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Cronicario: Si prepara lo spauracchio dell’inflazione

Proverbio del 14 febbraio Non fa mai notte dove ci si ama

Numero del giorno: 0,2 Crescita percentuale del Pil nel IV trimestre 2016 in Italia

Siccome vi so innamorati del Cronicario, per il giorno di San Valentino vi regalo una notizia che leggerete sul cronicario globale fra un semestre circa.

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La deflazione è passata di moda. E’ stato un attimo, un piccolo pezzo mosso sulla scacchiera e d’improvviso ecco lo spauracchio prossimo venturo farsi strada sulle pagine salmonate dei Grandi Giornali Finanziari: l’inflazione.

inflazione

Va là, direte scocciati. Ecco qua il giornalista cornacchia (gufo è fuori moda pure) a gracchiare allarmi sconsiderati proprio mentre – e finalmente – lo spauracchio della deflazione, che evocava debt-deflation in stile anni ’30, sta evaporando.

toccaferro

Però vedete, il punto è proprio questo: ci siamo fatti un giro nei ’30, anni di deflazione e perdita di prodotto. Ora ce ne faremo un altro nei ’70, anni di stagnazione e inflazione.

ritorno

Perché vi regalo questa rottura di scatole a San Valentino? Il caso ha voluto che oggi uscissero una messe di dati sul Pil e sull’inflazione di mezzo mondo. Non ve li dico tutti perché sennò mi denunciate alla protezione lettori. Ma devo farvene sapere almeno un paio. Fra i pezzi grossi si segnala il dato del Pil dell’eurozona che Eurostat ha rappresentato in questa curva dall’andamento vagamente piatto. D’altronde l’ultimo trimestre la crescita è stata dello 0,4% e su base annua dell’1,7.

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Una roba che somiglia a quella giapponese, con l’ultimo trimestre in crescita dello 0,2% e l’annuale all’1%, manco fosse l’Italia.

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Nella patria di Mister T la crescita è quella che è: meno dell’eurozona su base annua e non vi devo dire nient’altro.

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Che rimane? Ah si, i brexittari dell’UK. I confronto ai giapponesi e agli eurodotati sembrano dei furetti col loro +0,6 su base trimestrale e con il loro 2% stimato su base annua, comunque in calo dal 2,2% del 2015 e dal 3,1% del 2014. Ma il dato più interessante arrivato oggi dall’Uk è un altro: quello dell’inflazione.

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Di che stiamo parlando? Ad esempio dell’aumento del prezzo delle case del 7,2% in media nel 2016 o, peggio ancora, dell’aumento del prezzo delle materie prime, aumentati del 20,5%. Sappiate che l’unico paese dove i prezzi sono rimasti a zero crescita è la Svizzera. Nel resto d’Europa è partita la rincorsa dei prezzi. Gli Usa seguono alla grande. E ancora il meglio deve venire.

Volevo dirvi di più, ma mentre sfogliavo il cronicario globale l’occhio mi è caduto su questo pregevole artefatto che ho trovato sul canale Twitter della Commissione Ue.

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Inutile dire che mi sono commosso. Soprattutto perché la dichiarazione d’amore era motivata dal fatto che l’Ue ci consente di “essere uniti nella diversità, viaggiare liberamente, andare all’Erasmus e scegliere di vivere e lavorare in un’altro paese Ue”.

Poi mi sono svegliato.

A domani.

La Chat di Crusoe con @keynesblog: Successo tedesco frutto del mix fra stato e mercato

Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Guido Iodice curatore del sito keynesblog.com, @keynesblog (K)

C. Buongiorno Guido,  vorrei partire dall’attualità. Sono appena usciti i dati sui nuovi ordini in Germania (+5,2% a dicembre) e sulle retribuzioni reali (+1,8% nel 2016). Te li aspettavi?

K. Sono anni che i più anti tedeschi prevedono disastri per la Germania, che puntualmente non si verificano. La Germania ha avuto la capacità di trovare nuovi mercati di sbocco e nonostante la crisi dell’eurozona degli scorsi anni ha aumentato il suo surplus puntando fuori dall’area euro. Il dato attuale è invece frutto della crescita della domanda interna e della ripresa di alcuni paesi dell’eurozona. La realtà è che la Germania è una macchina quasi inarrestabile. Per fermarla servirebbe una guerra. Spero che The Donald si limiti a quella delle parole.

C Mi sono sempre chiesto quale sia il segreto del successo dell’economia tedesca e soprattutto come faccia a rimettersi in piedi ogni volta. Ma a quanto pare la Germania ispira più antipatia che curiosità. Tu come la vedi?

K Vi sono molti elementi, alcuni dei quali sono legati alla contingenza, altri sono invece una costante nella storia tedesca. Tra questi direi i fattori istituzionali. Uno stato che funziona come un abilitatore del settore privato (si pensi alla KfW) permettendo di affrontare brillantemente sfide che per altri sono più complicate. Un’industria con una dimensione ottimale delle imprese, a differenza della nostra. Una certa spregiudicatezza nel perseguire l’interesse nazionale e soprattutto dei campioni nazionali. E un certo grado direi di programmazione economica. Può sembrare un’eresia dirlo ma la patria dell’ordoliberismo è molto poco liberista. Il suo successo è frutto di un mix di stato e mercato. Pensa alle riforme del lavoro: lo scopo era di contenere i salari. Ma quando è stato necessario hanno aumentato le retribuzioni, anche quelle dei minijobs, e istituito il salario minimo. In pochissimo tempo e con una sostanziale unità di intenti tra governo, industria e sindacati. Persino un paese ben organizzato come il Giappone non vi è riuscito.

Il resto della Chat è disponibile su Crusoe. Per leggerlo è necessario abbonarsi. Tutte le informazioni le trovi qui.

Cronicario: La resilienza degli aruspici di Bruxelles

Proverbio del 13 febbraio L’acqua di febbraio è promessa per il granaio

Numero del giorno: 0 Tasso di inflazione Svizzera a gennaio 2017

Son tutti bravi a sfottere gli antichi, che mantenevano una corte di sfaccendati a sventrare animali e leggere le viscere per indovinare il futuro. Costoro, gli aruspici, era gente bennata, mica come noi, indovinatori occasionali. E tuttavia oggi li sfottiamo:  figurati se si può indovinare il futuro sbirciando fegatini di pollo.

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Infatti serve altro. Abitare a Bruxelles, intanto, e magari trovare lavoro nella Commissione Ue che ha rilasciato proprio poco fa le sue previsioni invernali sull’economia europea. I nostri moderni aruspici sono stagionali. E l’ha fatto senza sventrare niente che respiri Forse, qualche computer che sarà collassato dovendo digerire una mole di dati che stenderebbe un esercito. E la cosa incredibile è che tutti li hanno presi sul serio.

dati

Ne è venuta fuori una raccolta di previsioni che solo un maniaco leggerebbe. A me basta sapere che la ripresa economica è prevista duri quest’anno e anche il prossimo e il successivo, e che per la prima volta da un decennio tutte le economia sono previste in crescita nei tre anni considerati. Gli aruspici di Bruxelles non vanno oltre il triennio, e poco importa che non ci azzecchino quasi mai. Comunque continuano a farle, le loro previsioni. “La crescita si è dimostrata resiliente l’anno scorso”, osservano. E per un attimo dubito che stiano parlando della crescita economica. I veri resilienti sono loro, altroché.

In ogni caso, questo è quello che ci tocca.

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Gli aruspici di Bruxelles, e questa è una delle ragioni del loro successo, hanno una buona parola per tutti. Persino per la Grecia, che “mostra segni di ripresa collegati all’applicazione del programma”.

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Mentre per i campioni dell’EZ si parla di momento robusto fra nuove sfide.

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Fra le sfide tedesche immagino sia contemplata anche quella difficilissima di tenere il saldo di conto corrente sotto il 10% del Pil.

Difficilissima almeno finché non ci mette lo zampino Mister T, che ormai spaventa più della mosca tsé tsé. Guardate che roba gira negli States.

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La guerra commerciale che il neo presidente minaccia di fare un giorno sì e l’altro pure spaventa tutte le anime belle in patria, e probabilmente anche qualcun altro dall’Europa al Pacifico. Il Giappone, per esempio, che dopo Cina e Messico è il terzo per surplus commerciale verso gli Usa. Sarà sicuramente un caso, ma oggi è uscito il dato sul pil nipponico, cresciuto dello 0,2% nel quarto trimestre, in deciso rallentamento. Sembra l’inizio di un film per nulla edificante.

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E poi c’è il Canada ovviamente.

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che col Messico condivide il trattato Nafta che Trump ha detto di voler rinegoziare. Un problemino non da poco, atteso che il Canada spedisce negli Usa il 76% del suo export totale. Speriamo sia resiliente.

A domani.

Caccia al tesoro delle multinazionali

L’altra faccia della nuova globalizzazione, della quale abbiamo parlato sul numero otto di Crusoe, è inevitabilmente una nuova tassazione globale. In tal senso alle enormi opportunità che offre l’economia digitale, come strumento di diffusione di business, corrispondono enormi sfide sul versante della tassazione che per loro natura non possono che essere trans-statali. Ciò spiega perché la questione fiscale, una volta esclusivo appannaggio degli stati nazionali, sia finita sui tavoli delle organizzazioni internazionali che, meglio di altri, sono in grado di sfruttare gli asset che offre l’economia digitale: enormi basi di dati sulla ricchezza che viaggiano nello spazio di un click.

Si parte da qui per costruire strumenti capaci di captarne l’evoluzione e le furbizie, che inevitabilmente si annidano nelle pieghe di regimi fiscali sovente compiacenti. La polemica sui paradisi fiscali è troppo nota perché si abbia bisogno di ricordarla qui. Meno nota, e assai più interessante, è il dibattito che si sta sviluppando sulla questione della tassazione dei grandi giganti di internet, che poi sono le colonne dell’economia digitale. Dalle cronache emergono ogni tanto sbuffi di fumo che fanno capire che qualcosa cuoce in pentola, ma di concreto si è visto ancora poco. La natura stessa dell’economia digitale, smaterializzata, invisibile e sfuggente, rende molto difficile immaginare che uno stato possa inventare da solo gli strumenti necessari per costringere i signori della rete a versare qualche goccia dei loro profitti nelle sue esauste contabilità. Anche perché questi giganti, in gran parte residenti in California, le tasse le pagano già negli Stati Uniti.

Ciò che si vorrebbe aggredire infatti non è l’evasione, ma l’elusione fiscale, ossia gli stratagemmi per pagare meno quello che dovrebbe essere più caro. Il caso sollevato dall’Unione Europea su Apple e le tasse irlandesi è l’esempio forse più noto degli ultimi tempi. Mentre di recente l’Australia ha iniziato a discutere di una tassa su tutte le transazioni on line, che valgono circa 7,3 miliardi di dollari.

Il resto dell’articolo è disponibile su Crusoe. Per leggerlo è necessario abbonarsi. Tutte le informazioni le trovi qui.

Il nuovo numero di Crusoe: La globalizzazione delle tasse. Grazie a @Keynesblog per la splendida Chat

Questa settimana Crusoe ti racconta l’altra faccia della nuova globalizzazione, della quale abbiamo discusso nel numero otto: la globalizzazione delle tasse. Dal 2009 sono state sviluppate diverse iniziative internazionali per provare a drenare ricchezza dalle casseforti delle multinazionali, che fanno arbitraggio fiscale sfruttando le asimmetrie regolatorie che insistono fra i differenti paesi. Anche questa è una delle conseguenze della crisi, che ha reso gli stati sempre più bisognosi di risorse, e insieme del progresso tecnologico, che ha semplificato e reso endemiche la pratiche di elusione fiscale.

L’occhio degli osservatori, che sono entità sovranazionali come l’Ocse o il Fmi, si è concentrato sui giganti di internet, che però non sono gli unici ad aver goduto dei vantaggi della globalizzazione. Ma spuntarla è molto difficile.

Di globalizzazione parliamo anche con @Keynesblog, nella nostra Chat, dove abbiamo affrontato un viaggio straordinario nella cronaca e nella storia, con un occhio sui tormenti dell’eurozona, alle prese con l’ennesima messa in discussione del suo futuro, fra crisi greca ed elezioni franco-tedesche (e forse italiane) e l’incognita Trump+Brexit che sembra fatta apposta per generare inquietudini.

La lettura di questa settimana è una sintesi dell’ultimo Quarterly bulletin della BoE, dove si analizzano la ragioni per le quali le imprese britanniche hanno investito meno di quanto avrebbero potuto, utilizzando una nuova metodologia di raccolta delle informazioni che permette una visione più dettagliata dei problemi incontrati. La questione dell’andamento stracco degli investimenti, che abbiamo affrontato nel numero nove di Crusoe, merita di essere seguita a approfondita, trattandosi di questione strategica per il nostro futuro.

Chiude il numero una selezione delle nostre “notizie invisibili”, ossia quelle che trovi solo su Crusoe.

Ci rivediamo il 17 febbraio.

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Cronicario: Mister T e le real fake news di Fitch

Proverbio del 10 febbraio Fare domande non è segno di stupidità

Numero del giorno: 1999 Salario mensile minimo in Lussemburgo

A un certo punto una nota agenzia stampa che inizia con la A e finisce con la A lancia questa bombetta:

++Trump: Fitch, rischio per condizioni economia mondiale ++

mecojoni

E poi dice “L’amministrazione Trump rappresenta un rischio alle condizioni economiche internazionali e ai fondamentali globali de rating”.

toccaferro

Chi è del mestiere lo sa che vogliono dire quelle crocette. E’ il modo paraculo che hanno le agenzie di stampa di far saltare all’occhio del caporedattore bolso una notizia giudicata imperdibile dagli imperscrutabili deus ex machina che dettano l’agenda dei nostri giornali, che inevitabilmente ci cascano. L’ha detto la nota agenzia  che comincia e finisce con la A, mica mi devo sforzare.

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Ci casco anch’io epperò mi metto a cercare la fonte perché sono un dannato ficcanaso. Un minuto dopo trovo l’origine qui. Caspita la nota agenzia non esagera (a parte le crocette, vabbé). Fitch ha denominato mister T pericolo pubblico numero 1. Rimango ammaliato e la leggo tutta, questa nota, ma solo per scoprire quello che ci ripetono da novembre, ossia che quando il più bello dei bulli ha vinto le presidenziali: le politiche protezioniste minacciata da Trump possono danneggiare l’economia. E qual è la notizia?

Eccola: ++Trump: Fitch, rischio per condizioni economia mondiale ++

La notizia è il terzetto Fitch, Trump, Pericolo. Un pregevole e assai comune esemplare di real fake news, ossia notizia vera che dice il falso, o notizia falsa che dice il vero, come meglio preferite. Una di quelle robe che vive fra la scolastica medievale   e l’idealismo tedesco. Domani i giornali titoleranno che Trump è un pericolo pubblico perché l’ha detto Fitch. Il che è vero e falso insieme. Siamo andati oltre la post verità. Siamo in piena post minchiata. L’ideale per il venerdì pomeriggio.

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A lunedì.

Cartoline dal Maître: L’età dell’acciaio in Europa

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L’acciaio è la materia dei nostri sogni di progresso, che decliniamo in grattacieli sempre più grandiosi, e quindi costruzioni, mezzi di trasporto sempre più veloci, e quindi mobilità, scambi internazionali,  e quindi commercio. L’acciaio, perciò, è stato sin dal dopoguerra ed è tuttora al centro di infinite diatribe. Delle più recenti trovo traccia nell’ultimo Economic and steel market report rilasciato da Eurofer, associazione europea di produttori di acciaio dal quale ho estratto la cartolina di oggi, che racconta l’evoluzione della domanda di acciaio nel 2016, cresciuta a una percentuale pressoché uguale a quella del Pil (1,8% vs 1,7%). La materia dei nostri sogni, appunto.

Insieme crescono le tensioni verso chi esporta acciaio a basso costo in Europa, che ne ha importato il 25% dall’estero, nella seconda metà del 2016. Poco più del 50% di questo export in Europa lo fanno Russia, Cina e Corea del Sud. In alcune produzioni la Cina pesa oltre il 60% dell’export totale in Europa. Perciò i produttori europei chiedono protezione alla Commissione Ue, lamentando che molte economie sussidiate possano vendere a prezzi che spiazzano i concorrenti. Fra i sogni, dell’età dell’acciaio quello della protezione è il più confortevole. E insieme il più ingannevole.

Cronicario:Il surplus biondo che fa impazzire il mondo

Proverbio del 9 febbraio L’invidia per l’amico ha il sapore della zucca amara

Numero del giorno: 600.000 Barili di petrolio iraniano venduti ogni giorno all’India

E per cominciare in bellezza: il surplus tedesco. Nel 2016 il saldo di conto corrente è stato positivo per 266 miliardi, fra merci e redditi, in crescita rispetto ai 252,6 del 2015, quindi se vi volete incazzare coi tedeschi è un’occasione d’oro.

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Poi se proprio volete approfondire – ma di sicuro non è il caso dei tanti che si vogliono solo incazzare – dovreste notare che è vero che i tedeschi hanno esportato beni per 1.207 miliardi nel 2016, ma è vero pure che ne hanno importati per 954.

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Perché è vero pure che i tedeschi hanno fatto il record commerciale di sempre nel 2016, superando l’altro record dell’anno scorso, ma altrettanto che se si spezzano le reni ai tedeschi, succede la stessa cosa pure a quelli che vendono loro varie robe, fra i quali, manco a dirlo, ci siamo noi. Perché questo è il paradosso del commercio tedesco che fa impazzire il mondo: a loro rimane il grosso, ma una bella fetta lo ridanno indietro. Dall’eurozona, in dettaglio, prendono 441 miliardi per le loro vendite, ma ne restituiscono in forma di acquisti 428. E scusate se è poco. Sicché ve la faccio semplice: volete punire la Germania per il suo successo? Fate pure, ma state punendo anche voi stessi.

fenomeni

Vorrei che qualcuno lo spiegasse anche a Mister T, che ce l’ha con la Germania e con il resto dei suoi partner commerciali eccedentari, ma non ci spero, anche perché laggiù tira tutta un’altra aria. Raccontano che tre grandi industrie che rappresentano i colossi della produzione di grano e etanolo si siano rivolti al governo per chiedere protezione contro le importazioni di questi prodotti dalla Cina, dimenticando però che gli Usa sono il maggiore esportatore, dopo la Germania, di carne di maiale in Cina. Ora non è uno ti compra il maiale se tu gli impedisci di venderti il grano. Lo capirebbe un bambino. Quindi per gli adulti è impossibile.

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A quelli che oggi hanno letto sui giornali la notizia che la paura dell’eurocrack (reloaded) sta spingendo i capitali verso i paesi emergenti consiglio di guardare questa bella figurina diffusa oggi dall’IIF

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perché sarà pure bello credere a certe storie, ma non credeteci troppo, sennò poi vi tocca fare come quel tale che un bel giorno si sveglia e scopre che le banche portoghesi hanno un problema. S’è svegliatooo (cit.). Notizia che merita di finire d’ufficio nei

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Ai più feticisti suggerisco invece di sbirciare le principali voci dei bilanci bancari diffuse da Bankitalia dove c’è persino una buona notizia, laddove i prestiti alle famiglie a dicembre sono cresciuti dell’1,9%. Preferisco non sapere per cosa.

Concludo con una nota di ottimismo che arriva dritta dall’Ocse.

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La trappola della bassa crescita persiste dice l’ottima Catherine L. Mann, capo economista. A nessuno viene il dubbio che non sia un problema. Infatti è un’opportunità.

A domani.

La verità nascosta del commercio Usa con i cinesi

Ora che il mondo ha riscoperto il protezionismo, si dibatte lungamente sui mali provocati dalla globalizzazione e gli Usa hanno eletto un presidente che ha fatto dello stigma verso i suoi creditori commerciali – Cina in testa – la cifra del suo successo, vale la pena spendere qualche minuto per ascoltare, sul sito della Fed di S. Louis, il podcast con Max Dvornik, economista ricercatore della banca, che un paio di anni fa ha rilasciato insieme con altri un paper interessante quanto dimenticato che si intitolava Trade and labor market dynamics. 

Lo so, il titolo è scoraggiante, come quasi sempre accade nelle ricerche economiche, ma la resa vale la spesa, se lo leggete, perché aiuta il curioso che voglia capire senza pregiudizi a ricordare che c’è sempre un rovescio della medaglia nelle storie che sono diventate popolari, come quella – addirittura popolarissima – che la Cina abbia distrutto milioni di posti di lavoro nel mondo, e particolarmente negli Stati Uniti, finendo così col generare quella sorta di rivolta sociale, ormai etichettata col nome di populismo, che ha condotto all’elezione di Trump, alla Brexit e chissà a cos’altro condurrà quest’anno.

Ora se si accetta l’idea che l’ingresso della Cina nel mercato internazionale abbia distrutto posti di lavoro nei paesi avanzati si dovrebbe accettare anche quella, mostrata nello studio, che al tempo stesso l’arrivo della Cina ne abbia creati, e che, al tempo stesso, la diminuzione dei prezzi – la Grande Deflazione esportata dalla Cina – abbia condotto a un aumento del potere d’acquisto per i consumatori che gli autori del paper, riferendosi al mercato americano, calcolano in 260 dollari annui a persona, permanentemente. Riportare questa ricerca, che non ha pretesa di verità ma di semplice testimonianza, spero serva a guardare al problema del commercio con i cinesi con sguardo più equilibrato, senza nascondere le grandi tensioni sociali che sono state determinate da questo cambiamento storico dell’economia internazionale, ma neanche i vantaggi che le popolazioni ne hanno tratto.

Qualche numero servirà a contestualizzare meglio. La ricerca è concentrata negli anni fra il 2000 e il 2007, ossia dalla vigilia dell’ingresso della Cina nel WTO, che data il 2001, e al momento del picco pre crisi. Gli autori hanno costruito un modello calibrato su 50 stati americani e 22 settori, dal quale hanno tratto la stima che il trade shock provocato dall’ingresso massiccio dell’export cinese nei mercati statunitensi, più che raddoppiato nel periodo considerato, ha provocato la perdita di 800 mila posti di lavoro nella manifattura. Ma questo, appunto è solo un lato della medaglia. “Abbiamo contato la distribuzione dei vincitori e dei perdenti lungo i settori e le regioni Usa causate dall’aumento di competitività cinese”, spiegano gli autori, che sottolineano di aver rilevato che “i lavoratori si sono riallocati nel settore dei servizi che ha beneficiato dall’accesso a beni intermedi più economici provenienti dalla Cina”. Questo grafico riepiloga alcune delle conclusioni cui sono giunti gli autori, secondo cui l’aumentata competizione cinese avrebbe ridotto il tasso di disoccupazione permanentemente di 0,03 punti percentuali grazie soprattutto al ruolo svolto dai beni intermedi, che, diminuendo di prezzo, hanno generato un miglioramento dei costi per alcune imprese americane e un aumento dell’occupazione. Addirittura “l’aumento dell’occupazione in questi settori più che compensa il calo dell’occupazione manifatturiera generando un declino del tasso di disoccupazione”. Anche se questo risultato non vale per tutti gli stati esaminati.

Se guardiamo ai dati settoriali, quest’altro grafico mostra come l’impatto dell’aumentato import dalla Cina non sia stato uniforme  e come alcuni abbiano sofferto più di altri, mentre qualcuno ha pure guadagnato occupati. Il fatto rilevante è che “l’attività economica degli Usa non è distribuita uniformemente nello spazio” e questo unito alla circostanza della variegata esposizione settoriale all’economia cinese genera una notevole variabilità degli impatti occupazionali nelle varie località statunitensi. La California, ad esempio, è quella che ha pagato il prezzo più alto, visto che pesa il 20% del totale degli occupati nel settore computer, molto penalizzato dalla concorrenza cinese. Ma al tempo stesso la California ha tratto vantaggi dal fatto che ha un notevole accesso ai beni a basso costo prodotti in Cina.

Gli esempi potrebbero continuare, ma il significato è chiaro. In un’economia integrata e complessa come quella degli Usa si rischia di commettere errori di giudizio semplificando troppo. Lo studio della Fed può essere sicuramente contestato – qui trovate un altro studio che dice il contrario – ma rimane un ottimo spunto su cui riflettere. Purché se ne abbia voglia.

Cronicario: Fra la terra di Vichinghia e il “defecit” Usa

Proverbio dell’8 febbraio Il sole e la luna sono le migliori lampade

Numero del giorno: 2.800.000 Aumento occupati a tempo indeterminato nell’Ue nei primi nove mesi del 2016

Poiché ieri mi sono intristito col pianto greco, oggi decido di regalarmi un bel viaggio in Vichinghia, la terra dei biondi pallidi ai confini dell’Artico, più comunemente nota come Svezia che, fra le altre cose, ha lo straordinario vantaggio di stare fuori dall’euro e così almeno per oggi non ci penso.

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Lo sapete già. Nella terra di Vichinghia la vita va che è una bellezza. Vi do giusto un paio di dritte per farvi schiattare d’invidia.

Ecco la prima: il mercato immobiliare.

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Prezzi (e debiti delle famiglie) alti come si deve, mentre noi ci dobbiamo accontentare dell’Istat che rilascia i dati di compravendite e mutui, che al terzo trimestre 2016 crescono fra il 19 e il 20% rispetto a un anno prima. E dovremmo pure essere contenti.

La seconda è anche peggio. In Svezia il congedo parentale lascia nelle tasche dei bravi genitori il 60% del reddito. Da noi il 30.

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Pure là, come dappertutto, la diseguaglianza è aumentata, ma comunque anche quelli più poveri qualcosina in più l’hanno mangiata, al contrario di quello che è accaduto qua.

ricchezza

E infatti la diseguaglianza misurata dall’indice di Gini è assai minore rispetto a quella da noi, dove lo stato spende un fracco di soldi e non conclude nulla.

gini-svezia

Concludo in bellezza con una panoramica yankee-teutonico-vichinga.

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Vedete: i vichinghi sono imbattibili. Nel caos del cronicario globale, che è tutto un rumoreggiare di crash in atto e in potenza, la Svezia è un’oasi nordica dove la mente si riposa e vede tutto d’un azzurrino boreale.

boreale

Socchiudo gli occhi e mi immagino vichingo anch’io, almeno per dieci minuti. Solo che quando riapro gli occhi la realtà mi aggredisce così

obama

L’uomo più felice del mondo, sospetto. Ma il resto dell’America chissà. Non saranno rovinati come noi o quei poveracci dei greci, però guardate che gli capita.

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E non è tanto la cifra, ma è il refuso che mi sconcerta. L’immagine l’ho presa dal WSJ, che notoriamente non sbaglia mai. Mi sorge il sospetto, perciò, che non sia un refuso. Che volessero davvero scrivere defecit invece di deficit. Forse ci vogliono dire qualcosa. E poi capisco: è latino: finalmente gli americani più istruiti hanno deciso di imparare un’altra lingua. Cosa non farebbero per dar fastidio a Mister T.

A domani.