che motivano queste stimolazioni fiscali e monetarie, ormai sono persistenti in Giappone.

Rimane da chiedersi quanto sia sana un’economia che senza stimoli si spegne, avendo ormai imparato che qualcuno – il governo – la sosterrà in un modo o nell’altro. Ma pochi si fanno la domanda e ancora meno sono interessati alla risposta che in realtà è evidente: la guerra contro la crisi è finita. Ha vinto la crisi. Il governo è davvero l’ultimo giapponese.

(1/segue)

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