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Cronicario: La festa (Bce) è finita, ora comincia l’after hours


Proverbio del 14 giugno Tutto è bene quel che finisce bene

Numero del giorno: 139.000.000.000 Valori appalti in Italia oltre i 40 mila euro nel 2017

E così finalmente l’annuncio è arrivato: da ottobre la Bce dimezzerà a 15 miliardi gli acquisiti di titoli per il QE e poi li annullerà del tutto a partire dal 2019. Finisce un mondo festaiolo, dove la liquidità di banca centrale, la migliore perché cade dal cielo, ha condotto le danze per un triennio buono e ancora lo condurrà, visto che Francoforte si è premurata di far sapere che continuerà a reinvestire le somme ricavate dai titoli scaduti ancora a lungo, mentre i tassi rimarranno rasoterra chissà ancora per quanto.  Insomma, la festa è finita, e adesso comincia il bello.

Come nelle feste, anche al QE after hours, partecipano solo i più tosti. Quelli che non dormono mai e hanno grande capacità di resistenza, oltreché di assorbimento delle tossine, che sempre come nelle feste, si sono accumulate nel sistema finanziario dopo gli anni ruggenti del QE da 80 miliardi di acquisiti al mese, che ha gonfiato i bilanci delle banche centrali dell’eurosistema oltre che di quello di Francoforte.

Saranno anni interessanti, quelli del dopo festa e saremo qui a ficcare il naso per voi aficionados del Cronicario, anche se temiamo ci sarà poco da ridere (ma noi ci proviamo comunque). Intanto vale la pena iniziare facendovi notare che la Bce ha ribassato le previsioni di crescita dal 2,4 al 2,1% per quest’anno, e che il nostro magico Supermario ha detto che “non serve a nessuno mettere in discussione l’euro perché è irreversibile”. Purtroppo ha torto, perché a molti è servito.

e probabilmente servirà ancora ad altri.

E poi un’altra cosa. Probabilmente commentando la (fake) news del Financial Times pubblicata nei giorni caldi del caos finanziario, secondo la quale la Bce avrebbe complottato per far salire il nostro spread, Draghi ha detto col sorriso vagamente sornione che “non c’è stato nessun complotto su questo”. Infatti: abbiamo fatto tutto da soli. Solo che non ce ne siamo accorti.

A domani.

Cronicario: La Bce nel giorno della macchietta


Proverbio del 9 marzo Un sorriso ti fa guadagnare dieci anni di vita

Numero del giorno: 6,1 Tasso di disoccupazione nell’area Ocse

Succede che non succede niente e siccome lo sapevano tutti, ecco tutti a dire che è una sorpresa. Il più divertente – una vera macchietta – è di sicuro il ministro tedesco delle finanze, l’ottimo Schaeuble che invita a smetterla coi tassi bassi – passo “doloroso ma necessario” – qualche ora prima che uscisse il comunicato della Bce per dire che i tassi rimangono dove sono e ci rimarranno a lungo.

Poi il nostro beneamato Mago di Ez ha preso la parola e ha spiegato quello che tutti sapevano, ossia che ogni cosa rimane come prima perché l’inflazione di base è bassa, pure se quella nominale è risalita. Salvo poi alzare le stime del’inflazione dall’1,3 all’1,7 quest’anno e dall’1,5 all’1,6% quella per l’anno prossimo. E chi vuole capire capisce.

Se poi ancora vi chiedete cosa pensa di fare la Bce, in un anno funestato dalle elezioni nei paesi core dell’eurozona, la risposta è evidente.

Se questa era la notizia del giorno, figuratevi il resto. La cosa più eccitante che ho recuperato è la sintesi dei bilanci bancari pubblicata da Bankitalia, che alcune informazioni interessanti comunque ce le dà. Ad esempio che a gennaio i prestiti al settore privato sono cresciuti dell’1,2%, e quelli alle famiglie del 2,2. Sono cresciuti pure i depositi, del 3,5%, mentre la raccolta obbligazionaria è definitivamente collassata (-18,1%).

Sempre Bankitalia ci delizia con l’economia italiana in breve, dove l’unica informazione utile che trovo è che il valore delle esportazioni italiane è aumentato di quasi il 40% dal 2007 per i paesi extra Ue mentre non è arrivato neanche al 10% in più nei paesi Ue. Chi dice che il nostro futuro è in Europa, non si riferiva evidentemente alle esportazioni.

A domani.

Cronicario: Il mago di EZ sfotte il mago di OZ


Proverbio del 19 gennaio La precisione vale di più della forza

Numero del giorno: 8,6 Aumento % visite di inglesi nell’Ue nel IIIQ 2016 vs 2015

Mi preparo come si deve: pop corn, fischietto e bandierine e mi sintonizzo sul canale dello show. Imperdibile: il Mago di EZ parlerà alla vigilia dell’insediamento del Mago di OZ. Immagino la fila.

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Chissà che dirà il re senza corona dell’eurozona. E come la prenderà il Mago di OZ, il re biondo che domani sarà incoronato e che si è divertito a spaventarci mentre studiava da imperatore.

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L’inizio è un po’ moscio, roba da banchieri: tassi, QE, inflazione. Con la promessa che la Bce continuerà a fare tutto ciò che sarà necessario, pure cambiare idea. Tutta la brodaglia tecnica la potete trovare qua.

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Per fortuna esistono i giornalisti che scaldano il teatrino e provano a far litigare Draghi con tutti, dalla May a Mister T. Ma quello è troppo scafato e non ci casca. Risponde che è troppo presto per valutare le politiche dell’una e dell’altro e che non è uso commentare le dichiarazioni, ma i fatti. Di sicuro, dice, in tutti i consessi internazionali c’è un grande consenso sulla necessità di evitare guerre valutarie. E chi vuole capire capisce che il Re dell’Eurotower sfotte quello della TrumpTower. E lo fa da allievo gesuita.

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Dice che la Bce ha fatto il miracolo di raddrizzare l’eurozona, e lo ricorda anche al giornalista tedesco che gli fa la solita domandina scema, del tipo: ma come spiegherebbe ai tedeschi i tassi bassi? Elementare Watson: ricordando che un’eurozona in salute è nell’interesse innanzitutto dei tedeschi, visto che ci fanno la metà e più del loro export. Piaccia o no, e questo è il succo, il Re senza corona la sua magia l’ha fatta, ora tocca al Re incoronando e all’apprendista britannica fare la loro. E solo allora il Mago di EZ risponderà alla domanda su come valuti le loro politiche. Con un no comment, ovviamente.

Il resto della giornata, dopo uno show siffatto, scolorisce. Che volete che sia la notizia, diffusa dall’IEA nel suo ultimo Oil market report che la produzione di shale Usa è cresciuta di 500 barili in un anno? Quelli più svegli lo sapevano già che al taglio della produzione Opec sarebbe seguito, spinto dall’aumento dei prezzi, un aumento della produzione Usa. Questa storia del petrolio riserverà tante sorprese quest’anno.

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Mi fa sbadigliare anche l’ennesima conferma che l’Eurozona migliora ogni trimestre i suoi conti esteri, tanto lo sapevamo già che ormai è diventata il Grande Creditore del mondo. Più interessante osservare quest’altro dato

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I prezzi delle abitazioni nella zona euro sono cresciuti del 3,4% nel terzo trimestre 2016 rispetto allo stesso del 2015 e dell’1,3% rispetto al secondo trimestre. Ma come sempre il diavolo è nei dettagli. Esattamente come accade (non a caso) per l’inflazione, il dato omogeneo nasconde profonde eterogeneità. In Germania rispetto al terzo quarto 2015 i prezzi salgono del 6,2%, e dell’1,2% rispetto al secondo trimestre. In Italia, al contrario, la crescita si ferma allo 0,1% rispetto al secondo trimestre 2016, mentre i prezzi risultano in calo dello 0,9% rispetto al terzo trimestre 2015.  Se son rose, sfioriranno.

A domani.

 

La lezione di Supermario al Parlamento italiano


Mi figuro lo spettacolo che dev’esser stato, lo scorso 26 marzo, quando Mario Draghi si è presentato nel nostro Parlamento a dire una cosa molto semplice: la ricreazione è finita, ora dovete far sul serio.

E mi immagino anche, non avendone contezza, quanto sia stato affollato l’emiciclo romano, coi deputati assisi e silenti a mo’ d’omaggio verso l’italiano più illustre, e probabilmente più potente, di questi tempi amari. Quel Supermario che ha salvato l’Europa, dicono tutti, chi con senso di sollievo chi con malcelato disappunto, aprendo il portafoglio della Bce quando era il momento e continuando a farlo da allora in poi.

Avrei voluto esserci, se non altro per vedere le facce dei silenti, quando Draghi ha ricordato loro che la politica monetaria non basta, o almeno non basterà ancora a lungo. Per salvare capra e cavoli, ossia le nostre costose società e i nostri ancor più costosi diritti, la ricetta è semplice, dice Supermario: bisogna lavorare di più e meglio, rispettare le regole europee che ci siamo dati, e, laddove gli stati non fossero in grado di adempiere a cotanto impegno, lasciare che si espandano i poteri degli organismi sovranazionali capaci di far loro whatever it takes per far progredire l’Europa.

Giusto per addolcire la pillola, Draghi non trascura di ricordare che il rigore deve camminare a braccetto con l’equità, che mi riporta alla fine del 2011, quando i professori al governo ne fecero un motto.

Avrei voluto esserci, alla Camera dei deputati, per vedere la faccia degli onorevoli mentre il presidente della Bce li accompagna dolcemente verso l’autentico ultimatum del nostro tempo: fare le riforme o sparire. E anche questa, pure se Draghi mai userebbe questa parole, mi sembra di averla già sentita.

Questo discorrere, che a molti parrà estremo, si può apprezzarlo solo ricordando quanto ciò sia perfettamente coerente con le pubbliche allocuzioni di Draghi, delle quali più volte vi ho raccontato, parendomi la voce di Draghi quella più europea fra le tante che ho sentito. Se non altro perché di solito viene seguita da fatti assai concreti.

L’Europa di Supermario l’ho capita da tempo, e leggendo Draghi ho anche capito quanto profondo e pervasivo sia il progetto dell’integrazione europea, con quanta pazienza sia stato condotto, e quanto ormai sia stato superato il punto di non ritorno, con grande scorno temo per i tanti che credono davvero che non sia così.

Perciò se fossi stato lì, nel Parlamento italiano, avrei ascoltato Draghi con orecchie attente, perché ormai è chiaro che ciò che dice, in un modo o in un altro, finisce col succedere, piaccia o no.

Purtroppo non ero lì, e perciò devo accontentarmi di leggerlo.

Vi risparmio le cose che avrete letto sui giornali, tipo gli effetti potenziali del QE e altre pinzillacchere, che temo allontanino l’attenzione dall’unico punto saliente che qui voglio evidenziare. Ossia il passaggio dalla fase della politica monetaria a quella delle riforme strutturali.

Il caso italiano è icastico: à la miglior testimonianza di come possano andare male le cose. La crescita potenziale, stimata intorno al 2,5% nei primi anni ’90, è scesa all’1,5% nel 1999 e adesso il FMI e altri pensano che sia a zero.

Per capovolgere questo trend, la ricetta di Draghi è quella classica offertista, ossia aumentare il numero delle ore lavorate nell’economia e la loro produttività. Produrre di più, per, classicamente, essere più ricchi. La vecchia legge degli sbocchi di Say, se qualcuno la ricorda ancora.

D’altronde è il pensiero che va per la maggiore, visto che le cosiddette politiche keynesiane sul lato della domanda vengono (a parole) osteggiate dalle banche centrali e dagli stati.

Se il feticcio contemporaneo è quello della produzione, dobbiamo, piaccio o no, farci i conti. La crescita della produttività nell’euro area è stata fra il 2000 e il 2013 di appena il 9,5%. In Italia addirittura dell’1,3%. Negli Usa del 26,1%

Se guardiamo ai TFP, ossia i fattori totali della produzione, che consentono di apprezzare l’efficienza degli input nei processi produttivi, scopriamo che nell’eurozona sono cresciuti appena dell’1,1%, in Italia sono diminuiti del 7,7%, e in America sono aumentati del 10,5%.

Queste le cifre riportate da Draghi, ammesso che i nostri parlamentari ne abbiano preso nota.

Di fronte a questa situazione c’è poco da fare: dobbiamo far ripartire la fabbrica. Una delle strade maestre suggerite da Draghi è la “riallocazione delle risorse” dalle imprese meno efficienti a quelle più efficiente, che pure ci sono nel nostro paese anche se i giornali non ne parlano.

Il tutto ovviamente accompagnato da un uso sapiente dell’innovazione tecnologica e con massicci investimenti sulla formazione.

Poiché mi sembra tutto molto astratto, provo a dirvela come l’ho capita io: il lavoratore italiano deve lavorare di più, studiare di più, migliorarsi di più. Possibilmente senza chiedere troppi aumenti però, sennò ne risente la competitività.

Le riforme servono, o dovrebbero servire, proprio a questo. A cambiare il nostro modo di lavorare e di intendere il lavoro. Non più un qualcosa di acquisito, ma un costante divenire nel cui flusso eracliteo dobbiamo immergerci con gioia e consapevolezza.

Poi ci sono altre riforme che servono all’Italia, certo. A cominciare da quelle della giustizia civile e commerciale, che ancora ci fa somigliare alla periferia del mondo. Per il resto, l’Europa sta già lavorando per unificare i mercati dei capitali, dopo aver unificato la supervisione bancaria, quindi per i soldi non ci saranno problemi: grazie alle entità sovranazionali che hanno preso in carico questi processi (a cominciare dalla Bce), la finanza funzionerà meglio, assai meglio di come avrebbe funzionato se di queste cose, a partire dalla moneta per finire con i bond, se ne fossero occupati ancora gli stati nazionali.

Chiedo scusa a Draghi se riassumo e semplifico così banalmente il suo pensiero, assai più articolato, ma credo ciò ci permetta di apprezzare perché a un certo punto dica che “malgrado l’importanza delle riforme strutturali per la convergenza economica e monetaria, questa riforme rimangono in gran parte un responsabilità nazionale. E questo aggiunge un elemento di fragilità alla nostra Unione. Dal mio punto di vista ciò deve cambiare”.

Ed ecco qui che avrei voluto vedere le facce dei parlamentari.

Cambiare come?

Partiamo dal presupposto che la nostra Unione non prevede, né è facile prevederà mai, meccanismi di trasferimenti interstatali. Per dirla con le parole di Draghi, non è contemplato che ci siano paesi strutturalmente debitori e paesi strutturalmente creditori: “Non siamo un’Unione dove alcuni paesi pagano permanentemente per gli altri”. Occorre, per usare un’espressione ormai abusata, che ognuno faccia i suoi compiti a casa.

Detto ciò, Draghi riconosce alle istituzioni europee di aver usato bene i poteri che sono stati loro conferiti, al contrario di quanto hanno fatto gli stati, visto che “le regole fiscali sono stati ripetutamente non rispettate”.

“Perciò – dice – dal mio punto di vista, se siamo d’accordo che serva una maggiore convergenza nel campo strutturale, il nostro obiettivo dovrebbe essere transitare da un sistema di regole gestite dagli stati a uno basato su istituzioni europee più forti”.

E poi un delizioso avvertimento: “Rinchiudersi dietro i confini nazionali non risolve nessuno dei problemi che abbiamo di fronte: dovremmo comunque fare i conti con la sfida demografica, la bassa produttività e l’alto debito. Molti rimarrebbero senza lavoro”. Quindi bisogna procedere “a livello nazionale dove necessario a integrando col livello europeo dove appropriato”.

Combinare la politica monetaria della Bce, con le riforme e i cambiamenti istituzionali che saranno necessari. ” E sono convinto – ha concluso – che questo Parlamento, come ha sempre fatto, giocherà un ruolo centrale in questo processo”.

Non so se i nostri parlamentari hanno applaudito.

Ma conoscendoli penso di sì.

 

L’ottimismo della volontà: l’unione politica di Supermario


Mentre lucida il suo bazooka, pronto a riporlo se del caso, il presidente della Bce, Mario Draghi, fa sfoggio del suo migliore ottimismo della volontà circa gli esiti della guerra alla deflazione che la banca centrale europea ha iniziato ormai da mesi.

I mercati attendono il prossimo 22 gennaio, quando il consiglio della Bce annuncerà i suoi prossimi passi operativi, come il D-day del quantitative easing in salsa europea, pur consapevoli che quanto farà la banca servirà al più a dare una scossa, ma non sarà certo risolutivo.

Ma il punto non è tanto sapere se e quanti titoli pubblici la Bce comprerà sul mercato primario, opzione peraltro controversa e invisa ai paesi nordeuropei. La questione saliente è squisitamente politica. In gioco non c’è soltanto un pacchetto di miliardi che la Bce, magari per il tramite delle banche centrali nazionali, inietterà sul mercato. Ciò di cui discute è l’assetto dell’unione monetaria, la sua precisa costituente.

A tal proposito il nostro Supermario ha le idee chiarissime e chiunque abbia letto i suoi tanti interventi negli ultimi anni lo sa bene.

Ai più distratti vale la pena segnalarne uno che Draghi ha rilasciato lo scorso 2 gennaio nell’ambito del Projcet Syndicate, dal titolo eloquente: “Stability and prosperity in Monetary Union”.

Un paio di paginette appena, ma pregne, come si dice. Già dall’inizio.

“C’è un comune malinteso sul fatto che l’euro area sia un’unione monetaria senza un’unione politica – osserva – . Ma questo riflette un profondo fraintendimento su ciò che un’unione monetaria sia. Un’unione monetaria è possibile solo in virtù di una sostanziale integrazione già acquisita fra i paesi europei, e condividere una moneta unica approfondisce questa integrazione”.

Il punto di vista, insomma, è esattamente l’opposto di quello contrabbandato in questi anni da tanta stampa. L’unione monetaria è stata possibile solo perché c’era già una sostanziale unità d’intenti sull’unione politica.

D’altronde chi frequenti la storia europea questo lo sapeva già. Guardando in casa nostra, basta ricordare un celebre saggio di Luigi Einaudi, intitolato “Per una federazione economica europea”, dove già si delineava la necessità di una moneta comune, manifestandosi con ciò la volontà di superare i vecchi stati nazionali, delegando la sovranità economica e militare a un’entità sovranazionale.  Ricordo a tal proposito il fallimento, determinato dai francesi, della Comunità europea di difesa del 1953, che avrebbe dato sostanza a questa visione assai prima dell’euro.

Il tema, quindi, non è tanto quello del più Europa, come incita la pubblicista mainstream, ma quello della presa d’atto che il più Europa c’è già. Manca solo di essere statuito.

A tal proposito Draghi ha gioco facile a ricordare che gli osservatori hanno sottostimato l’investimento politico che l’Europa ha fatto sulla moneta unica, segnale evidente dell’intento, che data ormai più di sessant’anni, di arrivare a una sostanziale unione politica,passando magari per succedanei di un bilancio fiscale unico.

Ciò non vuol dire che i giochi siano fatti. Lo stesso Draghi riconosce che “l’unione monetaria è ancora incompleta”. E all’uopo ricorda la lettera dei quattro presidenti che un paio di anni fa le principali autorità europee, compreso lui, rilasciarono all’opinione pubblica per illustrare il percorso di integrazione dell’Unione, rispetto al quale “importanti progressi sono stati fatti”.

Ma cosa significa esattamente unione incompleta? La risposta è molto pragmatica: “Significa disporre di condizioni grazie alle quali i paesi membri sono più stabili e prosperi di quanto non sarebbero se fossero fuori dall’Unione”. Risposta ovvia, ma incompleta a sua volta. La domanda è come creare queste condizioni.

“In altre unioni politiche – sottolinea Draghi – la coesione è mantenuta attraverso una forte identità comune, ma spesso anche tramite trasferimenti fiscali permanenti dalle regioni ricche a quelle più povere. Nell’euro area questi trasferimenti non sono previsti. Questo significa che abbiamo bisogno di un approccio differente per creare le condizioni che assicurino che ogni paese tragga vantaggio dall’Unione”.

Ciò ci permette di capire quale sia, nella visione di Draghi, la via europea all’Unione politica. Il primo passo è che le regole europee devono mettere ogni paese nella condizione di prosperare autonomamente: “Tutti i paesi membri devono essere in grado di sfruttare i vantaggi comparativi all’interno del mercato unico, attrarre capitali e generare posti di lavoro. E hanno bisogno di avere sufficiente flessibilità per rispondere rapidamente a shock a breve termine. Questo deriva dall’adozione di riforme strutturali che stimolino la concorrenza, riducano la burocrazia superflua, e rendano i mercati del lavoro più flessibili”.

Le riforme, dunque.

Il problema è che finora la decisione di adottare o meno tali riforme è stata “largamente una prerogativa nazionale”, mentre “in un’Unione sono un chiaro interesse comune”. Come dire: se l’Italia non fa le riforme, che sono anche interesse della Germania, l’entità sovranazionale dovrebbe disporre degli strumenti per “costringere” l’Italia a farle. Ciò significa “passare da un coordinamento a un processo decisionale comune, dalle regole alle istituzioni”.

La seconda implicazione dell’assenza di trasferimenti fiscali è che “i paesi devono investire di più in altri meccanismi per condividere il costo degli shock”. “Anche nelle economie più flessibili – sottolinea – gli aggiustamenti interni saranno sempre più lenti di quanto sarebbero se i paesi avessero la libertà di disporre del loro tasso di cambio”. Quindi? La soluzione è creare un meccanismo di condivisione del rischio “per evitare che le recessioni lascino cicatrici permanenti e rafforzino le divergenze economiche”.

La strada indicata per sviluppare meccanismi di risk-sharing è quella di approfondire l’integrazione finanziaria: “Meno condivisione pubblica del rischio vogliamo, più serve condivisione privata del rischio”. Ed ecco spiegata la logica dell’unione bancaria e degli altri profondi quanto poco osservati cambiamenti intrapresi dall’infrastruttura finanziaria europea. Condividere il rischio privato, infatti, significa responsabilizzare tutte le banche, ma anche i mercati dei capitali, per arrivare a una rapida unione finanziaria.

E ciò malgrado la variabile fiscale riveste e rivestirà sempre un’importanza vitale. Uno shock fiscale in un paese ha conseguenza chiare su tutti gli altri, quindi “è fondamentale che le politiche fiscali nazionali siano in grado di interpretare un ruolo di stabilizzazione”. E questo spiega i vari fiscal compact che affliggono le nostre contabilità pubbliche.

Ma c’è un caveat: “Per consentire alle  fiscalità nazionali di funzionare, un governo deve potersi finanziare a un costo sostenibile in periodi di stress. Un forte framework fiscale è indispensabile, ma l’esperienza della crisi suggerisce che in tempi di tensione estrema anche un paese con una posizione fiscale soddisfacente può essere soggetto a contagio”. E questo ci riporta alla riunione del 22 gennaio prossimo, quando il principio teorico dovrebbe tramutarsi in pratica, come anche ha ribadito in un’intervista all’Irish Time Benoit Couré, componente del direttorio Bce, sottolineando che perché tale politica funzioni  “deve essere grande”.

Per questo serve l’unione economica, che ristabilisce fiducia nei momenti di crisi: “Con l’impegno dei governi a attuare le riforme strutturali, l’unione economica rafforza la credibilità circa la capacità dei paesi dell’unione di crescere senza fare debiti”.

Sicché, “per completare l’unione monetaria dobbiamo approfondire ulteriormente la nostra unione politica: definire i diritti e doveri in un ordine istituzionale rinnovato”. E state pur certi che la Bce farà la sua parte, nella costruzione della nuova costituzione materiale dell’eurozona, visto che quella formale è stata bocciata (sempre dai francesi). Cominciando proprio dal suo personalissimo QE.

Ma attenzione: approfondire ulteriormente l’Unione politica. Non cominciare a farla.

Per il semplice fatto che c’è già.

(2/segue)

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I dolori del giovane Draghi


E così finalmente capisco, terminando la lettura del lungo intervento di Mario Draghi al Frankfurt European Banking Congress del 21 novembre, quale sia la ragione del tormento della Banca centrale europea in questo turbinante autunno: l’adolescenza.

La Bce, e con lei il suo “giovane” presidente, è entrata ormai nel suo sedicesimo anno. Età terribile, lo ricorderete. Quel tempo in cui lo Sturm un Drang della giovinezza cozza con la freddezza matura del calcolo adulto, che inizia a germinare nel cuore immaturo, generando lacerazioni e conflitti, delusioni e impeti suicidi. E poiché conosciamo tutti I dolori del giovane Werther di Goethe, sapete già a cosa mi riferisco.

Rileggo perciò l’intervento con questa postilla mentale e tutto mi si semplifica. Il dolori del giovane Draghi son quelli di un organismo ancora infante che si vuole adulto, costretto a fare i conti con un contesto in cui più maturi e attempati interlocutori, e segnatamente la Fed e la BoJ, dispongono di sé stessi con un’autorità e una sicumera che la Bce non ha, per ragioni di trattati, né può avere, dovendo persino confrontarsi con un contesto – l’eurozona – che sembra fatto apposta per incoraggiare la fuga romantica verso il sogno, piuttosto che verso l’azione pragmatica del ruvido adulto.

Ma sarebbe ingeneroso ridurre tutto alla pubertà, e non notare l’impeto e l’impegno, anche questi assai romantici, con i quali Draghi assicura seguirà le orme dei suoi interlocutori più maturi. Il giovane Draghi, a differenza del giovane Werther, vuol diventare grande somigliando sempre più ai grandi. Quindi vuol crescere. Ciò non vuol dire che ci riesca.

Il fatto poi che l’ingresso nell’età adulta, che nel caso della Bce implica fare un largo uso del proprio bilancio per replicare quanto hanno fatto la Fed, la BoE e la BoJ, non garantisca alcun risultato certo, come abbiamo visto osservando il caso americano e quello giapponese, è, se volete, l’aspetto tragico di questa vicenda. La giovane Bce indosserà l’abito degli adulti, ma solo per scoprire che il mondo, ossia l’economia sostanziale, se ne cura poco.

Appartiene, tra l’altro, ai dolori del giovane Draghi, questa consapevolezza. E me ne accorgo quando ripete, ormai inesausto, che la politica monetaria, pure se somigliasse sempre più a quella della Fed, poco potrebbe nel difficile contrasto contro le pigrizie deflazionarie del nostro tempo, se i governi non saranno capaci di creare ambienti favorevoli agli investimenti, visto che gran parte della tendenza deflazionaria arriva dal lato della domanda.

E mi raffiguro, mentre lo dice, il suo tormento a declinare il plurale – i governi – invidiando ai suoi consimili il notevole privilegio, a lui non concesso, di doversela vedere con un governo solo. Che già difficile.

Ma questo è solo il primo dei molti dolori del giovane Draghi.

Quello più amaro che confessa con maschia determinazione è l’inflazione. I maledetti prezzi che declinano, tenendosi ben lontani dal target del 2%, o poco giù di lì, che poi è l’unico compito a casa che i governi europei hanno messo per iscritto alla Bce. E mi figuro il giovane Draghi, stretto in un angolo, mentre i governi, con una voce sola anche se poliglotta gli dicono: una cosa ti ho detto di fare e neanche ci riesci, evocando paterni rimproveri che tutti noi, intorno ai sedici anni, abbiamo patito.

“La situazione dell’inflazione nell’euro area è diventata particolarmente sfidante”, risponde il giovane Draghi, non certo per giustificarsi quanto per spiegare.

Ma cosa volete gliene importi a uno qualunque dei governi europei, indebitati come sono, se i prezzi dei beni energetici sono crollati e la domanda è pigra, quando il rendimento implicito delle obbligazioni pubbliche è diventato più caro di tre anni fa? E cosa volete che gliene importi se gli spread sono calati, come Draghi ricorda, se poi i tassi reali sono più alti di prima?

L’inflazione inoltre, ricorda Draghi, proprio perché influenza i tassi reali, ha un impatto sugli investimenti, per i quali usualmente ci si indebita. Quindi non solo aumenta il peso dei debiti esistenti, per governi, imprese e cittadini, ma il timore che aumentino i tassi reali, in un contesto di prezzi declinanti, scoraggia pure gli investimenti. Sarà per questo che dice di vedere assai improbabile una allegra ripresa nel futuro prossimo.

Per uscire dall’angolo di questa accusa devastante, che mette in dubbio il senso stesso del suo stare al mondo – quanto sarebbe credibile la Bce se non riuscisse a rispettare il suo target di inflazione? – il giovane Draghi non può che alzare la voce. “Faremo tutto ciò che è necessario per rispettare il target di inflazione”, dice, replicando il whatever it takes che l’ha reso celebre, ai tempi della crisi dell’euro, fra i commentatori economici, sperando probabilmente di ottenere lo stesso effetto.

E fare tutto ciò che sarà necessario ha significato innanzitutto tenere i tassi a zero, se non negativi.

Che scorno però: portati a zero i tassi, osserva sconsolato, l’inflazione è rimasta bassa. E quindi via, con altre misure “senza precedenti, ma lontane dall’essere non ortodosse”. Il richiamo all’ortodossia l’ho trovato particolarmente commovente.

Il primo di questi atti “senza precedenti” è stato elaborare una forward guidance secondo la quale i tassi rimarranno bassi a lungo, con ciò volendosi orientare al ribasso le aspettative della curva dei tassi anche per le scadenze più lontane. E poi, ovviamente, c’è l’acquisto di asset che un anno fa, parlando ad Amsterdam, il giovane Draghi aveva già annunciato.

“Cambieremo la dimensione e la composizione del nostro bilancio”, dice oggi, puntando come riferimento il livello di fine 2012, quando il bilancio era circa il 10-20% più capiente di quanto non sia adesso. E mentre lo dice immagino tema qualcuno gli chieda, come mi chiedo io, perché mai da allora la Bce ha sterilizzato il denaro anziché farlo fertilizzare nella società e oggi dice di voler tornare indietro di due anni? Non somiglia questo esitare alla strategia di un perditempo?

Ma ricordo che è tipico dell’adolescenza il procedere ondivago, rabbioso e incerto insieme. L’esser timidi e rodomonti.

Soprattutto è tipico dell’adolescenza nutrire grandi aspettative. “Ci aspettiamo che gli acquisti di asset impattino sull’inflazione e il prodotto”, spiega Draghi. Ma l’unica cosa che a me viene in mente, mentre lo leggo, è la battuta di Richard W.Fisher, presidente della Fed di Dallas, che a proposito del terzo round del Quantitative easing americano disse: “C’è stato un positivo effetto ricchezza – dice – nel senso che i ricchi hanno subito un effetto positivo“. E mi riesce difficile credere che Draghi non l’abbia letta.

In ogni caso, l’aspetto più importante è quello psicologico: il signalling effect, come lo chiama Draghi. Ossia il segnale che “noi useremo tutti i mezzi a nostra disposizione, nei limiti del mandato, per riportare l’inflazione verso il suo obiettivo”.

Siamo nel difficile campo della psicologia, perciò, che poi è l’ingrediente magico che le banche centrali, come apprendiste della magia, credono di poter manipolare a loro piacimento semplicemente alzando un sopracciglio.

Draghi prende proprio l’esempio dei suoi fratelli maggiori, la Fed e la BoJ, dove i grandi acquisti di asset hanno ancorato al rialzo, dice, le aspettative di inflazione provocando la spinta del prodotto e dell’inflazione, malgrado i tassi di interesse siano rimasti bassi, generando persino una notevole svalutazione che male non fa di questi tempi. Ma questo è solo un modo di raccontare la storia.

Il secondo dolore, che in qualche modo contiene il primo, è la stolidità dei governi che rimproverano lui per l’inflazione bassa ma trascurano di mettere ordine in casa propria.

Draghi giudica con la durezza dell’adolescente che non ne conosce le difficoltà il mondo inefficiente degli adulti, ossia i vecchi stati nazionali impregnati di debiti che rappresentano promesse impossibili da mantenere. E tuttavia tanto è forte il suo tormento presente, che invita l’euro area a fare una politica fiscale espansiva, pur nei vincoli pattuiti, capace vale a dire di far da contraltare a quella della Bce.

Il terzo dolore, questo sì nascosto, deriva dal timore che tutto ciò non basti.

I governatori dell’eurozona battono un colpo


Dunque Mario Draghi ha confermato, nel corso di un dibattito al Parlamento europeo, che “i bond sovrani verranno sottoposti a stress come altri titoli”.

Non era difficile immaginare che sarebbe finita così, ma averne la conferma serve anche a comprendere che la partita che si sta giocando su questa class di asset è la più strategica, per non dire sistemica, dell’intera eurozona.

Non che avessi dubbi. Ne avevo talmente pochi che mi sono portato avanti col lavoro e, qualche post fa, mi sono inerpicato con grande fatica nella ragnatela della regolamentazione bancaria di Basilea II e III, che anche ieri Draghi ha citato come fonte di ispirazione normativa, spiegando che non tocca certo alla Bce decidere come trattare i bond sovrani, ma proprio ai banchieri di Basilea (che per la cronaca è espressione delle Banche centrali). Alludendo con ciò al fatto, già messo in evidenza dal suo collega della Bundesbank Weidmann, che i regolatori di Basilea fossero stati troppo generosi nel giudicare risk free (e quindi non bisognosi di accantonamento nel capitale di vigilanza delle banche) i titoli di stato.

Abbiamo visto che non è così. Le regole di Basilea, di recente ribadite anche dalla Bri, dicono esattamente il contrario: ossia che tutte le classi di titoli, quindi anche quelli sovrani, sono soggetti a una classificazione del rischio. E fissa anche un criterio di ponderazione, legato al rating, in virtù del quale le banche possono sapere esattamente quanto capitale devono mettere da parte ogni tot di titoli di stato.

Quello che i nostri governatori (Weidmann, Draghi) omettono di dire (difficile credere che sia sfuggito a tutti), è che le regole di Basilea III sono state tradotte nella direttiva europea CRD IV (36/2013) sui requisiti della patrimonializzazione bancaria e in un regolamento (575/2013) che entreranno in vigore dal prossimo gennaio. Il regolamento, in particolare, (articolo 114) fissa un rischio zero per i titoli di stato denominati in valuta nazionale da parte di tutti i paesi europei. Quindi non è tanto Basilea ad aver creato il “problema”, ma semmai il mondo politico europeo.

Questo ovviamente i nostri eurogovernatori non lo dicono.

La conseguenza di questa regolamentazione, quindi, è che i titoli italiani, denominati in euro, hanno la stessa classificazione di rischio di quelli tedeschi. Non per scelta dei banchieri, ma dei politici.

Vale la pena fare un ulteriore approfondimento andandosi a leggere il parere proprio su questo regolamento che la Bce depositò presso parlamento e consiglio europeo, citato nel preambolo. Un passaggio in particolare, laddove si sottolinea che “la Bce sostiene fermamente l’obiettivo di affrontare esposizioni al rischio specifiche relative, tra l’altro, a determinati settori, regioni o stati membri per mezzo di atti delegati che affidino alla Commissione la facoltà di imporre requisiti prudenziali più stringenti”.

Quindi non è che i banchieri non ci abbiano provato a dire come la pensavo. Solo che non hanno avuto successo.

Senonché i nostri governatori centrali intendono spezzare una volta per tutte il legame fra stati sovrani e banche residenti. Che poi è uno dei punti qualificanti dell’Unione Bancaria, sempre che si riesca ad approvarla entro aprile come Draghi ha esortato anche ieri l’europarlamento a fare.

E siccome questa certezza non c’è, ecco che intanto scatta il piano B: ossia usare la supervisione bancaria, che di sicuro è l’unico momento sovranazionale già operativo sul quale nessuno può mettere bocca, come grimaldello per scardinare il più possibile questo nesso stati-banche, in nome della prudente regolazione finanziaria e per evitare che la disciplina di mercato faccia più danni. Quindi per il nostro bene.

Il “fantasma” del governo degli eurobanchieri batte un colpo.

La conseguenza di tale prezzatura dei bond sovrani è evidente: detenere titoli dei Piigs sarà costoso per le banche dell’eurozona, mentre i titoli a rating elevato saranno a rischio zero, quindi gratis, proprio per le regole di Basilea hanno fissato. Una scelta che potrebbe amplificare la frammentazione dell’eurozona, anziché ridurla.

Sinceramente ammirato da tanta finezza, ho visto emergere la questione dei bond sovrani nel dibattito esoterico dei banchieri centrali fino a diventare di dominio pubblico, quindi essoterico, in queste ultime ore. Nella mattina in cui si è tenuto il dibattito di Draghi, il Financial Times riportava una pregevole intervista al responsabile della divisione economica della Bce Peter Praet, che spiegava come fosse necessario prevedere una qualche forma di meccanismo capace di arrivare a una “prezzatura” del rischio dei bond sovrani. Magari un fondo dove le banche siano “invitate” a depositare capitale di vigilanza.

Non è tanto lo strumento tecnico che interessa, ma il principio. E il pretesto economico anche.

Il pretesto economico è questo: i nostri governatori, che temono un’ondata deflazionaria nell’eurozona anche se dicono il contrario (ultimo sempre Draghi ieri), hanno il problema di fare arrivare credito alle imprese evitando che finisca come in passato, ossia che le banche facciano carry trade con i soldi della Bce. Per riuscirci devono “costringere” le banche a dare credito all’economia, scoraggiando quindi l’accumulo di bond sovrani. Così potranno anche spezzare il famoso legame fra stati e banche residenti, la qualcosa obbligherà gli stati a dare corso a tutti i necessari consolidamenti fiscali, visto che non potranno più contare sui soldi delle “loro” banche per finanziare i propri deficit.

Il principio è questo: usare il bastone della presunta market discipline (ovvero la minaccia che i mercati punirebbero scelte non coerenti con la loro fame di certezze) e la carota della regolazione (le famose norme di Basilea) per bypassare una precisa norma votata dalle autorità europee. Ossia che tutti i titoli dell’eurozona siano risk free.

Se la logica economica che guida questo ragionamento può essere comprensibile, rimane un dubbio metodologico sul principio.

E anche una domanda: chi governa l’eurozona: i politici o i governatori?

Eu-topia


Dobbiamo essere grati a Mario Draghi, non tanto per le politiche monetarie perseguite dalla Bce sotto la sua presidenza (sulle quali peraltro ognuno avrà le sue opinioni), ma per la straordinaria chiarezza con la quale illustra il momento storico che sta vivendo l’Unione europea.

Nel deserto intellettuale nel quale si sta consumando l’epopea del nostro continente, le allocuzioni di Draghi, ma si potrebbe dire lo stesso di molti suoi colleghi banchieri centrali, hanno il pregio di innalzare il livello di un dibattito che, senza questi contributi, sarebbe davvero miserevole, con i politici che cercano di spuntare qualche euro per soddisfare la loro fame di consenso, e le opinioni pubbliche, stremate dalla crisi, per le quali l’Europa ormai è un fatto prevalentemente monetario.

E invece sotto la traccia delle polemiche ormai diffusissime pro o contro la moneta unica, cova una filosofia politica che è anche un progetto portato pervicacemente avanti da oltre sessant’anni, che sembra esser finito in ombra, ma che invece, al di là delle apparenza, è vitale ed estremamente funzionale. Un progetto innanzitutto politico, che rappresente, piaccia o no, la vera novità del nostro tempo.

Perciò dobbiamo essere grati a Mario Draghi che in una recente lettura pubblica alla Harvard Kennedy School di Cambridge ha spiegato con rara precisione cosa bolle in pentola, ossia la “Ricerca di un’Unione più perfetta” nella quale sono impegnati i cervelloni europei.

“L’Europa è impegnata in un profondo processo di riforma – dice Draghi -. Molte di queste riforme sono condotte a livello degli stati membri, che lavorano per rendere le loro finanze pubbliche più sostenibili, le loro economie più competitive e più solidi i bilanci delle loro banche. Ma ci sono anche riforme che si stanno conducendo a livello europeo. Sono state create nuove regole e istituzioni e questo cambierà le relazioni fra l’Unione e gli stati membri”.

Il preambolo dei Trattati, dice Draghi, enuncia che si vuole arrivare a un’Unione più stretta fra gli stati europei.

Il famoso “più Europa”.

“Per molte persone – osserva – questo crea ansia. Sembra promettere un inesorabile movimento verso un futuro super-stato. Molti europei, con storie e culture differenti, sentono di non essere pronti”.

Ma dietro quest’ansia, spiega Draghi, si annida un fraintendimento.

“Quello che l’Europa ha di fronte – sottolinea – non è adeguatamente rappresentato dall’espressione ‘Unione più stretta’. Dal mio punto di vista è meglio rappresentato dal termine preso a prestito dalla Costituzione americana: l’affermazione di una ‘Unione più perfetta’”.

Che significa?

“Significa che dobbiamo perfezionare qualcosa che è già cominciato, precisamente l’Unione economica e monetaria lanciata nel 1999. I policy-makers stanno adesso facendo i conti con la decisione di creare un genuino mercato unico supportato da una moneta unica”.

Conseguenze che, evidentemente, i politici europei non hanno valutato pienamente.

Perché se lo avessero fatto, saprebbero due cose che Draghi, molto efficacemente, ricorda:

1) “Un mercato unico ha necessariamente implicazioni politiche, nelle quali una parziale condivisione di sovranità degli stati nazionali può essere il miglior mezzo per preservare la loro sovranità”. Vi sembrerà una contraddizione, ma ha una sua logica.

2) Da tale considerazione nasce l’esigenza di garantire un”Unione bancaria e il rafforzamento fiscale” “per rafforzare il mercato unico e la moneta unica”.

Cominciamo dal primo punto. “Per capire l’Ue e l’eurozona – dice – bisogna capire la differenza fra un’area di libero scambio e un vero mercato unico. La prima è un accordo parziale e reversibile. Un mercato unico, al contrario, è un’unione permanente e universale. In questo caso governi e parlamenti nazionali hanno rinunciato dal principio firmando il Trattato al potere di reintrodurre controlli alle frontiere. Ciò comporta che, a differenza di quanto accade in un’area di libero scambio, i governi nazionali non possono proteggersi da soli contro comportamenti competitivi scorretti che arrivino dall’esterno”.

Devono quindi rivolgersi a qualcosa che sia più ampio di loro, ossia un livello “sovranazionale“.

“Questo livello deve essere insieme giudiziario e col potere di rinforzare la competizione al livello del singolo mercato”. E questo, ricorda Draghi, è il lavoro che fa la Corte di giusitizia europea. Sin dai tempi della Ceca, ricordo io. Fu in quegli anni che nacque l’intuizione che l’unione politica dell’Europa sarebbe necessariamente passata dall’Unione economica.

“Se c’è un livello giudiziario, deve esserci anche un livello che si occupi di scrivere le leggi – aggiunge – e questo è quello che fanno il Parlamento Europeo e il Consiglio europeo”.

Infine, ” se c’è un potere giudiziario e un potere legislativo, serve anche un potere esecutivo che implementi le loro decisioni”, il riferimento, ovvio, è alla Commissione europea.

“Questo è quello che voglio dire quando osservo che un mercato unico ha implicazioni politiche”, dice Draghi. Vale a dire il fatto che il Mercato unico genera, per sua stessa natura, gli organismi sovranazionali che sono chiamati a regolarlo.

Un’osservazione assai cara ai giuristi europeri degli anni ’50.

Il problema, osserva Draghi, è “quale grado di poteri debba essere trasferito a livello sovranazionale, ossia quanta sovranità debba essere ceduta”. Ma per rispondere, serve un piccolo assaggio di filosofia politica.

Draghi ricorda che un modo per considerare la sovranità è quello di natura “normativa”, ossia quella storicamente legata ai primi stati assolutistici, interpretato dalla filosofia di Jean Bodin nel XVI secolo. “In questo senso, la sovranità è definita in relazione ai diritti: il diritto di dichiarare guerra e di concludere la pace, il diritto di imporre tasse, di battere moneta e di giudicare in ultima istanza”.

Ma c’è un altro modo di definire la sovranità che Draghi definisce “sovranità positiva”. In questo senso, dice Draghi ricordando la filosofia di John Locke, “la sovranità è in relazione alla capacità di erogare i servizi essenziali che il popolo si aspetta dal governo”. “Una sovranità incapace di rispettare tale mandato sarebbe solo una sovranità di nome, non di fatto”.

Manco a dirlo, è a questo secondo tipo di sovranità che bisogna guardare per rispondere alla domanda su quanta sovranità debbano cedere gil stati nazionali per favorire la buona salute del mercato unico “e quindi determinare quali poteri debbano essere affidati al livello nazionale o sovranazionale”.

Con questa logica “si esce da un gioco a somma zero, in cui a una cessione di sovranità di qualcuno corrisponde un guadagno di sovranità di qualcun altro e si entra in un gioco a somma positivo che privilegia i bisogni dei cittadini”.

Vi sembrerà molto astratto, ma non lo è. “Questo modo di pensare è già incorporato nei Trattati europei, nel principio di sussidiarietà. Questo prevede che i poteri non possano essere trasferiti al livello dell’Unione fino a quando un’azione non si dimostri più efficace di quanto lo sia al livello nazionale”.

In altre parole, “si mette l’enfasi sull’efficacia dell’azione politica”, non sul soggetto che la esercita.

Proprio questa logica ha condotto alla scelta della moneta unica, allo scopo di “massimizzare i potenziali guadagni per gli stati membri che formano un mercato unico”.

Gli argomenti a sostegno di questa tesi sono due:

1) la desiderabilità di un singolo mezzo di pagamento e di un’unica unità di conto. “Una moneta unica non è solo per il commercio, ma risulta utile per eliminare i costi di conversione e incrementare la trasparenza di prezzo”;

2) Il secondo argomento è quello che mette l’indice sulla necessità di avere una competizione equa nel mercato comune. “In un sistema di cambi flessibili i singoli governi possono esser tentati di manipolare la propria valuta per avere vantaggi competitivi. Un’economia che incrementa la produttività e la competitività può essere privata dei benifici che ne conseguono a causa della svalutazione di un paese concorrente”. E questo, sembra di capire, non è giusto. Tanto è vero che il Trattato che fonda l’Ue richiede “che ogni stato consideri il tasso di cambio come una materia di interesse comune”.

La conseguenza è che in un mercato comune “il cambio fisso è un importante componente di una competizione corretta. E in questo senso la moneta unica è diventato uno strumento per massimizzare i benefici del singolo mercato”. Senza contare, osserva, che la cessione della sovranità monetaria – nel senso sussidiario che abbiamo visto – “garantisce paradossalmente una maggiore influenza nazionale”, visto che anche gli stati più piccoli hanno voce in capitolo, nell’eurosistema, insieme ai più grandi. Il famoso gioco a somma positiva.

Se avete tutto chiaro fino a qua, capirete anche perché Draghi si spenda così tanto per l’Unione Bancaria, il secondo punto del suo ragionamento. 

Alla straordinaria cessione di sovranità “normativa” che ciò comporta per gli stati nazionali a vantaggio del livello sovranazionale corrisponde un’altrettanto aumento di sovranità “positiva” in quanto, secondo Draghi, con l’Unione bancaria gli stati nazionali saranno molto più in grado di assicurare banche stabili e quindi capaci di proteggere assai più che adesso il risparmio e garantire il credito all’economia. Servizi che, lo ha dimostrato la crisi di questi anni, gli stati nazionali non sembrano più in grado di fornire con efficacia.

E questo ci conduce al salto finale: le politiche fiscali.

“L’Unione bancaria può spezzare il circolo vizioso fra banche e debito sovrano, riconducendo quest’ultimo a ciò che dovrebbe essere: un asset privo di rischi“. Ma perché si arrivi a questo è necessario stringere i controlli sui deficit fiscali degli stati e impedire che le banche li finanzino. Ciò può ottenersi soltanto “rinforzando le regole fiscali comuni”.

Ecco, ancora una volta, il principio di sussidiarietà all’opera: gli stati non gestiscono la politica fiscale in maniera efficace, quindi è meglio, nell’interesse dei cittadini, che la deleghino a organismi sovranazionali che agiscono nell’interesse del mercato unico. “Questi cambiamenti rappresentano un trasferimento di poteri al livello europeo, ma proprio come l’unione bancaria, io non vedo questo come una perdita di sovranità”.

D’altronde sarebbe strano che dicesse il contrario.

Infine una notazione sul futuro di questa scommessa: “Nei giorni neri della crisi molti commentatori americani erano convinti che il progetto delll’euro area sarebbe fallito. Ma costoro hanno sottostimato la profondità dell’impegno europeo nell’euro. Hanno scambiato l’euro per un regime di tassi fissi quando, in effetti, è una moneta unica irreversibile. Ed è irreversibile perché nasce dall’impegno delle nazioni europee per una maggiore integrazione che ha le sue radici nel nostro desiderio di pace, sicurezza e di trascendere le nostre differenze”.

Insomma, per Draghi, e per tutti coloro che ci stanno lavorando, l’Europa non è un’utopia ma, per dirla con le parole di Keynes, un’eutopia.

In inglese si pronuncia allo stesso modo, ma il significato delle due parole è profondamente diverso.

L’Utopia è un luogo meraviglioso, ma irraggiungibile.

L’Eutopia è qualcosa di altrettanto meraviglioso, ma possibile.

Keynes rese celebre questo termine quando presentò, il 4 agosto 1942, la quinta versione del suo documento che proponeva una profonda revisione del sistema monetario internazionale, basato su una unità di conto comune (e quindi un’unione monetaria internazionale) e una clearing house. Il documento si intitolava The international Clearing Union, e recava il sottotitolo: Not Utopia, but Eutopia, a voler  sottolineare che non si trattava di un progetto utopistico, ma della progettazione di uno spazio internazionale ben costruito, grazie ad importanti cessioni di sovranità, per favorire il riequilibrio delle bilance dei pagamenti e l’incontro pacifico fra i popoli.

A sentire Draghi, sembra che l’eutopia keynesiana abbia ispirato non poco gli architetti dell’Unione europea.

Not Eutopia, but Eu-topia.

Ecco l’Europa di Supermario bros


Certe volte bisogna coltivare le domande inutili perché spesso conducono a scoperte istruttive.

Poiché mi diletto in questo esercizio ozioso, qualche giorno fa mi sono chiesto: ma come sarà l’Europa fra dieci anni?

Prima di fare gli scongiuri suggerisco di leggere un bell’intervento del 30 settembre scorso di  Yves Mersch, componente del board della Bce dal titolo asettico ma pieno di promesse: “Verso l’unione bancaria europea”.

Una volta si andava verso il sol dell’avvenire, ma tant’è.

Non ci crederete, ma ho trovato risposte utili alla mia domanda inutile.

Non mi soffermo sul significato e gli scopi dell’unione bancaria, sulla quale ho versato gli opportuni fiumi di bit in diversi post.

Quello che è interessante, del lungo intervento, è invece il passaggio in cui Mersch, dopo aver ricordato i diversi problemi strutturali che affligono l’architettura delll’eurozona, ricorda che “qualcosa di nuovo è emerso a giugno 2012 al summit dei leader europei: scorci di una visione europea comune per un’architettura coerente e vitale della UEM”.

Meglio tardi che mai, viene da dire.

I protagonisti di questa visione furono quattro: il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, quello dell’eurogruppo, Jean Claude Juncker, della commissione europea, José Manuel Barroso, e della Bce, Mario Draghi. I quattro visionari redassero un documento che fu icasticamente soprannominato “Il rapporto dei quattro presidenti”.

Supermario brothers.

Una sorta di nuovo videogioco destinato al mercato europeo.

Leggendo il rapporto viene il sospetto che l’Europa si sia infilata in un’avventura pericolosa, dagli esiti incerti, che richiederà una gran destrezza per superare i vari livelli di difficoltà, che prevedono crisi, cadute e rinascite, come aveva già intravisto Jean Monnet, non a caso citato da Mersch, in una sua celebre dichiarazione, secondo la quale “L’Europa sarà forgiata dalle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per le crisi”.

L’Europa che dovremmo vedere da qui a dieci anni, che poi è l’orizzonte di tempo delineato dai quattro presidenti nel loro rapporto di giugno 2012, sarà la risultante di questo gioco. Anzi, videogioco, visto che la battaglia si condurrà innanzitutto tramite i mezzi di informazione, tv e internet in testa.

Sarà L’Europa di Supermario Bros.

Dieci anni di tempo per giocare e quattro livelli da superare. Ogni livello nasconde decine di insidie. Mostri paurosissimi (gli stati nazionali), trappole e trabocchetti, sotto forma di codici e codicilli.

Primo livello: l’Unione bancaria. Sappiamo già che siamo a un terzo dell’opera. Dopo l’approvazione della supervisione unificata, si dovrebbe approvare il meccanismo di risoluzione e poi quello di assicurazione dei depositi. Risultato: una banca barcollante potrà essere chiusa dal risolutore senza spese per i contribuenti, ma a carico di azionisti e obbligazionisti fino ai depositanti. In questo modo si conta di spezzare il legame, tuttora molto forte, fra le banche e gli stati dove risiedono.

Secondo livello: l’Unione fiscale, “che comprenda – dice Mersch – un contesto unitario di budget che vada aldilà del fiscal compact”. Per dirla con le parole di Supermario Bros, “sono essenziali meccanismi efficaci per prevenire e correggere politiche di bilancio non sostenibili in ciascuno stato membro”. Come? “L’emissione di debito pubblico, oltre il livello convenuto di comune accordo, dovrebbe essere motivato e approvato in via preventiva”. A queste condizioni “in prospettiva di medio termine si potrebbe valutare l’emissione di debito comune che comporterebbe lo sviluppo di una maggiore capacità di gestire le interdipendenze economiche”.

Terzo livello: l’Unione economica, visto che “una maggiore integrazione – recita il rapporto – è necessaria per favorire il coordinamento e la convergenza dei diversi settori politici fra i paesi dell’euro”. Tale livello di integrazione sarebbe “particolarmente importante per orientare le politiche in settori come quello della mobilità dei lavoratori o del coordinamento in campo tributario”.

Quarto livello: l’Unione politica. Bontà sua, Supermario bros ammette che “le decisioni sui bilanci nazionali sono al centro delle democrazie parlamentari, quindi orientarsi verso un processo decisionale in campo fiscale ed economico richiederà (dulcis in fundo, ndr) meccanismi forti che garantiscano la legittimità e la responsabilità delle decisioni comuni”.

Le istruzioni del gioco prevedono anche un metodo di lavoro. I quattro presidenti costruiranno una tabella di marcia che verrà socializzata nel tempo perché tutti possano averne contezza.

Il gioco è questo. E’ tutto già scritto, Solo che, come al solito quasi nessuno legge.

Rimane una domanda: chi manovra il joystick?

Ps Ovviamente non ho una risposta. Però seguo una traccia.

Draghi ieri ha detto di essersi molto stupito del fatto che qualcuno metta in discussione il principio che gli stati dovranno ricapitalizzare le banche che dovessero essere giudcate carenti di capitale dalla Supervisione europea, sottolineando che gli stati si sono impegnati in tal senso già da tempo e che comunque le risorse messe a disposizione delle banche non verranno conteggiate fra i parametri che definiscono il deficit fiscale.

Quindi gli stati, molto presto, saranno chiamati a tirare fuori altri soldi dopo quelli che hanno dovuto spendere per salvare le banche dal 2008 in poi. Giocoforza ne avranno meno da spendere per tutto il resto, e questo, pure se servirà a dare stabilità al sistema bancario europeo, rischia di far diventare ancora più anemica l’economia reale. E poiché consolidamento chiama consolidamento, è facile prevede un’altra stagione di crisi fiscali che sarà di sicuro un ottimo viatico per arrivare al secondo livello del videogioco: l’Unione fiscale.

La crisi come asso nella manica per superare i livelli del gioco: ecco il trucco vincente di Supermario Bros.

Resta da capire che tipo di crisi servirà per superare anche gli altri due livelli.

Visti i precedenti, c’è di che preoccuparsi.

Un debito è per sempre


La verità che non si può dire, ma al limite sussurrare, è che i nostri debiti siamo destinati a non pagarli. Ciò non vuol dire che ci saranno rimessi. Tutt’altro. Li pagheremo cari, sia come società sia come individui, in ratei annuali permanenti.

Gli scenari di raffinati analisti proiettano già il debito degli stati fino al 2060, e lo immaginano in costante crescita, sempre sull’orlo della bancarotta, mai redimibile. Ormai gli economisti non pensano più a come liberarsi del debito, ma a come renderlo sostenibile. Ossia finanziabile. E poco importa da dove arriveranno i soldi.

L’ipoteca del nostro debito, che non a caso è insieme pubblico e privato, è ormai la declinazione economica di uno stato storico e psicologico. Riguarda le società ricche, che hanno voluto e vogliono vivere al di sopra delle proprie possibilità, e riguarda gli individui, che hanno voluto e vogliono sempre di più. Tale fardello è destinato a segnare il nostro futuro, dove la parola sacrificio, svuotata del suo portato simbolico e spirituale, verrà sillabata dalla gran parte dei bambini poco dopo aver imparato a dire mamma e papà. Nascono già indebitati, cresceranno e moriranno indebitati. Questo nel migliore dei casi, perché vorrà dire che gli stati saranno riusciti ad avere credito. Ma a che prezzo?

I dati aggregati fanno tremare le vene dei polsi anche ai più volenterosi. A fine 2011 la somma degli stock di debito di Eurozona, Stati Uniti e Giappone superava abbondantemente i 36.000 miliardi di dollari (e non parliamo dei debiti dei privati). L’Eurozona, secondo Eurostat, a fine 2011 veleggiava verso l’87,2% del Pil. Poco più di 10.000 miliardi di dollari di debiti, di cui circa un quarto sono italiani. E la tendenza è al rialzo. I giapponesi stanno per varare l’ennesimo piano di stimolo della loro storia – a debito – per rianimare la loro economia. Gli americani, dopo essersi impelagati col fiscal cliff stanno seriamente discutendo dell’opportunità di far coniare una banconota da mille miliardi di dollari per consentire al Tesoro di infischiarsene del tetto del debito. Entrambi stampano moneta come se nulla fosse. Monetizzano il debito, come si dice.

L’Europa si interroga e prende tempo. Di fronte alla politica, divisa fra chi vuole imitare il Giappone e gli Usa e chi i tedeschi, si erge la voce unica della Banca centrale. “E’ ormai evidente- ha ammonito di recente il presidente Mario Draghi – che la posizione debitoria di molti governi non era sostenibile e che la governance dell’euro vada migliorata. Concordo sul fatto che ci sia un duro prezzo da pagare, ma è inevitabile. Ho sempre detto che l’unico modo per mitigare l’impatto di questo consolidamento fiscale, che provocherà una contrazione nel breve periodo, è mettere mano alle riforme strutturali per migliorare la competitività e l’export, al fine di creare lavoro e crescita”. In pratica Draghi dice all’Europa di fare quello che ha fatto la Germania negli ultimi dieci anni, e puntare sull’export per rilanciare l’economia (con tutto quel che ne segue per mercato di lavoro, spesa pubblica, etc).

Ma il debito? Anche qui, in Europa, nessuno pensa di poterlo ripagare. La grande operazione che si è consumata nel corso del 2012, e di cui Draghi è stato l’alfiere, ha avuto come scopo di renderlo sostenibile. Leggi credibile. Leggi vendibile.

Quindi i debiti sono destinati a crescere, e la dipendenza dai nostri creditori pure. E poiché un debito corrisponde a un’obbligazione, a un dovere, è chiaro a tutti che ad ogni aumento del debito corrisponde una diminizione della nostra libertà. Questo è il prezzo che stiamo pagando, e che pagheremo anche in futuro.

Saremo liberi di indebitarci (fiché avremo credito). E basta.