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Cronicario: La trivergenza monetaria e il mal di testa da Banca centrale

Proverbio del 16 marzo C’è un tempo per pescare e uno per asciugare le reti

Numero del giorno: 1.600.000.000 Maggior spesa per i consumatori Usa per interessi su carte di credito dopo rialzo Fed

Ora che finalmente la Fed ha alzato i tassi, mentre la BoJ, la BoE e la Bce sono rimaste chi più chi meno sedute sul greto del fiume a guardare il cadavere della Yellen, possiamo finalmente affermare con sicurezza che la divergenza monetaria è divenuta trivergenza e molto presto si trasformerà in quadrivergenza che rima – non a caso – con chiaroveggenza e perciò di sicuro ci aspetta un sonoro mal di testa, appena mitigato dal fatto che – facessero quello che vogliono le banche centrali – in ogni caso l’inflazione sta su bella tonica e molto presto anche noi.

Il mal di testa passerà non appena smetterete di leggere le spiegazioni di quelli che vogliono convincervi che le banche centrali sappiano quello che fanno. Perché ci son veramente persone che vengono pagate per spiegare che sia davvero così.

E invece il vostro Cronicario preferito vi dice la verità: le banche centrali usano il bussolotto per decidere il da farsi. E poi, siccome sono espertissime supercazzolatrici, pubblicano milioni di pagine di documenti perché tanto sanno che non le leggerà mai nessuno. Oggi la credibilità si misura col peso, mica altro.

Se volessimo parlare di cose più concrete, sarebbe più opportuno ricordare, come ha fatto di recente il nostro governatore della banca centrale, che in Europa è in corso un processo di Unione bancaria il cui esito finale sarà l’unione politica. E il fatto che lo dica un banchiere – mentre i politici veri stanno a spasso fra Bonn e Baden Baden a cazzeggiare col G20 – la dice lunga su chi saranno gli artefici di questa Grande Trasformazione (cit.).

Mentre che vi convincete, vi farà piacere osservare questo grafico gentilmente offerto dalla Fed di Richmond, che spiega bene cosa sia successo nell’ultimo secolo e perché quando sentite parlare di demografia declinante dovete sapere che vi stanno prendendo per i fondelli.

Non siamo mai stati così tanti, così come non c’è mai stato tanto denaro in circolazione e debiti così elevati, favoriti gentilmente sempre dalle banche centrali persino di recente.

Se non capite che tutto si tiene, allora ve la meritate la trivergenza. E anche il mal di testa.

A domani.

Quanto è costata al governo Usa la crisi del 2008? Quanto il New Deal

Si è detto e scritto tante volte che la crisi del 2008 è stata la peggiore dal 1929. Addirittura è fiorita un’ampia letteratura che paragona gli esiti della crisi scoppiata nel ’29 – i disastrosi anni ’30 – ai giorni nostri e in effetti ci sono tante verosimiglianze, a cominciare dal ritorno in voga della teoria della stagnazione secolare, elaborata nel 1938 , a terminare dalla voglia di protezionismo che all’epoca contagiò tutta l’economia globale, con gli esiti che ricordiamo.

Al di là di ciò esiste un’altra controprova per asseverare la verosimiglianza delle due crisi. Ossia la quantità di risorse che i governi hanno dovuto mettere in campo per far fronte a un disastro con ben pochi precedenti. Di tale confronto si è incaricato di recente un economista della Fed di S.Louis, che ha condotto un interessante paragone fra l’American recovery and reinvestmente act, approvato nel 2009 dall’amministrazione Obama, e la legislazione che ha reso celebre Roosevelt negli anni ’30: il New Deal. La scelta non è casuale. La normativa del 2009, infatti, è stata definita come “il più grande piano di ricostruzione approvato dal governo di sempre”. Ma sarà vero?

Secondo i calcoli fatti dall’autore dello studio, il Recovery act del 2009 è costato all’erario 840 miliardi in dollari del 2009. Stimare il costo del New Deal, che non è stato un singolo provvedimento, ma una somma di provvedimenti, è di sicuro assai più complesso. Per far fronte all’emergenza occupazionale, ad esempio, fu creata la Works Progress Administration (WPA), che si occupò di assumere milioni di lavoratori rimasti a spasso per attivare diversi progetti, che spaziavano dalla costruzione di scuole ed edifici pubblici fino alle ferrovie. Un’altra agenzia pubblica, la Agriculutural Adjustment Administration (AAA) si occupò invece di regolare la produzione agricola, la cui sovrapproduzione aveva contribuito ad abbattere notevolmente i prezzi dei beni primari, tramite prezzi amministrati e accumulo di scorte. Perciò stimare il costo complessivo delle varie iniziative non è stato un affare semplice. Se ne sono occupati due economisti, che nel 2015 hanno pubblicato uno studio secondo il quale il costo complessivo del New Deal sarebbe stato di 41,7 miliardi che in dollari del 2009 diventano 653 miliardi. Cifra che dà anche un’idea di quanto valore abbia perduto il dollaro in circa 80 anni. Assai meno comunque del costo del provvedimento del 2009.

Detta così, il discorso sembra chiuso, ma comparare i valori assoluti non tiene conto dei cambiamenti relativi che sono intervenuti nel frattempo nell’economia Usa. Uno per tutti: la popolazione è più che raddoppiata in questi 80 anni, e di conseguenza se calcoliamo la spesa pro capite, viene fuori che il costo del Recovery act è stato di appena 2.738 dollari a persona, mentre il New Deal costò in media 5.231 dollari, sempre in moneta del 2009. L’analisi si potrebbe raffinare ulteriormente se si confrontassero gli stimoli con la dimensione dell’economia, in sostanza l’output, al tempo in cui furono immessi dal governo. In questo modo scopriremmo che il Recovery Act costò soltanto il 5,7% del prodotto a fronte del 40% del New Deal. Vista con queste lenti, lo sforzo economico dell’amministrazione Roosevelt sembra preponderante. E tale circostanza è per lo più dovuta al fatto che gli stimoli durarono per circa sette anni, a fronte dei tre della legge del 2009.

Esiste ancora un altro modo per confrontare i due interventi, ossia calcolare il peso dell’incremento del debito che hanno determinato in rapporto al Pil. Dopo alcune procedure preliminari, l’autore ha calcolato che il Recovery act ha generato un aumento di debito sul pil pari al 32%  mentre il New Deal del 30,3%. In sostanza si equivalgono quasi. Questa tabella riepiloga tutti gli indicatori. Come si può osservare la risposta alla domanda su quale sia stato il programma di interventi più impegnativo per le finanze pubbliche Usa cambia a seconda delle lenti che si indossano. E in ogni caso rimane controversa. Molti dei cambiamenti indotti, al di là degli stimoli fiscali, come nota l’autore dello studio, hanno avuto impatti sul settore privato e sul modo di fare business, negli anni Trenta come in quelli più vicino a noi. Quindi tutto cilò che possiamo dire è che in comune le due crisi hanno di aver avuto un costo esorbitante per la collettività. E neanche sappiamo se quest’ultima abbia mai smesso di pagare.

Cronicario: L’insalata diventa un bene di lusso

Proverbio del giorno Quando il leone invecchia anche le mosche lo attaccano

Numero del giorno: 260mila Aumento globale produzione barili petrolio a febbraio

Altro che petrolio: l’ultima frontiera del carovita, oramai acclarata, sono bieta, broccoletti e lattuga. L’Italia è stata invasa da un’orda di vegetali freschi che nel mese di febbraio 2017 ha rincarato del 37,2% rispetto a febbraio 2016 quando, chissà perché. i prezzi calavano persino. Oggi questi esserini verdi, con la decisa complicità del petrolio certo, hanno fatto schizzare di un altro 0,1% la stima dell’inflazione di febbraio di Istat, portandola quindi all’1,6% su base annua, che non è il 2,2% tedesco e neanche il 3% spagnolo, e tantomeno il 2,7% americano,

col dato core al 2,2%,

ma comunque è un bell’aumentare, specie in un paese come il nostro che fino a ieri l’altro frignava lamentando rovinose deflazioni. Ora uno può pure credere che la tensione sui prezzi dipenda dal petrolio, che comunque da qualche giorno sta sotto i 50 dollari, ma se si guarda al dato Usa disaggregato si scopre che la storia non è così semplice.

E potete scommetterci che stasera (ora italiana) quando il FOMC della FED deciderà quello che tutti danno per scontato, ossia di aumentare i tassi, questa considerazioni le faranno anche loro.

Ora non è che dovete sostituire l’isteria insensata per la deflazione con quella altrettanto dissennata per l’inflazione. Il succo del discorso è semplice: sta finendo l’alta marea del denaro easy. Il QE rimarrà in campo, solo che non significherà più quantitative easing, ma quod eramus. E quello che abbiamo sono tassi di inflazione più elevati e quindi tassi di interesse che andranno a crescere molto presto, a cominciare (forse) da stasera.

Perciò oltre a dover fare i conti con l’insalata diventata un bene di lusso, noi italiani dobbiamo cominciare a guardare col dovuto brivido a quella montagna di debito pubblico, proprio oggi aggiornato da Bankitalia a poco più di 2.250 miliardi di euro, che ha la spiacevole controindicazione di generare interessi passivi che ogni anno valgono un paio di leggi di stabilità.

La buona notizia è che questa ripresa globale dei prezzi fa il paio col miglioramento del mercato del lavoro in tutta Europa, con gli occupati che, nell’Europa a 28, hanno superato il livello pre crisi (nell’EZ ancora no).

Con l’UK a fare la fenomena, visto che la disoccupazione è arrivata a 4,7% nel periodo novembre gennaio, il livello più basso dal 1975.

Infine, dovete assolutamente leggere lo speech col quale il governatore della Buba, il cattivissimo Weidmann, ha parlato sul tema “L’agenda del G20 sotto la presidenza tedesca” proprio stamattina. Vi dico solo una cosa: “A global crisis requires a global solution”. E chi ha orecchi…

A domani.

Cronicario: Il balletto del petrolio e quello dei prezzi

Proverbio del 14 marzo Per una buona fame non esiste pane cattivo

Numero del giorno: 741 Inflazione % stimata in Venezuela dall’opposizione

Visto che la neve si è messa in mezzo facendo slittare il meeting tra la Frau e il Mister, e perciò dovremo aspettare venerdì per saperne qualcosa, torno alle ugge dell’economia spicciola per raccontarvi di quella bazzecola che s’aggira per l’Europa e il mondo come il classico fantasma ma strusciando rumorosissime catene.

L’inflazione, quindi, che notoriamente non esiste (semicit.) perché al massimo è inflazione indotta dall’aumento dei prezzi energetici. Sarà. Intanto però l’indice dei prezzi al consumo tedesco, cresciuto del 2,2% a febbraio 2017 sul 2016, mostra questi andamenti.

E soprattutto si osserva in crescita costante da dicembre. In Germania come altrove. In Spagna, per dire, siamo ormai vicini al 3%, negli Usa siamo stabilmente sopra il 2% e fra i paesi emergenti si segnala l’India, al 3,65%.

Certo, nessuno batte il 741% stimato in Venezuela. Ma mica per la cifra, quanto per il fatto che la cifra l’ha fatta l’opposizione, il che segna l’evoluzione naturale della statistica. Il cazzeggio politico.

A proposito di Spagna, l’Ocse, oggi la rilasciato la sua Survey. La Spagna sta meglio di prima, ma non vuol dire che stia bene. La crescita è ripartita

ma ancora i benefici si vedono poco sul versante dell’occupazione e del livello generale dei debiti, pubblici e privati, ancora molto elevati.

E’ interessante osservare invece il livello della tasse sul lavoro nel mercato spagnolo.

Ma non avevano fatto le riforme strutturali?

Ora però siccome il rialzo dei prezzi è dipeso dall’energia, mi domando sinceramente curioso se il fantasma che s’aggira per l’Europa verrà esorcizzato ora che il petrolio è crollato.

E soprattutto adesso che si è saputo che l’Arabia Saudita, infischiandosene bellamente dei tagli decisi a novembre dall’Opec ha aumentato la produzione a febbraio. Come andrà a finire? Ah saperlo. Intanto scopro con stupore che non è tutto inflazione quello che sta agitando il mondo. Ci sono persino prezzi che calano (a parte quelli del petrolio).

Già. Da quando è diventata legale il prezzo della cannabis è crollato. Smoke in the water (semicit.).

A domani

La Chat di Crusoe con @cac_giovanni: Un Norway-Style deal per la Brexit

Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Giovanni Caccavello GT) @cac_giovanni.

C Buongiorno Giovanni. Mi sembra che la notizia di inizio settimana sia la definitiva acquisizione di Opel da parte dei francesi della Peugeot. Ormai non si può dire che sia una sorpresa, ma di sicuro adesso tutti gli altri grandi player dovranno rivedere le loro strategie. Ti sei fatto un’opinione in materia?

G Ciao. Anche qui in UK oggi si parla molto dell’accordo Peugeot-Opel. Alcune reazioni sono interessanti, anche alla luce della “Brexit”.

C Già: è curioso un mondo dove insieme convivono l’internazionalizzazione e la voglia di chiudere i confini. Mi chiedo quale tendenza prevarrà. Tu che abiti laggiù, che idea ti sei fatto?

G Da quel che ci è stato riferito, la prossima dovrebbe essere la settimana decisiva. Il governo May dovrebbe ufficialmente dare il via alle negoziazioni, attivando l’Articolo 50. Per ora bisogna dire che e’ tutto ancora molto incerto ed il governo britannico e’ stato molto restio nel comunicare informazioni su “hard o soft” brexit.

C Mi chiedo se tanta prudenza celi una strategia o se invece il tutto sia abbastanza improvvisato. Ma poiché non lo sapremo mai, forse è più interessante chiedersi se si inizi a delineare il piano economico che l’UK metterà in campo una volta che partiranno le contrattazioni. Tu vedi probabile una ripresa del settore manifatturiero britannico?

G Visto il recente passato, temo di no. Qui in UK molti hardcore Brexiters sono ancora indirettamente legati ai fasti dell’impero britannico. Osservando dati di Bruegel, nel corso di questi ultimi decenni il Regno Unito è stato il paese che ha perso maggiormente in termini di settore manifatturiero. Difficile che questi lavori tornino nel medio periodo. A mio modo di vedere, nonostante le notizie giornaliere riportate un po’ ovunque, il governo Britannico cercherà alla fine di avere una sorta di “Norway-Style deal” con l’Unione Europea.

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Cronicario: La singolar tenzone fra tripla A e tripla T

Proverbio del 13 marzo Il cane non torna mai dove è stato bastonato

Numero del giorno: -0,5 Calo % produzione industriale Italia su base annua

Non è oggi e neanche domani che vorrei essere una mosca per infilarmi invisibile laddove succedono le cose. M’importa poco di ronzare attorno agli umori dell’uditorio raccolto ad ascoltare il nostro beneamato Supermario, che tanto quello che ci doveva dire ce l’ha detto in tutte le lingue, classiche, barbare, romanze e germaniche. Né m’importa di ficcare il naso ronzante nel cuore del FOMC della Fed, che mercoledì forse alza i tassi forse no, ma soprattutto

No. Vorrei essere quella mitica mosca per infilarmi nella stanzetta – per dire – dove domani si incontreranno Mister T e la Mutti germanica. Trump&Merkel. La tripla T di Trump Taglia le Tasse, che se ne infischia di debito e deficit, e la tripla A di chi fa surplus fiscale. Non è un incontro: è una singolar tenzone fra due visioni del mondo, come sempre accade quando si confrontano i tedeschi e chi parla inglese almeno da un secolo a questa parte, come sa chiunque abbia letto Sombart.

Solo che oggi i mercanti sono i tedeschi, e gli eroi..gli eroi…beh..anche gli statunitensi sono alquanto mercanteggianti, solo che gli dice maluccio. Sarà per questo che la Merkel si porta una scorta di industriali. Per insegnarli il mestiere. Magari con l’occasione ci scapperà anche qualche consiglio su come risparmiare qualcosina. Guardate un po’ quanto spende di pensioni la città di Chicago.

Ma che volete che sia. Come direbbe il governatore Visco – che in effetti l’ha detto stamattina – “il sentiero di riduzione del debito passa necessariamente per la crescita”. Una frase che per profondità e saggezza mi ha subito riportato alla memoria una perla nascosta che ho scovato frugando negli archivi del Nber, dove tre simpatici economisti hanno prodotto uno studio per capire se i ricchi sono più egoisti dei poveri, arrivando alla seguente conclusione: “La differenza principale fra i ricchi e i poveri è semplicemente il fatto che i ricchi hanno più soldi”. Quindi non è che siano stronzi: sono solo ricchi.

Se questo passa il convento degli economisti, ormai in corso di evoluzione dal luogo comune all’algoritmo popolare, tocca accontentarsi di quel che passano gli statistici (che sono gli economisti dei grandi numeri) per dare una parvenza di dignità al vostro Cronicario preferito (sempre perché è l’unico). E il dato più interessante che trovo, ottimo alla vigilia dell’attivazione dell’articolo 50 da parte dell’UK per dare corpo e sostanza alla Brexit, è quello pubblicato dall’istituto di statistica britannico che calcola che il 44% dell’export britannico va in Europa e il 53% dell’import Uk arriva dall’Europa. Con persone così non puoi che litigarci, è evidente.

Per concludere vi segnalo questo pregevole scritto che parla di Netflix e della guerra in corso per l’accaparramento dei contenuti televisivi, che vuol dire produzione e distribuzione. L’economia dell’immaginario si dimostra sempre più vitale. E noi italiani, ancora a parlare di Rai e Mediaset, sempre più rincoglioniti.

A domani.

Il mestiere dei mercanti di armi

 

La Cina crescerà del 6,5% quest’anno, dice il premier Li Keqiang, illustrando i piani economici del governo che mostrano con chiarezza come il paese stia tentando, lentamente, di normalizzare un’economia drogata dal credito e dagli investimenti pubblici. E tuttavia nella stesso giorno in cui il primo ministro parla delle previsioni di crescita, l’agenzia Nuova Cina fa sapere che la spesa militare, sempre per quest’anno, supererà per la prima volta i mille miliardi di yuan: per la precisione, 1.040 miliardi, pari a circa 152 miliardi di dollari. Un aumento del 7% della spesa militare, rispetto all’anno scorso, che vale circa l’1,3% del Pil. Di questa delicata materia, che coinvolge risorse enormi e relazioni geopolitiche complesse, il premier non ha parlato granché, limitandosi a confermare che il governo vuole rafforzare la difesa marittima e aerea, proseguendo così in un percorso di incremento delle spese militari, cresciute a doppia cifra dal 2009 in poi, per scendere al +7,6% nel 2016 e al 7% di quest’anno.

Si potrebbe credere, osservando questi dati, che tali spese siano il necessario contrappasso per chi voglia completare il processo di formazione di grande potenza, status al quale la Cina ormai ambisce apertamente e con buon diritto, trattandosi della seconda economia mondiale e della prima potenza regionale. E tuttavia saremmo in errore. La crescita straordinaria della spesa per armamenti non riguarda solo la Cina, ma è comune a territori che nessuno immaginerebbe mai impegnati in un procacciamento attivo di materiale bellico. Il Qatar, ad esempio, fra il 2007 e il 2011 ha aumentato del 245% le sue importazioni di armi, ben al di sopra della media dell’86% riportata dai paesi del Medio Oriente nello stesso periodo. Il mestiere delle armi, per ricordare un bellissimo film di Ermanno Olmi, seduce ancora i governanti di tutto il mondo. Ma il mestiere di mercati di armi ancor di più.

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Il nuovo numero di Crusoe: Il club dei mercanti di armi. Grazie a @cac_giovanni per la splendida Chat

Il nostro viaggio nell’economia reale, iniziato con una ricognizione del settore dell’acciaio con le sue complesse ramificazioni internazionali, si arricchisce questa settimana di un capitolo dedicato a un altro settore che ha profonde ramificazioni internazionali e geopolitiche, trattando di una materia per sua natura conflittuale: le armi.
Abbiamo recuperato un po’ di dati recenti sul mercato delle armi, su chi siano i principali player di questo delicato (e costoso) mercato che ogni anno mobilita centinaia di miliardi e in qualche modo cambia le mappe del potere nel mondo. Abbiamo visto la straordinaria crescita della Cina, come importatore ma soprattutto come produttore, e scoperto il peso specifico, nel mercato delle importazioni, dell’Asia, a cominciare dal Medio Oriente. Il mestiere delle armi smuove legioni di mercanti, ma soprattutto smuove i governi, che stanno dietro a queste transazioni che replicano la filigrana di alleanze e inimicizie assai più chiaramente delle correnti diplomatiche.

Nella Chat di questa settimana abbiamo chiacchierato amabilmente con Giovanni Caccavello (su Twitter: @cac_giovanni), che, vivendo a Londra, ci ha fornito alcune visioni di prima mano sul mondo britannico alla vigilia della Brexit vera e propria, ossia l’inizio della trattativa con l’Ue. Poi, ecco le notizie imperdibili degli ultimi cinque giorni. La lettura di questa settimana è dedicata alla Quarterly review della Bis, che contiene analisi e dati molto interessanti da osservare sull’evoluzione dell’economia internazionale. Chiude la nostra newsletter la solita selezione di notizie invisibili: quelle che trovi solo su Crusoe.

Buona lettura. Ci rivediamo il 17 marzo.

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Cronicario: Misteri d’Italia: occupati e disoccupati aumentano insieme

Proverbio del 10 marzo Nessuno inciampa due volte sulla stessa pietra

Numero del giorno: 17 % di europei che soffrono di privazioni materiali

E alla fine vince l’Istat quando scrive che nel IV trimestre 2016 aumentano sia i disoccupati che gli occupati, mentre calano gli inattivi.

Nel senso che aumentano gli occupati perché calano gli inattivi, e per la stessa ragione aumentano anche i disoccupati.

Vabbé: mica è colpa mia se la statistica non parla la vostra lingua (anche se ci assomiglia e per questo siete disorientati). Quindi la cosa migliore che potete fare è che vi leggiate la nota Istat e, soprattutto, le definizioni.

 

Una volta che avrete risolto il mistero della schizofrenia del mercato del lavoro italiano, vi farà piacere sapere che non tutto il mondo è sottosopra come il nostro. Ci sono anche statistiche facili. Tipo questa.

Si capisce subito infatti che in Germania la disoccupazione è meno della metà della media Ue a 28, e che sta addirittura un punto sotto quella Usa. E sarà pure un caso, ma nel 2016 il costo del lavoro, nel 2016, è cresciuto del 2,5%. Altro che exit strategy.

Oppure quest’altra, che ci dice un’altra cosa chiarissima: l’aumento dei prezzi all’ingrosso, sempre in Germania, del 5% a febbraio rispetto a un anno fa.

Per essere ancora più chiari, ancora in Germania l’export a gennaio 2017 è aumentato dell’11,8% rispetto a un anno prima. Allora com’è che in Germania le statistiche sono chiare come il sole e da noi sembrano confuse?

Ottima domanda. Rispondetevi da soli.

A lunedì.

 

Cronicario: La Bce nel giorno della macchietta

Proverbio del 9 marzo Un sorriso ti fa guadagnare dieci anni di vita

Numero del giorno: 6,1 Tasso di disoccupazione nell’area Ocse

Succede che non succede niente e siccome lo sapevano tutti, ecco tutti a dire che è una sorpresa. Il più divertente – una vera macchietta – è di sicuro il ministro tedesco delle finanze, l’ottimo Schaeuble che invita a smetterla coi tassi bassi – passo “doloroso ma necessario” – qualche ora prima che uscisse il comunicato della Bce per dire che i tassi rimangono dove sono e ci rimarranno a lungo.

Poi il nostro beneamato Mago di Ez ha preso la parola e ha spiegato quello che tutti sapevano, ossia che ogni cosa rimane come prima perché l’inflazione di base è bassa, pure se quella nominale è risalita. Salvo poi alzare le stime del’inflazione dall’1,3 all’1,7 quest’anno e dall’1,5 all’1,6% quella per l’anno prossimo. E chi vuole capire capisce.

Se poi ancora vi chiedete cosa pensa di fare la Bce, in un anno funestato dalle elezioni nei paesi core dell’eurozona, la risposta è evidente.

Se questa era la notizia del giorno, figuratevi il resto. La cosa più eccitante che ho recuperato è la sintesi dei bilanci bancari pubblicata da Bankitalia, che alcune informazioni interessanti comunque ce le dà. Ad esempio che a gennaio i prestiti al settore privato sono cresciuti dell’1,2%, e quelli alle famiglie del 2,2. Sono cresciuti pure i depositi, del 3,5%, mentre la raccolta obbligazionaria è definitivamente collassata (-18,1%).

Sempre Bankitalia ci delizia con l’economia italiana in breve, dove l’unica informazione utile che trovo è che il valore delle esportazioni italiane è aumentato di quasi il 40% dal 2007 per i paesi extra Ue mentre non è arrivato neanche al 10% in più nei paesi Ue. Chi dice che il nostro futuro è in Europa, non si riferiva evidentemente alle esportazioni.

A domani.